Art. 2103, divieto variazione in pejus mansioni, equivalenza sostanziale

Il divieto per il datore di lavoro di variazione in “pejus”, sancito dall’art. 2103 cod.civ., opera anche quando al lavoratore, nella formale equivalenza delle precedenti e nuove mansioni, siano assegnate di fatto mansioni sostanzialmente inferiori, non potendosi, nell’accertamento della equivalenza, limitare al riferimento in astratto all’inquadramento formale del lavoratore, ma dovendosi accertare che le nuove mansioni siano aderenti alla specifica competenza del dipendente.

Tale principio non trova applicazione nel caso in cui vi sia una sopravvenienza che non consente la

conservazione della precedente posizione lavorativa ne’ lo spostamento a mansioni non pregiudizievoli della professionalità pregressa,

giacché la tutela prevista dall’art. 2103 cod.civ. presuppone la concreta alternativa della possibilità di non retrocessione della precedente posizione professionale.

In tema di trasferimento di un lavoratore da una ad altra sede di lavoro, l’esistenza di eventuali ragioni produttive, se è idonea a giustificare il trasferimento stesso, non può comunque comportare la lesione del diritto del lavoratore alla conservazione della propria professionalità, la cui tutela è prevalente rispetto alle esigenze organizzative del datore di lavoro.

 

Cassazione Civile  n. 17624  del 5 agosto 2014

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza del 14.12.2007, la Corte di appello di omissis rigettava il gravame proposto dalla società Poste Italiane avverso la decisione di prime cure, che aveva accolto parzialmente la domanda di P.F. – dichiarando l’inefficacia dell’assegnazione – del predetto presso il nuovo ufficio di omissis -, disposto la sua riammissione nell’ufficio di provenienza con le stesse mansioni e rigettato, invece, la domanda di risarcimento dei danni dallo stesso avanzata. Rilevava la Corte che il disposto trasferimento era illegittimo perché lesivo del principio della equivalenza delle mansioni sancito dall’art. 2013 c. c., nonché delle disposizioni in materia di trasferimenti di cui al medesimo articolo e dell’art. 37 c.c.n.l. 13.7.2003, e perché il nuovo ufficio era meno importante di quello precedentemente ricoperto, in cui operavano 70 dipendenti e nel quale erano svolte operazioni di particolare rilievo con i principali clienti privati ed istituzionali di Poste Italiane, laddove la succursale di omissis era classificata in fascia inferiore ed aveva un volume di attività di gran lunga meno consistente. Osservava che erano, inoltre, state smentite le affermazioni della società secondo cui le mansioni erano assolutamente identiche alle precedenti. Quanto ai danni rivendicati in via incidentale dal lavoratore, gli stessi erano dalla Corte ritenuti insussistenti, in quanto connessi al licenziamento subito e non al trasferimento, non avendo l’appellato prestato alcun giorno di servizio presso la sede di destinazione, stante la tempestività del provvedimento cautelare che ne aveva ordinato la ricollocazione nell’originaria posizione

Per la cassazione di tale decisione ricorre la società, affidata a tre motivi di impugnazione, illustrati nella memoria depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c., cui resiste, con controricorso, il P..

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, la società denunzia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, richiamando l’art. 37 del c.c.n.l. 11 luglio 2003 e precisando che nelle dichiarazioni a verbale di cui all’art. 39 dello stesso contratto risulta specificato il concetto di luogo di lavoro, diverso dalla sede di lavoro. Sostiene che nella specie lo spostamento non riguardasse un diverso ambito territoriale di un Comune, per cui non poteva richiamarsi la nozione di trasferimento, che implica la destinazione ad altra unità produttiva, e rileva che non può applicarsi la disciplina civilistica quando la contrattazione preveda una particolare situazione affinché si configuri l’ipotesi del trasferimento. Aggiunge la ricorrente che l’art. 37 c.c.n.l. disciplina i trasferimenti a seconda dei livelli di appartenenza dei lavoratori e che al P., quale Q1 , si applicava quanto previsto dalla lettera b) dell’art. 37, che riguarda il lavoratore ultrasessantenne, e non il trattamento indicato per quello ultracinquantacinquenne, di cui alla lettera a) dello stesso articolo, applicato impropriamente.

Con il secondo motivo, la società lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 2103 c.c., nonché degli artt. 1362 e ss. c. c., ai sensi dell’ art. 360, n. 3, c.p.c., sostenendo che gli uffici postali vanno classificati diversamente da come ritiene il giudice del gravame e  che la successiva allocazione del P.  non comportava una variazione del ruolo di Direttore dell’Ufficio dallo stesso ricoperto, potendo la società variare l’assetto organizzativo per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive. Con quesito di diritto, domanda se si ponga in violazione dell’art. 2013 c.c. la sentenza che, utilizzando un mero criterio quantitativo di personale e servizi, ritenga demansionante il provvedimento di applicazione di un Direttore ad un diverso Ufficio Postale, sebbene rimanga immutato il livello retributivo e la qualifica di reggenza dello stesso.

Infine, nel terzo motivo, viene dalla ricorrente dedotta l’omissione, l’insufficienza ovvero la contraddittorietà della motivazione con riguardo a fatto controverso e decisivo, sostenendosi che il provvedimento aziendale tendeva ad una migliore organizzazione dell’attività lavorativa (cd. Job rotation).

Il ricorso è infondato.

Il primo motivo attiene alla individuazione di precisi requisiti idonei alla configurazione di un trasferimento in senso proprio, ritenuti nella specie insussistenti per essere l’ambito territoriale entro il quale era avvenuto lo spostamento del P. non idoneo a determinare un mutamento del luogo di lavoro, posto che lo spostamento era avvenuto nell’ambito territoriale dello stesso Comune. Tuttavia, deve osservarsi che il giudice del gravame non si sofferma su tale specifico profilo, che trova il suo fondamento nelle previsioni contrattuali, nella quali si prevede una differenziazione tra sede di lavoro e luogo di lavoro ai fini della configurazione di una trasferta ovvero di un trasferimento, quanto, piuttosto, sulla valutazione del contenuto delle mansioni assegnate al P. nell’ufficio di destinazione. La ratio decidendi, pertanto, più ché sulla valutazione delle ragioni giustificative della disposta assegnazione presso l’Ufficio di omissis, si incentra sulla valutazione della importanza di tale ufficio in relazione alla qualità ed importanza dell’attività ivi svolta ed al volume della stessa, accertata come di molto inferiore a quella gestita e coordinata dal P. nell’ufficio di provenienza. Al riguardo, a prescindere dal rilievo che la censura risulta per tale aspetto inconferente, la sentenza è conforme ai principi di diritto posti a tutela della professionalità del lavoratore, ed all’insegnamento di questa Corte , alla cui stregua il

divieto per il datore di lavoro di variazione in “pejus”, sancito dall’art. 2103 cod.civ.

, opera anche quando al lavoratore, nella formale equivalenza delle precedenti e nuove mansioni, siano assegnate di fatto mansioni sostanzialmente inferiori, non potendosi, nell’accertamento della equivalenza, limitare al riferimento in astratto all’inquadramento formale del lavoratore, ma dovendosi accertare che le nuove mansioni siano aderenti alla specifica competenza del dipendente, pur dovendo ritenersi che tale principio non trovi applicazione nel caso in cui vi sia una sopravvenienza che non consente la

conservazione della precedente posizione lavorativa ne’ lo spostamento a mansioni non pregiudizievoli della professionalità pregressa

, giacché la tutela prevista dall’art. 2103 cod.civ. presuppone la concreta alternativa della possibilità di non retrocessione della precedente posizione professionale (cfr. Cass. 9.3.2004 n.4790). Né la ricorrente ha richiamato situazioni di fatto per le quali il principio richiamato non potesse trovare applicazione, non rinvenendosi in sentenza alcun riferimento, effettuato dalla società, a condizioni ostative al mantenimento della professionalità acquisita dal P.. Peraltro, in tema di trasferimento di un lavoratore da una ad altra sede di lavoro, l’esistenza di eventuali ragioni produttive, se è idonea a giustificare il trasferimento stesso, non può comunque comportare la lesione del diritto del lavoratore alla conservazione della propria professionalità, la cui tutela è prevalente rispetto alle esigenze organizzative del datore di lavoro (cfr. Cass.12.3.2004 n. 5161).

In forza di tali considerazioni deve, pertanto, ritenersi destituita di giuridico fondamento la censura di cui al secondo motivo, non essendo sufficiente, per ritenere che il principio su richiamato sia stato rispettato, che il livello retributivo sia rimasto inalterato e che anche la qualifica ricoperta sia rimasta invariata, dovendo aversi riguardo al contenuto delle mansioni e della professionalità dalle stesse espressa.

Ai fini della verifica del legittimo esercizio dello ” ius variandi” da parte del datore di lavoro, deve essere valutata, invero, dal giudice di merito – con giudizio di fatto incensurabile in cassazione ove adeguatamente motivato – la omogeneità tra le mansioni successivamente attribuite e quelle di originaria appartenenza, sotto il profilo della loro equivalenza in concreto rispetto alla competenza richiesta, al livello professionale raggiunto ed alla utilizzazione del patrimonio professionale acquisito dal dipendente, senza che assuma rilievo che, sul piano formale, entrambe le tipologie di mansioni rientrino nella medesima area (cfr. Cass. 14.6.2013 n. 15010, con riferimento a mansioni dell’Area operativa del ccnl Poste). E la omogeneità tra le mansioni successivamente attribuite e quelle di originaria appartenenza, deve valutarsi sotto il profilo della loro equivalenza in concreto rispetto alla competenza richiesta, al livello professionale raggiunto ed alla utilizzazione del patrimonio professionale acquisito dal dipendente (cfr., tra le altre, Cass. 24.11.2006 n. 25033, Cass. 2.5.2006 n. 10091).

Per il rigetto del terzo motivo è sufficiente affermare che non sposta i termini della questione l’esigenza organizzativa della “job rotation” invocata dalla ricorrente, potendo comunque configurarsi una lesione dei diritti del lavoratore, suscettibile di tutela piena, anche ove sia provata dal datore di lavoro la sussistenza di esigenze organizzative e produttive che abbia determinato il mutamento di mansioni. Nel caso considerato, nei termini in cui è stato prospettato, il fatto controverso non assume, pertanto, carattere di decisività ai fini della soluzione della controversia.

Il ricorso va, per quanto detto, respinto e le spese del presente giudizio seguono la soccombenza dalla società, che è tenuta alla rifusione delle stesse, in favore del P., nella misura indicata in dispositivo.

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