Amministrazione straordinaria del Prefetto, Cassazione penale Sentenza n. 51085 9 novembre 2017 | Gestione temporanea dell’impresa ex art 32 dl 90 2014 (convertito da l 114 2014), denaro confluito nel fondo intangibile e non disponibile, sequestro preventivo a fini di confisca per reati commessi da precedente amministrazione ordinaria: solo se somme derivano da tali illeciti | Misure straordinarie di gestione, sostegno e monitoraggio di imprese nell’ambito della prevenzione della corruzione, giurisprudenza

Amministrazione straordinaria del Prefetto, art 32 dl 90 2014 convertito da l 114 2014: sequestro preventivo del denaro confluito nel fondo intangibile e non disponibile a fini di confisca per reati commessi da precedente amministrazione ordinaria solo se somme derivano da tali illeciti – Cassazione penale Sentenza n. 51085 9 novembre 2017

L’ipotesi di straordinaria e temporanea gestione dell’impresa da parte del Prefetto ex art 32 comma 1, d.l. n. 90 2014, convertito, con modificazioni, dalla l. 114 2014, disposta con riferimento a reati ipotizzati in ordine a determinati appalti produce i propri “effetti” anche nel caso in cui – quanto ai medesimi rapporti contrattuali – emergano altre fattispecie illecite comunque riconducibili all’ampio novero dell’art. 32, comma 1, d. l. n. 90 del 2014.

Il denaro confluito nell’apposito fondo non disponibile ed intangibile ad iniziative esecutive di terzi, quindi insuscettibile di confusione con il patrimonio sociale, può essere oggetto di un provvedimento di sequestro preventivo a fini di confisca in riferimento a reati commessi dagli organi della precedente amministrazione ordinaria solo qualora abbia una diretta derivazione dagli illeciti che si assumono commessi e non sia invece riferibile a quel “buon governo” indotto dal provvedimento prefettizio successivamente agli ipotizzati reati.

Il ragionamento dei giudici:

L’art. 32, comma 1, d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla l. 11 agosto 2014, n. 114, stabilisce che, “nell’ipotesi in cui l’autorità giudiziaria proceda per i delitti di cui agli articoli 317 c.p., 318 c.p., 319 c.p., 319-bis c.p., 319-ter c.p., 319-quater c.p., 320 c.p., 322, c.p., 322-bis, c.p. 346-bis, c.p., 353 c.p. e 353-bis c.p., ovvero, in presenza di rilevate situazioni anomale e comunque sintomatiche di condotte illecite o eventi criminali attribuibili ad un’impresa aggiudicataria di un appalto per la realizzazione di opere pubbliche, servizi o forniture nonché ad una impresa che esercita attività sanitaria per conto del Servizio sanitario nazionale in base agli accordi contrattuali di cui all’articolo 8-quinquies del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, ovvero ad un concessionario di lavori pubblici o ad un contraente generale, il Presidente dell’ANAC ne informa il Procuratore della Repubblica e, in presenza di fatti gravi e accertati anche ai sensi dell’articolo 19, comma 5, lett. a) del presente decreto, propone al Prefetto competente in relazione al luogo in cui ha sede la stazione appaltante, alternativamente: a) di ordinare la rinnovazione degli organi sociali mediante la sostituzione del soggetto coinvolto e, ove l’impresa non si adegui nei termini stabiliti, di provvedere alla straordinaria e temporanea gestione dell’impresa limitatamente alla completa esecuzione del contratto d’appalto ovvero dell’accordo contrattuale o della concessione; b) di provvedere direttamente alla straordinaria e temporanea gestione dell’impresa limitatamente alla completa esecuzione del contratto di appalto ovvero dell’accordo contrattuale o della concessione”.

Come ben si comprende dalla lettera della norma, la stessa risponde all’evidente ratio di sottrarre la gestione di appalti di interesse pubblico (concernenti, cioè, opere, servizi o forniture destinati alla collettività) alle imprese aggiudicatane, allorquando specifiche ipotesi di reato contro la pubblica amministrazione – oppure, in termini più ampi, “rilevate situazioni anomale e comunque sintomatiche di condotte illecite o eventi criminali” – risultino riferibili allo stesso ente e con riguardo al medesimo contratto; sì da rendere necessario uno iato tra l’esecuzione di questo (indifferibile, atteso l’interesse generale sottostante) ed i soggetti che, all’interno ed a favore della persona giuridica, siano indagati in ordine alle menzionate condotte di reato o, comunque, risultino meritevoli di approfondimento in sede penale, atteso un fumus di illiceità o, quantomeno, di rilevata “anomalia”. Ecco dunque che, in esito alla proposta del presidente dell’Autorità nazionale anti-corruzione, il Prefetto, previo accertamento dei presupposti indicati e valutata la particolare gravità dei fatti oggetto dell’indagine, intima all’impresa di provvedere al rinnovo degli organi sociali, sostituendo il soggetto coinvolto, e, ove l’impresa non si adegui nel termine di trenta giorni ovvero nei casi più gravi, provvede nei dieci giorni successivi con decreto alla nomina di uno o più amministratori, in numero comunque non superiore a tre, in possesso dei requisiti di professionalità e onorabilità (di cui al regolamento adottato ai sensi dell’articolo 39, comma 1, del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270). Il predetto decreto stabilisce la durata della misura in ragione delle esigenze funzionali alla realizzazione dell’opera pubblica, al servizio o alla fornitura oggetto del contratto ovvero dell’accordo contrattuale e comunque non oltre il collaudo (art. 32, comma 2). Ai sensi del successivo comma 3, poi, “per la durata della straordinaria e temporanea gestione dell’impresa, sono attribuiti agli amministratori tutti i poteri e le funzioni degli organi di amministrazione dell’impresa ed è sospeso l’esercizio dei poteri di disposizione e gestione dei titolari dell’impresa. Nel caso di impresa costituita in forma societaria, i poteri dell’assemblea sono sospesi per l’intera durata della misura. A mente del comma 5, invece, le misure di cui al comma 2 (ossia i provvedimenti prefettizi, in esito alla proposta di cui al comma 1) sono revocate e cessano comunque di produrre effetti in caso di provvedimento che dispone la confisca, il sequestro o l’amministrazione giudiziaria dell’impresa nell’ambito di procedimenti penali o per l’applicazione di misure di prevenzione ovvero dispone l’archiviazione del procedimento. L’autorità giudiziaria conferma, ove possibile, gli amministratori nominati dal Prefetto”.

Di significativo rilievo nell’ottica qui in esame, infine, risulta il comma 7 del medesimo art. 32, a mente del quale “nel periodo di applicazione della misura straordinaria e temporanea gestione di cui al comma 2, i pagamenti all’impresa sono corrisposti al netto del compenso riconosciuto agli amministratori di cui al comma 2 e l’utile d’impresa derivante dalla conclusione dei contratti d’appalto di cui al comma 1, determinato anche in via presuntiva dagli amministratori, è accantonato in apposito fondo e non può essere distribuito né essere soggetto a pignoramento, sino all’esito dei giudizi in sede penale ovvero, nei casi di cui al comma 10, dei giudizi di impugnazione riguardanti l’informazione antimafia interdittiva”.

Ed allora, come correttamente sottolineato nel ricorso, risulta evidente che la complessa disciplina appena descritta realizza proprio quello iato immaginato a fondamento dell’istituto; ossia, dà corpo ad una gestione dell’appalto – limitatamente, dunque, all’oggetto dell’Ufficio – autonoma e distinta rispetto a quella riferibile agli organi sociali già risultati coinvolti (per la medesima gestione) in indagini per fatti di reato o comunque meritevoli di accertamenti, ed avvia una nuova fase esecutiva, che deve rappresentare – ed essere – un essenziale momento di discontinuità rispetto al passato. Un “buon governo” dell’appalto, quindi, affidato ad Amministratori di nomina prefettizia ed il cui portato economico va a confluire su un apposito fondo, non disponibile ed intangibile ad iniziative esecutive di terzi, quindi insuscettibile di confusione con il patrimonio sociale; nel caso di specie, per emergenza pacifica, proprio il conto corrente aperto dagli Amministratori stessi ed il cui saldo è stato sequestrato. E con la precisazione ulteriore – ancora in aderenza a quanto affermato dai ricorrenti, e contrariamente all’assunto del Tribunale – che la normativa in esame non distingue a seconda del numero di procedimento penale iscritto, ma afferisce ex se all’appalto interessato ed alle condotte illecite ipotizzate con riguardo ad esso; con l’effetto che l’Amministrazione straordinaria disposta con riferimento a reati ipotizzati in ordine a determinati appalti produce, all’evidenza, i propri “effetti” anche nel caso in cui – quanto ai medesimi rapporti contrattuali – emergano altre fattispecie illecite comunque riconducibili all’ampio novero dell’art. 32, comma 1, d. l. n. 90 del 2014. Esattamente come nel caso di specie, che coinvolge i delitti di cui all’art. 2, d. lgs. n. 74 del 2000, e di truffa aggravata, a fondamento della misura cautelare, il secondo dei quali riferibile agli appalti di cui al diverso procedimento n. 15669/2013 che aveva originato la nomina degli Amministratori straordinari.

Orbene, tutto ciò premesso, e come ben evidenziato dal Procuratore generale, rileva la Corte che la presente ordinanza – ancorché sollecitata al riguardo – non ha verificato se la somma soggetta a sequestro, pur presente su un c/c aperto dai ricorrenti, costituisse effettivo provento lecito dell’esecuzione dell’appalto, in esito allo “iato” più volte menzionato ed alla nomina degli Amministratori, oppure fosse comunque riconducibile, ed in quale misura, alla precedente esecuzione del negozio, con riguardo alla quale sono state formulate ipotesi di reato a carico degli amministratori. In altri termini, non si scorge motivazione con riguardo alla fonte che ha indotto il Tribunale a qualificare la somma come profitto del reato, invero necessaria nel suo accertamento – anche in fase cautelare, nell’ottica del sequestro in esame – per verificare se il danaro sottoposto a vincolo abbia una diretta derivazione dagli illeciti che si assumono commessi (quindi sequestrabile anche presso l’ente, come da Sez. U. n. 31617 del 26/6/2015, Lucci, Rv. 264437), oppure sia riferibile a quel “buon governo” indotto dal provvedimento prefettizio successivamente agli ipotizzati reati.

Vedi anche:

Misura cautelare sequestro preventivo: interesse all’impugnazione

Istanza dissequestro penale

Esercizio abusivo attività raccolta scommesse, sanatoria, sequestro

 

Cassazione penale Sentenza n. 51085 9 novembre 2017

[…]

Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza del 15/2/2017, il Tribunale del riesame di Monza rigettava l’appello proposto da Omissis e Omissis, quali amministratori per la straordinaria e temporanea gestione della Omissis s.r.l., avverso il provvedimento emesso il 23/1/2017 dal Giudice per le indagini preliminari del locale Tribunale, con il quale era stata rigettata l’istanza di restituzione della somma di 345.609,06 euro – presente su conto corrente intestato alla suddetta società – oggetto di sequestro preventivo a fini di confisca con riguardo ai delitti di cui agli artt. 2, d. lgs. 10 marzo 2000, n. 74, 640 cod. pen.

2. Propongono ricorso per cassazione l’Omissis ed il Omissis, nella citata qualità, a mezzo del proprio difensore, deducendo i seguenti motivi:

–   inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 321, comma 2, cod. proc. pen., 640-quater, 322-ter cod. pen., 12-bis, d.lgs. n. 74 del 2000, 32, d.l. n. 90 del 2014. A mente della costante giurisprudenza di legittimità, anche a Sezioni Unite, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta di danaro presuppone che il profitto sia rimasto nella disponibilità della persona giuridica, il cui legale rappresentante è indagato per un reato commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente; orbene, contrariamente all’assunto del Tribunale, tale circostanza non ricorrerebbe nel caso di specie, atteso che il danaro in oggetto sarebbe stato rinvenuto su un conto corrente aperto – successivamente ai reati contestati – dai ricorrenti quali amministratori straordinari nominati dai Prefetti di Milano e Monza-Brianza ex art. 32, d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla l. 11 agosto 2014, n. 114 e risulterebbe, pertanto, nella esclusiva disponibilità di questi, non già della società. Non si sarebbe realizzata, pertanto, alcuna confusione tra il patrimonio di questa e la somma sottoposta a vincolo, riscontrandosi invece una “assoluta discontinuità” tra la Omissis s.r.l. (gestita in via ordinaria dall’attuale legale rappresentante, Omissis) e l’Amministrazione straordinaria della stessa società, che curerebbe in modo autonomo e separato – tramite i ricorrenti – l’esecuzione degli appalti di cui alla nomina prefettizia; quel che, peraltro, e contraddittoriamente, avrebbe riconosciuto anche l’ordinanza impugnata;

–   inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 32, commi 4, 5 e 7, d.l. n. 90 del 2014. Oltre al requisito della disponibilità del danaro in capo all’ente, nel caso di specie difetterebbe anche quello della custodia dello stesso nell’interesse dell’indagato; la procedura di cui all’art. 32 citato, infatti, sarebbe volta a tutelare – in un’ottica esclusivamente pubblicistica – il buon esito degli appalti “attenzionati”, i cui proventi leciti – tali perché realizzati sotto l’egida dell’Amministrazione straordinaria – non potrebbero dunque esser sottratti alla esclusiva gestione della stessa. In altri termini, tali proventi sarebbero connotati da una inequivoca destinazione ad interesse pubblico, tale ex se da escluderne qualunque altro di natura privata; sì che il ricorso alla procedura di Amministrazione straordinaria avrebbe soltanto anticipato gli effetti che si vorrebbero conseguire con il sequestro ai fini di confisca in materia penale. Ciò, peraltro, con riguardo a tutti i reati che si assumono commessi in ordine agli appalti di cui al provvedimento prefettizio, a prescindere – contrariamente all’assunto del Tribunale – dal numero di procedimento nel quale risultano iscritti. Che si tratti di una forma speciale di tutela amministrativa anticipata, poi, lo si ricaverebbe anche dal comma 5 dell’art. 32 in esame, la cui analisi sarebbe stata pretermessa nell’ordinanza impugnata: una volta intervenuti il sequestro e la confisca penale di un’azienda oggetto di commissariamento e per gli appalti commissariati, si provvederebbe infatti alla revoca dell’Amministrazione straordinaria ed all’intervento di un provvedimento “cautelare” amministrativo. Quel che, però, richiederebbe – ex art. 104-bis disp. att. cod. proc. pen. – la nomina di un amministratore giudiziario, invero non ancora avvenuta nel procedimento in esame; con piena, perdurante attività, quindi, dell’Amministrazione straordinaria nell’esecuzione degli appalti, e senza che i relativi proventi confluiscano nelle casse sociali fino alla chiusura di tutti i procedimenti connessi agli appalti commissariati;

–  difetto assoluto di motivazione con riguardo agli artt. 321, comma 2, cod. proc. pen., 104, 104-bis disp. att. cod. proc. pen., 125 cod. proc. pen., 32, comma 5, d.l. n. 90 del 2014. L’ordinanza avrebbe omesso ogni motivazione con riguardo alla doglianza subordinata, con la quale si rappresentava che il sequestro preventivo in esame – avendo ad oggetto reati contestati nei confronti della Omissis s.r.l. – avrebbe imposto, da un lato, che i relativi saldi non confluissero nel Fondo Unico Giustizia (FUG) e, dall’altro, che ai sensi dell’art. 104-bis citato fosse nominato un amministratore giudiziario (nelle persone degli Amministratori straordinari) che garantisse una continuità nella gestione anche delle somme di danaro aziendali necessarie all’attività commissariale della Omissis s.r.l. In altri termini, si sarebbe   dovuta restituire la somma

all’Amministrazione straordinaria, oppure si sarebbe dovuto nominare, limitatamente allo stesso importo, un amministratore giudiziario nella persona di quello straordinario.

Si chiede, pertanto, l’annullamento dell’ordinanza.

3. Con requisitoria scritta del 30/5/2017, il Procuratore generale presso questa      Corte ha chiesto annullarsi con rinvio il provvedimento  impugnato, evidenziando che – a monte – lo stesso non avrebbe individuato l’origine della somma sequestrata e giacente sul conto corrente, che solo se lecita avrebbe potuto escludere la confusione del denaro profitto dei reati con quello proveniente da un’attività direttamente riferibile all’Amministrazione straordinaria, nei termini di cui al ricorso. Tale verifica, pertanto, risulterebbe necessaria, e la sua assenza imporrebbe la riforma dell’ordinanza.

CONSIDERATO IN DIRITTO

4. Osserva preliminarmente questa Corte che, in sede di ricorso per cassazione proposto avverso provvedimenti cautelari reali, l’art. 325 cod. proc. pen. ammette il sindacato di legittimità soltanto per motivi attinenti alla violazione di legge. Nella nozione di “violazione di legge” rientrano, in particolare, la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, ma non l’illogicità manifesta, la quale può denunciarsi nel giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico e autonomo motivo di ricorso di cui alla lett. e) dell’art. 606 stesso codice (v., per tutte: Sez. U, n. 5876 del 28/01/2004, P.C. Ferazzi in proc. Bevilacqua, Rv. 226710; Sez. U, n. 25080 del 28/05/2003, Pellegrino S., Rv. 224611).

Ciò premesso, il ricorso risulta fondato.

5. L’art. 32, comma 1, d.l. 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla l. 11 agosto 2014, n. 114, stabilisce che, “nell’ipotesi in cui l’autorità giudiziaria proceda per i delitti di cui agli articoli 317 c.p., 318 c.p., 319 c.p., 319-bis c.p., 319-ter c.p., 319-quater c.p., 320 c.p., 322, c.p., 322-bis, c.p. 346-bis, c.p., 353 c.p. e 353-bis c.p., ovvero, in presenza di rilevate situazioni anomale e comunque sintomatiche di condotte illecite o eventi criminali attribuibili ad un’impresa aggiudicataria di un appalto per la realizzazione di opere pubbliche, servizi o forniture nonché ad una impresa che esercita attività sanitaria per conto del Servizio sanitario nazionale in base agli accordi contrattuali di cui all’articolo 8-quinquies del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, ovvero ad un concessionario di lavori pubblici o ad un contraente generale, il Presidente dell’ANAC ne informa il Procuratore della Repubblica e, in presenza di fatti gravi e accertati anche ai sensi dell’articolo 19, comma 5, lett. a) del presente decreto, propone al Prefetto competente in relazione al luogo in cui ha sede la stazione appaltante, alternativamente: a) di ordinare la rinnovazione degli organi sociali mediante la sostituzione del soggetto coinvolto e, ove l’impresa non si adegui nei termini stabiliti, di provvedere alla straordinaria e temporanea gestione dell’impresa limitatamente alla completa esecuzione del contratto d’appalto ovvero dell’accordo contrattuale o della concessione; b) di provvedere direttamente alla straordinaria e temporanea gestione dell’impresa limitatamente alla completa esecuzione del contratto di appalto ovvero dell’accordo contrattuale o della concessione”.

6. Come ben si comprende dalla lettera della norma, la stessa risponde all’evidente ratio di sottrarre la gestione di appalti di interesse pubblico (concernenti, cioè, opere, servizi o forniture destinati alla collettività) alle imprese aggiudicatane, allorquando specifiche ipotesi di reato contro la pubblica amministrazione – oppure, in termini più ampi, “rilevate situazioni anomale e comunque sintomatiche di condotte illecite o eventi criminali” – risultino riferibili allo stesso ente e con riguardo al medesimo contratto; sì da rendere necessario uno iato tra l’esecuzione di questo (indifferibile, atteso l’interesse generale sottostante) ed i soggetti che, all’interno ed a favore della persona giuridica, siano indagati in ordine alle menzionate condotte di reato o, comunque, risultino meritevoli di approfondimento in sede penale, atteso un fumus di illiceità o, quantomeno, di rilevata “anomalia”. Ecco dunque che, in esito alla proposta del presidente dell’Autorità nazionale anti-corruzione, il Prefetto, previo accertamento dei presupposti indicati e valutata la particolare gravità dei fatti oggetto dell’indagine, intima all’impresa di provvedere al rinnovo degli organi sociali, sostituendo il soggetto coinvolto, e, ove l’impresa non si adegui nel termine di trenta giorni ovvero nei casi più gravi, provvede nei dieci giorni successivi con decreto alla nomina di uno o più amministratori, in numero comunque non superiore a tre, in possesso dei requisiti di professionalità e onorabilità (di cui al regolamento adottato ai sensi dell’articolo 39, comma 1, del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270). Il predetto decreto stabilisce la durata della misura in ragione delle esigenze funzionali alla realizzazione dell’opera pubblica, al servizio o alla fornitura oggetto del contratto ovvero dell’accordo contrattuale e comunque non oltre il collaudo (art. 32, comma 2). Ai sensi del successivo comma 3, poi, “per la durata della straordinaria e temporanea gestione dell’impresa, sono attribuiti agli amministratori tutti i poteri e le funzioni degli organi di amministrazione dell’impresa ed è sospeso l’esercizio dei poteri di disposizione e gestione dei titolari dell’impresa. Nel caso di impresa costituita in forma societaria, i poteri dell’assemblea sono sospesi per l’intera durata della misura. A mente del comma 5, invece, le misure di cui al comma 2 (ossia i provvedimenti prefettizi, in esito alla proposta di cui al comma 1) sono revocate e cessano comunque di produrre effetti in caso di provvedimento che dispone la confisca, il sequestro o l’amministrazione giudiziaria dell’impresa nell’ambito di procedimenti penali o per l’applicazione di misure di prevenzione ovvero dispone l’archiviazione del procedimento. L’autorità giudiziaria conferma, ove possibile, gli amministratori nominati dal Prefetto”.

Di significativo rilievo nell’ottica qui in esame, infine, risulta il comma 7 del medesimo art. 32, a mente del quale “nel periodo di applicazione della misura straordinaria e temporanea gestione di cui al comma 2, i pagamenti all’impresa sono corrisposti al netto del compenso riconosciuto agli amministratori di cui al comma 2 e l’utile d’impresa derivante dalla conclusione dei contratti d’appalto di cui al comma 1, determinato anche in via presuntiva dagli amministratori, è accantonato in apposito fondo e non può essere distribuito né essere soggetto a pignoramento, sino all’esito dei giudizi in sede penale ovvero, nei casi di cui al comma 10, dei giudizi di impugnazione riguardanti l’informazione antimafia interdittiva”.

7. Ed allora, come correttamente sottolineato nel ricorso, risulta evidente che la complessa disciplina appena descritta realizza proprio quello iato immaginato a fondamento dell’istituto; ossia, dà corpo ad una gestione dell’appalto – limitatamente, dunque, all’oggetto dell’Ufficio – autonoma e distinta rispetto a quella riferibile agli organi sociali già risultati coinvolti (per la medesima gestione) in indagini per fatti di reato o comunque meritevoli di accertamenti, ed avvia una nuova fase esecutiva, che deve rappresentare – ed essere – un essenziale momento di discontinuità rispetto al passato. Un “buon governo” dell’appalto, quindi, affidato ad Amministratori di nomina prefettizia ed il cui portato economico va a confluire su un apposito fondo, non disponibile ed intangibile ad iniziative esecutive di terzi, quindi insuscettibile di confusione con il patrimonio sociale; nel caso di specie, per emergenza pacifica, proprio il conto corrente aperto dagli Amministratori stessi ed il cui saldo è stato sequestrato. E con la precisazione ulteriore – ancora in aderenza a quanto affermato dai ricorrenti, e contrariamente all’assunto del Tribunale – che la normativa in esame non distingue a seconda del numero di procedimento penale iscritto, ma afferisce ex se all’appalto interessato ed alle condotte illecite ipotizzate con riguardo ad esso; con l’effetto che l’Amministrazione straordinaria disposta con riferimento a reati ipotizzati in ordine a determinati appalti produce, all’evidenza, i propri “effetti” anche nel caso in cui – quanto ai medesimi rapporti contrattuali – emergano altre fattispecie illecite comunque riconducibili all’ampio novero dell’art. 32, comma 1, d. l. n. 90 del 2014. Esattamente come nel caso di specie, che coinvolge i delitti di cui all’art. 2, d. lgs. n. 74 del 2000, e di truffa aggravata, a fondamento della misura cautelare, il secondo dei quali riferibile agli appalti di cui al diverso procedimento n. 15669/2013 che aveva originato la nomina degli Amministratori straordinari.

8. Orbene, tutto ciò premesso, e come ben evidenziato dal Procuratore generale, rileva la Corte che la presente ordinanza – ancorché sollecitata al riguardo – non ha verificato se la somma soggetta a sequestro, pur presente su un c/c aperto dai ricorrenti, costituisse effettivo provento lecito dell’esecuzione dell’appalto, in esito allo “iato” più volte menzionato ed alla nomina degli Amministratori, oppure fosse comunque riconducibile, ed in quale misura, alla precedente esecuzione del negozio, con riguardo alla quale sono state formulate ipotesi di reato a carico degli amministratori. In altri termini, non si scorge motivazione con riguardo alla fonte che ha indotto il Tribunale a qualificare la somma come profitto del reato, invero necessaria nel suo accertamento – anche in fase cautelare, nell’ottica del sequestro in esame – per verificare se il danaro sottoposto a vincolo abbia una diretta derivazione dagli illeciti che si assumono commessi (quindi sequestrabile anche presso l’ente, come da Sez. U. n. 31617 del 26/6/2015, Lucci, Rv. 264437), oppure sia riferibile a quel “buon governo” indotto dal provvedimento prefettizio successivamente agli ipotizzati reati.

Si impone, pertanto, l’annullamento del provvedimento con rinvio, affinché il Tribunale integri la motivazione sul punto, risultando assorbita ogni altra questione dedotta.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia al Tribunale di Monza. Così deciso in Roma, il 26 settembre 2017 […]

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