Art. 517 cod. proc. pen, produzione effetti sentenza 139/2015 nei processi in corso

Cassazione penale sentenza n. 33080 28 luglio 2016

In riferimento alla intervenuta declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art. 517 cod. proc. pen., nella parte in cui detta norma non consentiva l’ammissione dell’imputato al giudizio abbreviato in caso di contestazione cd. patologica di una circostanza aggravante (sent. Corte Cost. n. 139 del 26 maggio 2015) non può ritenersi sussistente alcuna possibilità di estensione degli effetti della decisione nei processi in corso alla data della pronunzia, nel cui ambito dopo l’avvenuta  modifica della imputazione – e prima della prosecuzione del dibattimento – l’imputato non abbia chiesto di essere ammesso al giudizio abbreviato, posto che in tal caso la situazione processuale va ritenuta esaurita; lì dove, invece, tale richiesta sia intervenuta e sia stata respinta dal giudice procedente, ove il giudizio sia ancora in corso al momento di emissione della sentenza della Corte Costituzionale, è dovuta, in caso di condanna, la riduzione di pena di cui all’art. 442 co. 2 cod. proc. pen. .

E’ pienamente validità l’impugnazione incidentale proposta dal Pubblico Ministero anche nell’ipotesi in cui venga ‘omessa’ la notificazione all’imputato appellante, posto che essendo instaurata la fase della impugnazione in virtù dell’appello principale l’imputato (e il suo difensore) ha piena conoscenza del contenuto dell’atto attraverso il contraddittorio instauratosi nel giudizio di secondo grado.

 

Omessa traduzione della sentenza di primo grado non è motivo di nullità

In caso di impugnazione ritualmente proposta dal difensore di fiducia di un imputato alloglotta, avente ad oggetto un provvedimento di cui è stata omessa la traduzione, può configurarsi una lesione del diritto di difesa – correlata all’attivazione personale della impugnazione da parte dell’imputato – solo qualora quest’ultimo evidenzi il concreto e reale pregiudizio alle sue prerogative derivante dalla mancata traduzione. Ciò in rapporto al fatto che la traduzione non è costruita nel sistema processuale come condizione di validità della decisione ma è attività tesa a rendere agevole l’esercizio della facoltà di impugnazione personale. In presenza di un potere concorrente di impugnazione che sia stato esercitato è – dunque – soltanto l’imputato il titolare di una facoltà autonoma di rappresentazione di un eventuale pregiudizio.

La circostanza aggravante della premeditazione, nella sua configurazione normativa di estrema laconicità (il legislatore non ne descrive le componenti e non esplica la nozione) è stata, da sempre, ritenuta una forma aggravata del dolo, consistente in una particolare fermezza, per tempo apprezzabile, del proposito criminoso (persistenza tenace e ininterrotta, secondo la descrizione datane in dottrina).

La maggiore rimproverabilità del soggetto agente è correlata, in riferimento a detta aggravante, alla considerazione di una più elevata capacità a delinquere del soggetto manifestatasi in riferimento alla netta prevalenza, per un tempo consistente, della ferma risoluzione criminosa, vincente sulle ordinarie controspinte inibitorie alla realizzazione del delitto. E’ proprio la manifestazione di tale particolare qualità dell’elemento volitivo a caratterizzare la premeditazione, desumibile in concreto da una pluralità di elementi esterni (causale del delitto, anticipata manifestazione dell’intento, ricerca dell’occasione propizia, meticolosa organizzazione e accurato studio preventivo delle modalità esecutive) che manifestano tale particolare atteggiamento interiore, da non confondersi con la mera preordinazione (con ordinario dolo intenzionale) del delitto, intesa come apprestamento dei mezzi minimi necessari alla esecuzione e con l’esistenza di un progetto lesivo di massima.

Ciò posto, per esservi riconoscimento della premeditazione di omicidio è necessario che la decisione di merito analizzi – con la dovuta profondità – tutti gli indici rivelatori dell’atteggiamento interiore (predisposizione dei mezzi, manifestazioni anticipate di volontà, modalità concrete dell’evento e sua dinamica realizzativa) posto che soltanto la «certezza ricostruttiva» di una previa deliberazione finalizzata in modo inequivoco a realizzare l’evento morte, rimasta costante nel tempo e non bilanciata da controspinte, può dar luogo a tale approdo.

Se è vero che la circostanza aggravante della premeditazione può esplicare effetto anche in relazione al delitto di lesioni (art. 585 cod. pen.) è al contempo evidente che la sua caratteristica di fondo (che consente di incrementare il disvalore del fatto in modo molto consistente) è rappresentata dalla «costanza e univocità» del proposito criminoso. Da ciò deriva che lì dove la si ritenga sussistente – in ipotesi di consumazione dell’omicidio – tale statuizione deve poggiare su una solidità probatoria tale da consentire di affermare, senza dubbi ragionevoli, che sin dal momento iniziale (o comunque in un momento cronologicamente consistente rispetto a quello esecutivo) i correi hanno deliberato e programmato l’omicidio della vittima.

Un atteggiamento psicologico ricostruibile nel senso di ‘premeditazione delle lesioni’ non può, in altre parole, essere meccanicamente traslato sul diverso delitto di omicidio, pena un eccesso di semplificazione dei rapporti tra metodologìa di accertamento del dolo ed esiti del giudizio in malam partem.

In base alla concezione unitaria del concorso di persone nel reato, l’attività costitutiva del concorso può essere rappresentata da qualsiasi comportamento esteriore che fornisca un apprezzabile contributo, in tutte o alcune delle fasi – di ideazione, organizzazione e esecuzione – alla realizzazione collettiva, anche soltanto mediante il rafforzamento dell’altrui proposito criminoso o l’agevolazione dell’opera dei concorrenti.

In particolare, ai fini del concorso nel reato non è necessario che la condotta del concorrente sia condicio sine qua non dell’evento ed è invece sufficiente che il soggetto abbia apportato un contributo idoneo a favorire potenzialmente, a rendere più probabile l’evento (anche rafforzando l’altrui proposito criminoso); ciò che esclude la necessità di accertare se l’evento si sarebbe ugualmente verificato senza l’apporto di quel concorrente

In ogni azione collettiva il ‘tema’ da indagare non è, dunque, esclusivamente (e riduttivamente) quello della meccanica causalità materiale (vista come fattore di produzione dell’evento e come condizione esclusiva) ma quello, ben più complesso e articolato, della ‘causalità psicologica’ ( spesso derivante dalla compartecipazione di più persone alle fasi di ideazione o di esecuzione comune) qui intesa come quel fenomeno di ‘reciproco rafforzamento’ alla volontà di consumazione dell’illecito, derivante anche dallo svolgimento di compiti `di supporto’, pure se marginali o non determinanti l’effetto.

Nelle ‘azioni collettive’ ciò che rileva, ai fini della individuazione della responsabilità concorsuale, è l’esistenza (o meno) di un ‘effetto di rafforzamento’ della comune volontà criminosa e tale effetto può ricollegarsi o ad ipotesi di condotta meramente ‘verbale’ (l’azione di chi determina gli altri ad eseguire il reato mediante la trasmissione di un ordine, ad es.) o ad ipotesi di altre condotte ‘materiali’ che, nella loro obiettività , siano tali da sostenere ed alimentare la capacità e volontà complessiva di portare a termine il proposito comune.

Dette azioni vanno ovviamente ben identificate, secondo l’insegnamento offerto da Sez. U. n.45276 del 30.10.2003 ric. Andreotti (rv 226101) per cui in tema di concorso di persone nel reato, la circostanza che il contributo causale del concorrente morale possa manifestarsi attraverso forme differenziate e atipiche della condotta criminosa (istigazione o determinazione all’esecuzione del delitto, agevolazione alla sua preparazione o consumazione, rafforzamento del proposito criminoso di altro concorrente, mera adesione o autorizzazione o approvazione per rimuovere ogni ostacolo alla realizzazione di esso) non esime il giudice di merito dall’obbligo di motivare sulla prova dell’esistenza di una reale partecipazione nella fase ideativa o preparatoria del reato e di precisare sotto quale forma essa si sia manifestata, in rapporto di causalità efficiente con le attività poste in essere dagli altri concorrenti, non potendosi confondere l’atipicità della condotta criminosa concorsuale, pur prevista dall’art. 110 cod. pen., con l’indifferenza probatoria circa le forme concrete del suo manifestarsi nella realtà.

Tale affermazione è essenzialmente rivolta a richiamare l’attenzione del giudice di merito su un aspetto di fondamentale rilievo probatorio (ossia la identificazione della specifica condotta, anche se atipica, tenuta dal concorrente) ma non contiene modifica alcuna dei criteri generali di rilevanza delle condotte concorsuali. E’ evidente, pertanto, che se l’azione criminosa è sostenuta – nel suo divenire – dall’apporto di più persone, tali persone rispondono (quantomeno sotto il profilo del nesso psichico di rafforzamento) dell’evento che va a realizzarsi, anche se tale evento è determinato sul piano strettamente materiale da una condotta «finale» materialmente realizzata da altri e non può addivenirsi, pertanto, ad una illogica ‘frammentazione’ delle singole condotte esecutive, sostenendo l’irrilevanza del comportamento di chi non ha infetto materialmente i colpi verso la vittima.

Questione correlata è quella della ricorrenza dell’elemento psicologico del reato commesso in concorso. E’ evidente infatti che l’azione collettiva implica – per la sua punibilità – non soltanto la convergenza ‘fenomenica’ delle condotte concorsuali ma il dolo di concorso, ossia la esistenza di una finalità unitaria verso il raggiungimento di un evento voluto da ciascuno, con la consapevolezza del ruolo svolto dagli altri.

Ciò tuttavia non significa richiedere la necessità di una prova specifica del ‘previo concerto’, potendosi desumere il dolo – atteggiamento interiore di ciascuno – dalle modalità di ogni singola condotta e dalla interazione di tali condotte tra loro nell’ambito del fatto complessivamente ricostruito.

Ciò che rileva, anche al fine di distinguere il concorso ‘ordinario’ dal cd. ‘concorso anomalo’ (ex art. 116 cod. pen.) è la individuazione specifica dell’evento previsto e voluto da ogni singolo soggetto ritenuto concorrente, posto che lì dove manchi la prova della previsione e volizione di uno specifico evento realizzato – in capo a taluno dei compartecipi, portatori di volontà tesa a realizzare un evento diverso – costoro potranno risponderne solo in forza della individuazione di un nesso di ‘causalità psichica’ identificato (già a partire dalla decisione n.42 del 1965 Corte Cost.) nella concreta ‘prevedibilità’ di detto evento, come sviluppo logico dell’azione concordata.

Affinchè possa operare, tuttavia, il particolare criterio di estensione della punibilità di cui all’art. 116 cod. pen., solo impropriamente definito quale circostanza attenuante, posto che la diminuente di cui al co. 2 è diretta conseguenza della sostanziale fictio juris che consente di attribuire – nelle particolari circostanze delle azioni collettive – la penale responsabilità per un evento di reato non voluto ma prevedibile (il che allude ad un rimprovero correlato alla esecuzione in forma collettiva dell’azione, data la difficoltà di dominare la serie causale che ne deriva) è però necessario rispondere negativamente al preliminare interrogativo circa la «volizione» o meno, anche nella forma del dolo eventuale o alternativo, dell’evento che si è realizzato.

Ciò perché se l’evento (o gli eventi) realizzati erano tutti previsti e voluti (sia pure nelle forme suddette) non può farsi ricorso all’ipotesi regolamentata dall’art. 116, che diventa norma del tutto estranea alla fattispecie, posto che la stessa non è finalizzata a regolamentare una sorta di ‘graduazione’ del dolo rispetto all’evento realizzato ma entra in gioco solo quando il dolo dell’evento realizzato è del tutto assente (come ritenuto, già nel contesto argomentativo della indicata decisione del 1965, dalla Corte Costituzionale e dalla successiva giurisprudenza di legittimità).

Da qui la necessità di verificare attraverso la considerazione degli abituali «indici rivelatori» adoperati in sede applicativa, se il singolo evento realizzato era stato o meno previsto e voluto (dolo diretto) o anche eventualmente «accettato» dal singolo concorrente – come conseguenza dell’azione collettiva cui va ad aderire – secondo lo schema tipico del dolo eventuale, per cui l’accettazione del rischio, se previsto, equivale a volizione.

 

 

Cassazione penale

sentenza n. 33080 28 luglio 2016

[…]

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I ricorsi valutabili (Omissis e Omissis) risultano fondati limitatamente alla ritenuta sussistenza della circostanza aggravante della premeditazione (con effetto estensivo nei confronti della Omissis) e vanno respinti nel resto.

2. Conviene esaminare con priorità gli aspetti procedimentali sollevati nel ricorso proposto da Omissis.

2.1 Il tema di doglianza – posto al primo motivo di ricorso – concerne l’avvenuta dichiarazione di irrilevanza della questione di legittimità costituzionale relativa all’art. 517 cod. proc. pen. nella parte in cui detta norma non prevedeva (al momento della proposizione della questione di costituzionalità) la facoltà di proporre istanza di ammissione al giudizio abbreviato in presenza di modifica dell’imputazione – in corso di celebrazione del dibattimento – cd. patologica, relativa ad una circostanza aggravante.

Come si ricorderà, nella ricostruzione degli accadimenti processuali è stato evidenziato come la difesa del Omissis non propose l’apertura dell’incidente di costituzionalità – in rapporto alla norma allora vigente, preclusiva dell’istanza di ammissione al rito abbreviato – nell’udienza durante la quale si verificò la contestazione suppletiva (28 ottobre 2013), nè nella udienza immediatamente successiva, nè chiese di usufruire – in tali momenti – di un termine a difesa allo scopo di valutare la proponibilità dell’istanza di accesso all’abbreviato, ma il tema di costituzionalità venne introdotto, senza aver preventivamente inoltrato richiesta di ammissione al rito abbreviato, dopo la chiusura dell’istruttoria dibattimentale al 10 marzo del 2014) e riproposto in sede di giudizio di secondo grado.

In entrambi i casi i giudici del merito hanno evidenziato il difetto di rilevanza, non avendo chiesto, prioritariamente , l’imputato di essere ammesso al rito abbreviato subito dopo la modifica della imputazione.

La Corte di Appello, posta di fronte alla formulazione espressa della richiesta di accesso al rito speciale in secondo grado, la ritiene inammissibile perchè tardiva.

Ciò posto, la doglianza proposta nel ricorso è da ritenersi infondata, per le ragioni che seguono.

Va infatti precisato che l’assetto normativo (intendendosi per tale anche quello oggetto di interventi addittivi derivanti da pronunzie di illegittimità costituzionale) relativo al fenomeno della contestazione suppletiva del reato concorrente o della circostanza aggravante (art. 517 c.p.p), per come vigente alla data del 28 ottobre 2013 non prevedeva la facoltà, per l’imputato ‘destinatario’ della modifica, di proporre – in deroga rispetto alla disciplina tipica – il giudizio abbreviato sulla contestazione come modificata, in presenza di mera integrazione relativa ad una circostanza aggravante. La facoltà di richiesta del rito alternativo era stata infatti introdotta – da sentenze additive – in esclusivo riferimento alla contestazione del reato concorrente, sia ove la parte intendesse avvalersi del rito speciale di cui all’art. 444 c.p.p. (con sent. n. 263 del 30.6.1994 C.Cost.) che in ipotesi di richiesta di giudizio abbreviato (con sent. n. 237 del 26.10.2012).

Ora, è del tutto evidente che la vigenza di un limite preclusivo (in rapporto alla mera addizione dell’aggravante) in tale momento storico, poteva essere oggetto di scrutinio di costituzionalità se ed in quanto detta norma limitativa si fosse posta come «effettivo ostacolo» all’accoglimento di una istanza di ammissione al giudizio abbreviato, effettivamente formulata – nelle forme di legge – subito dopo la modifica del fatto contestato.

Ciò deriva dal fatto che il giudizio di costituzionalità – strumento che consente la verifica della conformità alla legge fondamentale delle norme vigenti – è costruito, in chiave di accesso, sul duplice presupposto della «rilevanza» e della «non manifesta infondatezza» della questione (ai sensi dell’ art. 23 della legge n.87 del 1953, che testualmente recita: .. l’autorità giurisdizionale, qualora il giudizio non possa essere definito indipendentemente dalla risoluzione della questione di legittimità costituzionale o non ritenga che la questione sollevata sia manifestamente infondata, emette ordinanza con la quale, riferiti i termini ed i motivi della istanza con cui fu sollevata la questione, dispone l’immediata trasmissione degli atti alla Corte costituzionale e sospende il giudizio in corso; la questione di legittimità costituzionale può essere sollevata, di ufficio, dall’autorità giurisdizionale davanti alla quale verte il giudizio con ordinanza contenente le indicazioni previste alle lettere a) e b) del primo comma e le disposizioni di cui al comma precedente..).

Dunque soltanto la proposizione dell’istanza di ammissione al rito abbreviato – immediatamente successiva alla modifica della imputazione – avrebbe, in tesi, determinato la necessità di applicazione, nel giudizio in corso, delle norme «limitatrici» dell’accesso e avrebbe pertanto determinato la possibilità per il giudice procedente (anche sollecitato in tal senso dalla parte istante) di interrogarsi sulla conformità ai principi costituzionali di tale tessuto regolativo, che da un lato consentiva di realizzare talune modifiche della imputazione senza consenso dell’imputato (art. 517) e dall’altro precludeva l’accesso al giudizio abbreviato sulla contestazione modificata (art. 438 co.2).

In assenza di tale istanza, che andava proposta anche al solo scopo di ottenere il rifiuto e denunziare la irragionevolezza del quadro normativo allora vigente, è del tutto legittimo ritenere che l’applicazione delle norme limitatrici non sia in realtà venuta in rilievo, e che l’imputato abbia optato per la prosecuzione del giudizio dibattimentale in corso, con ampia facoltà di contestazione probatoria – in contraddittorio – circa la fondatezza in fatto della intervenuta modifica e della originaria imputazione.

In tal senso, il giudizio di «irrilevanza» della proposta questione di legittimità costituzionale delle norme limitatrici, nella condizione di cui sopra, è del tutto condivisibile in diritto, non potendo l’imputato da un lato usufruire del maggior tasso di garanzie procedurali correlato alla prosecuzione del giudizio dibattimentale e dall’altro introdurre uno scrutinio di costituzionalità meramente astratto, che non avrebbe potuto comportare alcuna modifica in melius dell’eventuale trattamento sanzionatorio. La stessa Corte Costituzionale ha infatti chiarito (con sentenza numero 169 del 2003) che nell’attuale assetto normativo del rito abbreviato la diminuzione di pena – in caso di condanna – è inscindibilmente correlata alla «trattazione effettiva» del giudizio abbreviato, imponendo la manifestazione di volontà della parte in tempi utili alla introduzione

del rito speciale ( nel caso oggetto della decisione si discuteva del sindacato sul diniego di ammissione dell’abbreviato cd. condizionato, da proporsi in apertura del giudizio dibattimentale, sì da consentire l’immediato accesso al rito in caso di accoglimento della richiesta) ed evitando la irragionevole spendita di un ‘credito di riduzione della pena’ non dipendente da una effettiva semplificazione del rito.

Non può accedersi dunque alla prospettazione della parte, che sembra ignorare il tema del giudizio preliminare di «rilevanza» della questione di costituzionalità, arrivando a sostenere che la mancata proposizione dell’istanza di accesso al rito non derivò dall’interesse alla prosecuzione dell’istruttoria dibattimentale ma dal mero ossequio formale ad un impianto normativo che – in quel momento – non prevedeva la facoltà in questione.

L’ordinamento giuridico processuale non prevede, infatti, tale ipotesi di ‘scandaglio interiore’ della volontà dell’accusato e si basa – per ovvie esigenze di certezza – sulla manifestazione obiettiva di volontà desumibile dalla concreta condotta processuale tenuta.

L’integrazione della difesa personale con la difesa tecnica è -peraltro – finalizzata a consentire al soggetto accusato di orientarsi nel complesso reticolato normativo processuale attraverso la consultazione strategica con il soggetto (difensore tecnico) munito del necessario tasso di conoscenza delle regole giuridiche di fondo, il che convalida la considerazione di una scelta ‘assistita’ dalla competenza tecnica del difensore, il quale non può ignorare le ricadute di tale fondamentale parametro dell’incidente di costituzionalità (quello della rilevanza).

2.2 Il percorso argomentativo sin qui seguito porta a ritenere infondate anche le ulteriori richieste difensive, derivanti dalla intervenuta pubblicazione della decisione numero 139 del 9 luglio 2015 (data del deposito) con cui la Corte Costituzionale, accogliendo le prospettazioni sollevate nel corso di taluni giudizi di merito (nel corso dei quali era stato chiesto il giudizio abbreviato immediatamente dopo la modifica della contestazione) ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell’art. 517 cod. proc. pen. nella parte in cui detta norma – in caso di contestazione di una circostanza aggravante già risultante dagli atti di indagine al momento dell’esercizio dell’azione penale – non prevede la facoltà dell’imputato di richiedere al giudice del dibattimento il giudizio abbreviato relativamente al reato oggetto della nuova contestazione. Tale decisione è effettivamente successiva alla definizione del giudizio di appello, avvenuta in data 22 aprile del 2015 (giudizio nel corso del quale l’istanza di ammissione ai rito, per la prima volta formulata, era stata ritenuta tardiva).

Il ricorrente ha evidenziato come, essendo il giudizio ancora in corso (nella presente sede di legittimità) ben poteva essere – da parte di questa Corte – ammessa la celebrazione del giudizio abbreviato (ovviamente sottintendendo un annullamento con rinvio della decisione impugnata, non essendo questa Corte titolare di alcun potere di valutazione nel merito del compendio probatorio).

Circa tale prospettazione, che va anch’essa respinta, va sinteticamente precisato quale sia l’ambito di applicazione del novum normativo (tale intendendosi anche il frutto di sentenza manipolativo-additiva emessa dal giudice delle leggi) in campo processuale, settore dominato dalla generale vigenza del principio tempus regit actum, nella sua complessa essenza.

Sotto tale profilo, lì dove venga in rilievo una modifica normativa apportata con legge è stato più volte osservato che la disposizione contenuta nell’art. 11 delle disposizioni preliminari al codice civile (la legge non dispone che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo) pur non avendo valore di principio costituzionale – se non per le norme incriminatrici – ha tuttavia valore di principio generale dell’ordinamento giuridico e quindi opera come fondamentale criterio di interpretazione delle norme, in mancanza di un intervento di disciplina transitoria posta con atto di pari rango ( tra le molte, Sez. U. n. 49783 del 24.9.2009).

Si suole affermare in proposito che ciascun «fatto» va tendenzialmente assoggettato alla normativa del tempo in cui esso si verifica (tempus regit actum) e che in campo processuale – attività caratterizzata per sua natura da una serie concatenata di atti – le nuove norme tendono a divenire applicabili nei limiti in cui l’attività da realizzarsi possa ritenersi «regolata» dalla disciplina innovativa. Ciò in rapporto al risvolto «conservativo» insito in detto principio, tale da conferire stabilità di effetti agli «atti» compiuti in conformità alle norme anteriormente vigenti (al momento della loro venuta in essere) il cui modello legale di riferimento resta rappresentato dalla legge oggetto di successiva modifica . Il campo processual-penalistico è stato, sul tema, attraversato – da sempre – da forti tensioni, posta l’incidenza della legge processuale sulle modalità di svolgimento di uno strumento giuridico teso alla ricostruzione di un fatto da cui può derivare l’affermazione di penale responsabilità del singolo, con correlato trattamento sanzionatorio.

Da qui la tendenza – specie in dottrina – a ritenere alcune norme processuali penali, specie in tema di limiti o divieti probatori ( ma anche sul fronte del trattamento cautelare) dotate di una natura giuridica sui generis tale da comportare affinità di regolamentazione con quelle di diritto penale sostanziale, caratterizzate – queste ultime – dalla nota regola della retroattività in bonam partem sino alla decisione irrevocabile (art. 2 co.4 cod. pen.).

Da tale atteggiamento interpretativo deriverebbe – in tesi – la possibilità di ritenere affetto un determinato atto processuale da un contrasto «sopravvenuto» con la nuova disciplina regolatrice, tale da determinarne l’invalidità o la perdita di efficacia del medesimo.

La linea interpretativa seguita, nel corso del tempo, da questa Corte di legittimità ha – sul tema – escluso la possibilità di aderire ad una siffatta visione parasostanziale delle norme processuali, tale da incrinare (salva espressa disciplina transitoria) la regola del tempus regit actum (principio riaffermato di recente da Sez. U n. 44895 del 17.7.2014 rv 260927, in tema cautelare da Sez. U. n. 27919 del 31.3.2011, rv 250169, nonchè in tema di esecuzione da Sez. Un. 24561 del 30.5.2006 rv 233976), ma al contempo ha imposto una attenta ricognizione del contenuto delle singole innovazioni, sì da rapportarsi in modo ragionevole alla ricostruzione della disciplina regolatrice della specifica attività processuale in sè considerata (l’actum) nei casi di successione di norme nel tempo.

Il procedimento penale è infatti caratterizzato – per sua natura – non solo dalla correlazione tra più attività poste in essere da soggetti distinti, ma dalla compresenza di norme regolatrici aventi contenuto e finalità molto diverse tra di loro, la cui classificazione non appare inutile a fini di individuazione del limite di resistenza alla novità normativa, specie se sfavorevole.

Il divieto di far ricorso ad una particolare tipologìa di prova è, ad esempio, norma dal valore ben diverso rispetto a quella che regolamenta la tempistica di una impugnazione, così come la modifica di un presupposto applicativo di una misura restrittiva della libertà personale incide sui diritti della persona sottoposta al procedimento in maniera ben più consistente rispetto alla introduzione di una diversa regolamentazione di una facoltà interna al procedimento incidentale di impugnazione.

Si è in tal senso ritenuto – anche facendo riferimento alla ultrattività della disciplina vigente all’atto della emissione del titolo genetico (actum) – che l’entrata in vigore di una disciplina sopravvenuta peggiorativa del trattamento cautelare (d.l. n.11 del 2009) non può comportare la sostituzione della misura in atto per il solo mutamento del quadro normativo (Sez. U n. 27919 del 31.3.2011, rv 250195) così come, in diversa occasione, si è affermato ( Sez. Un. 10086 del 13.7.1998, rv 211192) che in tema di interpretazione della disciplina transitoria dettata dal legislatore in occasione di modifica del procedimento di acquisizione e valutazione della prova il criterio tempus regit actum, anziché astrattamente recepito in modo schematico e indifferenziato andasse adeguato alla diversa tipologia degli atti processuali oggetto di modifica, con conseguente rilievo in sede di legittimità della nuova regolamentazione, pur apportata da norma processuale, data la natura plurifasica e trasversale del fenomeno probatorio.

Escludendo fuorvianti generalizzazioni, resta essenziale, pertanto, l’analisi dei contenuti specifici della modifica normativa, al fine di stabilire quale sia l’attività processuale evocata e considerata dalla singola disposizione e in che misura la stessa risulti «sensibile» al mutamento del quadro normativo di riferimento.

2.3 Ciò posto, quanto all’effetto di decisioni della Corte Costituzionale aventi portata innovativa in campo processuale (quale di certo va considerata la num. 139 del 2015, di cui si discute) va ribadito che la introduzione di una regola giuridica – nel caso in esame comportante la rimozione di un limite – deriva, in tal caso, dalla considerazione della contrarietà a principi costituzionali del precedente assetto regolativo ed ha pertanto una maggior forza espansiva rispetto ad una semplice modifica legislativa (trattandosi di efficacia invalidante e non abrogativa), sicchè il decisum può trovare immediata applicazione – ai sensi dell’art. 136 Cost. – nei procedimenti in corso, ma con il limite delle «situazioni esaurite» come ritenuto in via generale dallo stesso giudice delle leggi in sede di interpretazione degli effetti delle proprie pronunzie (per tutte, Corte Cost. n. 139 del 3.5.1984, ove si precisa che vanno considerati esauriti anche i rapporti rispetto ai quali sia decorso il termine di prescrizione o di decadenza previsto dalla legge per l’esercizio dei diritti ad essi relativi) e, costantemente, da questa Corte di legittimità (tra le molte, Sez. U n. 7232 del 7.7.1984, rv 165563; Sez. I n. 3304 del 20.9.1991, rv 188428; Sez. V n. 8419 del 15.6.1992, rv 191492).

Il tema, pertanto, è rappresentato – in tal caso – dalla concreta identificazione di una situazione ‘esaurita’ in campo processuale – anche prima della formazione del giudicato (fatto che di per sè determina l’intangibilità della pronunzia, salva l’ipotesi di declaratoria di illegittimità costituzionale avente ad oggetto norme incriminatrici o norme di diritto penale sostanziale direttamente incidenti sul trattamento sanzionatorio in virtù di quanto previsto dall’art. 30 legge n.87 del 1953 per come interpretato da Sez. U n. 42858 del 2014, ric. Gatto) posto che lì dove un determinato segmento dell’iter processuale sia da ritenersi tale, il nuovo assetto regolativo dei poteri o delle facoltà processuali, derivante dalla decisione additiva, non può ritenersi incidente nel giudizio, pur se lo stesso è – nel suo complesso – ancora pendente.

Un rapido esame dei principali arresti di questa Corte – sovente confrontatasi con il tema, date le numerose decisioni del giudice delle leggi sul fronte processuale – porta a ritenere necessaria, anche in rapporto all’oggetto della decisione di incostituzionalità, la verifica della definizione o meno della fase processuale interessata dalla modifica e/o l’esistenza o meno di una decadenza, lì dove si tratti di procedure incidentali derivanti da impulso di parte.

Si vedano, nel senso della riconoscibilità in concreto della situazione esaurita con salvezza degli effetti processuali ricollegabili alla norma dichiarata incostituzionale:

– Sez. V n. 2802 del 9.6.1999 in relazione alla declaratoria di illegittimità costituzionale di norma relativa alla efficacia delle notifiche a mezzo posta (sent. Corte Cost. n. 346 del 1998) con salvezza del giudicato prodottosi prima della pubblicazione della decisione ;

– i numerosi arresti relativi alle ricadute della declaratoria di illegittimità costituzionale parziale dell’art. 294 c.p.p. (sent. n. 77 del 1997) in tema di interrogatorio di garanzia e dovere del giudice di procedervi sino alla trasmissione degli atti al giudice del dibattimento ( tra cui v. Sez. I n. 3899 del 30.6.1998, rv 211026) con mantenimento dell’efficacia delle misure cautelari lì dove all’epoca di pubblicazione della decisione il dibattimento era già in corso;

– le decisioni relative ai reiterati interventi della Corte Costituzionale sul testo dell’art. 34 cod. proc. pen., tese ad evidenziare la impossibilità di applicazione retroattiva degli effetti di tali pronunzie lì dove si sia esaurito – medio tempore – il grado di giudizio durante il quale è stata emessa la decisione secondo la norma regolatrice dell’epoca e non sia stata attivata la procedura incidentale di ricusazione (Sez. I n. 4521 del 16.3.1998, rv 210471; Sez. VI n. 313 del 29.9.1999, rv 216403; Sez. VI n. 10790 del 24.5.2000, rv 218336; Sez. V n. 44 del 12.1.1999, rv 213077) con possibilità di estensione degli effetti della pronunzia di incostituzionalità, nonostante la definizione del grado di giudizio, solo lì dove la parte abbia rivolto istanza di astensione – respinta – e riproposto nel grado successivo la questione come motivo di appello (Sez. I n. 1997 del 15.1.1998, rv 209840);

– ed ancora, di recente, le decisioni derivanti dalla ritenuta illegittimità costituzionale (sent. n. 93 del 2010) delle norme tese ad escludere la possibile celebrazione in pubblica udienza del giudizio di merito in prevenzione, tra cui Sez. V sent. n. 88 del 5.10.2011.

Di particolare rilievo e chiarezza è, in tale contesto, la decisione emessa dalle Sezioni Unite in data 29.3.2007 (n. 27614, rv 236535) in tema di effetti della decisione Corte Cost. n. 26 del 2007 (con cui è stato rimosso il limite alla appellabilità delle decisioni di assoluzione da parte del Pubblico Ministero) posto che in tale arresto, nel ribadire la natura «invalidante» delle decisioni emesse dalla Corte Costituzionale, si è ribadito che in campo processuale l’effetto retroattivo trova il suo limite nelle «situazioni giuridiche esaurite» evidenziando che per tali vanno ritenute quelle non più suscettibili di essere rimosse o modificate, come quelle determinate dalla formazione del giudicato, dall’operatività della decadenza, dalla preclusione processuale (in tal senso anche Sez. I n. 21323 del 13.5.2008, rv 240082).

In virtù di tale inquadramento, non possono nutrirsi dubbi circa il fatto che nel caso in esame la mancata proposizione, a seguito di modifica della imputazione, dell’istanza di accesso al rito abbreviato determina – come si è notato in precedenza – l’acquiescenza della parte alla prosecuzione del giudizio dibattimentale, con decadenza dalla facoltà di critica e correlato «esaurimento» dei profili di ammissibilità dei riti alternativi previsti dal sistema processuale.

Sotto tale aspetto il giudizio in corso va ritenuto «insensibile» al portato della decisione numero 139 del 2015 Corte Cost., con inammissibilità della domanda tesa ad ottenere una ammissione tardiva alla celebrazione del rito o la estensione di ipotetici benefici quoad poenam.

In ciò il fenomeno di integrazione del quadro normativo, pur se derivante da una decisione del giudice delle leggi, non risulta diverso – nelle sue ricadute – dalla ordinaria modifica legislativa, data l’operatività del limite della «situazione esaurita» così rilevato e la salvezza degli effetti giuridici correlati alla norma allora vigente, pur dichiarata incostituzionale.

Diverso sarebbe stato, ad avviso del Collegio, il caso di una richiesta di ammissione al rito abbreviato tempestivamente formulata (in presenza di modifica della imputazione cd. patologica) ma denegata dal giudice procedente, posto che in tal caso la segnalata forza espansiva della declaratoria di illegittimità costituzionale in una con la sostanziale contrarietà alla costituzione dell’opposto diniego e con la particolare natura del giudizio abbreviato (strumento di semplificazione del rito avente riflessi sulla entità della sanzione) avrebbe consentito, essendo ancora in corso il giudizio, il recupero – in via di riequilibrio sistematico – se non della ‘fattibilità’ del rito, quantomeno dell’attribuzione del beneficio processuale di riduzione del trattamento sanzionatorio di cui all’art. 442 co.2 cod. proc. pen..

Ma, lo si ripete, tale non è il caso del ricorrente, attesa la condotta processuale che non ha visto il manifestarsi di una volontà di accesso al rito abbreviato immediatamente dopo l’avvenuta contestazione suppletiva.

Concludendo sul tema, va espresso il seguente principio di diritto :

– in riferimento alla intervenuta declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art. 517 cod. proc. pen., nella parte in cui detta norma non consentiva l’ammissione dell’imputato al giudizio abbreviato in caso di contestazione cd. patologica di una circostanza aggravante (sent. Corte Cost. n. 139 del 26 maggio 2015) non può ritenersi sussistente alcuna possibilità di estensione degli effetti della decisione nei processi in corso alla data della pronunzia, nel cui ambito dopo l’avvenuta  modifica della imputazione – e prima della prosecuzione del dibattimento – l’imputato non abbia chiesto di essere ammesso al giudizio abbreviato, posto che in tal caso la situazione processuale va ritenuta esaurita; lì dove, invece, tale richiesta sia intervenuta e sia stata respinta dal giudice procedente, ove il giudizio sia ancora in corso al momento di emissione della sentenza della Corte Costituzionale, è dovuta, in caso di condanna, la riduzione di pena di cui all’art. 442 co.2 cod. proc. pen. .

3. Infondati sono, altresì, il secondo ed il terzo motivo.

Quanto alla notifica dell’atto di appello proposto (anche) dal Pubblico Ministero è stata più volte affermata da questa Corte la piena validità della impugnazione incidentale proposta dal Pubblico Ministero anche nell’ipotesi in cui venga ‘omessa’ la notificazione all’imputato appellante, posto che essendo instaurata la fase della impugnazione in virtù dell’appello principale l’imputato (e il suo difensore) ha piena conoscenza del contenuto dell’atto attraverso il contraddittorio instauratosi nel giudizio di secondo grado (tra le molte, Sez. IV n. 3481 del 12.12.2007, rv 239028). Nessun rilievo può pertanto essere attribuito alla mancata traduzione in lingua di tale atto, nel caso di specie notificato all’imputato, posto che la stessa novellazione dell’art. 143 cod. proc. pen., realizzata con d.lgs. n. 32 del 4 marzo 2014 non include l’atto di appello tra quelli soggetti a traduzione scritta necessaria (il che, peraltro, non appare irragionevole essendo l’atto in questione lo sviluppo di argomentazioni su cui si è esercitato il contraddittorio nel giudizio di primo grado, con ausilio alla comprensione dei profili tecnici realizzabile da parte del difensore).

Quanto alla omessa traduzione della sentenza di primo grado (depositata il 23 giugno 2014) la stessa non è motivo di nullità. Il Collegio, sul tema, ritiene del tutto condivisibili le valutazioni espresse da Sez. VI n. 45457 del 29.9.2015, rv 265521.

In tale arresto si è affermato che in caso di impugnazione ritualmente proposta da difensore di fiducia di un imputato alloglotta, avente ad oggetto un provvedimento di cui è stata omessa la traduzione, può configurarsi una lesione del diritto di difesa – correlata all’attivazione personale della impugnazione da parte dell’imputato – solo qualora quest’ultimo evidenzi il concreto e reale pregiudizio alle sue prerogative derivante dalla mancata traduzione. Ciò in rapporto al fatto che la traduzione non è costruita nel sistema processuale come condizione di validità della decisione ma è attività tesa a rendere agevole l’esercizio della facoltà di impugnazione personale. In presenza di un potere concorrente di impugnazione che sia stato esercitato (come nel caso in esame) è – dunque – soltanto l’imputato il titolare di una facoltà autonoma di rappresentazione di un eventuale pregiudizio, fatto che non risulta mai rappresentato nel presente giudizio.

4. Il quarto motivo è, in parte, fondato – circa l’avvenuto riconoscimento in secondo grado della circostanza aggravante della premeditazione – e va esaminato in modo congiunto con il contenuto del primo motivo di ricorso proposto da Omissis.

L’operazione valutativa realizzata dal giudice di secondo grado – in rapporto alla circostanza aggravante in parola – risente, quanto al metodo seguito, della mancata rinnovazione istruttoria in rapporto alle fonti del convincimento e realizza, quanto agli effetti, una modifica in pejus di rilevanti aspetti ricostruttivi (in punto di qualificazione complessiva dell’elemento psicologico del reato) in aperta violazione della regola di giudizio del «ragionevole dubbio» inteso quale limite non soltanto alla affermazione di penale responsabilità ma anche al riconoscimento di elementi accidentali comportanti incrementi del trattamento sanzionatorio (si veda, sul punto, Sez. I n. 14638 del 9.1.2014, rv 262145).

4.1 La circostanza aggravante della premeditazione, nella sua configurazione normativa di estrema laconicità (il legislatore non ne descrive le componenti e non esplica la nozione) è stata, da sempre, ritenuta una forma aggravata del dolo, consistente in una particolare fermezza, per tempo apprezzabile, del proposito criminoso (persistenza tenace e ininterrotta, secondo la descrizione datane in dottrina).

La maggiore rimproverabilità del soggetto agente è correlata, in riferimento a detta aggravante, alla considerazione di una più elevata capacità a delinquere del soggetto manifestatasi in riferimento alla netta prevalenza, per un tempo consistente, della ferma risoluzione criminosa, vincente sulle ordinarie controspinte inibitorie alla realizzazione del delitto. E’ proprio la manifestazione di tale particolare qualità dell’elemento volitivo a caratterizzare la premeditazione, desumibile in concreto da una pluralità di elementi esterni (causale del delitto, anticipata manifestazione dell’intento, ricerca dell’occasione propizia, meticolosa organizzazione e accurato studio preventivo delle modalità esecutive, v. per tutte Sez. U. n. 337 del 18.12.2008, rv 241575) che manifestano tale particolare atteggiamento interiore, da non confondersi con la mera preordinazione (con ordinario dolo intenzionale) del delitto, intesa come apprestamento dei mezzi minimi necessari alla esecuzione e con l’esistenza di un progetto lesivo di massima.

Ciò posto, per esservi riconoscimento della premeditazione di omicidio è necessario che la decisione di merito analizzi – con la dovuta profondità – tutti gli indici rivelatori dell’atteggiamento interiore (predisposizione dei mezzi, manifestazioni anticipate di volontà, modalità concrete dell’evento e sua dinamica realizzativa) posto che soltanto la «certezza ricostruttiva» di una previa deliberazione finalizzata in modo inequivoco a realizzare l’evento morte, rimasta costante nel tempo e non bilanciata da controspinte, può dar luogo a tale approdo.

Ora, nel caso in esame, la Corte di Appello non realizza una effettiva motivazione ‘rafforzata’ rispetto ai dubbi evidenziati – sul tema – dal giudice di primo grado con motivazione non illogica (sull’obbligo di motivazione rafforzata, tra le molte, Sez. VI n. 8705 del 24.1.2013 rv 254113).

In particolare, il giudice di primo grado aveva evidenziato come, nell’analisi delle modalità dell’azione – aspetto essenziale per la ricostruzione dell’elemento psicologico – non soltanto si notava l’utilizzo di più strumenti di aggressione (alcuni rudimentali) e di più lesioni da difesa su un braccio del Omissis, persona dalla notevole stazza fisica, con peso corporeo superiore a 100 kg. (il che fa propendere per una fase più articolata rispetto a quella descritta, in sintesi, dalla stessa vittima ai suoi soccorritori, così come del resto riferito dal teste neutro Omissis, che vede tre persone ‘litigare’) ma soprattutto si era raggiunta certezza circa l’anteriorità dello sfregio alla guancia rispetto a quello, risultato letale, portato alla gola. Da ciò le considerazioni per cui la volontà ‘primaria’ era quella lesiva, con volontà di arrecare un visibile danno permanente al viso del Omissis, in chiave simbolica (si ricorderà che la condotta del Omissis era alimentata dal convincimento, seppure erroneo, dell’affronto sessuale subìto dalla sorella) e progressione criminosa probabilmente dovuta alla particolare aggressività del Omissis (unita alla capacità reattiva del Omissis).

Su tale aspetto – a parità di materiale cognitivo – la Corte di secondo grado contrappone una mera opinione (lo sfregio preventivo non escluderebbe la predeterminazione dell’omicidio) che tende a scontrarsi con il portato dell’esperienza, posto che l’azione di vilipendio viene per lo più arrecata solo dopo aver fiaccato – in modo definitivo – la resistenza del soggetto preso di mira e non prima.

A ciò si unisce la considerazione per cui la rivalutazione dell’ipotizzato «peso dimostrativo» sulla premeditazione omicidiaria di talune deposizioni, tra cui quella di Omissis(nonchè della teste Omissis e dello stesso Omissis)è stata operata senza nuovo ascolto della fonte e in violazione – per quanto concerne il Omissis – dei canoni intepretativi dell’art. 195 cod. proc. pen..

Viene, in particolare, ritenuta di primaria importanza, al fine di ritenere premeditato l’omicidio, una affermazione del teste indiretto (circa il proposito di ..scannamento..coltivato dalla Omissis e percepito casualmente dalla Omissis) non confermata dal teste diretto (la Omissis) e la Corte di secondo grado non si preoccupa di argomentare – in un contesto ove la Omissis non avrebbe motivo alcuno per attenuare volontariamente la responsabilità degli imputati – le ragioni di tale preferenza accordata al teste indiretto.

In effetti, va evidenziato che lo stesso giudice di primo grado aveva evidenziato come il proposito criminoso fosse indubbiamente sostenuto da una congrua programmazione, ma che una serie di elementi cognitivi portavano a ritenere che la volontà emersa processualmente – in tale fase – fosse quella di «dare una lezione» al Omissis, il che non consentiva di ritenere sussistente la premeditazione del delitto di omicidio.

In ciò, è dato cogliere un aspetto di non secondario rilievo. Se è vero che la circostanza aggravante della premeditazione può esplicare effetto anche in relazione al delitto di lesioni (art. 585 cod. pen.) è al contempo evidente che la sua caratteristica di fondo (che consente di incrementare il disvalore del fatto in modo molto consistente) è rappresentata dalla «costanza e univocità» del proposito criminoso. Da ciò deriva che lì dove la si ritenga sussistente – in ipotesi di consumazione dell’omicidio – tale statuizione deve poggiare su una solidità probatoria tale da consentire di affermare, senza dubbi ragionevoli, che sin dal momento iniziale (o comunque in un momento cronologicamente consistente rispetto a quello esecutivo) i correi hanno deliberato e programmato l’omicidio della vittima .

Un atteggiamento psicologico ricostruibile nel senso di ‘premeditazione delle lesioni’ non può, in altre parole, essere meccanicamente traslato sul diverso delitto di omicidio, pena un eccesso di semplificazione dei rapporti tra metodologìa di accertamento del dolo ed esiti del giudizio in malam partem.

Ed allora, va evidenziato che – al di là di Omissis , di cui si è detto – tutte le fonti testimoniali ritenute attendibili anche dal giudice di secondo grado (in particolare la teste Omissis, oltre allo Omissis) hanno evidenziato, pur in un contesto di forte conflittualità insorto, la volontà della Omissis di organizzare una seria «spedizione punitiva» allo scopo di «mandare via dal condominio» la coppia sgradita, con ridimensionamento – specie da parte della Omissis – di espressioni verbali evocanti più gravi conseguenze.

Da tali dati istruttori la Corte di secondo grado tende a svincolarsi, valorizzando – come si è detto – più una propria opinione ricostruttiva che una effettiva zona d’ombra della motivazione espressa in primo grado.

Per quanto sinora detto la decisione di secondo grado – nella parte in cui ha accolto l’impugnazione proposta dal Pubblico Ministero – va annullata senza rinvio, con effetto estensivo che – ai sensi dell’art. 587 co.1 cod. proc. pen. – va dichiarato in rapporto alla posizione di Omissis.

5. Gli ulteriori motivi di ricorso, proposti da Omissis e da Omissis sono infondati. Il delitto di omicidio, commesso in concorso, va ritenuto il frutto di una azione collettiva tesa prioritariamente alla realizzazione delle lesioni, ma rispetto alla quale – per le condizioni dell’azione, la predisposizione degli strumenti di offesa, la verosimile reazione della vittima – era stato previsto ed accettato il rischio di causare la morte della persona presa di mira (nella forma del dolo eventuale, in ciò rettificandosi la motivazione espressa dal giudice di primo grado).

La condotta tenuta dall’esecutore materiale – con uso di strumento tagliente in zona notoriamente interessata dal passaggio di grossi vasi sanguigni – ha concretizzato detto rischio, con attribuzione dell’evento a titolo di concorso ex art. 110 cod. pen. a tutti i soggetti partecipi e coautori.

In ciò vanno disattese sia le tesi dell’omicidio preterintenzionale che quelle del concorso anomalo.

In particolare, va ricordato che in base alla concezione unitaria del concorso di persone nel reato, l’attività costitutiva del concorso può essere rappresentata da qualsiasi comportamento esteriore che fornisca un apprezzabile contributo, in tutte o alcune delle fasi – di ideazione, organizzazione e esecuzione – alla realizzazione collettiva, anche soltanto mediante il rafforzamento dell’altrui proposito criminoso o l’agevolazione dell’opera dei concorrenti..” (così, tra le molte, Sez. I n.6489 del 28.1.1998, ric. Mendoza, nonché Sez. H 16.6.1992, ric. Ortu, che sottolinea la rilevanza penale a fini concorsuali di qualsiasi attività, nell’ambito della realizzazione collettiva, che comporti il rafforzamento della volontà dei compartecipi, e di qualsiasi contributo, reso sia nella eziologia che nella dinamica di consumazione del reato) .

In particolare, è pacifico approdo della giurisprudenza di questa Corte quello per cui ai fini del concorso nel reato non è necessario che la condotta del concorrente sia condicio sine qua non dell’evento ed è invece sufficiente che il soggetto abbia apportato un contributo idoneo a favorire potenzialmente, a rendere più probabile l’evento (anche rafforzando l’altrui proposito criminoso); ciò che esclude la necessità di accertare se l’evento si sarebbe ugualmente verificato senza l’apporto di quel concorrente(così Sez. V, 93.1986, ric. Giorgini, nonché Sez. I, 11.3.1991, Cantone e Sez. I 10.5.’93 Algranati ove si precisa che il giudice, in base a regole di comune esperienza, dovrà valutare se esista o meno la prova della obiettiva idoneità della condotta posta in essere dal concorrente a produrre, sia pure in misura modesta, il suddetto rafforzamento).

La nozione è stata più di recente riaffermata da Sez. V n. 21082 del 13.4.2004, rv 229200 e da Sez. VI n. 36818 del 22.5.2012, rv 253347.

In entrambe le decisioni, sulla base del predetto e consolidato orientamento, si è riaffermato che il contributo concorsuale assume rilevanza non solo quando abbia determinante efficacia causale – ponendosi come condizione dell’evento lesivo – ma anche quando assume la forma di un contributo agevolatore, e cioè quando il reato, senza la condotta di agevolazione, sarebbe ugualmente commesso ma con maggiori incertezze di riuscita o difficoltà; è sufficiente, pertanto, che la condotta partecipativa si manifesti in un comportamento esteriore idoneo ad arrecare un contributo apprezzabile alla commissione del reato, intendendosi per tale anche quello di tipo psichico o, se materiale, teso ad aumentare le possibilità di realizzazione del reato.

In ogni azione collettiva il ‘tema’ da indagare non è, dunque, esclusivamente (e riduttivamente) quello della meccanica causalità materiale (vista come fattore di produzione dell’evento e come condizione esclusiva) ma quello, ben più complesso e articolato, della ‘causalità psicologica’ ( spesso derivante dalla compartecipazione di più persone alle fasi di ideazione o di esecuzione comune) qui intesa come quel fenomeno di ‘reciproco rafforzamento’ alla volontà di consumazione dell’illecito, derivante anche dallo svolgimento di compiti `di supporto’, pure se marginali o non determinanti l’effetto.

Nelle ‘azioni collettive’ ciò che rileva, ai fini della individuazione della responsabilità concorsuale, è l’esistenza (o meno) di un ‘effetto di rafforzamento’ della comune volontà criminosa e tale effetto può ricollegarsi o ad ipotesi di condotta meramente ‘verbale’ (l’azione di chi determina gli altri ad eseguire il reato mediante la trasmissione di un ordine, ad es.) o ad ipotesi di altre condotte ‘materiali’ che, nella loro obiettività , siano tali da sostenere ed alimentare la capacità e volontà complessiva di portare a termine il proposito comune.

Dette azioni vanno ovviamente ben identificate, secondo l’insegnamento offerto da Sez. U. n.45276 del 30.10.2003 ric. Andreotti (rv 226101) per cui in tema di concorso di persone nel reato, la circostanza che il contributo causale del concorrente morale possa manifestarsi attraverso forme differenziate e atipiche della condotta criminosa (istigazione o determinazione all’esecuzione del delitto, agevolazione alla sua preparazione o consumazione, rafforzamento del proposito criminoso di altro concorrente, mera adesione o autorizzazione o approvazione per rimuovere ogni ostacolo alla realizzazione di esso) non esime il giudice di merito dall’obbligo di motivare sulla prova dell’esistenza di una reale partecipazione nella fase ideativa o preparatoria del reato e di precisare sotto quale forma essa si sia manifestata, in rapporto di causalità efficiente con le attività poste in essere dagli altri concorrenti, non potendosi confondere l’atipicità della condotta criminosa concorsuale, pur prevista dall’art. 110 cod. pen., con l’indifferenza probatoria circa le forme concrete del suo manifestarsi nella realtà.

Tale affermazione è essenzialmente rivolta a richiamare l’attenzione del giudice di merito su un aspetto di fondamentale rilievo probatorio (ossia la identificazione della specifica condotta, anche se atipica, tenuta dal concorrente) ma non contiene modifica alcuna dei criteri generali di rilevanza delle condotte concorsuali. E’ evidente, pertanto, che se l’azione criminosa è sostenuta – nel suo divenire – dall’apporto di più persone, tali persone rispondono (quantomeno sotto il profilo del nesso psichico di rafforzamento) dell’evento che va a realizzarsi, anche se tale evento è determinato sul piano strettamente materiale da una condotta «finale» materialmente realizzata da altri (come nel caso qui in esame) e non può addivenirsi, pertanto, ad una illogica ‘frammentazione’ delle singole condotte esecutive, sostenendo l’irrilevanza del comportamento di chi non ha infetto materialmente i colpi verso la vittima.

Chiarito ciò, questione correlata è quella della ricorrenza dell’elemento psicologico del reato commesso in concorso. E’ evidente infatti che l’azione collettiva implica – per la sua punibilità – non soltanto la convergenza ‘fenomenica’ delle condotte concorsuali ma il dolo di concorso, ossia la esistenza di una finalità unitaria verso il raggiungimento di un evento voluto da ciascuno, con la consapevolezza del ruolo svolto dagli altri (tra le molte, Sez. VI n. 37337 del 10.7.2003, rv 227321; Sez. I n. 40248 del 26.9.2012, rv 254735).

Ciò tuttavia non significa richiedere la necessità di una prova specifica del ‘previo concerto’, potendosi desumere il dolo – atteggiamento interiore di ciascuno – dalle modalità di ogni singola condotta e dalla interazione di tali condotte tra loro nell’ambito del fatto complessivamente ricostruito.

Ciò che rileva, anche al fine di distinguere il concorso ‘ordinario’ dal cd. ‘concorso anomalo’ (ex art. 116 cod. pen.) è la individuazione specifica dell’evento previsto e voluto da ogni singolo soggetto ritenuto concorrente, posto che lì dove manchi la prova della previsione e volizione di uno specifico evento realizzato – in capo a taluno dei compartecipi, portatori di volontà tesa a realizzare un evento diverso – costoro potranno risponderne solo in forza della individuazione di un nesso di ‘causalità psichica’ identificato (già a partire dalla decisione n.42 del 1965 Corte Cost.) nella concreta ‘prevedibilità’ di detto evento, come sviluppo logico dell’azione concordata ( tra le molte, di recente, Sez. V n. 34036 del 18.6.2013,

rv 257521).

Affinchè possa operare, tuttavia, il particolare criterio di estensione della punibilità di cui all’art. 116 cod. pen., solo impropriamente definito quale circostanza attenuante, posto che la diminuente di cui al co. 2 è diretta conseguenza della sostanziale fictio juris che consente di attribuire – nelle particolari circostanze delle azioni collettive – la penale responsabilità per un evento di reato non voluto ma prevedibile (il che allude ad un rimprovero correlato alla esecuzione in forma collettiva dell’azione, data la difficoltà di dominare la serie causale che ne deriva) è però necessario rispondere negativamente al preliminare interrogativo circa la «volizione» o meno, anche nella forma del dolo eventuale o alternativo, dell’evento che si è realizzato.

Ciò perché se l’evento (o gli eventi) realizzati erano tutti previsti e voluti (sia pure nelle forme suddette) non può farsi ricorso all’ipotesi regolamentata dall’art. 116, che diventa norma del tutto estranea alla fattispecie, posto che la stessa non è finalizzata a regolamentare una sorta di ‘graduazione’ del dolo rispetto all’evento realizzato ma entra in gioco solo quando il dolo dell’evento realizzato è del tutto assente (come ritenuto, già nel contesto argomentativo della indicata decisione del 1965, dalla Corte Costituzionale e dalla successiva giurisprudenza di legittimità; v. da ultimo Sez. VI n. 6214 del 5.12.2011, rv 252405).

Da qui la necessità di verificare attraverso la considerazione degli abituali «indici rivelatori» adoperati in sede applicativa, se il singolo evento realizzato era stato o meno previsto e voluto (dolo diretto) o anche eventualmente «accettato» dal singolo concorrente – come conseguenza dell’azione collettiva cui va ad aderire – secondo lo schema tipico del dolo eventuale, per cui l’accettazione del rischio, se previsto, equivale a volizione (tra le molte, Sez. I n.267 del 14.12.2011, rv 252046).

Ora, non vi è dubbio alcuno circa il fatto che – seppur dovendosi escludere, per le ragioni di cui sopra – la premeditazione dell’omicidio, il caso in esame abbia mostrato ampi e rassicuranti indici rivelatori di tale «collettiva» accettazione del rischio, in riferimento a quanto ampiamente emerso nelle due (difformi, su tale aspetto) decisioni. La predisposizione di mezzi dalla notevole potenzialità lesiva, l’affidamento di compiti esecutivi a soggetto dall’indole quasi incontrollabile, la ovvia prevedibilità della reazione della vittima risultano, sul tema, indicatori di rassicurante valenza.

Le diverse prospettazioni contenute nei ricorsi, per lo più correlate ad aspetti del fatto logicamente scrutinati nelle due decisioni, vanno pertanto disattese.

6. Va inoltre ritenuto infondato il quinto motivo di ricorso proposto nell’interesse di Omissis e relativo al trattamento sanzionatorio. La negazione delle circostanze attenuanti generiche risulta ampiamente motivata (a pag. 107 e ss. della decisione impugnata) in rapporto alle modalità dell’azione ed al ruolo svolto, nè sono stati opposti elementi tali da consentire una disarticolazione argomentativa di tali profili.

Nei confronti di tale imputato, pertanto, l’annullamento senza rinvio della ritenuta aggravante della premeditazione consente, in virtù del rigetto dei restanti motivi di ricorso, di ripristinare la pena inflitta all’esito della decisione di primo grado.

Diversamente, il giudizio di rinvio – limitatamente alla determinazione del trattamento sanzionatorio – si rende necessario nei confronti dei restanti imputati Omissis (ricorrente) e Omissis (in virtù del richiamato effetto estensivo) in virtù del fatto che costoro risultano destinatari di statuizione favorevole in secondo grado in punto di attenuanti generiche (non oggetto di ricorso).

Il giudizio di equivalenza con l’aggravante della premeditazione, operato in secondo grado, non è riproducibile in forza dei contenuti della presente decisione né questa Corte di legittimità può stabilire l’incidenza della diminuzione del trattamento sanzionatorio, trattandosi di potere riservato al giudice del merito.

Il rigetto dei motivi di ricorso relativi alla qualificazione giuridica del fatto comporta la condanna di Omissis alla rifusione delle spese sostenute nel presente giudizio dalle parti civili, che si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di Omissis

limitatamente alla aggravante della premeditazione, che elimina; rigetta nel resto il ricorso di tale imputato e, per l’effetto, determina la pena detentiva in anni 23 di reclusione, oltre alle pene accessorie inflitte con la sentenza di primo grado.

Annulla la sentenza impugnata nei confronti di Omissis limitatamente alla aggravante della premeditazione che esclude e rinvia per nuovo giudizio sulla determinazione della pena alla Corte di Assise d’Appello di Perugia; rigetta nel resto il ricorso del Omissis. Dichiara inammissibile per rinuncia il ricorso di Omissis; visto l’art. 587 c.p.p. rinvia, in ragione dell’effetto estensivo della decisione relativa ai coimputati, alla Corte di Assise d’Appello di Perugia per la determinazione della pena. Condanna Omissis alla rifusione delle spese sostenute dalle parti civili nel presente giudizio che liquida in euro 4.900,00 oltre accessori di legge.

Così deciso il 1.4.2016 […]

Precedente Ordinanza di rigetto richiesta di messa alla prova non autonomamente ricorribile in Cassazione Successivo Procedimento ex lege Pinto, inottemperanza ordine pagamento spese legali antistatari: no penalità di mora