Appello e mera reiterazione dei motivi di primo grado, Consiglio di Stato sentenza n. 5173 22 luglio 2019: ricorso inammissibile

Consiglio di Stato sentenza n. 5173 22 luglio 2019   

Nel processo amministrativo di appello è inammissibile la mera riproposizione dei motivi di primo grado senza che sia sviluppata alcuna confutazione della statuizione del primo giudice, atteso che l’effetto devolutivo dell’appello non esclude l’obbligo dell’appellante di indicare nel relativo atto le specifiche critiche rivolte alla sentenza impugnata e le ragioni per le quali le conclusioni, cui il primo giudice è pervenuto, non sono condivisibili, non potendo l’appello limitarsi ad una generica riproposizione degli argomenti dedotti in primo grado

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Consiglio di Stato sentenza n. 5173 22 luglio 2019

Inammissibile, come comunicato alle parti presenti ai sensi dell’art. 73, comma 3, c.p.a., è anche in secondo motivo di ricorso, perché dedotto per la prima volta in appello.

E’ noto che nel giudizio di appello il thema decidendum è circoscritto dalle censure ritualmente sollevate in primo grado, non potendosi dare ingresso, per la prima volta in sede di appello, a nuove doglianze in violazione del divieto dei nova sancito dagli artt. 104, comma 1, c.p.a. e 345 c.p.c. (Cons. St., sez. VI, 27 novembre 2010, n. 8291), siano dette doglianze in fatto o in diritto (Cons. St., sez. IV, 8 gennaio 2018, n. 76; id. 8 febbraio 2017, n. 549; id., sez. V, 22 marzo 2012, n. 1640).

Si tratta di un divieto imprescindibile perché – di carattere assoluto e di ordine pubblico processuale – promana dalla fondamentale esigenza di assicurare il rispetto del principio del doppio grado di giurisdizione ed impone l’immutabilità della causa petendi introdotta in primo grado.

L’effetto devolutivo dell’appello, oggi consacrato dall’art. 104 c.p.a., dal quale discende il divieto – con le eccezioni ora previste dal c.p.a. – di porre nuove difese rispetto a quelle formulate innanzi al primo giudice, assicura che l’oggetto del giudizio del gravame non risulti più ampio di quello su cui si è pronunciato il giudice della sentenza appellata (Cons. St., sez. IV, 8 gennaio 2018, n. 76; 8 febbraio 2017, n. 549).

 

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