Appropriazione indebita, riciclaggio, reato putativo

riciclaggioCassazione penale, sez. II, n. 7795 del 19 febbraio 2014.

Non integra il delitto di appropriazione indebita in danno di una società per azioni l’erogazione di somme di denaro effettuata dai suoi dirigenti in favore di soggetti terzi, nel rispetto delle regole contabili e di spesa interne, quale corrispettivo di servizi informativi e di sicurezza effettivamente resi e funzionali, direttamente o indirettamente, alla tutela di interessi della società, a nulla rilevando che i predetti servizi siano stati espletati mediante condotte delittuose.

In tema di appropriazione indebita in danno di una società, il dolo specifico consistente nella finalità di procurarsi un ingiusto profitto attraverso condotte dispositive uti dominus del patrimonio sociale è incompatibile con il perseguimento (in via diretta o indiretta, o anche solo putativa) di un interesse societario da parte dell’agente.

Nel giudizio di legittimità il vizio di motivazione non è denunciabile con riferimento alle questioni di diritto decise dal giudice di merito, allorquando la soluzione di esse sia giuridicamente corretta. D’altro canto, l’interesse all’impugnazione potrebbe nascere soltanto dall’errata soluzione delle suddette questioni, non dall’indicazione di ragioni errate a sostegno di una soluzione comunque giuridicamente corretta

In tema di

riciclaggio

, non è necessario che la sussistenza del delitto non colposo presupposto sia stata accertata da una sentenza di condanna passata in giudicato, essendo sufficiente che il fatto costitutivo di tale delitto non sia stato giudizialmente escluso, nella sua materialità, in modo definitivo, e che il giudice procedente per il riciclaggio ne abbia incidentalmente ritenuto la sussistenza; in difetto, venendo meno uno dei presupposti del delitto di riciclaggio, l’imputato deve essere assolto perché il fatto non sussiste.

Integra gli estremi del reato putativo, non punibile ai sensi dell’art. 49, comma 1, c.p., la condotta di chi abbia agito ritenendo, od accettando il rischio, di riciclare somme di denaro provenienti da delitto non colposo, quando quest’ultimo risulti in realtà insussistente.

Non può essere automaticamente esclusa la configurabilità del delitto di riciclaggio per effetto dell’intervenuta sentenza di non luogo a procedere, confermata in sede di legittimità, in ordine al delitto non colposo da cui si assuma provengano le cose riciclate, trattandosi di sentenza non irrevocabile.

 

La sentenza:

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE , SENTENZA 19 febbraio 2014 n. 7795

Ritenuto in fatto

1. L’odierno procedimento costituisce segmento di un più ampio procedimento in relazione al quale (pur relativamente a diverse imputazioni e diversi imputati) vi è già stata una pronunzia della VI sezione di questa Corte Suprema (sentenza 20 settembre 2011, dep. 3 maggio 2012, n. 16362), che così ne riepiloga le fasi iniziali, comuni all’odierno procedimento:

“All’esito di complesse ed articolate indagini concernenti fatti reato sviluppatisi nel tempo per quasi un decennio (dal 1997 al 2006), caratterizzanti quello che è stato comunemente definito il

caso Telecom

, il pubblico ministero presso il Tribunale di Milano ha chiesto il 21.11.2008 il rinvio a giudizio di 34 imputati, nei cui confronti ha elevato a vario titolo complessivi 41 capi di imputazione, il cui fulcro è formato da una accusa di associazione per delinquere diretta alla commissione di plurimi reati di diversa tipologia. In sintesi il p.m. ha elaborato, alla luce delle emergenze investigative, un quadro accusatorio imperniato sull’esistenza di un sodalizio criminoso stretto tra più persone, tra cui in particolare gli investigatori privati C.E. e B.M. , il funzionario del SISMI M.M. e T.G. , responsabile della Funzione Security della società Pirelli e – dopo l’acquisita partecipazione maggioritaria da parte di Pirelli – della società Telecom. Sodalizio finalizzato al compimento di reati di corruzione propria (antecedente e susseguente), intrusione informatica, rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio ed appropriazione indebita. Il nucleo centrale delle accuse è costituito dalla contestazione agli investigatori privati C. e B. ed ai loro rispettivi collaboratori di aver realizzato una sistematica opera di corruzione, su mandato personale del T. e di altri dirigenti i servizi di Security delle società Pirelli e Telecom (in particolare i coimputati I. e Gh. ), di numerosi pubblici ufficiali italiani e stranieri per ottenere informazioni riservate presenti in archivi e banche dati di pubbliche amministrazioni nonché di essersi abusivamente introdotti in sistemi informatici e telematici allo scopo di formare dei dossier di notizie riservate o personali riguardanti oltre 4.000 persone (fra cui esponenti politici, giornalisti, imprenditori, impiegati, aspiranti dipendenti delle società Telecom e Pirelli, persone comunque di possibile interesse, solo asserito, per i vertici societari). Attività illecita protrattasi per anni cui si coniuga la connessa accusa, mossa al T. e ai suoi consociati esterni ex art. 416 c.p., di appropriazione indebita, aggravata dal rapporto di prestazione d’opera, di risorse economiche delle società Pirelli e Telecom, drenate sotto forma di corrispettivo delle operazioni informative e intrusive commissionate dalle due società al C. e al B. e ad altri investigatori. Un’autonoma accusa di riciclaggio è stata mossa al commercialista milanese G.M. , accusato di aver ideato multiformi operazioni negoziali in favore del C. , finalizzate ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa delle somme da quest’ultimo percepite dalle società Telecom e Pirelli a titolo di remunerazione delle illecite operazioni di dossieraggio. Il p.m. ha contestato, infine, alle persone giuridiche Telecom e Pirelli l’illecito amministrativo di cui al D. Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, art. 25, commi 2 e 4, in rapporto alle molteplici corruzioni commissionate dal proprio dipendente T. nel periodo in cui ha ricoperto un ruolo apicale in ciascuna delle due società come responsabile della funzione Security (capi 38 e 39 della rubrica per Telecom Italia SpA; capi 40 e 41 della rubrica per Pirelli & C. SpA)”.

1.1. Il commercialista G.M. era stato rinviato a giudizio per rispondere:

– (capo 10) del delitto di cui agli artt. 81 cpv. – 648-bis, commi 1 e 2, c.p., perché, con più atti esecutivi del medesimo disegno criminoso, in tempi diversi, nell’esercizio dell’attività di dottore commercialista, prestando la propria consulenza professionale, ricoprendo anche cariche in organi sociali secondo le necessità di complesse operazioni negoziali, e comunque collaborando con C. [investigatore privato gestore della Polis d’Istinto s.r.I. e delle società inglesi W.C.S. Ltd. e S.R.A. Ltd.], e con società specializzate, nella costruzione di società di comodo estere non operative – la cui unica finalità è quella di schermare il beneficiario reale e di legittimare apparentemente il trasferimento di fondi mediante l’emissione di fattura – per trasferire gli importi, oggetto dell’appropriazione indebita e prezzo della corruzione aggravata descritta nei capi che precedono e che seguono, da conti inglesi a conti svizzeri e monegaschi fino alla destinazione su conti lussemburghesi, nonché curando il rientro dall’estero, tramite una complessa operazione finanziaria, di circa due milioni di Euro prelevati dalla Svizzera, trasferiti nel Regno Unito e bonificati quindi in Italia per consentire, tramite interposizioni, l’acquisto di una villa in Italia, utilizzata dal C. (sita in (OMISSIS) , di proprietà dell’IMMOBILIARE LABIRINTO s.r.l.), compiva operazioni idonee ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa delle somme illecitamente sottratte alle società del GRUPPO PIRELLI e TELECOM. Reati commessi in (OMISSIS) .

In particolare, secondo la contestazione, le operazioni compiute dall’odierno ricorrente miravano ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa delle somme illecitamente sottratte alle società del GRUPPO PIRELLI e TELECOM, costituenti oggetto di appropriazione indebita (capo 9) o prezzo della corruzione di pubblici ufficiali [capi 2), 11), 17)].

Sub 9) era stato contestato al C. [in concorso con T. (responsabile della Funzione Security della società Pirelli e – dopo l’acquisita partecipazione maggioritaria da parte di Pirelli – della società Telecom) e con I. (altro dirigente i servizi di Security delle società Pirelli e Telecom)] il delitto di cui agli artt. 81 cpv., 110 e 646 c.p., art. 61 c.p., nn. 7 – 11, art. 61 c.p., n. 2, per avere posto in essere il “drenaggio” di risorse economiche dei gruppi PIRELLI e TELECOM committenti degli incarichi delittuosi svolti dall’associazione criminosa oggetto di contestazione sub 1), con appropriazione indebita della complessiva somma di Euro 20,9 milioni pagati su estero alla WCS Ltd. ed alla RSA Ltd. come “corrispettivo di operazioni di investigazione simulatamente compiute dalle precitate società di diritto inglese”. Reati commessi in Milano dal novembre 1997 al dicembre 2004.

Sub 1), era stato contestato a più soggetti separatamente giudicati, alcuni in qualità di organizzatori e promotori, il delitto di cui all’art. 416, commi 1 e 2, c.p., associazione per delinquere per la commissione di una pluralità di delitti di: a) corruzione propria (per indagini clandestine ed illecite); b) utilizzazione a fini patrimoniali di segreti di ufficio (banche dati di Ministeri e servizi italiani e stranieri); c) utilizzazione di dati relativi a traffico storico di utenze TIM con applicativo Radar; d) acquisizione illecita di notizie sulla sicurezza dello Stato (in violazione dell’art. 262 c.p.); e) accessi ed intrusioni illeciti in sistemi informatici (art. 615-ter c.p.) ed intercettazione illecita di flussi telematici (art. 617-quater c.p.); f) appropriazione indebita in danno del gruppo TELECOM – PIRELLI, principale committente di C. , e degli investigatori privati S. e B. (quest’ultimo gestore della G.S.S. s.r.l. e – con il coimputato S. – della statunitense G.S.S. Inc.) in violazione dell’art. 646 c.p., aggravata ex art. 61, comma 1, n. 11, c.p.; g) illecito trattamento di dati personali in violazione del D. Lgs. n. 196 del 2003, artt. 23, 26, 27, 123 e 167. Reati commessi in Milano ed altrove con condotta permanente dal 2000 fino al 20.9.2006.

Sub 2) era stato contestato al C. ed a SE.GI. (ex ufficiale della G.d.F., collaboratore dell’Agenzia Investigativa Minerva), in concorso con T. , I. e R. , il delitto di cui agli artt. 81 cpv., 319 e 321 c.p., aggravato ex art. 61 c.p., n. 2, ovvero la stabile retribuzione corruttiva di ufficiali ed agenti di p.g. per lo svolgimento di indagini abusive (intrusioni informatiche, pedinamenti, acquisizioni di documenti), avvalendosi dei loro poteri istituzionali, al fine conseguire il profitto del reato di cui al capo 9) (art. 646 c.p.). Reati commessi in Milano ed altrove dal 2000 al settembre 2004.

Sub 11) era stato contestato al C. , in concorso con T. , il delitto di cui agli artt. 81 cpv., 110 c.p., 322-bis, comma 2, n. 1 (in riferimento al comma 1, n. 5) c.p., ovvero l’intervenuta retribuzione corruttiva di GU.FU. , funzionario del servizio di sicurezza e pratiche varie, anche di personale interesse del presidente pro tempore di Pirelli – Telecom, TR.PR. . Reati commessi in (OMISSIS) fino al XXXX.

Sub 17) era stato contestato al C. e ad I. il delitto di cui agli artt. 319 e 321 c.p., aggravato ex art. 61, comma 1, n. 2 c.p., ovvero l’intervenuta retribuzione corruttiva del M. limitatamente ad una serie di pratiche dettagliatamente indicate sub 16). Reati commessi in (OMISSIS) .

2. All’esito, il g.u.p. del Tribunale di Milano aveva adottato quattro provvedimenti decisori:

a) sentenza applicativa di pene concordate con il p.m. nei confronti di sedici imputati e delle società Telecom e Pirelli;

b) sentenza di non luogo a procedere ex art. 425 c.p.p. nei confronti di dodici imputati in relazione a taluni reati e/o parti di reato loro ascritti, con varie formule liberatorie (insussistenza dei fatti o non commissione degli stessi; improcedibilità ex art. 202, comma 3, c.p.p.; intervenuta prescrizione delle condotte attuate fino al 28.11.2002);

c) decreto dispositivo del giudizio davanti alla Corte di Assise di Milano (competente in relazione al reato di cui all’art. 262, comma 1, c.p., contestato ai capi 19, 21 e 37 della rubrica) nei confronti di dodici imputati, non già giudicati a norma degli artt. 442 e 444 c.p.p., fatta eccezione per CA.MI. , accusato di un solo reato di corruzione continuata, dichiarato improcedibile per prescrizione con la sentenza citata al punto b) di questo riepilogo.

d) per quello che in relazione all’odierno ricorso più immediatamente rileva, sentenza emessa in data 28 maggio 2010, all’esito del giudizio abbreviato, di assoluzione dell’odierno ricorrente G. per insussistenza dei fatti di riciclaggio ascrittigli.

2.1. In particolare, secondo quanto riepilogativamente riportato nel p.4.2. della sentenza n. 16362 del 2012 della VI sezione di questa Corte Suprema.

“Con la sentenza emessa ai sensi dell’art. 425 c.p.p., il g.u.p. del Tribunale ambrosiano ha dichiarato il non luogo a procedere per insussistenza del fatto in ordine al delitto di appropriazione indebita contestato con il capo 9) della rubrica, ascritto a C. (in concorso con T. e I. ), e con il capo 22 della rubrica, ascritto a B. (in concorso con T. , I. , S. e G. ). Insussistenza basata sulla deduzione, coonestata dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui non commette appropriazione indebita il dirigente di una società che utilizzi le risorse finanziarie sociali per scopi che, sebbene in tutto o in parte illeciti, perseguano comunque in modo diretto o indiretto interessi della società o dei suoi vertici amministrativi e dirigenziali. Nella vicenda per cui è processo il g.u.p. ha rilevato che numerose operazioni illecite di dossieraggio o acquisizioni commissionate al C. e al B. , su indicazione di T. o di suoi collaboratori (I. e G. ) e pagate da Pirelli e da Telecom, sono state eseguite per scopi collegabili, direttamente o indirettamente, all’interesse delle due società o in ogni caso dell’amministratore p.t. di entrambe, il presidente T.P. . Di conseguenza il g.u.p. ha dichiarato il non luogo a procedere anche per il reato di associazione per delinquere limitatamente al riferimento presente in imputazione al compimento di fatti di appropriazione indebita di cui al capo 1, sub f). Il g.u.p. ha dichiarato, poi, il non luogo a procedere nei confronti dell’imputato M. . Improcedibilità con la formula della non commissione del fatto per il reato associativo sub 1) e con formule diverse relative ai reati di rivelazione di segreti ex art. 326 c.p. (capo 15) e di corruzione (capo 16) correlate ai 33 casi di pratiche o dossier formati con il contributo informativo del M. : insussistenza del fatto per tre pratiche cui risulta estraneo un qualsiasi contributo dell’imputato; improcedibilità per l’esistenza di segreto di Stato per dieci pratiche non supportate da dati diversi da quelli desumibili dalle notizie secretate dal Capo del Governo; prescrizione ovvero non commissione del fatto per venti pratiche per le quali è possibile rinvenire in atti fonti integrative di prova non coperte da segreto, che però presentano profili di equivocità valutativa non forieri di esiti dibattimentali favorevoli alla pubblica accusa. Il g.u.p. ha, infine, dichiarato improcedibili perché estinti per intervenuta prescrizione tutti gli altri reati di rivelazione di segreti di ufficio e di corruzione contestati agli imputati limitatamente alle condotte poste in essere fino al 28.11.2002. In simmetria con le conclusioni valutative della sentenza il g.u.p. ha disposto il rinvio a giudizio degli attuali e di altri imputati, ad eccezione del M. (uscito dal processo), escludendo il riferimento del reato associativo a fatti di appropriazione indebita e per le imputazioni concernenti i reati fine con riguardo alle condotte successive al 28.11.2002. Analoghe conclusioni ha adottato il g.u.p. (in applicazione, in parte qua, dell’art. 129 c.p.p.) per la sentenza di applicazione della pena pronunciata nei confronti di più imputati”.

3. La citata sentenza n. 16362 del 2012 della VI Sezione di questa Corte Suprema ha rigettato i ricorsi del Procuratore Generale e del Procuratore della Repubblica di Milano, nonché quelli delle parti civili, contro la sentenza di proscioglimento emessa dal GUP meneghino all’esito dell’udienza preliminare.

4. In accoglimento dell’appello del P.M. e della parte civile TELECOM ITALIA s.p.a., la Corte di appello di Milano, con la sentenza indicata in epigrafe, ha dichiarato l’odierno imputato colpevole del reato ascrittogli, condannandolo – operata la riduzione di rito – alla pena ritenuta di giustizia, con le statuizioni accessorie, anche in favore della parte civile.

5. Avverso tale sentenza l’imputato (con l’ausilio degli avv. F. CECCONI e L. FENIZIA, entrambi iscritti nell’apposito albo speciale, il primo già all’atto della redazione dell’odierno ricorso, il secondo solo in data successiva, come dallo stesso comunicato in udienza) ha proposto ricorso per cassazione, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173, comma 1, disp. att. c.p.p.:

I – inosservanza e/o erronea applicazione degli artt. 646 e 648-bis c.p. e degli artt. 425, 648, 649, 650 c.p.p..

Il ricorrente lamenta che in più punti l’impugnata decisione sembra ritenere “accidentale e superflua” l’identificazione del reato costituente presupposto del contestato riciclaggio (quasi fosse sufficiente ritenere la generica provenienza delittuosa della res che si assuma riciclata), e comunque che “stenti” ad individuarlo, solo in fine facendo in proposito riferimento alla appropriazione indebita del denaro versato nelle casse delle società inglesi WCS ed SRA, trascurando, peraltro, di considerare la conclusiva statuizione della Suprema Corte di cassazione, che ne aveva confermato l’insussistenza già ritenuta dal G.U.P. all’esito dell’udienza preliminare, valutando il medesimo compendio probatorio.

Lamenta, inoltre, che ingiustificatamente non siano state considerate le deduzioni di cui alla propria memoria difensiva del 12 ottobre 2012 (allegata al ricorso), con le quali era stata argomentata l’impossibilità di addivenire a conclusioni in contrasto con la sentenza intervenuta all’esito dell’udienza preliminare ai sensi dell’art. 425 c.p.p., non essendo stata ipotizzata la possibilità di una sua revoca, e dovendo essa, sulla scia di una condivisa giurisprudenza di merito, essere ritenuta dotata di efficacia preclusiva rebus sic stantibus, e risolvendosi, pertanto, “nel divieto per il giudice di riesaminare la regiudicanda sulla base del medesimo compendio probatorio già delibato”, ed era stato richiamato l’art. 627, comma 3, c.p.p., ritenuto espressivo di un principio di ordine generale, valevole non soltanto per il giudice del caso specifico, ma anche per il giudice chiamato ad un apprezzamento incidentale in relazione al medesimo caso specifico, a sua volta tenuto ad “attenersi alla questione di diritto risolta e decisa dalla Corte Suprema”.

Il giudizio formulato dalla sentenza n. 16362 del 2012 atteneva anche all’impossibilità di qualificare giuridicamente i fatti accertati come appropriazione indebita, laddove la Corte territoriale, nella sentenza impugnata, avrebbe “opinato nomofilatticamente in modo del tutto antitetico, rispetto al principio di diritto legittimamente enunciato da codesta Suprema Corte, così svilendone (…) la portata e l’autorevolezza”; la sentenza impugnata avrebbe, inoltre, riportato in maniera incompleta le argomentazioni poste a fondamento della decisione, omettendo “maliziosamente” (f. 9 del ricorso) di riportare passi asseritamente decisivi quanto alla ritenuta insussistenza dell’appropriazione indebita.

D’altro canto, alla citata sentenza n. 16362 del 2012, pur emessa ai sensi dell’art. 425 c.p.p. e quindi di per sé inidonea al giudicato formale, ai sensi dell’art. 648 c.p.p., andrebbe comunque riconosciuta la propensione “a produrre gli effetti propri della cosa giudicata, nella sua accezione materiale e sostanziale, e ciò a prescindere dalla effettiva riconducibilità della medesima al novero delle pronunzie di merito”. Il ricorrente osserva, in proposito, che mai è stata ipotizzata, nel merito, l’evenienza della revoca della sentenza di proscioglimento per il delitto di appropriazione indebita, e che tale evenienza risulta comunque ormai impossibile, essendo maturato il termine di prescrizione ben prima della sentenza in questa sede impugnata: alla sentenza del G.U.P. di proscioglimento degli imputati dalla appropriazione indebita de qua dovrebbe, quindi, essere riconosciuta efficacia di giudicato sostanziale.

Cita a sostegno del proprio assunto Cass. Pen., Sez. VI, sentenza n. 459 dell’8 novembre 1996, dep. 24 gennaio 1997, CED Cass. n. 207728.

Osserva, infine, che il riconoscimento dell’efficacia di giudicato sostanziale alla sentenza di proscioglimento resa dal G.U.P. ex art. 425 c.p.p. comporterebbe l’efficacia erga omnes della sentenza quanto all’affermata insussistenza del fatto-reato oggetto del giudizio, concludendo che “l’irrevocabile insussistenza del fatto-reato di appropriazione indebita, quale nella specie onnicomprensivamente contestato e giudicato (e cioè anche negli episodi recuperati dalla Corte territoriale con la sentenza qui impugnata), esclude che esso possa fungere da ritenuto (…) presupposto del delitto di riciclaggio, oggetto del presente processo. In altri termini, il denaro proveniente da Pirelli – Telecom e corrisposto alle società WCS e SRA non era di provenienza illecita per un fatto delittuoso contro l’altrui patrimonio”;

II – inosservanza e/o erronea applicazione degli artt. 646 e 648-bis c.p. nonché III – mancanza, contraddittorietà, manifesta illogicità della motivazione con riferimento alle doglianze costituenti oggetto del II motivo.

Il ricorrente premette, sulla base di ampi riferimenti giurisprudenziali, che, nella struttura del riciclaggio, il reato presupposto costituisce elemento fondamentale. Ciò premesso, lamenta che la Corte di appello, dopo avere escluso quale reato presupposto il “prezzo della corruzione”, non parlando “minimamente di una provenienza illegittima, in quanto derivante dalle modalità di acquisizione di talune di quelle informative, e cioè, in sintesi, dalla illegittimità delle intrusioni informatiche e soprattutto dalle operazioni di corruzione di pubblici funzionari. Su quest’aspetto, infatti, nulla è detto nella sentenza impugnata, benché il capo di imputazione faccia riferimento anche al prezzo del reato di corruzione quale eventuale altro reato presupposto (con un termine, quello di prezzo cioè, usato però in modo assolutamente improprio, come messo in evidenza nelle varie memorie di questa difesa e come stigmatizzato nella stessa sentenza impugnata). Su tale aspetto, quindi, l’appello del P.M., che anche a tal tipo di reato presupposto aveva fatto riferimento, non è stato minimamente condiviso” ed altri reati fiscali (ai quali la sentenza impugnata – f. 10 nota 24 – ha espressamente affermato di non intendere fare riferimento, come in realtà inevitabile atteso che gli stessi esulavano dalla contestazione), avrebbe individuato “la delittuosità presupposta in alcuni, sparuti, episodi di pagamento, rispetto ai quali vi sarebbe stato, a suo dire, un fenomeno appropriativo, anche se poi contraddittoriamente il G. è stato condannato per l’intero ammontare dei pagamenti di cui al capo 9) dell’imputazione, come se C. avesse compiuto appropriazioni indebite per tutte le operazioni da lui effettuate per conto di Pirelli – Telecom, il che, pure, pacificamente, non è stato nella stessa prospettazione accusatoria, al di là dell’invece onnicomprensiva contestazione. Orbene, gli sparuti episodi enucleati e recuperati in maniera assolutamente sommaria e neanche commentati dalla Corte territoriale erano stati, invece, ampiamente ed analiticamente valutati dal Giudice di primo grado, sia nella sentenza di assoluzione del Dott. G. sia, anche e soprattutto, nella sentenza di non luogo a procedere nei confronti degli ex coimputati C. ed altri”.

Trattasi di episodi la cui rilevanza penale e la cui idoneità ad integrare gli estremi della inizialmente ipotizzata appropriazione indebita sono state sconfessate dalla fin qui più volte citata sentenza n. 16363 del 2012 della VI sezione di questa Corte Suprema.

Inoltre, premessa la condivisione dell’orientamento espresso dalla Corte Suprema di cassazione con la sentenza CUSANI (non condivisa dalla sentenza della Corte di appello, che erroneamente mostra di ritenerla isolata, poiché in realtà essa si inserisce in un orientamento ribadito da Cass. 10041 del 1998 e da una giurisprudenza di merito), il ricorrente passa a riepilogare i tratti salienti delle operazioni cui la sentenza impugnata attribuisce rilievo, per concludere che nessuna di esse era idonea ad integrare gli estremi del contestato reato di cui all’art. 646 c.p., e quindi a fungere da reato presupposto del riciclaggio contestato all’odierno imputato, evidenziando, inoltre, la contraddizione insita nel fatto che, pur avendo la Corte di appello ammesso che talora (f. 16) alle società WCS e SRA fossero state fatturate informazioni in relazione alle quali la distrazione appropriativa non appariva configurabile, dovendosi al contrario raffigurarsi un immediato e concreto interesse di PIRELLI e TELECOM, cionondimeno l’imputato era stato contraddittoriamente riconosciuto colpevole per l’intero ammontare corrisposto alle predette società inglesi, con ciò comprendendo anche tutte quelle operazioni per le quali la stessa Corte di appello aveva escluso la distrazione appropriativa;

IV – inosservanza e/o erronea applicazione degli artt. 43 e 648-bis c.p. nonché V – mancanza, contraddittorietà, manifesta illogicità della motivazione con riferimento alle doglianze costituenti oggetto del IV motivo.

Il ricorrente premette che la sentenza impugnata mostra a più riprese di individuare nel c.d. dolo eventuale l’elemento psicologico del reato ascrittogli; evidenzia, in fatto, che la propria responsabilità è stata conclusivamente ritenuta in relazione ai proventi di 8 sole operazioni sulle circa 4.000 svoltesi nel periodo passato al vaglio degli inquirenti, il che di per sé evidenzierebbe, al contrario, l’impossibilità di configurare una qualsiasi forma di dolo; d’altro canto, le circostanze indicate dalla Corte di appello a sostegno del proprio assunto sono, a parere del ricorrente, prive di riscontro documentale (f. 29 e 30 del ricorso); ed è rimasto privo di adeguata motivazione anche il convincimento espresso dalla Corte di appello in ordine alla non attendibilità delle dichiarazioni liberatorie rese dal C. nei confronti del G. .

Quanto al profilo più strettamente giuridico della (non contestata) compatibilità tra dolo eventuale e riciclaggio, il ricorrente, richiamato un recente arresto delle Sezioni unite di questa Corte Suprema, osserva che “l’accettazione del rischio deve riguardare non solo l’evento tipico costituito dall’ostacolo alla c.d. tracciabilità del denaro oggetto del reato, ma anche la provenienza delittuosa del denaro medesimo”, ed il necessario dolo eventuale “non può essere apoditticamente dedotto dalla sola verificazione dell’evento”, non potendo ritenersi che dalla mera constatazione di una difficoltà nella tracciabilità del denaro sia possibile “anche automaticamente desumere l’accettazione di qualsivoglia rischio in merito alla sua provenienza”: ciò in quanto la struttura del dolo eventuale va necessariamente distinta da quella della colpa cosciente, inidonea ad integrare l’elemento soggettivo del riciclaggio.

Aggiunge, in fatto, che proprio dalle considerazioni espresse dalla Corte di appello a f. 15-17 (quanto all’individuazione di fatti appropriativi a cagione di un preteso interesse personale esclusivo del vertice apicale di Telecom – Pirelli) emerge la necessità (al contrario elusa) di indicare gli elementi in base ai quali ritenere che il presunto riciclatore G. avesse avuto “una rappresentazione che l’informativa o il servizio reso, volta a volta fornita da C. , rispondesse solo ad un interesse personale del vertice apicale Telecom – Pirelli”; ed infatti nessuna motivazione è stata opposta alle considerazioni di cui alla memoria (allegata al ricorso) depositata in data 12 ottobre 2012, attraverso le quali si mirava a dimostrare che, “se era praticamente impossibile, per lo stesso C. , riconoscere e valutare come esistente un interesse personale esclusivo altrui (rispetto all’interpretazione fornita, con la richiesta stessa, dai settori interni della società richiedente) a maggior ragione era impossibile che egli potesse riversare a G. ogni sua inesistente cognizione a riguardo. E inesistente doveva essere ogni possibilità di concreta rappresentazione da parte di C. dell’interesse personale esclusivo altrui, se è vero, come è vero, che non la generale attività di C. è stata ritenuta dalla Corte territoriale stessa integratrice del fenomeno appropriativo, ma solo talune sporadiche operazioni, rispetto alla cui conoscenza specifica la stessa Corte territoriale non è stata in grado di provare alcunché”. In presenza di siffatta situazione, vagliata nel senso dell’esclusione della rilevanza penale delle condotte de quibus “da un Magistrato della Repubblica in due separate sentenze”, il G. non avrebbe potuto rendersi conto della provenienza illecita ed appropriativa delle somme in oggetto, né accettarne il rischio.

E non potrebbe individuarsi il reato presupposto del contestato riciclaggio in un reato fiscale, come la Corte di appello sembrerebbe voler fare, nella parte della sentenza impugnata che “attribuisce valenza al fatto che WCS e SRA avrebbero costituito meri schermi (riciclatori) di una evasione fiscale”, tenuto anzitutto conto che siffatto profilo esulava dalla contestazione in ordine alla quale l’imputato era stato tratto a giudizio, e comunque, in fatto, che la costituzione delle predette società era da ritenersi del tutto lecita; peraltro, pur volendo argomentare in senso contrario, avendo l’imputato contribuito a costituirle, egli potrebbe al più essere ritenuto concorrente nel reato fiscale presupposto, non certo responsabile del conseguente riciclaggio;

VI – inosservanza e/o erronea applicazione dell’art. 648-bis c.p. nonché VII – mancanza, contraddittorietà, manifesta illogicità della motivazione con riferimento alle doglianze costituenti oggetto del VI motivo.

Omettendo ancora una volta di motivare in ordine alle prospettazioni oggetto della memoria depositata in data 12 ottobre 2012 (ed allegata al ricorso), la Corte di appello non avrebbe tenuto conto del fatto che ogni ulteriore attività che si pretendesse essere “riciclatoria”, in quanto attinente alla ulteriore movimentazione del denaro proveniente da Telecom – Pirelli, dopo il suo afflusso nelle casse delle società inglesi, non era stata attuata anche con la collaborazione specifica e consapevole dell’imputato, essendo dipesa dalla volontà esclusiva del C. , unico responsabile in concreto della sua effettuazione;

VIII – inosservanza e/o erronea applicazione degli artt. 110 e 648-bis c.p..

Secondo la prospettazione della pubblica accusa, le attività di investigazione poste in essere dal C. travalicavano l’oggetto sociale e societario di Telecom – Pirelli, ed “è con la costituzione di WCS, poi seguita a breve dall’analoga SRA, che tutte le informative sono apparse sovente fuori dell’oggetto sociale, donde la contestazione appropriativa”: ciò premesso, essendosi ipotizzato che il G. aveva collaborato con C.E. , beneficiario economico, reale ed effettivo, delle predette società, alla costituzione delle stesse, ne conseguiva che il G. poteva essere imputato unicamente di concorso nelle appropriazioni indebite ascritte al C. . Anche su tale profilo la sentenza impugnata, trascurando le deduzioni difensive, è rimasta sostanzialmente silente, dedicandovi un mero cenno, ovvero “rifugiandosi in una soluzione basata sulla asserita inefficacia di un concorso morale, derivante dall’aiuto del “lavaggio” prestato dopo ma promesso prima” già sconfessata dalla Corte Suprema nell’ambito del subprocedimento cautelare.

5.1. Il ricorrente ha conclusivamente chiesto, nell’ordine:

– l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non sussiste, “ritenuta, se del caso, corretta la soluzione adottata con la precedente sentenza Cass. 20.09.2011, n. 16362, sull’insussistenza del reato presupposto di appropriazione indebita, come di ogni altro illecito penale che tale funzione avesse avuto”;

– l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata per inammissibilità di un secondo giudizio sul medesimo reato presupposto, “ritenuta, comunque, non superabile la preclusione derivante dall’esecutività erga riconoscibile alla sentenza del Gup di non luogo a procedere sul delitto presupposto di appropriazione indebita, confermata con la sentenza di codesta Suprema Corte, 20.09.2011, n. 16362”;

– l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato, “ritenuta l’insussistenza dell’elemento psicologico del reato di riciclaggio”;

– l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non sussiste o per non averlo commesso, “ritenuta la mancanza di addebitabilità di qualsivoglia attività riciclatoria in capo all’imputato G. ”;

– l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata per essere il reato estinto per prescrizione, “ritenuta la configurabilità di un concorso materiale dell’imputato G. nel delitto presupposto di appropriazione indebita”;

– l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Milano, “ritenuta la mancanza, illogicità, contraddittorietà della motivazione sulla sussistenza del delitto presupposto, sulla sussistenza del fatto riciclatorio e/o sul relativo elemento psicologico”.

5.1.1. Ha allegato al ricorso le sentenze di primo e secondo grado emesse nei propri confronti, la sentenza di proscioglimento emessa dal GUP all’esito dell’udienza preliminare nei confronti di alcuni coimputati e la successiva sentenza della VI sezione di questa Corte Suprema n. 16362 del 2012, nonché un estratto delle dichiarazioni spontanee rese all’udienza 28 maggio 2012 e la memoria difensiva depositata il 12 ottobre 2012.

5.2. In data 28 ottobre 2013, il ricorrente ed i suoi difensori hanno depositato un atto contenente “motivi nuovi di ricorso”, che in realtà reitera ed amplia le argomentazioni già poste a sostegno dei motivi n. 1 e n.3, 4, 5 del ricorso principale.

5.3. In data 13 novembre 2013 la parte civile Telecom Italia s.p.a. ha depositato una memoria di replica contenente argomentazioni a sostegno della ritenuta infondatezza del ricorso dell’imputato.

6. All’odierna udienza pubblica, le parti presenti hanno concluso come da epigrafe, e questa Corte Suprema ha deciso come da dispositivo in atti, pubblicato mediante lettura in udienza.

Considerato in diritto

L’imputato va assolto perché il fatto non sussiste: la sentenza impugnata va, conseguentemente annullata senza rinvio.

1. Deve premettersi, con riferimento al III, al V ed al VII motivo, che non è denunciabile il vizio di motivazione con riferimento a questioni di diritto.

1.1. Invero, come più volte chiarito dalla giurisprudenza di questa Corte Suprema (Sez. II, sentenze n. 3706 del 21. – 27 gennaio 2009, CED Cass. n. 242634, e n. 19696 del 20 – 25 maggio 2010, CED Cass. n. 247123), anche sotto la vigenza dell’abrogato codice di rito (Sez. IV, sentenza n. 6243 del 7 marzo – 24 maggio 1988, CED Cass. n. 178442), il vizio di motivazione denunciabile nel giudizio di legittimità è solo quello attinente alle questioni di fatto e non anche di diritto, giacché ove queste ultime, anche se in maniera immotivata o contraddittoriamente od illogicamente motivata, siano comunque esattamente risolte, non può sussistere ragione alcuna di doglianza, mentre, viceversa, ove tale soluzione non sia giuridicamente corretta, poco importa se e quali argomenti la sorreggano.

E, d’altro canto, l’interesse all’impugnazione potrebbe nascere solo dall’errata soluzione di una questione giuridica, non dall’eventuale erroneità degli argomenti posti a fondamento giustificativo della soluzione comunque corretta di una siffatta questione (Sez. IV, sentenza n. 4173 del 22 febbraio – 13 aprile 1994, CED Cass. n. 197993).

Va, in proposito, ribadito il seguente principio di diritto:

“nel giudizio di legittimità il vizio di motivazione non è denunciabile con riferimento alle questioni di diritto decise dal giudice di merito, allorquando la soluzione di esse sia giuridicamente corretta. D’altro canto, l’interesse all’impugnazione potrebbe nascere soltanto dall’errata soluzione delle suddette questioni, non dall’indicazione di ragioni errate a sostegno di una soluzione comunque giuridicamente corretta”.

1.2. Ne consegue che, nel giudizio di legittimità, il vizio di motivazione non è denunciabile con riferimento alle questioni di diritto decise dal giudice di merito.

2. Deve, inoltre, ritenersi illegittima la sentenza d’appello che, in riforma di quella assolutoria, affermi la responsabilità dell’imputato sulla base di una interpretazione alternativa, ma non maggiormente persuasiva, del medesimo compendio probatorio utilizzato nel primo grado di giudizio (Sez. II, sentenza n. 27018 del 27 marzo 2012, Urciuoli, CED Cass. n. 253407; Sez. VI, sentenza n. 20656 del 22 novembre 2011, dep. 28 maggio 2012, De Gennaro ed altro, n.m. sul punto).

2.1. Secondo il condivisibile insegnamento di questa Corte Suprema, la radicale riforma, in appello, di una sentenza di assoluzione non può, infatti, essere basata su valutazioni semplicemente diverse dello stesso compendio probatorio, qualificate da pari o persino minore razionalità e plausibilità rispetto a quelle sviluppate dalla sentenza di primo grado, ma deve fondare su elementi dotati di effettiva e scardinante efficacia persuasiva, in grado di vanificare ogni ragionevole dubbio immanente nella delineatasi situazione conflitto valutativo delle prove: ciò in quanto il giudizio di condanna presuppone la certezza processuale della colpevolezza, mentre l’assoluzione non presuppone la certezza dell’innocenza, bensì la semplice non certezza – e, dunque, anche il dubbio ragionevole – della colpevolezza.

In particolare, il principio secondo il quale la sentenza di condanna deve essere pronunciata soltanto “se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio”, formalmente introdotto nell’art. 533, comma 1, c.p.p. dalla L. n. 46 del 2006, “presuppone comunque che, in mancanza di elementi sopravvenuti, l’eventuale rivisitazione in senso peggiorativo compiuta in appello sullo stesso materiale probatorio già acquisito in primo grado e ivi ritenuto inidoneo a giustificare una pronuncia di colpevolezza, sia sorretta da argomenti dirimenti e tali da evidenziare oggettive carenze o insufficienze della decisione assolutoria, che deve, quindi, rivelarsi, a fronte di quella riformatrice, non più sostenibile, neppure nel senso di lasciare in piedi residui ragionevoli dubbi sull’affermazione di colpevolezza” (Sez. VI, sentenza n. 40159 del 3 novembre 2011, Galante, CED Cass. n. 251066; Sez. VI, sentenza n. 4996 del 26 ottobre 2011, dep. 9 febbraio 2012, Abbate ed altro, CED Cass. n. 251782; Sez. II, sentenza n. n. 27018 del 27 marzo 2012, Urciuoli, CED Cass. n. 253407).

Ai fini della riforma in appello di una assoluzione deliberata in primo grado non può ritenersi sufficiente la possibilità di addivenire ad una ricostruzione dei fatti connotata da uguale plausibilità rispetto a quella operata dal primo giudice, occorrendo, invece, che la ricostruzione in ipotesi destinata a legittimare – in riforma della precedente assoluzione – la sentenza di condanna sia dotata di “una forza persuasiva superiore, tale da far cadere ogni ragionevole dubbio, in qualche modo intrinseco alla stessa situazione di contrasto. La condanna, invero, presuppone la certezza della colpevolezza, mentre l’assoluzione non presuppone la certezza dell’innocenza ma la mera non certezza della colpevolezza”.

Deve, pertanto, ritenersi illegittima la sentenza d’appello che, in riforma di quella assolutoria, affermi la responsabilità dell’imputato unicamente sulla base di una interpretazione alternativa, ma non maggiormente persuasiva, del medesimo compendio probatorio utilizzato nel primo grado di giudizio.

IL REATO PRESUPPOSTO NELLA STRUTTURA DEL RICICLAGGIO.

3. Il delitto di riciclaggio è configurabile ove ricorrano due presupposti essenziali, ovvero:

– dopo che fu commesso un altro delitto non colposo (presupposto positivo);

– quando l’agente non sia concorso nel delitto non colposo anteriore (presupposto negativo).

3.1. Per quanto riguarda il primo presupposto, non può, dunque, esservi “riciclaggio” senza che il fatto si ricolleghi ad un delitto non colposo anteriormente commesso.

3.1.1. La giurisprudenza più recente si è interrogata in ordine al grado di specificità con il quale deve essere individuato il delitto presupposto.

È, in proposito, senz’altro dominante l’orientamento (formatosi in relazione al delitto di ricettazione, che peraltro presenta in parte qua struttura analoga al riciclaggio) per il quale il delitto presupposto dalla ricettazione [e dal riciclaggio] non deve essere necessariamente accertato in ogni suo estremo fattuale, poiché la provenienza delittuosa del bene posseduto può ben desumersi dalla natura e dalle caratteristiche del bene stesso (Sez. I, sentenza n. 29486 del 26 giugno 2013, CED Cass. n. 256108: nella specie, la Corte ha ritenuto corretta la decisione del giudice di merito secondo il quale il delitto presupposto doveva ritenersi provato dalla circostanza che un’arma da guerra non può costituire oggetto di lecito scambio tra privati).

L’affermazione della responsabilità per il delitto di ricettazione [e di riciclaggio] non richiede l’accertamento giudiziale della commissione del delitto presupposto, né dei suoi autori, né dell’esatta tipologia del reato, potendo il giudice affermarne l’esistenza attraverso prove logiche (Sez. II, sentenza n. 29685 del 5 luglio 2011, CED Cass. n. 251028: nella specie, la Corte ha ritenuto congruamente provato il delitto presupposto di furto di documenti provenienti da archivi di Stato, in base alle convergenti dichiarazioni di esperti, pur se le denunce di furto erano state presentate successivamente al sequestro dei documenti).

3.1.2. Non è, pertanto, necessario che la sussistenza del delitto presupposto sia stata accertata da una sentenza di condanna passata in giudicato; basta (come già chiarito dalla dottrina più autorevole e dalla giurisprudenza in relazione al delitto di ricettazione) che il fatto costitutivo di tale delitto non sia stato giudizialmente escluso, nella sua materialità, in modo definitivo, e che il giudice procedente (per la ricettazione o per il riciclaggio) abbia potuto riconoscere, per quanto interessa il giudizio attuale, la sussistenza del delitto stesso (cfr. in argomento, fra le tante, nell’ambito di un orientamento ormai consolidato, Cass. pen., 16 febbraio 1950, Grassi, naturalmente in tema di ricettazione, in Giust. pen. 1950, II, 738).

Venendo meno il presupposto positivo del delitto (di ricettazione o riciclaggio), l’imputato deve essere assolto perché il fatto non sussiste, poiché “esula il delitto di ricettazione allorché sia stato dichiarato inesistente il delitto nel fatto da cui le cose provengono, o sia stata esclusa la sussistenza del fatto stesso; ma non allorché l’imputato del delitto principale sia stato assolto per insufficienza di prove o per non aver commesso il fatto” (Cass. pen. 24 ottobre 1923, in Giust. pen. 1924, 359).

3.1.3. Deve, conclusivamente, affermarsi il seguente principio di diritto:

“In tema di riciclaggio, non è necessario che la sussistenza del delitto non colposo presupposto sia stata accertata da una sentenza di condanna passata in giudicato, essendo sufficiente che il fatto costitutivo di tale delitto non sia stato giudizialmente escluso, nella sua materialità, in modo definitivo, e che il giudice procedente per il riciclaggio ne abbia incidentalmente ritenuto la sussistenza; in difetto, venendo meno uno dei presupposti del delitto di riciclaggio, l’imputato deve essere assolto perché il fatto non sussiste”.

3.1.4. Con riferimento al caso in cui il reato presupposto sia, per qualsiasi causa, estinto, l’art. 170, comma 1, c.p. espressamente stabilisce che “Quando un reato è il presupposto di un altro reato, la causa che lo estingue non si estende all’altro reato”.

L’estinzione (per prescrizione) del delitto non colposo presupposto di appropriazione indebita, invocata dalle difese del ricorrente, sarebbe, pertanto, priva di effetti sulla configurabilità del contestato riciclaggio.

3.1.5. Nel caso di specie, la contestazione dalla quale l’imputato era stato chiamato a difendersi indicava specificamente ed esclusivamente due soli reati-presupposto, ovvero l’appropriazione indebita di cui al capo 9) (contestato ad altri imputati) ed il “prezzo” della corruzione (conviene su tale premessa la sentenza impugnata, a f. 2).

Ne consegue che la Corte di appello non avrebbe potuto individuare come presupposto del riciclaggio contestato al G. un diverso reato (ed infatti nella motivazione della sentenza impugnata si prende atto, in proposito, espressamente, e correttamente, di non poter considerare come tale reato fiscale: f. 10, nt. 24).

3.1.6. Ai fini della materialità del delitto contestato, andava, pertanto, in primis verificata la sussistenza del presupposto positivo, ovvero la configurabilità del delitto (non colposo) precedentemente commesso, da cui derivava la cosa da riciclare.

E correttamente il primo giudice aveva dedicato al problema una ampia disamina, con metodologia assolutamente condivisibile, giungendo – come si vedrà – a conclusioni assolutamente corrette: ingiustificate appaiono, pertanto, le aspre censure, accompagnate da reiterati giudizi, talora di tipo metagiuridico, francamente inopportuni, che la Corte di appello ha riservato sia alla prima che alle seconde.

3.1.7. Né risultava possibile superare il problema della configurabilità o meno dell’appropriazione indebita presupposta (o di altro delitto non colposo presupposto) valorizzando la generica accettazione, da parte dell’imputato, del rischio della provenienza delittuosa del denaro de quo (così la sentenza impugnata, in particolare a f. 12, e f. 13 dove si legge che l’imputato “ha agito accettando il rischio che gli stupefacenti flussi finanziari trovassero causa in uno o più delitti”), perché trattasi di profilo che attiene al dolo di riciclaggio.

Prima di valutare la configurabilità del necessario elemento psicologico, occorreva verificare la configurabilità – anche generica – di un delitto presupposto, indispensabile ai fini della materialità del reato di riciclaggio.

In difetto, e valorizzando – come talora mostra di voler fare la Corte di appello (in particolare a f. 12) – la mera accettazione del rischio della provenienza illecita del denaro, disinteressandosi della preventiva configurabilità o meno del delitto-presupposto, si finirebbe con l’addivenire alla condanna dell’imputato per un reato putativo (art. 49 c.p.: “Non è punibile chi commette un fatto non costituente reato, nella supposizione erronea che esso costituisca reato”), considerando sufficiente ai fini dell’affermazione di responsabilità che il G. ritenesse, oppure avesse accettato il rischio, di riciclare somme di provenienza illecita, che, in realtà, tali non erano.

Va, in proposito, affermato il seguente principio di diritto:

“Integra gli estremi del reato putativo, non punibile ai sensi dell’art. 49, comma 1, c.p., la condotta di chi abbia agito ritenendo, od accettando il rischio, di riciclare somme di denaro provenienti da delitto non colposo, quando quest’ultimo risulti in realtà insussistente”.

LA PRESUNTA EFFICACIA PROCESSUALE VINCOLANTE DELLA SEPARATA DECISIONE DELLA SENTENZA N. 16362/2012 DELLA VI SEZIONE DI QUESTA CORTE SUPREMA.

4. Le difese hanno insistentemente, e con enfasi, sostenuto che alla sentenza n. 16362 del 2012 della VI Sezione di questa Corte Suprema, che aveva confermato l’esclusione della sussistenza della appropriazione indebita costituente, alla stregua della contestazione, reato presupposto del riciclaggio contestato al G. , andrebbe riconosciuta – nel presente procedimento – efficacia vincolante.

La VI Sezione (f. 48) aveva, in proposito, confermato il proscioglimento deliberato ex art. 425 c.p.p. dal G.U.P. all’esito dell’udienza preliminare, osservando, tra l’altro, che “le conclusioni cui è pervenuto il giudice di merito, oltre ad apparire frutto di commendevole approfondito esame delle risultanze processuali, sono adeguatamente motivate sul piano logico e giuridico. In questa oggettiva constatazione trova una prima causa la prolungata enunciazione descrittiva, nella parte dedicata allo svolgimento del processo, degli articolati passaggi con cui la sentenza del G.U.P., davvero di particolare ampiezza, è giunta ad affermare l’insussistenza dei fatti di appropriazione indebita aggravata contestati agli imputati (…). Passaggi e vantazioni delle risultanze probatoria dotati di intrinseca coerenza e, per dir così, autosufficienza dimostrativa dei propri coefficienti logico-giuridici”.

L’assunto è, peraltro, privo di fondamento.

4.1. Deve premettersi che non esiste nell’ordinamento processuale alcuna disciplina in ordine alla efficacia del giudicato penale nell’ambito di un altro procedimento penale, a differenza di quanto avviene nei rapporti tra processo penale e giudizio civile, amministrativo e disciplinare.

Invero, l’art. 2 c.p.p. dispone unicamente che il giudice penale, salvo che non sia diversamente stabilito, risolve ogni questione da cui dipende la decisione (comma 1), e che la decisione del giudice penale che risolve incidentalmente una questione (anche penale) non ha efficacia in nessun altro processo.

E l’art. 479 c.p.p. consente la sospensione del processo penale per pregiudizialità unicamente per il caso di controversie civili o amministrative, non anche penali.

D’altro canto, l’art. 238-bis c.p.p. consente l’acquisizione in dibattimento di sentenze divenute irrevocabili (tra le quali non potrebbe comunque rientrare una sentenza emessa ai sensi dell’art. 425 c.p.p., che non ha attitudine al giudicato, potendo sempre essere revocata), ma dispone che siano valutate a norma degli artt. 197 e 192, comma 3, stesso codice.

Per tale ragione, questa Corte Suprema ha già ritenuto, ad esempio, che “Non è automaticamente configurabile il delitto di calunnia a carico dell’accusatore per effetto dell’intervenuta sentenza irrevocabile di proscioglimento nel merito della persona ingiustamente incolpata, che va valutata autonomamente e liberamente nel giudizio per la calunnia” (Sez. VI, sentenza n. 14096 del 16 gennaio 2007, CED Cass. n. 236142).

4.2. Resta salva, a parere del collegio, la possibilità della revisione per contrasto di giudicati, prevista dall’art. 630, comma 1, lett. a), c.p.p. (“La revisione può essere richiesta: a) se i fatti stabiliti a fondamento della sentenza o del decreto penale di condanna non possono conciliarsi con quelli stabiliti in un’altra sentenza penale irrevocabile del giudice ordinario o di un giudice speciale”).

Ed invero, evidenti considerazioni di economia processuale dovrebbero indurre ad attribuire rilievo anche prima del giudicato, a quello che potrebbe assumere rilievo, ex art. 630, comma 1, lett. a), c.p.p. dopo il giudicato.

Tuttavia, la separata sentenza penale irrevocabile che potrebbe legittimare, nel caso indicato, la revisione (e potrebbe quindi assumere rilievo, nel procedimento che potrebbe essere suscettibile di revisione, anche prima del giudicato) deve aver costituito oggetto di giudicato in senso formale: il riferimento testuale dell’art. 630 c.p.p. alla “irrevocabilità” della sentenza che può legittimare la revisione, esclude la possibilità di attribuire rilevanza alle sentenze di non luogo a procedere emesse ai sensi dell’art. 425 c.p.p., come anticipato prive di attitudine al giudicato in senso formale perché sempre suscettibili di revoca a seguito di riapertura delle indagini preliminari.

4.3. D’altro canto, questa Corte Suprema ha da tempo chiarito che, in materia di giudicato penale, anche il principio del ne bis in idem è posto dal legislatore con esclusivo riferimento alle decisioni giurisdizionali adottate a carico dell’imputato che siano connotate dal requisito della irrevocabilità, requisito da ritenersi assente per la sentenza di non luogo a procedere per quanto dettato dall’art. 434 del codice di procedura penale che ne disciplina la revoca; ed invero, nell’ordinamento processuale vigente, la sentenza di “non luogo a procedere”, sconosciuta in quello abrogato, è concettualmente distinta da quella di proscioglimento alla quale esclusivamente, oltre che per quella di condanna, fa riferimento l’art. 649 che pone il divieto di un secondo giudizio a carico della stessa persona per il medesimo fatto (Sez. III, sentenza n. 3513 del 18 gennaio 1994, CED Cass. n. 197101).

4.4. Ulteriore conferma in tal senso viene anche, ineludibilmente, dai commi 8 e 9 dell’art. 669 c.p.p. che, in tema di pluralità di sentenze per il medesimo fatto contro la stessa persona, non attribuiscono prevalenza, tra le decisioni più favorevoli (ritenute di norma prevalenti), alle sole sentenze di non luogo a procedere, rispetto alle quali, al contrario, privilegiano la decisione (meno favorevole) dotata del carattere dell’irrevocabilità.

4.5. Va, in proposito, affermato il seguente principio di diritto:

“Non può essere automaticamente esclusa la configurabilità del delitto di riciclaggio per effetto dell’intervenuta sentenza di non luogo a procedere, confermata in sede di legittimità, in ordine al delitto non colposo da cui si assuma provengano le cose riciclate, trattandosi di sentenza non irrevocabile”.

Va, conseguentemente, negata l’efficacia vincolante, nel presente procedimento, della sentenza n. 16362 del 2012 della VI Sezione di questa Corte Suprema, cui poteva essere unicamente riconosciuta efficacia documentale ex art. 234 c.p.p., oltre che ordinaria efficacia non vincolante di precedente.

L’INESISTENZA DEI REATI PRESUPPOSTO DELLE CONTESTATE CONDOTTE DI RICICLAGGIO.

5. In virtù dei rilievi di cui ai pp. 3 ss. e 4 ss. di queste Considerazioni in diritto, occorre, quindi, preliminarmente valutare, con autonomo giudizio, se sussista il presupposto positivo del reato contestato, ovvero se siano configurabili i delitti non colposi che dovrebbero, alla stregua della contestazione, costituirne il presupposto.

6. Con riguardo all’appropriazione indebita, il collegio condivide le conclusioni – di puro diritto (e quindi non inficiate dalla diversità dei riti, come al contrario, ed ancora una volta non condivisibilmente, ritiene la Corte di appello) – cui è pervenuta la sentenza n. 16362 del 2012 della VI Sezione di questa Corte Suprema quanto alla non configurabilità del reato.

6.1. Il P.M. aveva ipotizzato il concorso di alcuni imputati in una serie di appropriazioni indebite pluriaggravate e continuate (articoli 110, 646, 61 numeri 7 ed 11 e numero 2, 81 comma 2 c.p.), consistite in particolare nell’appropriazione del corrispettivo di operazioni di investigazione simulatamente compiute da alcune società di diritto estero riconducibili ad alcuni degli imputati.

6.1.1. Il G.U.P., richiamando l’orientamento giurisprudenziale per il quale non commette appropriazione indebita il dirigente di una società che utilizzi le risorse finanziarie sociali per scopi che, sebbene in tutto od in parte illeciti, perseguono comunque in modo diretto od indiretto interessi della società o dei suoi vertici amministrativi e dirigenziali, aveva disposto il proscioglimento degli imputati da tali accuse perché il fatto non sussiste.

6.1.2. Il P.M., richiamando altro, meno recente, orientamento giurisprudenziale (a parere del quale integra il reato di cui all’articolo 646 c.p. la condotta di un amministratore o dirigente di società che, costituendo riserve pecuniarie occulte fuori bilancio, le distragga in favore di terzi per fini illeciti ed avulsi dall’oggetto sociale e dalle finalità aziendali), aveva censurato il proscioglimento osservando che i servizi di sicurezza interna ed esterna remunerati da PIRELLI e TELECOM esulavate dall’oggetto sociale delle due società, e che l’attività di informazione e security svolta dagli imputati costituiva in realtà frutto di dissimulazione in rapporto ad esigenze create ad arte, in esecuzione di un accordo finalizzato a depauperare a proprio profitto le due società.

6.2. Deve convenirsi con la sentenza n. 16362 del 2012 più volte citata che la soluzione della questione richiede, in realtà, la corretta definizione della condotta di appropriazione ascritta agli imputati e la apprezzabilità delle nozioni di “interesse sociale”, “oggetto sociale”, “scopo sociale”.

6.2.1. Quanto a queste ultime, invero, ai sensi dell’art. 2328 c.c., deve ritenersi che la nozione di oggetto sociale altro non è che il modulo definitorio delle attività di impresa per cui un determinato ente societario è stato costituito, ed individua, quindi, l’ambito dell’attività aziendalistica della società ed il presupposto della sua stessa esistenza nel mondo del diritto, differenziandosi dalle nozioni di “interesse sociale” e “scopo sociale” le quali, in un particolare momento storico, possono involgere la società ed i suoi vertici gestionali, siano gli stessi sovrapponibili o non agli obiettivi imprenditoriali che qualificano l’attività produttiva di beni o servizi.

D’altro canto, la stessa giurisprudenza civile ha da tempo chiarito che, in tema di società di capitali, “l’eccedenza dell’atto rispetto ai limiti dell’oggetto sociale, ovvero il suo compimento al di fuori dei poteri conferiti, non integra un’ipotesi di nullità dell’atto medesimo, ma, al più, di inefficacia e di inopponibilità nei rapporti con i terzi; e posto che è rimesso alla società, e solo ad essa, di respingere gli effetti dell’atto, deve correlativamente essere riconosciuto alla società il potere di assumere ex tunc quegli effetti, attraverso la ratifica, ovvero di farli preventivamente propri, attraverso una delibera autorizzativa, capace di rimuovere i limiti del potere rappresentativo dell’amministratore. Ne deriva che ogni questione relativa alla estraneità dell’atto compiuto dall’amministratore rispetto all’oggetto sociale è da ritenersi irrilevante a seguito e per effetto dell’adozione di una delibera di autorizzazione preventiva adottata dalla società, posto che tale delibera impegna la società medesima alla condotta di essa esecutiva e ad essa conforme posta in essere dall’organo di gestione, idonea o meno che sia rispetto al perseguimento dell’oggetto sociale” (Cass. civ., Sez. I, sentenza 15 aprile 2008 n. 9905; conformi, Sez. I, sentenza 2 settembre 2004 n. 17678, e Sez. lav., sentenza 17 settembre 2009 n. 20035).

Il principio ora richiamato discende dal rilievo che, se l’inefficacia dell’atto estraneo all’oggetto sociale è prevista dal legislatore quale conseguenza del regime della rappresentanza, qualora il rappresentato previamente o successivamente con la ratifica faccia proprio l’atto del rappresentante, non può esservi lesione dell’interesse tutelato e non può porsi il problema dell’inefficacia dell’atto nei confronti del terzo.

6.2.2. Ciò premesso, deve concludersi che la condotta tenuta in concorso dai dirigenti della s.p.a. interessata e dai terzi fornitori di servizi informativi e di security, svolti anche con modalità illecite, costituenti oggetto di commesse proposte in seno alla società dai dirigenti, e liquidate ai terzi fornitori nel rispetto delle regole di contabilità e di spesa societarie, non integra – nel casi di specie – il delitto di appropriazione indebita aggravata da abuso di relazioni di lavoro, poiché la nozione di “appropriazione” che integra la materialità del delitto di cui all’art. 646 c.p. non coincide con quella di “distrazione”: “ad integrare la prima (…) assume valore non l’oggetto sociale della società di capitali, ma l’interesse e l’utilità aziendali diretti o indiretti, a nulla rilevando che questi siano stati raggiunti dai terzi fornitori (extranei rispetto ai dirigenti interni) mediante la commissione di reati”.

Ed, in difetto – come nella specie – della prova del previo accordo tra dirigenti e fornitori, e del connesso dolo specifico (che dovrebbe consistere nella concreta ed oggettiva finalità di “spoliazione” del patrimonio sociale), “il dimostrato conseguimento, diretto o indiretto, o anche putativo, di un interesse o di una utilità della società esclude l’ingiustizia del profitto”, e, con essa, la stessa configurabilità del delitto di appropriazione indebita.

È quindi “idonea ad integrare il reato di cui all’art. 646 c.p. soltanto un’appropriazione in senso stretto con immanenti esiti ablativi (appropriazione-espropriazione), corrispondente ad una condotta uti dominus che violi il titolo del possesso-disponibilità, di guisa che il perseguimento dell’interesse sociale con mezzi costituenti reato non può realizzare, sotto i profili soggettivo ed oggettivo, il reato punito dagli artt. 646 e 61 n. 11 c.p.” (così la sentenza n. 16232 del 2012).

6.2.3. È opportuno precisare che detto orientamento, in passato contestato da una isolata decisione (Sez. II, sentenza n. 5136 del 4 aprile 1997, CED Cass. n. 208059), può ritenersi ormai senz’altro dominante: (nel medesimo senso si sono,, infatti, già espresse Sez. V, sentenza n. 1245 del 21 gennaio 1998, CED Cass. n. 210031; Sez. V, sentenza n. 10041 del 13 giugno 1998, CEd Cass. n. 211393.

La prima (sentenza CUSANI) affermò che la creazione di riserve occulte e l’utilizzazione extrabilancio di fondi sociali non sono di per sé sufficienti ad integrare il delitto di appropriazione indebita; deve infatti escludersi che possa essere qualificata come distrattiva, e tantomeno come appropriativa, un’erogazione di danaro che, pur compiuta in violazione delle norme organizzative della società, risponda a un interesse riconducibile anche indirettamente all’oggetto sociale; è da ritenersi, infatti, che per aversi appropriazione sia necessaria una condotta che non risulti giustificata o giustificabile come pertinente all’azione o all’interesse della società, in quanto può accadere che una persona giuridica, attraverso i suoi organi, persegua i propri scopi con mezzi illeciti, senza che ciò comporti di per sé l’interruzione del rapporto organico. Da ciò consegue che né il versamento dei fondi extrabilancio su conti non formalmente riconducibili alla società ne1 la destinazione di tali fondi al perseguimento con mezzi illeciti degli interessi sociali integrano gli estremi dell’appropriazione indebita, fermo restando comunque che il gestore di tali occulte riserve deve ritenersi gravato da un rigoroso onere di provarne l’effettiva destinazione allo scopo predetto. (Fattispecie in tema di finanziamenti illeciti a partiti politici; nell’occasione la Corte ha precisato che l’appropriazione indebita è invece configurabile, e concorre pertanto con il delitto di cui all’art. 7 L. 2 maggio 1974, n. 195, allorché l’illecito finanziamento di partiti politici con fondi occulti sia erogato nell’interesse personale ed esclusivo dell’amministratore).

La seconda (sentenza ALTISSIMO ed altri) affermò che non è configurabile il reato di appropriazione indebita a carico di amministratori sociali i quali costituiscano fondi extrabilancio solo formalmente non riconducibili alla società e li utilizzino per il perseguimento,sia pure con mezzi illeciti (quali,nella specie,il finanziamento occulto a partiti politici),di fini non estranei agli interessi sociali.

6.3. Vanno, pertanto, ribaditi i seguenti principi di diritto (CED Cass. nn. 256618 -9):

“Non integra il delitto di appropriazione indebita in danno di una società per azioni l’erogazione di somme di denaro effettuata dai suoi dirigenti in favore di soggetti terzi, nel rispetto delle regole contabili e di spesa interne, quale corrispettivo di servizi informativi e di sicurezza effettivamente resi e funzionali, direttamente o indirettamente, alla tutela di interessi della società, a nulla rilevando che i predetti servizi siano stati espletati mediante condotte delittuose”.

“In tema di appropriazione indebita in danno di una società, il dolo specifico consistente nella finalità di procurarsi un ingiusto profitto attraverso condotte dispositive uti dominus del patrimonio sociale è incompatibile con il perseguimento (in via diretta o indiretta, o anche solo putativa) di un interesse societario da parte dell’agente”.

6.4. Come osservato anche dal P.G. di udienza, l’aver negato efficacia vincolante alla sentenza n. 16362/2012 cit. non comporta che essa debba essere considerata tamquam non esset nel presente giudizio.

Per discostarsi dalle sue conclusioni occorreva valorizzare una serie di elementi fattuali in ipotesi estranei alle valutazioni da essa operate, e suscettibili di indurre a conclusioni diverse, ovvero idonei a dimostrare che le operazioni di dossieraggio et c. de quibus fossero in concreto estranee agli individuati interessi di TELECOM -PIRELLI, ma la Corte di appello, pur all’esito di una approfondita disamina delle acquisite risultanze, non ne ha evidenziati, enunciando l’assunto in via meramente assertiva (lo ha evidenziato anche il P.G. di udienza), il che – anche valorizzando i contrari rilievi fattuali contenuti nella sentenza di primo grado – legittima in questa sede la conclusione che tali elementi siano, in realtà, insussistenti.

Pertanto, in presenza del medesimo quadro fattuale, non può che addivenirsi alle medesime conclusioni in diritto quanto alla insussistenza della ipotizzata appropriazione indebita.

6.4.1. In argomento, la memoria della parte civile TELECOM s.p.a. si limita ad osservare che la riconducibilità o meno delle illecite operazioni de quibus ad un interesse societario è questione di fatto, come tale “rimessa al solo apprezzamento del giudice di merito e sottratta al giudizio di legittimità” (f. 6), omettendo di considerare che, come premesso nei pp.2 ss. di queste Considerazioni in diritto, la reformatio in pejus in appello della sentenza di assoluzione emessa in primo grado è legittima soltanto nel caso in cui la responsabilità dell’imputato sia affermata sulla base di una interpretazione alternativa e maggiormente persuasiva, del medesimo compendio probatorio valutato dal giudice di primo grado, cosa nel caso di specie non avvenuta, per le ragioni in precedenza indicate.

6.5. Ne consegue che, pur non dovendo (per le ragioni indicate nei pp. 4 ss. di queste Considerazioni in diritto) riconoscersi efficacia vincolante nel presente procedimento alla sentenza della VI Sezione n. 16362 del 2012, nondimeno i principi di diritto dalla stessa espressi vanno condivisi e ribaditi, e comportano la non configurabilità, ovvero l’insussistenza, dell’appropriazione indebita costituente uno dei reati-presupposto del riciclaggio contestato al G. .

7. La contestazione evocava anche un ulteriore delitto non colposo quale presupposto del riciclaggio, indicato (f. 2 della sentenza impugnata) “nel prezzo della corruzione di pubblici ufficiali”.

7.1. Già dall’articolato riepilogo dei principali passi della motivazione della sentenza di primo grado, operato nella sentenza impugnata, emerge la marginalità del riferimento a detta ipotesi di corruzione, in difetto di congrui elementi che ne confermassero la configurabilità: “l’imputazione delle somme al prezzo della corruzione (…) al giudice appare incongrua per la valenza semantica della locuzione prezzo, perché la stessa ricostruzione della vicenda processuale esclude che vi possa essere stata da parte di G. un’attività riciclatoria con riguardo alle somme corrisposte dal duo T. – C. ai molteplici pubblici ufficiali corrotti. Qualora il riferimento al concetto di prezzo si volesse intendere quale profitto o prodotto nel senso di vantaggio ottenuto dal C. per aver venduto a PIRELLI e TELECOM investigazioni realizzate con metodi illegali, si realizzerebbe un’inammissibile mutamento di contestazione” (f. 5 della sentenza impugnata).

7.2. Ed in proposito, così la sentenza impugnata (f. 6) riepiloga le doglianze del P.M. appellante: “(…) l’appellante fa seguire la critica alle conclusioni della sentenza sul tema del prezzo della corruzione dei pubblici ufficiali, dal giudice sostanzialmente eluso sul rilievo della violazione del principio di contestazione fissato all’art. 521 c.p.p.. Se anche non fosse pertinente il nomen juris di prezzo del reato contenuto nel capo d’imputazione, il giudice avrebbe comunque dovuto procedere a qualificare giuridicamente la condotta, compiutamente e chiaramente descritta in fatto, considerando che i fondi finalizzati a retribuire i pubblici ufficiali rappresentavano il prezzo del reato di corruzione”.

7.3. Ciò premesso, deve rilevarsi che, come evidenziato anche dal P.G. di udienza, pur in difetto di una formale assoluzione parziale dall’accusa di riciclaggio di somme di denaro provenienti dall’ipotizzata corruzione, la Corte di appello non dedica all’argomento nessun rilievo.

Con ciò, in tutta evidenza, la Corte di appello mostra di voler pervenire all’affermazione di responsabilità del G. unicamente in relazione all’accusa di riciclaggio di somme di denaro provenienti dall’ipotizzata appropriazione indebita.

Deve, infatti, darsi atto, come rileva il ricorrente, che la Corte di appello non parla “minimamente di una provenienza illegittima, in quanto derivante dalle modalità di acquisizione di talune di quelle informative, e cioè, in sintesi, dalla illegittimità delle intrusioni informatiche e soprattutto dalle operazioni di corruzione di pubblici funzionari. Su quest’aspetto, infatti, nulla è detto nella sentenza impugnata, benché il capo di imputazione faccia riferimento anche al prezzo del reato di corruzione quale eventuale altro reato presupposto (con un termine, quello di prezzo cioè, usato però in modo assolutamente improprio, come messo evidenza nelle varie memorie di questa difesa e come stigmatizzato nella stessa sentenza impugnata). Su tale aspetto, quindi, l’appello del P.M., che anche a tal tipo di reato presupposto aveva fatto riferimento, non è stato minimamente condiviso”.

7.4. Ne consegue che in argomento, in difetto dell’impugnazione della parte pubblica, nessun ulteriore rilievo è dovuto in questa sede.

8. In conclusione, dovendo ritenersi già esclusa la configurabilità, come reato presupposto del contestato riciclaggio, della corruzione, e non potendo incidentalmente ritenersi la configurabilità dell’altro reato presupposto, perché insussistente, l’imputato deve essere assolto perché il fatto non sussiste.

La sentenza impugnata va, conseguentemente, annullata senza rinvio.

8.1. Detta statuizione assorbe gli ulteriori motivi di ricorso.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata senza rinvio perché il fatto non sussiste.

 

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