Art. 81 cpv cp

Al fine di applicare la disciplina del reato continuato ai sensi dell’art. 81 cpv cod. pen. è necessario che il giudice di merito, attraverso un concreto esame dei tempi e delle modalità di realizzazione delle diverse violazioni commesse, individui, in ipotesi di accoglimento dell’istanza, indici rivelatori tali da sostenere la conclusione, cui eventualmente perviene, della sostanziale unicità del disegno criminoso. Per tale va intesa la rappresentazione unitaria sin dal momento ideativo delle diverse condotte violatrici – almeno nelle loro linee essenziali – da parte del soggetto agente, sì da potersi escludere una successione di autonome risoluzioni criminose ed in tal modo giustificandosi la valutazione di ridotta pericolosità sociale che giustifica il trattamento sanzionatorio più mite rispetto al cumulo materiale. Ciò perchè la ricaduta nel reato e l’abitualità a delinquere non integrano di per sé il caratteristico elemento intellettivo (unità di ideazione che abbraccia i diversi reati commessi) che caratterizza il reato continuato.

La unicità di disegno criminoso richiesta dall’art. 81 c.p., comma 2 non può dunque identificarsi con una scelta di vita che implica la reiterazione di determinate condotte criminose o comunque con una generale tendenza a porre in essere determinati reati.

Al contempo la nozione di continuazione neppure può ridursi all’ipotesi che tutti i singoli reati siano stati dettagliatamente progettati e previsti, in relazione al loro graduale svolgimento, nelle occasioni, nei tempi, nelle modalità delle condotte, giacché siffatta definizione di dettaglio oltre a non apparire conforme al dettato normativo, che parla soltanto di “disegno” porrebbe l’istituto fuori dalla realtà concreta, data la variabilità delle situazioni di fatto e la loro prevedibilità, quindi e normalmente, solo in via approssimativa. Quello che occorre, invece, è che si abbia una visibile programmazione e deliberazione iniziale di una pluralità di condotte in vista di un unico fine.  La programmazione può essere perciò ab origine anche di massima, purché i reati da compiere risultino previsti almeno in linea generale, con riserva di ‘adattamento’ alle eventualità del caso, come mezzo per il conseguimento di un unico scopo o intento, prefissato e sufficientemente specifico.

 

Cassazione penale sentenza n. 37627 9 settembre 2016

[…]

IN FATTO E IN DIRITTO

1. Con ordinanza emessa in data 27 luglio 2015 il Tribunale di Torre Annunziata ha respinto l’istanza di riconoscimento della continuazione in sede esecutiva proposta da Omissis ed avente ad oggetto i fatti oggetto di giudizio in più decisioni irrevocabili.

In particolare, risultano commessi, in luoghi diversi : a) un furto aggravato in data 23 agosto 2008; b) un delitto di partecipazione ad associazione semplice, nel 2008 e un ulteriore furto aggravato il 26 luglio del 2008; c) un tentato furto aggravato il 20 dicembre del 2008.

In motivazione, dopo aver esposto linee interpretative generali dell’istituto, si evidenzia che non vi è possibilità di riconoscere la continuazione tra reato associativo e reati fine (citandosi, sul tema, un arresto di questa Corte relativo ad ipotesi di associazione mafiosa); che pur essendo stato offeso il medesimo bene giuridico (per quanto riguarda i fatti specifici) non si rinviene la prova della sussistenza di un programma criminoso iniziale e, tra l’altro, si afferma che «le azioni criminose risultano commesse a distanza di diversi mesi l’una dall’altra».

2. Avverso detta ordinanza ha proposto ricorso per cassazione – a mezzo del difensore – Omissis, deducendo vizio di motivazione ed erronea applicazione di legge.

Si evidenzia nel ricorso che le prime due violazioni sono state commesse a distanza temporale inferiore ad un mese. Il reato associativo per cui è intervenuta condanna ha inquadrato il Omissis nell’ambito di un gruppo dedito a furti in danno di sportelli automatici bancari, il che – in una con l’apprezzamento delle specifiche circostanze delle violazioni – avrebbe fatto emergere la sussistenza di un disegno criminoso unitario, non colta dal giudice di merito.

3. Il ricorso è fondato e va accolto, per le ragioni che seguono.

3.1 Va premesso che, in via generale, al fine di applicare la disciplina del reato continuato ai sensi dell’art. 81 cpv cod. pen. è necessario che il giudice di merito – attraverso un concreto esame dei tempi e delle modalità di realizzazione delle diverse violazioni commesse – individui, in ipotesi di accoglimento dell’istanza, indici rivelatori tali da sostenere la conclusione, cui eventualmente perviene, della sostanziale unicità del disegno criminoso.

Per tale va intesa la rappresentazione unitaria sin dal momento ideativo delle diverse condotte violatrici – almeno nelle loro linee essenziali – da parte del soggetto agente, sì da potersi escludere una successione di autonome risoluzioni criminose ed in tal modo giustificandosi la valutazione di ridotta pericolosità sociale che giustifica il trattamento sanzionatorio più mite rispetto al cumulo materiale (ex multis Sez. I n. 40123 del 22.10.2010, rv 248862) .

Ciò perchè la ricaduta nel reato e l’abitualità a delinquere non integrano di per sé il caratteristico elemento intellettivo (unità di ideazione che abbraccia i diversi reati commessi) che caratterizza il reato continuato (tra le altre, Sez. II, n. 40123 del 22/10/2010 rv. 248862).

Va riaffermato dunque che la unicità di disegno criminoso, richiesta dall’art. 81 c.p., cpv, non può identificarsi con una scelta di vita che implica la reiterazione di determinate condotte criminose o comunque con una generale tendenza a porre in essere determinati reati.

Al contempo la nozione di continuazione neppure può ridursi all’ipotesi che tutti i singoli reati siano stati dettagliatamente progettati e previsti, in relazione al loro graduale svolgimento, nelle occasioni, nei tempi, nelle modalità delle condotte, giacché siffatta definizione di dettaglio oltre a non apparire conforme al dettato normativo, che parla soltanto di “disegno” porrebbe l’istituto fuori dalla realtà concreta, data la variabilità delle situazioni di fatto e la loro prevedibilità, quindi e normalmente, solo in via approssimativa.

Quello che occorre, invece, è che si abbia una visibile programmazione e deliberazione iniziale di una pluralità di condotte in vista di un unico fine.

La programmazione può essere perciò ab origine anche di massima, purché i reati da compiere risultino previsti almeno in linea generale, con riserva di ‘adattamento’ alle eventualità del caso, come mezzo per il conseguimento di un unico scopo o intento, prefissato e sufficientemente specifico (in tal senso Sez. I n. 12905 del 17.3.2010, rv 246838).

3.2 Da tale inquadramento di fondo deriva che – secondo le linee interpretative emerse nella presente sede di legittimità sul tema della compatibilità o meno della continuazione tra delitto associativo e singolo delitti-scopo – fra reato associativo e singoli reati fune non è, di regola, ravvisabile un vincolo rilevante ai funi della continuazione, posto che, normalmente, al momento della costituzione della associazione, i reati fune sono previsti solo in via del tutto generica, il che contraddice il presupposto della ideazione comune, posto che tale dato richiede una identificazione, sia pure di massima, dei singoli fatti da commettere.

Tale vincolo, si è anche precisato, potrà ritenersi sussistente soltanto nella ipotesi in cui risulti che fin dalla costituzione del sodalizio criminoso o dalla adesione ad esso, un determinato soggetto, nell’ambito del generico programma criminoso, abbia già individuato uno o più specifici fatti di reato, da lui poi effettivamente commessi ( tra le molte, Sez. I n. 6530 del 18.12.1998, rv 212348) . Analogamente, si è affermato che è ipotizzabile la sussistenza della continuazione tra reato associativo e reati fine a condizione che questi ultimi siano già stati programmati al momento della costituzione della associazione (orientamento, quest’ultimo, di recente ribadito da Sez. I n. 12639 del 28.3.2006, rv 234100).

In ogni caso, è stato opportunamente sottolineato, anche nella giurisprudenza successiva, che il problema della configurabilità della continuazione tra reato associativo e reati-fine non va – pertanto – impostato in termini di compatibilità strutturale, in quanto nulla si oppone a che, sin dall’inizio, nel programma criminoso dell’associazione, si concepiscano uno o più reati-fine individuati nelle loro linee essenziali, di guisa che tra questi reati e quello associativo si possa ravvisare una identità di disegno criminoso. Ne consegue che tale problema si risolve in una quaestio facti la cui soluzione é rimessa di volta in volta all’apprezzamento del giudice di merito (tra le altre, Sez. V n. 44606 del 18.10.2005, rv 232797).

3.3 Ora, aderendosi a tale ultimo orientamento, va affermato che nel caso in esame la quaestio facti di cui sopra non è stata per nulla sviscerata dal giudice dell’esecuzione, che si è limitato a citare un orientamento giurisprudenziale ostativo, peraltro maturato in diverso contesto.

Manca, inoltre, un concreto apprezzamento delle modalità di consumazione dei reati-scopo, che in due casi su tre risultano strettamente contigui sul piano temporale, come si è evidenziato nel ricorso, il che potrebbe condurre, in ipotesi, anche ad un accoglimento parziale dell’istanza.

In altre parole, il provvedimento impugnato finisce con il risultare privo di effettiva motivazione, non essendo stato operato alcun concreto apprezzamento in fatto dei possibili nessi tra le diverse azioni commesse, in violazione dei parametri interpretativi prima ricordati.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Torre Annunziata.

Così deciso il 22 luglio 2016 […]

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