Agcm sanzioni pecuniarie, Consiglio di Stato sentenza n. 5997 21 dicembre 2017 in materia di sanzioni antitrust: 1) sanzione “molto grave”, intese “per oggetto” e intese “per effetto”; 2) istituto della cd. inability to pay; 3) calcolo della sanzione (linee guida), limite massimo del 10% del fatturato e limite minimo del 15% del valore delle vendite; 4) circostanza attenuante e programma di clemenza; 5) ravvedimento operoso posto in essere dopo l’avvio del procedimento; 6) attenuante dell’attuazione del programma di compliance

Agcm sanzioni pecuniarie, Consiglio di Stato sentenza n. 5997 21 dicembre 2017:

Sulla mancata considerazione del fatto che “la sanzione, pur potendosi considerare “grave”, non avrebbe potuto essere considerata come “molto grave”, in quanto la pratica concordata non avrebbe prodotto effetti anticoncorrenziali.”

“L’art. 101, primo par., del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea prevede che: «Sono incompatibili con il mercato interno e vietati tutti gli accordi tra imprese, tutte le decisioni di associazioni di imprese e tutte le pratiche concordate che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato interno ed in particolare quelli consistenti», tra l’altro, nel «fissare direttamente o indirettamente i prezzi d’acquisto o di vendita ovvero altre condizioni di transazione».

L’art. 2 della legge 10 ottobre 1990, n. 287 (Norme per la tutela della concorrenza e del mercato) prevede, con norme dal contenuto analogo, che: «Sono considerati intese gli accordi e/o le pratiche concordate tra imprese nonché le deliberazioni, anche se adottate ai sensi di disposizioni statutarie o regolamentari, di consorzi, associazioni di imprese ed altri organismi similari».

L’esemplificazione casista riprende quella prevista a livello europeo, incluso il riferimento alle modalità di determinazione dei prezzi.

La giurisprudenza della Corte di giustizia ha chiarito che, avuto riguardo a quanto disposto dall’art. 101, sopra riportato, occorre distinguere le “intese per oggetto” e le “intese per effetto”.

Le prime si caratterizzano per il fatto che «talune forme di coordinamento tra imprese possono essere considerate, per loro stessa natura, dannose per il buon funzionamento del normale gioco della concorrenza».

E’ pacifico che «la probabilità che certi comportamenti collusivi, quali quelli che portano alla fissazione orizzontale dei prezzi da parte di cartelli, abbiano effetti negativi, in particolare, sul prezzo, sulla quantità o sulla qualità dei prodotti e dei servizi, è talmente alta che può essere ritenuto inutile(…),dimostrare che tali comportamenti hanno effetti concreti sul mercato».

Per accertare se si è in presenza di una “intesa per oggetto” occorre avere riguardo al tenore delle disposizioni dell’intesa stessa, agli obiettivi che si intendono raggiungere, al contesto economico e giuridico nel quale l’intesa stessa di colloca.

Nella valutazione di tale contesto, «occorre prendere in considerazione anche la natura dei beni o dei servizi coinvolti e le condizioni reali del funzionamento e della struttura del mercato o dei mercati in questione» (sentenza 11 settembre 2014, in causa C-67/13 P).

Si è inoltre aggiunto che «sebbene l’intenzione delle parti non costituisca un elemento necessario per determinare la natura restrittiva di un accordo tra imprese, nulla vieta alle Autorità garanti della concorrenza ovvero ai giudici nazionali e dell’Unione di tenerne conto».

Le seconde ricorrono quando non sussistono i presupposti per configurare la sussistenza di una intesa per “oggetto”, con la conseguenza che occorre esaminare gli effetti e «dovranno sussistere tutti gli elementi comprovanti che il gioco della concorrenza è stato, di fatto, impedito, ristretto, o falsato in modo significativo» (si v. anche Cons. Stato, sez. VI, 24 ottobre 2014, n. 5275).

…Nella fattispecie in esame, venendo in rilievo un’intesa sui prezzi, si tratta di un accordo che ha avuto quale “oggetto” proprio la spartizione del mercato.

Si tratta dell’illecito concorrenziale di più rilevante incidenza negativa sul mercato.

Ne consegue che l’AGCM, nell’esercizio dei propri poteri valutativi, può considerare come “molto grave” anche solo tale tipologia di accordo a prescindere dalla valutazione degli effetti….”

Sulla ritenuta illegittimità dell’applicazione di una “sanzione pari al 15% delle vendite rilevanti, prevista dalle linee guida 22 ottobre 2014, n. 25152 dell’Autorità sulla modalità di applicazione dei criteri di quantificazione delle sanzioni amministrative pecuniarie, che comporta l’applicazione rigida e costante della misura massima del 10%, prevista dall’art. 15 della legge n. 287 del 1990, del fatturato complessivo per le imprese monoprodotto.

In particolare, si assume che tale applicazione nella misura massima impedirebbe di graduare la sanzione tenendo conto del numero di imprese coinvolte, dell’ampiezza del mercato, della concreta attuazione dell’intesa e della sua durata, con conseguente violazione anche del principio, di matrice europea, di proporzionalità.”

Nonché sulla pretesa violazione del principio di irretroattività delle sanzioni amministrative, “tutelato anche dall’art. 7 Cedu, in quanto il limite del 15% sarebbe stato previsto dalle linee guida dopo la commissione dell’illecito.”

E, “qualora si dovesse ritenere corretta l’applicazione delle linee guida alle imprese monoprodotto,” sulla illegittimità delle stesse “nella parte in cui conducono agli esiti sopra indicati nella fase di applicazione alle imprese monoprodotto.”

“L’art. 15 della legge n. 287 del 1990 prevede che nei casi «di infrazioni gravi, tenuto conto della gravità e della durata dell’infrazione» si applica «una sanzione amministrativa pecuniaria fino al dieci per cento del fatturato realizzato in ciascuna impresa o ente nell’ultimo esercizio chiuso anteriormente alla notificazione della diffida».

Le linee guida dell’Autorità, ai fini del calcolo della sanzione, prevedono quanto segue:

«affinché la sanzione abbia un’effettiva efficacia deterrente, è almeno necessario che essa non sia inferiore ai vantaggi che l’impresa si attende di ricavare dalla violazione»;

«tali vantaggi, dipendendo dalla tipologia di infrazione posta in essere, sono funzione del valore complessivo delle vendite interessate dalla condotta illecita»;

«per questa ragione, l’Autorità ritiene che le sanzioni applicabili agli illeciti antitrust debbano essere calcolate a partire dal valore delle vendite dei beni o servizi oggetto, direttamente o indirettamente, dell’infrazione, realizzate dall’impresa nel mercato/i rilevante/i nell’ultimo anno intero di partecipazione alla stessa infrazione (di seguito, valore delle vendite)» (par. 8);

«la percentuale da applicarsi al valore delle vendite cui l’infrazione si riferisce sarà determinata in funzione del grado di gravità della violazione. Tale percentuale non sarà superiore al 30% del valore delle vendite» (par. 11);

«nel valutare la gravità della violazione, l’Autorità terrà conto in primo luogo della natura dell’infrazione»;

«l’Autorità ritiene che le intese orizzontali segrete di fissazione dei prezzi, di ripartizione dei mercati e di limitazione della produzione costituiscano le più gravi restrizioni della concorrenza»;

«al riguardo, l’eventuale segretezza della pratica illecita ha una diretta relazione con la probabilità di scoperta della stessa e, pertanto, con la sanzione attesa» (part. 12);

per le infrazioni da ultimo indicate «la percentuale del valore delle vendite considerata sarà di regola non inferiore al 15%» (par. 12, ult. cpv).

Le stesse linee guida dispongono che quando l’importo finale della sanzione superi il massimo edittale del 10 per cento del fatturato «esso è ridotto nella misura eccedente tale limite»;

in questi casi la base di calcolo del massimo edittale è rappresentata dal «fatturato totale realizzato a livello mondiale nell’ultimo esercizio chiuso anteriormente alla notificazione della diffida, da parte di ciascuna impresa partecipante all’infrazione» (par. 29).

Alla luce di quanto esposto risulta che le linee guida hanno previsto che, nell’applicazione delle sanzioni pecuniarie, da un lato, non occorre superare il limite massimo del 10% del fatturato in attuazione di quanto prescritto dall’art. 15 della legge n. 287 del 1990, dall’altro, il limite minimo del 15% del valore delle vendite.

Le due prescrizioni hanno una portata differente e rispondono a finalità diverse.

Il limite massimo del 10% persegue una finalità di garanzia per l’impresa e ha ad “oggetto” il fatturato globale.

Il limite minimo del 15% persegue una finalità punitiva per l’impresa e ha ad “oggetto” il valore delle vendite relativi all’intesa illecita..

Tale normativa, quando vengono in rilievo imprese multiprodotto, implica, in relazione alla parte di attività oggetto dell’intesa illecita, l’applicazione del limite minimo del 15% che, spostato sull’intero fatturato, non deve comunque superare il 10%.

Nel caso di imprese monoprodotto l’applicazione del minimo edittale del 15% implica l’applicazione sempre del massimo edittale del 10%.

Tale conseguenza non può però ritenersi in contrasto con il principio di ragionevolezza e proporzionalità con discriminazioni non consentite rispetto alle imprese multiprodotto.

Il Collegio ritiene, infatti, che la diversità delle fattispecie giustifica una applicazione diversa alle due tipologie di imprese che può condurre ad una modulazione di effetti per le imprese multiprodotto ed una applicazione rigida per le imprese monoprodotto.

Ciò in quanto quando viene in rilievo quest’ultima articolazione di impresa l’illecito copre l’intera attività dell’impresa stessa e dunque assume una maggiore gravità in quanto è l’intero fatturato che ottiene vantaggi dalla stipulazione di tale accordo.

In questa prospettiva si giustifica l’applicazione del minimo edittale del 15% che coincide con il massimo edittale del 10%.

Non si può ritenere che ciò impedisca la graduazione nell’applicazione della sanzioni in quanto la particolarità della fattispecie consegua ad uno scenario che giustifica l’applicazione “sempre” del limite “massimo” del 10%, che comunque non viene superato.

In altri termini, in questi casi la graduazione nella fase applicativa in relazione al limite massimo del 10% non potrebbe avere una concreta incidenza proprio perché si tratta di fattispecie connotate, in ragione della oggettiva natura dell’impresa, da un livello alto di gravità; l’estensione all’intera attività dei vantaggi conseguiti con l’accordo di spartizione del mercato giustifica l’applicazione costante del limite massimo del 10%.

La stessa Corte di Giustizia UE ha avuto modo di affermare che è legittimo applicare, per le restrizioni più gravi, come quelle in esame, «un tasso di almeno il 15% del valore delle vendite, che costituisce il minimo del “valore più alto”, di cui al punto 23 degli orientamenti del 2006, per tale tipo d’infrazione» (Corte di Giustizia UE, sentenza del 27 aprile 2017, causa C-469/15 ).

…Fermo quanto esposto su un piano generale, nella specifica fattispecie all’esame del Collegio non risultano elementi concreti che possano indurre a ritenere che la sanzione avrebbe dovuto poter essere modulata nella fase applicativa con riduzione della stessa rispetto al massimo edittale.

L’appellante non ha, pertanto, neanche interesse a contestare una regola generale in quanto la “diversa” regola che la stessa vorrebbe inserita nel sistema a seguito di un intervento caducatorio da parte di questo Collegio non potrebbe avere concreti effetti sulla sua posizione nella successiva fase di riedizione del potere da parte dell’Autorità.

Per quanto riguarda l’applicazione retroattiva deve rilevarsi come, correttamente, il primo giudice abbia messo in rilievo che, da un lato, le linee guida sono applicabili, per loro espressa previsione, ai procedimenti “in corso” al momento della loro adozione, ovvero ai procedimenti «nei quali non sia stata notificata alle parti la comunicazione delle risultanze istruttorie» (e nel caso in esame la Comunicazione delle Risultanze Istruttorie è stata trasmessa alle parti il 21 novembre 2014), dall’altro, le stesse linee guida si sono limitate a cristallizzare in regole di condotta orientamenti giurisprudenziali già esistenti sul carattere dissuasivo e sull’efficacia deterrente della sanzione antitrust e sulla gravità delle intese appartenenti alla tipologia di quelle che vengono in rilievo in questa sede, impedendo di individuare la violazione di un legittimo affidamento degli interessati.

Le ragioni sopra esposte inducono a ritenere anche non illegittime le linee guida nella parte in cui trovano applicazione, con le modalità esposte, alle imprese monoprodotto.

Ne consegue che anche il terzo motivo non è fondato.

Le valutazioni sin qui svolte rendono non necessario, ai fini della decisione della presente controversia, il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia, le cui già espresse precisazioni interpretative risultano sufficientemente chiare, nella loro ratio applicativa e nella loro riferibilità al caso in esame….

Sulla mancata applicazione dell’istituto “della cd. inability to pay e cioè la incapacità contributiva di cui all’art. 31 delle linee guida dell’Autorità (che riprendono il par. 35 degli Orientamenti della Commissione per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’articolo 23, paragrafo 2, lettera a), del regolamento (CE) n. 1/2003).

In particolare, si afferma che sarebbe erronea la sentenza impugnata: i) nella parte in cui ha affermato che l’Autorità non era obbligata a prendere in considerazione la capacità contributiva per evitare un depotenziamento dell’effetto di deterrenza, in quanto, si sottolinea nell’atto di appello, sarebbero le stesse linee guida adottate dall’Autorità ad imporre di tenere in considerazione anche tali aspetti; ii) nella parte in cui ha ritenuto che la società avrebbe «disponibilità correnti nette pari al doppio dell’ammenda», in quanto la situazione reale del bilancio sarebbe differente.

A tale ultimo proposito, si afferma che dalla perizia tecnica allegata agli atti del processo risulterebbe che l’applicazione della sanzione: i) comporterebbe «la perdita di più della metà del capitale sottoscritto a causa di perdite cumulate»; ii) realizzerebbe la fattispecie prevista dall’art. 2446 cod civ. ossia la diminuzione di oltre un terzo del capitale a causa di perdite, rendendo necessario un intervento sul capitale che, eventualmente, può essere disposto dal Tribunale; iii) «determinerebbe un drastico peggioramento dell’indice di liquidità primaria (…)che sarebbe già sotto la soglia di sicurezza di 1 nel 2014 e si è attestato alla soglia criteri di 0,7 nel 2015».”

“Il par. 35 degli Orientamenti della Commissione per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’articolo 23, paragrafo 2, lettera a), del regolamento (CE) n. 1/2003 prevede che «in circostanze eccezionali la Commissione può, a richiesta, tener conto della mancanza di capacità contributiva di un’impresa in un contesto sociale ed economico particolare. La Commissione non concederà alcuna riduzione di ammenda basata unicamente sulla constatazione di una situazione finanziaria sfavorevole o deficitaria. Una riduzione potrebbe essere concessa soltanto su presentazione di prove oggettive dalle quali risulti che l’imposizione di un’ammenda, alle condizioni fissate dai presenti orientamenti, pregiudicherebbe irrimediabilmente la redditività economica dell’impresa e priverebbe i suoi attivi di qualsiasi valore».

Il par. 31 delle linee guida dell’Autorità, nel regolare la cd. «Capacità contributiva», dispone che:

i) l’Autorità considera le condizioni economiche dell’impresa responsabile dell’infrazione;

ii) su motivata e circostanziata istanza di parte avanzata entro il termine di chiusura della fase di acquisizione degli elementi probatori, l’Autorità può ridurre la sanzione per tener conto dell’effettiva limitata capacità contributiva della stessa;

iii) «l’impresa che intende avanzare tale istanza deve produrre evidenze complete, attendibili e oggettive da cui risulti che l’imposizione di una sanzione, determinata secondo quanto delineato nelle presenti linee guida, ne pregiudicherebbe irrimediabilmente la redditività economica, potendo pertanto determinarne l’uscita dal mercato»;

iv) «l’Autorità non prenderà in considerazione istanze basate unicamente su perdite di bilancio negli ultimi esercizi o di crisi generalizzata del settore interessato».

…Alla luce di tale quadro regolatorio deve rilevarsi come sia corretta l’affermazione del primo giudice secondo cui la valutazione della finalità di tenere conto dell’effetto deterrente della sanzione possa giustificare la non considerazione della cd. capacità contributiva.

Il punto 37 degli orientamenti della Commissione e la stessa Corte di Giustizia (sez. III, sentenza 11 luglio 2013, n. 439) hanno affermato come nonostante le linee direttrici indichino la metodologia generale per la fissazione delle ammende «le specificità di un determinato caso o la necessità di raggiungere un livello dissuasivo possono giustificare l’allontanamento» da tale metodo.

Si tenga conto che, nella specie, viene in rilievo una condotta particolarmente lesiva della concorrenza.

A ciò si aggiunga l’assorbente rilievo che l’Autorità ha comunque fatto concreta e ricostruibile applicazione dei criteri posti dalle linee guida, in quanto non ha riscontrato la sussistenza di una situazione che deve avere i connotati dell’eccezionalità alla luce della documentazione che l’impresa deve fornire.

Si tenga conto che, come espressamente sancito dalle riportate linee guida, non possono essere prese in considerazioni perdite di bilancio negli ultimi esercizi ovvero crisi generalizzate del settore.

Le deduzioni svolte in appello, fermo quanto sopra esposto in ordine all’esigenza di assicurare l’effetto dissuasivo, non sono di per sé idonee a fare ritenere integrato il requisito in esame, non essendosi dimostrato che l’applicazione della sanzione comporterebbe l’uscita dell’impresa dal mercato.

Sotto altro aspetto, deve poi mettersi in rilievo come l’Autorità abbia comunque applicato una circostanza attenuante con la quale ha tenuto conto della situazione economica delle parti sanzionate….

Sulla pretesa illegittimità della sanzione pecuniaria irrogata “nella parte cui si è ritenuto non applicabile la circostanza attenuante della collaborazione sul presupposto che verrebbe in rilievo un programma di clemenza.

In particolare, tale erroneità sarebbe conseguenza del fatto che la società non ha aderito al programma di clemenza e pertanto avrebbe avuto “diritto”, ricorrendone le condizioni, all’applicazione delle circostanze attenuanti.”

“L’art. 23 delle linee guida dispone che le circostanze attenuanti si applicano, tra l’altro, nel caso in cui risulti che l’impresa abbia collaborato efficacemente con l’Autorità, aggiungendo che «per le fattispecie che ricadono nell’ambito di applicazione del programma di clemenza dell’Autorità, la cooperazione delle imprese sarà valutata esclusivamente secondo le disposizioni del programma di clemenza».

Detta prescrizione è stata in modo ragionevole applicata dall’Autorità nel senso che una volta che trova applicazione il programma di clemenza è solo esso che indica quali siano i comportamenti di cooperazione da prendere in considerazione ai fini della loro incidenza sulla sanzione applicata.

La ragione di questa prescrizione è quella di incentivare proprio l’adesione ai suddetti programmi: se sussiste una reale intenzione collaborativa questa si deve manifestare in concreto seguendo la procedura cosi come scandita dalle linee guida.”

Sulla pretesa illegittimità della sanzione nella parte in cui non ha riconosciuto la sussistenza dei presupposti del cd. “ravvedimento operoso” posto in essere dopo l’avvio del procedimento, “consistente nella: i) sostituzione immediata dell’amministratore delegato; ii) cessazione del rapporto con Omissis; iii) l’adozione di immediate misure di compliance; …«predisposizione, congiuntamente alle altre due imprese socie, delle misure strutturali e comportamentali in relazione alla governance dell’impresa comune …e della connessa compliance e di cui nella stessa CRI dà atto in maniera positiva».”

…Il motivo non è fondato…

L’art. 23, punto 1, delle linee guida prevede che costituisce circostanza attenuante «aver adottato tempestivamente iniziative adeguate per mitigare gli effetti della violazione, in particolare ripristinando le condizioni di concorrenza precedenti all’infrazione e/o prevedendo e attuando, spontaneamente o nel contesto di una transazione consensuale conclusa precedentemente alla decisione di accertamento dell’infrazione, misure risarcitorie in favore dei soggetti danneggiati dall’illecito».

Si è aggiunto che «la mera interruzione del comportamento illecito successivamente all’avvio dell’istruttoria non costituisce una circostanza attenuante».

…Nella fattispecie in esame, l’appellante, come correttamente messo in rilievo dal primo giudice, non ha dimostrato di avere posto in essere un comportamento positivo idoneo a determinare gli effetti sopra indicati, non essendo sufficiente, come chiaramente sancito dalle linee guida, la mera interruzione del comportamento lesivo della concorrenza. In questa prospettiva dunque non è di per sé rilevante la mera cessazione di ogni forma di cooperazione anticompetitiva…

Sulla erroneità del provvedimento sanzionatorio nella parte in cui è stata presa “in esame, ai fini dell’applicazione della circostanza attenuante, l’attuazione del programma di compliance.

In particolare, si assume che il giudizio di idoneità del programma dovrebbe essere svolto ex ante e comunque nella specie l’Autorità avrebbe dovuto, tenuto conto del fatto che le linee guida sono state approvate il 22 ottobre 2014 e la contestazione è del successivo 21 novembre, spostare in avanti i tempi del procedimento per tenere conto degli effetti dell’attuazione del suddetto programma.”

“…Il motivo non è fondato….

L’art. 23, punto 1, delle linee guida prevede che costituisce circostanza attenuante «l’adozione e il rispetto di uno specifico programma di compliance, adeguato e in linea con le best practice europee e nazionali. La mera esistenza di un programma di compliance non sarà considerata di per sé una circostanza attenuante, in assenza della dimostrazione di un effettivo e concreto impegno al rispetto di quanto previsto nello stesso programma (attraverso, ad esempio, un pieno coinvolgimento del management, l’identificazione del personale responsabile del programma, l’identificazione e valutazione dei rischi sulla base del settore di attività e del contesto operativo, l’organizzazione di attività di training adeguate alle dimensioni economiche dell’impresa, la previsione di incentivi per il rispetto del programma nonché di disincentivi per il mancato rispetto dello stesso, l’implementazione di sistemi di monitoraggio e auditing)».

La suddetta prescrizione è chiara nel prevedere non un giudizio prognostico ex ante ma un giudizio causale ex postche valuti l’effettiva incidenza del programma sulla tutela della concorrenza.

Per quanto attiene poi allo spostamento nel tempo del procedimento, esso non era possibile, avendo l’Autorità l’obbligo di rispettare determinati tempi procedimentali nell’applicazione delle sanzioni amministrative.”

Agcm sanzioni pecuniarie e simili, vedi anche:

Concorrenza nell’Unione europea, giurisprudenza su divieto di intese restrittive della concorrenza ex art 101 TFUE

Sanzione intese restrittive della concorrenza e principio di proporzionalità

Aiuti all’occupazione riguardanti attività che non sono oggetto di scambi intracomunitari: rientrano nel campo di applicazione dell’art. 92 paragrafo I?

Registro nazionale degli aiuti di Stato

Legge antitrust: DL 3 2017 Attuazione della direttiva 2014/104/UE

Pratiche commerciali aggressive operatori telefonici: servizi di navigazione internet e di segreteria telefonica preimpostati sulla SIM

 

Consiglio di Stato sentenza n. 5997 21 dicembre 2017

Il fatto

“La Società Omissis s.p.a. (d’ora innanzi solo Società) è un’impresa che opera nella produzione e commercializzazione di calcestruzzo attiva nella Regione Friuli Venezia Giulia.

L’Autorità Garante della concorrenza e del mercato (d’ora innanzi solo AGCM o Autorità) ha irrogato alla predetta società una sanzione pecuniaria, pari ad euro 3.454.587, a seguito dell’accertamento di un’intesa restrittiva del mercato del calcestruzzo fra imprese che operano nel settore.

Tale provvedimento è stato adottato dall’AGCM all’esito del procedimento avviato in data 22 gennaio 2014 nei confronti delle società Omissis s.p.a., Omissis s.p.a., Omissis s.p.a., Omissis s.p.a., Omissis….a seguito di una richiesta di ammissione al programma di clemenza della società Omissis.

In particolare, quest’ultima il 17 dicembre 2013 ha presentato una dichiarazione orale in cui si faceva riferimento a due “tavoli” di concertazione tra produttori di calcestruzzo in Friuli Venezia Giulia (uno nelle provincia di Udine, ed uno in provincia di Trieste) con la partecipazione anche di una società di consulenza, Omissis s.r.l., considerata dall’AGCM l’organizzatore materiale della concertazione, e di una società di trasporti, Omissis s.r.l. (da ultimo ritenuta estranea alla vicenda). In particolare, si svolgevano riunioni di norma su base settimanale per scambiarsi informazioni confidenziali in relazione all’avvio di nuovi cantieri.

1.1.– La Società, pur non contestando il contenuto delle suddette dichiarazioni, ha impugnato, per plurimi motivi, riproposti in sede di appello (e riportati nei successi punti) il suddetto provvedimento, innanzi al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, chiedendo che le stesse siano qualificate giuridicamente in modo corretto e vengano inquadrate nel contesto della gravissima crisi, ancora in atto, del settore delle costruzioni e del calcestruzzo.

1.2.– Il Tribunale amministrativo, con sentenza 5 aprile 2016, n. 4096, ha rigettato il ricorso.

[…]

DIRITTO

1.– La questione posta all’esame della Sezione attiene alla legittimità della entità della sanzione pecuniaria che l’AGCM ha irrogato alla società appellante per le ragioni indicate nella parte in fatto.

2.– L’appello non è fondato.”

Precedente Privacy, Consiglio di Stato sentenza n. 6011 21 dicembre 2017 su diritto di accesso e riservatezza dei dati personali idonei a rivelare lo stato di salute di un soggetto estraneo alla contesa giudiziaria (cfr. art 60 Codice della Privacy in combinato disposto con art. 24, comma 7, legge n. 241 del 1990): occorre che il soggetto che richiede l’accesso fornisca la prova delle stretta necessarietà ed indispensabilità del dato cui chiede di accedere rispetto all’interesse che intende tutelare Successivo Fondi comunitari agricoltura, Consiglio di Stato sentenza n. 6053 22 dicembre 2017 in materia di aiuti di Stato nel settore agricolo: non finanziabile la trasformazione di prodotti agricoli in prodotti non ricompresi nell’Allegato I | Orientamenti comunitari, giurisprudenza