Art. 62-bis codice penale

La sussistenza di circostanze attenuanti rilevanti ai fini dell’ art. 62-bis codice penale è oggetto di un giudizio di fatto e può essere esclusa dal giudice con motivazione fondata sulle sole ragioni preponderanti della propria decisione, non sindacabile in sede di legittimità, purché non contraddittoria e congruamente motivata, neppure quando difetti di uno specifico apprezzamento per ciascuno dei pretesi fattori attenuanti indicati nell’interesse dell’imputato.

Ai fini della concessione o del diniego delle circostanze attenuanti generiche il giudice può limitarsi a prendere in esame, tra gli elementi indicati dall’art. 133 cod. pen., quello che ritiene prevalente ed atto a determinare o meno il riconoscimento del beneficio, sicché anche un solo elemento attinente alla personalità del colpevole o all’entità del reato ed alle modalità di esecuzione di esso può essere sufficiente in tal senso.

 

Cassazione penale sentenza n. 35532 26 agosto 2016

[…]

RITENUTO IN FATTO

Omissis ricorre personalmente avverso la pronuncia indicata in epigrafe, recante la parziale riforma di una sentenza emessa nei suoi confronti, il 06/12/2012, dal Tribunale di Nocera Inferiore; l’imputato risulta essere stato condannato alla pena di mesi 7 di reclusione per delitti di ingiuria e minaccia in danno di Omissis (così riqualificati i fatti di cui ad un’originaria contestazione di violenza privata), nonché di tentate lesioni personali, con l’aggravante della futilità dei motivi, in pregiudizio di Omissis. Secondo l’ipotesi accusatoria, il Omissis avrebbe posto in essere le condotte in rubrica all’indirizzo della sua ex fidanzata, nonché dell’uomo che egli immaginava essere il nuovo compagno della donna; la riforma della decisione di primo grado appare limitata alla rideterminazione in melius del trattamento sanzionatorio.

Con l’odierno ricorso, l’imputato deduce:

– violazione di legge processuale, ai sensi dell’art. 606, lett. c), del codice di rito

La tesi difensiva è che nel caso di specie non sarebbe stato rispettato il dettato dell’art. 552 cod. proc. pen. in ordine alla adeguata descrizione del fatto contestato, atteso che l’addebito di violenza privata sub A) sarebbe consistito in condotte tali da determinare in capo alla persona offesa una generica “sopportazione di atti lesivi della propria dignità personale”.

Un ulteriore profilo di inosservanza di norme processuali riguarda poi il principio di correlazione tra il chiesto ed il pronunciato, relativamente al dettato dell’art. 48 del d.lgs. n. 274/2000: nel caso di specie, secondo il Omissis, non vi sarebbe stata una derubricazione del suddetto reato in conseguenza di una diversa qualificazione giuridica del fatto intervenuta nel corso del procedimento, in quanto tutti gli elementi del fatto appaiono ab initio descrittivi di fattispecie criminose di competenza del Giudice di pace

– vizi di motivazione della sentenza impugnata

L’imputato lamenta che la Corte di appello non avrebbe esposto ragioni idonee a giustificare il diniego delle circostanze attenuanti generiche, tanto più che i fatti risalgono a data anteriore rispetto all’entrata in vigore della legge n. 125/2008, e sarebbe stato pertanto doveroso tenere conto dell’incensuratezza del Omissis

– inosservanza di legge processuale e vizi della motivazione in punto di trattamento sanzionatorio

Il ricorrente segnala che i reati per cui è intervenuta condanna rientrano fra quelli di competenza del Giudice di pace, con la conseguente necessità di applicare le pene previste dal d.lgs. n. 274 del 2000: tale questione, già ritualmente sollevata dinanzi ai giudici di merito, non appare in alcun modo affrontata nella motivazione della sentenza.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. E’ necessario prendere atto dell’abrogazione dell’art. 594 cod. pen., per effetto del d.lgs. n. 7 del 2016; le questioni in punto di statuizioni civili e di determinazione della relativa entità, anche all’esito della depenalizzazione dell’ingiuria, potranno essere affrontate dinanzi al giudice civile, dinanzi al quale le parti sono state rimesse a seguito della condanna generica pronunciata in primo grado.

2. Il ricorso, al di là di quanto ora illustrato ex officio, appare invece inammissibile, per genericità e manifesta infondatezza dei motivi di doglianza.

2.1 Le censure mosse dall’imputato, infatti, riproducono ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame, e per costante giurisprudenza il difetto di specificità del motivo – rilevante ai sensi dell’art. 581, lett. c), cod. proc. pen. – va apprezzato non solo in termini di indeterminatezza, ma anche «per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, dal momento che quest’ultima non può ignorare le esplicitazioni del giudice censurato, senza cadere nel vizio di aspecificità che conduce, a norma dell’art. 591, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., all’inammissibilità dell’impugnazione» (Cass., Sez. II, n. 29108 del 15/07/2011, Cannavacciuolo). Già in precedenza, e nello stesso senso, si era rilevato che «è inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi che si risolvono nella pedissequa reiterazione di quelli già dedotti in appello e puntualmente disattesi dalla Corte di merito, dovendosi gli stessi considerare non specifici ma soltanto apparenti, in quanto omettono di assolvere la tipica funzione di una critica argomentata avverso la sentenza oggetto di ricorso» (Cass., Sez. VI, n. 20377 dell’11/03/2009, Arnone, Rv 243838).

2.2 Tanto precisato, è lo stesso ricorrente ad affermare nel corpo del ricorso – quanto alla presunta violazione dell’art. 552 del codice di rito – che «l’azione e l’omissione che la minaccia e la violenza sono rivolte ad ottenere devono essere determinate e facilmente individuabili, in mancanza si avranno i singoli reati di ingiuria e minaccia ma non quello di violenza privata»; nel caso di specie vi è stata proprio la derubricazione che il Omissis sollecita, ed a fronte di un addebito così riqualificato non si vede quali lesioni del diritto di difesa possano ravvisarsi per essere rimasto non delineato l’oggetto dell’ipotizzato – ma già escluso – delitto ex art. 610 cod. pen.

2.3 Con riferimento alla presunta competenza del Giudice di pace in relazione ai reati per cui è intervenuta condanna (ed al conseguente regime sanzionatorio che sarebbe stato necessario applicare), è necessario ricordare che secondo l’art. 4, comma 1, lett. a), del d.lgs. n. 274/2000 il Giudice di pace conosce dei “delitti consumati o tentati previsti dagli articoli 581, 582 cod. pen., limitatamente alle fattispecie di cui al secondo comma perseguibili a querela di parte”: procedibilità a querela che è prevista, per il reato di lesioni personali, laddove la malattia abbia una durata non superiore ai venti giorni e non concorra alcuna delle circostanze aggravanti previste negli articoli 583 e 585, ad eccezione di quelle indicate nel numero 1 e nell’ultima parte dell’articolo 577 (così il citato art. 582, comma 2, cod. pen.). Nel caso oggi sub judice, è pacificamente contestata, e riconosciuta in concreto (v. la motivazione della sentenza di primo grado, a pag. 4, nonché il computo del trattamento sanzionatorío operato dalla Corte territoriale, che contempla un aumento di pena ad hoc), l’aggravante dei futili motivi, richiamata dal combinato disposto degli artt. 585 e 577 n. 4 cod. pen.: è pertanto innegabile che il reato ascritto al Omissis fosse procedibile d’ufficio e di competenza del Tribunale, senza alcuna possibilità di richiamare, in punto di determinazione del trattamento sanzionatorio, il disposto degli artt. 52 e segg. del medesimo d.lgs. n. 274.

2.4 Quanto alle circostanze attenuanti generiche, il giudice di primo grado aveva già chiarito che l’imputato non ne meritasse il riconoscimento in suo favore «in considerazione della pervicacia criminale dimostrata, del comportamento tenuto anche prima e dopo la commissione dei reati contestati e della gravità delle conseguenze che la condotta del Omissis avrebbe potuto determinare». Argomentazioni corrette ed ineccepibili e che non imponevano alla Corte di appello alcun obbligo di ulteriore disamina, tanto più che nei motivi di gravame la difesa si era limitata a ribadire l’assenza di precedenti penali a carico del prevenuto e ad invocare in termini apodittici una modesta intensità del dolo.

Del resto, la giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato che «la sussistenza di circostanze attenuanti rilevanti ai fini dell’ art. 62-bis codice penale è oggetto di un giudizio di fatto e può essere esclusa dal giudice con motivazione fondata sulle sole ragioni preponderanti della propria decisione, non sindacabile in sede di legittimità, purché non contraddittoria e congruamente motivata, neppure quando difetti di uno specifico apprezzamento per ciascuno dei pretesi fattori attenuanti indicati nell’interesse dell’imputato» (Cass., Sez. VI, n. 42688 del 24/09/2008, Caridi, Rv 242419); si è anche precisato che «ai fini della concessione o del diniego delle circostanze attenuanti generiche il giudice può limitarsi a prendere in esame, tra gli elementi indicati dall’art. 133 cod. pen., quello che ritiene prevalente ed atto a determinare o meno il riconoscimento del beneficio, sicché anche un solo elemento attinente alla personalità del colpevole o all’entità del reato ed alle modalità di esecuzione di esso può essere sufficiente in tal senso» (Cass., Sez. II, n. 3609 del 18/01/2011, Sermone, Rv 249163)

3. Il parziale annullamento della sentenza in epigrafe a seguito della depenalizzazione dell’ingiuria può essere disposto senza rinvio, ai sensi dell’art. 620, lett. I), cod. proc. pen., giacché la Corte di appello, nel procedere ad un nuovo computo del trattamento sanzionatorio, così motiva: «si ritiene equa la pena base di mesi 5 di reclusione, che si aumenta, per effetto delle circostanze aggravanti, di mesi 1 e di ulteriori giorni 15 in conseguenza del ravvisato vincolo della continuazione con il reato di ingiuria e con quello di minaccia, fino a pervenire alla pena finale di mesi 7 di reclusione».

Ergo, vi è un primo aumento di mesi 1 di reclusione in ragione dell’aggravante già ricordata in precedenza (in rubrica appare menzionata anche la circostanza di cui all’art. 61 n. 2 cod. pen., che tuttavia non risulta descritta in concreto nel capo d’imputazione, né le sentenze di merito vi fanno riferimento), ed un secondo aumento di giorni 15 ex art. 81 cpv. cod. pen.: ma, più precisamente, l’entità del cumulo giuridico deve intendersi quantificato in giorni 15 di reclusione per ciascuno – inciso da ritenere implicito – degli addebiti ulteriori rispetto alle tentate lesioni, non giustificandosi altrimenti la pena complessiva di mesi 7, come sopra determinata In definitiva, dovendosi espungere la sola sanzione inflitta per il delitto di cui all’art. 594 cod. pen., che appare specificamente determinata dalla Corte territoriale, si impongono le determinazioni di cui al dispositivo.

P. Q. M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al delitto di ingiuria, perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, e per l’effetto elimina la relativa pena di giorni 15 di reclusione, rideterminando la complessiva pena inflitta in mesi 6 e giorni 15 di reclusione.

Dichiara inammissibile nel resto il ricorso.

Così deciso il 23/08/2016. […]

 

Precedente Art. 129 codice procedura penale Successivo Cecità, pensione di invalidità