Appello al Consiglio di Stato inammissibile per mancanza di specificità dei motivi

Appello al Consiglio di Stato inammissibile: Le Sezioni Unite della Cassazione intervengono in tema di applicazione degli artt. 40 e 101 co. 1 del codice del processo amministrativo da parte del Consiglio di Stato.

La pronuncia del Consiglio di Stato di inammissibilità dell’appello per violazione dei doveri di specificità nonché di sinteticità e chiarezza non configura un diniego di giustizia.

 

…Da tali dati normativi [art. 40 e 101 co. 1 c.p.a.] risulta con tutta chiarezza che il Consiglio di Stato si è attenuto alle disposizioni normative del processo amministrativo ritenendo che la mancanza di specificità dei motivi, individuati nella mancata suddivisione dell’atto di appello tra lo svolgimento del processo, attuato con la tecnica del copia ed incolla, e l’esposizione di specifici motivi in ragione della commistione all’interno di questi ultimi fra “argomenti, domande, eccezioni e richieste istruttorie”, costituiva un motivo di inammissibilità in ragione della espressa disposizione dell’art 40 c.p.a. riferibile al ricorso di primo grado che ha ritenuto applicabile in virtu’ di una medesima ratio anche all’atto di appello.

Corretta o meno che sia tale interpretazione estensiva, il Consiglio di stato non ha decampato dai limiti interni della giurisdizione facendo comunque applicazione di una previsione di inammissibilità espressamente stabilita dal codice di procedura amministrativa in relazione alla fattispecie concreta approfonditamente analizzata.

Tanto basterebbe ad escludere che nella fattispecie si sia verificato un caso di denegata giustizia.

Quanto agli ulteriori aspetti della mancanza di sinteticità e chiarezza, questa Corte di cassazione ha già avuto modo di chiarire che queste condizioni sono ora fissate nel nostro ordinamento dall’art. 3, comma 2, del c.p.a., che esprime un principio generale del diritto processuale, destinato ad operare anche nel processo civile la cui mancanza , espone il ricorrente al rischio di una declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione, in quanto rischia di pregiudicare l’intelligibilità delle questioni, rendendo oscura l’esposizione dei fatti di causa e confuse le censure mosse alla sentenza gravata, con ciò ponendosi in contrasto con il principio di ragionevole durata del processo, costituzionalizzato con la modifica dell’articolo 111 Cost., e, per altro verso, con il principio di leale collaborazione tra le parti processuali e tra queste ed il giudice risolvendosi, in definitiva, in un impedimento al pieno e proficuo svolgimento del contraddittorio processuale (cfr. Cass. n. 11199/12, Cass n.21297/16).

Sotto tali profili la pronuncia di inammissibilità del Consiglio di Stato trova ulteriore giustificazione.

E’ appena il caso di rammentare che il principio della sinteticità degli atti processuali è riconosciuto dalla legislazione dell’Unione europea dal momento che l’articolo 58 del Regolamento di procedura della Corte di giustizia dell’Unione europea recita: “Lunghezza degli atti processuali. Salvo guanto disposto da norme specifiche del presente regolamento, la Corte, mediante decisione, può stabilire la lunghezza massima delle memorie o delle osservazioni depositate dinanzi ad essa. Tale decisione è pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea”.

Anche alla luce di tali ultime considerazioni deve escludersi la sussistenza di ogni violazione degli artt. 6 e 13 della Cedu

Ciò comporta che non vi è stato alcun diniego di giustizia frutto di un radicale stravolgimento nella applicazione delle norme di riferimento.

Sul punto è appena il caso di ricordare la costante giurisprudenza di queste Sezioni Unite secondo cui è configurabile l’eccesso di potere giurisdizionale con riferimento alle regole del processo amministrativo solo nel caso di radicale stravolgimento delle norme di rito, tale da implicare un evidente diniego di giustizia e non già nel caso di mero dissenso del ricorrente nell’interpretazione della legge. ( ex plurimis Cass sez un . 24468/13, Cass., sez. un., 14 settembre 2012, n. 15428)…

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[…]

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso il Omissis lamenta il rifiuto di giurisdizione del Consiglio di Stato e denegazione della giustizia a seguito della pronunciata inammissibilità dell’appello per violazione dei doveri di specificità nonché di sinteticità e chiarezza, pur non esistendo alcuna norma che preveda tale sanzione processuale.

Deduce inoltre la violazione degli artt. 6 e 13 della CEDU, i quali sanciscono il diritto ad un ricorso effettivo.

Con il secondo motivo di ricorso eccepisce la violazione o falsa applicazione degli artt. 3, comma 2, 74, 55, comma 7, 40, comma 1 lett. c) e d), 101, comma 1 c.p.a., art. 132 comma 2 e 118, disp. att. c.p.c.; 366, comma 1, c.p.c.; 120, comma 6, c.p.a. ed il pedissequo decreto del Presidente del Consiglio di Stato n. 40 del 25 maggio 2015.

Va in primo luogo rammentato che la sentenza impugnata ha per oggetto due ricorsi riuniti recanti rispettivamente i numeri 2844/15 e 2980/15. Mentre il primo è stato dichiarato inammissibile, il secondo è stato rigettato nel merito. Deve pertanto ritenersi che il ricorso, ancorchè non contenga alcuna specificazione in proposito , censuri esclusivamente la pronuncia della sentenza del Consiglio di Stato riguardante il primo dei due ricorsi amministrativi.

Venendo all’esame dei due motivi proposti, questi, tra loro strettamente connessi, possono essere trattati congiuntamente e si rivelano inammissibili.

La sentenza impugnata ha rilevato (v. pag. 12) che l’articolo 40 e 101, comma 1, del codice del processo amministrativo espressamente prevedono che i motivi del ricorso devono essere specifici e che eventuali motivi proposti in violazione di detto principio sono inammissibili.

Tale motivazione corrisponde al dato normativo dal momento che l’articolo 40 citato, a seguito della riforma operata dal d.lgs n. 160 del 2012, applicabile ratione temporis, prevede quanto segue.

Il ricorso deve contenere distintamente:

a) gli elementi identificativi del ricorrente, del suo difensore e delle parti nei cui confronti il ricorso è proposto;

b) l’indicazione dell’oggetto della domanda, ivi compreso l’atto o il provvedimento eventualmente impugnato, e la data della sua notificazione, comunicazione o comunque della sua conoscenza;

c) l’esposizione sommaria dei fatti;

d) i motivi specifici su cui si fonda il ricorso;

e) l’indicazione dei mezzi di prova;

f) l’indicazione dei provvedimenti chiesti al giudice;

g) la sottoscrizione del ricorrente, se esso sta in giudizio personalmente, oppure del difensore, con indicazione, in questo caso, della procura speciale.

2. I motivi proposti in violazione del comma 1, lettera d), sono inammissibili.

A sua volta l’articolo 101, comma primo, stabilisce che “Il ricorso in appello deve contenere l’indicazione del ricorrente, del difensore, delle parti nei confronti delle quali è proposta l’impugnazione, della sentenza che si impugna, nonchè l’esposizione sommaria dei fatti, le specifiche censure contro i capi della sentenza gravata, le conclusioni, la sottoscrizione del ricorrente se sta in giudizio personalmente oppure del difensore con indicazione, in questo caso, della procura speciale rilasciata anche unitamente a quella per il giudizio di primo grado.”

Da tali dati normativi risulta con tutta chiarezza che il Consiglio di Stato si è attenuto alle disposizioni normative del processo amministrativo ritenendo che la mancanza di specificità dei motivi, individuati nella mancata suddivisione dell’atto di appello tra lo svolgimento del processo, attuato con la tecnica del copia ed incolla, e l’esposizione di specifici motivi in ragione della commistione all’interno di questi ultimi fra “argomenti, domande, eccezioni e richieste istruttorie”, costituiva un motivo di inammissibilità in ragione della espressa disposizione dell’art 40 c.p.a. riferibile al ricorso di primo grado che ha ritenuto applicabile in virtu’ di una medesima ratio anche all’atto di appello.

Corretta o meno che sia tale interpretazione estensiva, il Consiglio di stato non ha decampato dai limiti interni della giurisdizione facendo comunque applicazione di una previsione di inammissibilità espressamente stabilita dal codice di procedura amministrativa in relazione alla fattispecie concreta approfonditamente analizzata.

Tanto basterebbe ad escludere che nella fattispecie si sia verificato un caso di denegata giustizia.

Quanto agli ulteriori aspetti della mancanza di sinteticità e chiarezza, questa Corte di cassazione ha già avuto modo di chiarire che queste condizioni sono ora fissate nel nostro ordinamento dall’art. 3, comma 2, del c.p.a., che esprime un principio generale del diritto processuale, destinato ad operare anche nel processo civile la cui mancanza , espone il ricorrente al rischio di una declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione, in quanto rischia di pregiudicare l’intelligibilità delle questioni, rendendo oscura l’esposizione dei fatti di causa e confuse le censure mosse alla sentenza gravata, con ciò ponendosi in contrasto con il principio di ragionevole durata del processo, costituzionalizzato con la modifica dell’articolo 111 Cost., e, per altro verso, con il principio di leale collaborazione tra le parti processuali e tra queste ed il giudice risolvendosi, in definitiva, in un impedimento al pieno e proficuo svolgimento del contraddittorio processuale (cfr. Cass. n. 11199/12, Cass n.21297/16).

Sotto tali profili la pronuncia di inammissibilità del Consiglio di Stato trova ulteriore giustificazione.

E’ appena il caso di rammentare che il principio della sinteticità degli atti processuali è riconosciuto dalla legislazione dell’Unione europea dal momento che l’articolo 58 del Regolamento di procedura della Corte di giustizia dell’Unione europea recita: “Lunghezza degli atti processuali. Salvo guanto disposto da norme specifiche del presente regolamento, la Corte, mediante decisione, può stabilire la lunghezza massima delle memorie o delle osservazioni depositate dinanzi ad essa. Tale decisione è pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea”.

Anche alla luce di tali ultime considerazioni deve escludersi la sussistenza di ogni violazione degli att. 6 e 13 della Cedu

Ciò comporta che non vi è stato alcun diniego di giustizia frutto di un radicale stravolgimento nella applicazione delle norme di riferimento.

Sul punto è appena il caso di ricordare la costante giurisprudenza di queste Sezioni Unite secondo cui è configurabile l’eccesso di potere giurisdizionale con riferimento alle regole del processo amministrativo solo nel caso di radicale stravolgimento delle norme di rito, tale da implicare un evidente diniego di giustizia e non già nel caso di mero dissenso del ricorrente nell’interpretazione della legge. ( ex plurimis Cass sez un . 24468/13, Cass., sez. un., 14 settembre 2012, n. 15428)

L’ulteriore censura, con cui si prospetta una erronea applicazione dell’art 120 ,comma 6, c.p.a., come modificato dal d.lgs n. 90 el 2014, per non essere tale norma ed il conseguente Decreto del Presidente del Consiglio di Stato n. 40 del 2015 applicabili ratione temporis riguardano l’erronea applicazione delle norme processuali e rientrano quindi nei limiti interni della giurisdizione senza che cio’ possa costituire un diniego di giurisdizione.

In ogni caso, non può non rilevarsi che la sentenza oggetto di ricorso ha dato espressamente atto che la normativa in questione non era applicabile alla fattispecie onde la doglianza sarebbe comunque destituita di fondamento in radice non essendo state le disposizioni in esame poste a base della decisione ma solamente addotte come ulteriori argomenti a sostegno della decisione stessa.

Segue alla soccombenza la condanna del ricorrente alle spese di giudizio liquidate come da dispositivo.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio in favore di ciascuno dei controricorrenti liquidate in favore di ciascuno in euro 3000,00 oltre euro 200,00 per esborsi oltre accessori di legge e spese forfettarie. […]

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