Art. 606 codice procedura penale

L’illogicità della motivazione censurabile a norma dell’art. 606, comma 1, lett e), codice procedura penale è soltanto quella evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu oculi; ciò in quanto l’indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di cassazione limitarsi, per espressa volontà del legislatore, a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo. In altri termini, il controllo di legittimità sulla motivazione non attiene alla ricostruzione dei fatti né all’apprezzamento del Giudice di merito, ma è limitato alla verifica della rispondenza dell’atto impugnato a due requisiti, che lo rendono insindacabile: a) l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno determinato; b) l’assenza di difetto o contraddittorietà della motivazione o di illogicità evidenti, ossia la congruenza delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento.

 

Cassazione penale sentenza n. 35868 31 agosto 2016

[…]

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 10/12/2014, il Tribunale di Palermo dichiarava Omissis colpevole della contravvenzione di cui agli artt. 5, lett. b), 6, I. 30 aprile 1962, n. 283 e lo condannava alla pena di mille euro di ammenda; allo stesso era contestato di aver detenuto per la vendita alimenti in cattivo stato di conservazione.

2. Propone ricorso per cassazione il Omissis, personalmente, deducendo i seguenti motivi:

– contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione. Il Tribunale avrebbe affermato la responsabilità dell’imputato pur mancando qualsivoglia prova in ordine al fatto che i gamberoni in esame fossero detenuti al fine di vendita; anzi, con evidente salto logico ed in assenza di riscontri, il Giudice avrebbe addirittura sostenuto che la merce fosse già esposta in vendita;

– mancanza di motivazione in ordine alle circostanze attenuanti generiche ed alla sospensione condizionale della pena, pur richieste in sede di conclusioni (motivi nn. 2-3).

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Il ricorso risulta manifestamente infondato.

Con riguardo alla prima doglianza, occorre innanzitutto ribadire che il controllo del Giudice di legittimità sui vizi della motivazione attiene alla coerenza strutturale della decisione di cui si saggia l’oggettiva tenuta sotto il profilo logico-argomentativo, restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione delle vicende (tra le varie, Sez. 3, n. 46526 del 28/10/2015, Cargnello, Rv. 265402; Sez. 3, n. 26505 del 20/5/2015, Bruzzaniti ed altri, Rv. 264396). Si richiama, sul punto, il costante indirizzo di questa Corte in forza del quale l’illogicità della motivazione, censurabile a norma dell’art. 606, comma 1, lett e), codice procedura penale, è soltanto quella evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu oculi; ciò in quanto l’indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di cassazione limitarsi, per espressa volontà del legislatore, a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo (Sez. U., n. 47289 del 24/9/2003, Petrella, Rv. 226074).

In altri termini, il controllo di legittimità sulla motivazione non attiene alla ricostruzione dei fatti né all’apprezzamento del Giudice di merito, ma è limitato alla verifica della rispondenza dell’atto impugnato a due requisiti, che lo rendono insindacabile: a) l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno determinato; b) l’assenza di difetto o contraddittorietà della motivazione o di illogicità evidenti, ossia la congruenza delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento. (Sez. 2, n. 21644 del 13/2/2013, Badagliacca e altri, Rv. 255542; Sez. 2, n. 56 del 7/12/2011, dep. 4/1/2012, Siciliano, Rv, 251760).

4. Se questa, dunque, è l’ottica ermeneutica nella quale deve svolgersi il giudizio della Suprema Corte, le censure che il ricorrente muove al provvedimento impugnato con il primo motivo si evidenziano come inammissibili; ed invero, dietro la parvenza di un vizio motivazionale e di una violazione di legge, lo stesso di fatto invoca una nuova ed alternativa lettura delle medesime risultanze istruttorie già esaminate dal Giudice di merito (in specie le deposizioni, analiticamente riportate nel gravame), sollecitandone una valutazione diversa e più favorevole.

Il che, come riportato, non è consentito.

La doglianza in esame, inoltre, oblitera del tutto che la circostanza in fatto contestata – detenzione a fine di vendita – è stata riconosciuta dal Tribunale in forza di una motivazione adeguata, logica e fondata su oggettivi elementi. In particolare, presso il mercato ittico di Palermo, il Omissis era stato sorpreso a scongelare 25 chili di gamberi, scaricati da un furgone che riportava il logo della ditta Omissis, e senza alcun documento attinente alla vendita o all’acquisto della merce stessa; quel che non è possibile porre in discussione in questa sede, attraverso un nuovo esame delle risultanze istruttorie acquisite, come invece richiede il ricorrente.

5. Alle medesime conclusioni, poi, perviene la Corte con riguardo al secondo e terzo motivo, da trattare congiuntamente.

Ed invero, come da lettura del verbale dell’udienza del 10/12/2014 – che il Collegio ha legittimante eseguito, attesa la natura della doglianza – il difensore del Omissis, in sede di conclusioni, aveva richiesto l’assoluzione degli imputati (il ricorrente e Omissis) e, in subordine, il minimo della pena «con benefici»; orbene, rileva il Collegio che quest’ultima istanza – asseritamente volta al riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e della sospensione condizionale della pena – risulta del tutto priva di argomento, proposta in termini generici ed in nulla esplicativa delle ragioni che avrebbero dovuto indurre il Giudice ad accedere ai benefici invocati.

Il ricorso, pertanto, deve essere dichiarato inammissibile. Alla luce della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità», alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a norma dell’ art. 616 codice procedura penale, l’onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in euro 1.500,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.500,00 in favore della Cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, 1’8 giugno 2016 […]

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