Astraintes, decorrenza, termine finale, parametri quantificazione

Sentenza Tar Lazio Roma n. 11043 del 4 novembre 2014

La riconosciuta applicabilità delle astraintes anche a decisioni di condanna aventi ad oggetto prestazioni di natura pecuniaria, come nella fattispecie in esame, postula la soluzione di ulteriori questioni interpretative, non affrontate e risolte dalla Plenaria e, segnatamente, quella della decorrenza della relativa obbligazione e del termine finale della stessa, nonchè l’individuazione di parametri idonei alla sua quantificazione.

Quanto alla decorrenza di tale penalità, la locuzione “per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del giudicato” di cui all’art. 114, comma 4, lettera e), c.p.a., depone per la riconduzione di tale decorrenza al momento in cui sorge l’obbligo di conformarsi al contenuto della sentenza o del provvedimento giurisdizionale equivalente, il quale va individuato – ai sensi dell’art. 14, del decreto legge 31 dicembre 1996, n. 669, convertito dalla l. 28 febbraio 1997, n. 30, nella formulazione risultante dalle modifiche e integrazioni derivanti dall’art. 147 della legge 23 dicembre 2000, n. 388 e dal comma 3 dell’art. 44, del decreto legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito dalla legge 24 novembre 2003, n. 326 – alla scadenza del termine di 120 giorni decorrente dalla notifica del titolo esecutivo avente ad oggetto il pagamento di somme di denaro, termine riconosciuto in via generale alle amministrazioni dello Stato e agli Enti pubblici economici per l’adempimento di tali obbligazioni, e ribadito dalla tabella A, punto 22, del D.P.C.M. n. 109 del 5 maggio 2011 – recante il regolamento di attuazione dell’articolo 2, comma 4, della legge n. 241 del 1990, in materia di termini, superiori a 90 giorni, di conclusione dei procedimenti amministrativi – con riferimento al pagamento di decreti e sentenze di cui alla legge n. 89 del 2001, termine da intendersi decorrere dal momento della notifica della pronuncia della cui esecuzione si tratta.

Prima della scadenza di tale termine, durante il cui decorso il creditore non può procedere ad esecuzione forzata, non può dunque ravvisarsi alcun ritardo nell’esecuzione del giudicato anche ai fini delle astranites, la cui decorrenza va quindi individuata al compiersi dell’intervallo di tempo di 120 giorni dalla notifica del provvedimento giurisdizionale, avente efficacia di giudicato, recante la condanna pecuniaria.

Irrilevante, ai fini della decorrenza delle astraintes, è invece il momento della proposizione del ricorso per ottemperanza, il quale può eventualmente incidere sulla concreta commisurazione della penalità di mora, secondo valutazioni da svolgere caso per caso, in relazione alla rilevanza della condotta del creditore il quale abbia omesso l’attivazione dei rimedi processuali per l’attuazione del giudicato, così determinando un incremento dell’ammontare della penalità di mora come riferita ad un lasso di tempo la cui durata è nella sostanziale disponibilità del creditore.

Così individuato il momento iniziale di decorrenza delle astraintes, il relativo termine finale va identificato con il momento di insediamento del Commissario ad Acta, che risulta, da tale momento, investito dei poteri e delle facoltà finalizzati all’esecuzione del giudicato.

Con riferimento alla misura della penalità di mora, ritiene il Collegio che la stessa debba essere ancòrata sia al dato temporale relativo alla inosservanza del giudicato, essendo tale penalità strumento di coazione indiretta e rivestendo funzione compulsoria che si affianca, in termini di completamento e cumulo, alla tecnica surrogatoria che permea il giudizio d’ottemperanza, attuata attraverso il Commissario ad Acta, sia all’ammontare della somma di cui alla condanna rimasta ineseguita, e ciò in ragione della funzione sanzionatoria cui rispondono le astraintes, la quale è presidiata dal principio di proporzionalità della sanzione rispetto all’inadempimento all’obbligo.

Ritiene quindi il Collegio che la quantificazione della penalità di mora debba essere effettuata in una misura percentuale rispetto alla somma capitale di cui alla condanna, prendendo a riferimento il tasso legale di interesse quale criterio di commisurazione del danno da ritardato conseguimento della somma di denaro di cui alla pronuncia da ottemperare.

Su tale somma capitale andranno, pertanto, dapprima calcolati gli interessi legali dovuti a titolo di compensazione per il ritardo nell’adempimento secondo quanto previsto dalla legge, e a tale somma dovrà poi aggiungersi, a titolo di astraintes, l’ulteriore somma corrispondente a tali interessi.

L’indicata quantificazione delle astraintes adeguatamente assolve, a giudizio del Collegio, alla funzione compulsoria e sanzionatoria propria di detta penalità, senza tuttavia gravare in misura eccessiva sul debitore pubblico.

Ed invero, nella quantificazione della somma da riconoscere al creditore a titolo di penalità di mora per ritardata esecuzione del giudicato, deve aversi riguardo alla previsione, di cui all’art. 114, comma 4, lettera e) del c.p.a. che esclude l’applicazione dell’astreinte ove sia dimostrata l’esistenza di ragioni ostative ovvero la manifesta iniquità alla sua applicazione – così consentendo la valorizzazione di specifiche motivazioni che possono essere, in concreto, poste dal giudice amministrativo alla base della quantificazione della sanzione pecuniaria, attraverso l’esercizio dell’ampio potere discrezionale di cui dispone – nonchè alle statuizioni recate dalla citata decisione plenaria n. 15 del 2014 la quale, nel sancire la sostanziale equivalenza tra sentenze aventi ad oggetto un dare pecuniario e le altre pronunce di condanna, ha comunque evidenziato che “la considerazione delle peculiari condizioni del debitore pubblico, al pari dell’esigenza di evitare locupletazioni eccessive o sanzioni troppo afflittive, costituiscono fattori da valutare non ai fini di un’astratta inammissibilità della domanda relativa a inadempimenti pecuniari, ma in sede di verifica concreta della sussistenza dei presupposti per l’applicazione della misura nonché al momento dell’esercizio del potere discrezionale di graduazione dell’importo”, con ciò sottolineando il valore del tutto autonomo del dato letterale della sussistenza di “altre ragioni ostative” rispetto al limite negativo della manifesta iniquità, quest’ultimo, a differenza del primo, presente anche nel codice di procedura civile, laddove il primo è caratteristico solo del codice del processo amministrativo.

Se il Collegio, per quanto dianzi illustrato, ritiene che le “altre ragioni ostative” codicisticamente indicate non consentano di denegare l’applicazione della misura sanzionatoria, e ciò in ossequio ad esigenze di uniforme indirizzo giurisprudenziale come delineato dalla decisione plenaria ed in assenza di alcuna deduzione giustificatrice del ritardo allegata dall’Amministrazione intimata, le stesse assumono tuttavia rilevanza in sede di quantificazione della penalità di mora, tenuto conto che viene in rilievo un debitore pubblico e che la stessa Adunanza Plenaria riconosce la specialità del contesto “con specifico riferimento alle difficoltà nell’adempimento collegate a vincoli normativi e di bilancio, allo stato della finanza pubblica e alla rilevanza di specifici interessi pubblici”.

Ne discende che nel caso di giudizi aventi ad oggetto il pagamento, a carico dello Stato, di somme di denaro a titolo di equa riparazione per eccessiva durata del processo, l’esigenza di contenimento della spesa pubblica in ragione della condizione di crisi finanziaria della finanza pubblica e dell’ammontare del debito pubblico, giustifichi la quantificazione in concreto di una ridotta misura da applicare a titolo di astrainte, come sopra commisurata al tasso di interesse legale, rientrando le predette circostanze – pur non essendo state in alcun modo allegate o addotte dalla parte resistente – tra i fatti notori, trattandosi di dati acquisiti alle conoscenze della collettività con tale grado di certezza da apparire indubitabili ed incontestabili.

Vedi anche  Sentenza Tar Lazio Roma n. 11127 del 5 novembre 2014

 

 

Sentenza Tar Lazio Roma n. 11043 del 4 novembre 2014

[…]

DIRITTO

1 – Con il ricorso in esame gli odierni ricorrenti chiedono l’esecuzione dell’ordinanza di assegnazione del Tribunale Civile di Roma, emessa in data 2 maggio 2013 e depositata in data 25 settembre 2013 nell’ambito del procedimento iscritto al n. 27994/2013 – adottata all’esito della procedura esecutiva promossa sulla base del titolo esecutivo costituito dal decreto della Corte di Appello di Roma, adottato nell’ambito del procedimento iscritto al n. 54101 del 2009, depositato in data 30 maggio 2012, avente ad oggetto la corresponsione di somme a titolo di equa riparazione – per effetto della quale è stata assegnata la complessiva somma di € 2.017,48 a favore dei ricorrenti, che ne chiedono in questa sede l’ottemperanza.

Rappresentano, in particolare, gli odierni ricorrenti, la definitività della citata ordinanza e la mancata esecuzione a quanto ivi statuito, chiedendo la condanna dell’Amministrazione resistente a darvi esecuzione, nominando, per il caso di persistente inadempimento, un Commissario ad Acta che vi provveda in sua sostituzione.

Chiedono, altresì, i ricorrenti la condanna dell’intimata Amministrazione al pagamento di una ulteriore somma per il ritardo nell’ottemperanza ai sensi dell’art. 114, comma 4, lettera e) del c.p.a.

2 – Così dato atto del contenuto del ricorso in esame, lo stesso va innanzitutto dichiarato procedibile, in quanto ritualmente notificato e depositato.

3 – Lo stesso va, inoltre, dichiarato ammissibile stante la definitività del provvedimento giurisdizionale di cui è chiesta l’esecuzione, consistente in un’ordinanza di assegnazione somme adottata ai sensi dell’art. 553 c.p.c.

Ed infatti, per come affermato in giurisprudenza (Consiglio di Stato, A.P., 10 aprile 2012, n. 2; Sez. V – ord. coll. 20 novembre 2013 n. 5484; Cons. Giust. Amm. Sicilia, 22 gennaio 2013 n. 20), l’ordinanza di assegnazione del credito resa ai sensi dell’art. 553 c.p.c., emessa nei confronti di una pubblica amministrazione, avendo portata decisoria dell’esistenza e dell’ammontare del credito e della sua spettanza al creditore esecutante e attitudine al giudicato, una volta divenuta definitiva per decorso dei termini di impugnazione, è suscettibile di esecuzione mediante giudizio di ottemperanza ai sensi dell’art. 112 comma 3 lett. c) e art. 7, comma 2 c.p.a.

Posto che l’ordinanza di assegnazione del credito conclude la procedura esecutiva di espropriazione presso terzi, ha portata di accertamento del credito e, dunque, portata decisoria, laddove la stessa non sia eseguita i possibili rimedi esperibili sono un nuovo giudizio esecutivo civile o il giudizio di ottemperanza, e ciò in quanto, come da tempo chiarito dalla giurisprudenza, vige una regola di piena alternatività, per il creditore, tra lo strumento dell’esecuzione forzata ordinaria e il rimedio del giudizio di ottemperanza di sentenze o atti equiparati del G.O. di condanna della P.A. al pagamento di somme di denaro (come nel caso di specie), potendo i due rimedi integrarsi e completarsi a vicenda, a seconda della concreta fattispecie processuale e sostanziale dedotta in giudizio, a garanzia dell’effettività della tutela giurisdizionale dei diritti soggettivi nei confronti della P.A., dovendo il giudizio di ottemperanza essere ammesso in relazione a qualsiasi giudicato del giudice ordinario, ivi compreso quello derivante da ordinanze di assegnazione aventi ad oggetto il credito vantato dal privato verso una pubblica amministrazione, accertato come esistente attraverso l’ordinanza di asseganzione, da cui discende un dovere di conformazione.

4 – Delibata, quindi, nel senso di cui sopra, l’ammissibilità del ricorso in esame, lo stesso deve essere dichiarato fondato quanto alla richiesta di esecuzione del giudicato alla luce della denunciata mancata ottemperanza alle relative statuizioni da parte dell’Amministrazione a tanto onerata mediante corresponsione delle somme ivi indicate.

Conseguentemente, in accoglimento del corrispondente capo di domanda di cui al ricorso, va ordinato al Ministero dell’Economia e delle Finanze di conformarsi al giudicato discendente dall’ordinanza di assegnazione del Tribunale Civile di Roma emessa in data 2 maggio 2013 e depositata in data 25 settembre 2013 di cui in epigrafe, provvedendo, nel termine di 60 (sessanta) giorni dalla notifica o comunicazione della presente sentenza, al pagamento a favore dei ricorrenti delle somme dovute ai sensi della predetta pronuncia, come sopra indicate.

Per l’ipotesi di inutile decorso del termine sopra indicato senza che l’Amministrazione dell’Economia e delle Finanze abbia ottemperato al predetto ordine di pagamento, viene sin da ora nominato quale Commissario ad Acta il responsabile pro tempore dell’Ufficio X della Direzione Centrale dei Servizi del Tesoro del Dipartimento dell’Amministrazione Generale, del Personale e dei Servizi del Ministero dell’Economia e delle Finanze, con facoltà per lo stesso di delega ad altro soggetto dotato di adeguata competenza, il quale dovrà provvedere ad istanza di parte, anche in via sostitutiva, entro il successivo termine di giorni 90 (novanta) dalla scadenza del termine già assegnato al Ministero intimato per provvedere al pagamento delle somme ancora dovute ai ricorrenti, compiendo tutti gli atti necessari, comprese le eventuali modifiche di bilancio, a carico e spese dell’Amministrazione inadempiente.

Essendo le funzioni di Commissario ad Acta assegnate a un dipendente pubblico già inserito nella struttura competente per i pagamenti della legge Pinto, l’onere per le prestazioni svolte rimane interamente a carico del Ministero dell’Economia e delle Finanze e va commisurato al compenso spettante per lavoro straordinario, da calcolarsi sulla base dei parametri vigenti, previa quantificazione dell’impegno lavorativo.

5 – Con riguardo alla richiesta di applicazione della misura prevista dalla disposizione di cui all’art. 114, comma 4, lettera e), del codice del processo amministrativo – secondo la quale il giudice “salvo che ciò sia manifestamente iniquo, e se non sussistono altre ragioni ostative, fissa, su richiesta di parte, la somma di denaro dovuta dal resistente per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del giudicato” – ritiene il Collegio di doversi discostare dal precedente orientamento della Sezione, che merita di essere rivisitato a seguito della pronuncia dell’Adunanza Plenaria n. 15 del 2014 in ossequio alla funzione nomofilattica della stessa.

Il Consiglio di Stato, con la citata pronuncia, ha difatti riconosciuto l’ammissibilità, nell’ambito del giudizio di ottemperanza, della comminatoria delle penalità di mora di cui all’art. 114, comma 4, lett. e), del codice del processo amministrativo, con riferimento a tutte le decisioni di condanna di cui al precedente art. 113, ivi comprese quelle aventi ad oggetto prestazioni di natura pecuniaria, così componendo il contrasto interpretativo sorto in materia e disattendendo il diverso orientamento, seguito anche dalla Sezione, volto ad escludere la possibilità di applicazione delle astraintes quando l’esecuzione del giudicato consista nel pagamento di una somma di denaro, essendo l’obbligo oggetto di domanda giudiziale di adempimento, in quanto di natura pecuniaria, già assistito, a termine del vigente ordinamento, per il caso di ritardo nel suo adempimento, dall’obbligo accessorio di pagamento degli interessi legali, cui la somma dovuta a titolo di astreinte andrebbe ulteriormente ad aggiungersi, con conseguente ingiustificata duplicazione delle misure compensative dell’entità del pregiudizio derivante all’interessato dalla violazione, inosservanza o ritardo nell’esecuzione del giudicato, determinandosi al contempo un ingiustificato arricchimento del soggetto già creditore, oltre che della prestazione principale, di quella accessoria.

L’Adunanza Plenaria, nel valorizzare l’elemento testuale della norma – che non ha riprodotto il limite, stabilito dall’art. 614-bis del codice di procedura civile, della riferibilità del meccanismo al solo caso di inadempimento degli obblighi aventi per oggetto un non fare o un fare infungibili – ha riconosciuto la funzione sanzionatoria della penalità di mora, in quanto riferita alla inottemperanza ad una statuizione giudiziaria, escludendone la natura di risarcimento per il pregiudizio sofferto a causa di tale inottemperanza, così riconoscendo l’astratta ammissibilità di tale misura anche con riferimento a condanne pecuniarie.

La medesima pronuncia afferma, inoltre, che spetta al giudice dell’ottemperanza la verifica in ordine alla sussistenza dei presupposti per l’applicazione della misura nonché la graduazione del relativo importo, tenuto conto delle peculiari condizioni del debitore pubblico, dell’esigenza di evitare locupletazioni eccessive o sanzioni troppo afflittive, anche in considerazione delle possibili difficoltà nell’adempimento collegate a vincoli normativi e di bilancio, allo stato della finanza pubblica e alla rilevanza di specifici interessi pubblici, che possono tradursi in ragioni ostative, espressamente previste dall’art. 114, comma 4, lettera e), del codice del processo amministrativo, quale limite negativo all’applicazione di tale misura.

La riconosciuta applicabilità delle astraintes anche a decisioni di condanna aventi ad oggetto prestazioni di natura pecuniaria, come nella fattispecie in esame, postula la soluzione di ulteriori questioni interpretative, non affrontate e risolte dalla Plenaria e, segnatamente, quella della decorrenza della relativa obbligazione e del termine finale della stessa, nonchè l’individuazione di parametri idonei alla sua quantificazione.

Quanto alla decorrenza di tale penalità, la locuzione “per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del giudicato” di cui all’art. 114, comma 4, lettera e), c.p.a., depone per la riconduzione di tale decorrenza al momento in cui sorge l’obbligo di conformarsi al contenuto della sentenza o del provvedimento giurisdizionale equivalente, il quale va individuato – ai sensi dell’art. 14, del decreto legge 31 dicembre 1996, n. 669, convertito dalla l. 28 febbraio 1997, n. 30, nella formulazione risultante dalle modifiche e integrazioni derivanti dall’art. 147 della legge 23 dicembre 2000, n. 388 e dal comma 3 dell’art. 44, del decreto legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito dalla legge 24 novembre 2003, n. 326 – alla scadenza del termine di 120 giorni decorrente dalla notifica del titolo esecutivo avente ad oggetto il pagamento di somme di denaro, termine riconosciuto in via generale alle amministrazioni dello Stato e agli Enti pubblici economici per l’adempimento di tali obbligazioni, e ribadito dalla tabella A, punto 22, del D.P.C.M. n. 109 del 5 maggio 2011 – recante il regolamento di attuazione dell’articolo 2, comma 4, della legge n. 241 del 1990, in materia di termini, superiori a 90 giorni, di conclusione dei procedimenti amministrativi – con riferimento al pagamento di decreti e sentenze di cui alla legge n. 89 del 2001, termine da intendersi decorrere dal momento della notifica della pronuncia della cui esecuzione si tratta.

Prima della scadenza di tale termine, durante il cui decorso il creditore non può procedere ad esecuzione forzata, non può dunque ravvisarsi alcun ritardo nell’esecuzione del giudicato anche ai fini delle astranites, la cui decorrenza va quindi individuata al compiersi dell’intervallo di tempo di 120 giorni dalla notifica del provvedimento giurisdizionale, avente efficacia di giudicato, recante la condanna pecuniaria.

Irrilevante, ai fini della decorrenza delle astraintes, è invece il momento della proposizione del ricorso per ottemperanza, il quale può eventualmente incidere sulla concreta commisurazione della penalità di mora, secondo valutazioni da svolgere caso per caso, in relazione alla rilevanza della condotta del creditore il quale abbia omesso l’attivazione dei rimedi processuali per l’attuazione del giudicato, così determinando un incremento dell’ammontare della penalità di mora come riferita ad un lasso di tempo la cui durata è nella sostanziale disponibilità del creditore.

Così individuato il momento iniziale di decorrenza delle astraintes, il relativo termine finale va identificato con il momento di insediamento del Commissario ad Acta, che risulta, da tale momento, investito dei poteri e delle facoltà finalizzati all’esecuzione del giudicato.

Con riferimento alla misura della penalità di mora, ritiene il Collegio che la stessa debba essere ancòrata sia al dato temporale relativo alla inosservanza del giudicato, essendo tale penalità strumento di coazione indiretta e rivestendo funzione compulsoria che si affianca, in termini di completamento e cumulo, alla tecnica surrogatoria che permea il giudizio d’ottemperanza, attuata attraverso il Commissario ad Acta, sia all’ammontare della somma di cui alla condanna rimasta ineseguita, e ciò in ragione della funzione sanzionatoria cui rispondono le astraintes, la quale è presidiata dal principio di proporzionalità della sanzione rispetto all’inadempimento all’obbligo.

Ritiene quindi il Collegio che la quantificazione della penalità di mora debba essere effettuata in una misura percentuale rispetto alla somma capitale di cui alla condanna, prendendo a riferimento il tasso legale di interesse quale criterio di commisurazione del danno da ritardato conseguimento della somma di denaro di cui alla pronuncia da ottemperare.

Su tale somma capitale andranno, pertanto, dapprima calcolati gli interessi legali dovuti a titolo di compensazione per il ritardo nell’adempimento secondo quanto previsto dalla legge, e a tale somma dovrà poi aggiungersi, a titolo di astraintes, l’ulteriore somma corrispondente a tali interessi.

L’indicata quantificazione delle astraintes adeguatamente assolve, a giudizio del Collegio, alla funzione compulsoria e sanzionatoria propria di detta penalità, senza tuttavia gravare in misura eccessiva sul debitore pubblico.

Ed invero, nella quantificazione della somma da riconoscere al creditore a titolo di penalità di mora per ritardata esecuzione del giudicato, deve aversi riguardo alla previsione, di cui all’art. 114, comma 4, lettera e) del c.p.a. che esclude l’applicazione dell’astreinte ove sia dimostrata l’esistenza di ragioni ostative ovvero la manifesta iniquità alla sua applicazione – così consentendo la valorizzazione di specifiche motivazioni che possono essere, in concreto, poste dal giudice amministrativo alla base della quantificazione della sanzione pecuniaria, attraverso l’esercizio dell’ampio potere discrezionale di cui dispone – nonchè alle statuizioni recate dalla citata decisione plenaria n. 15 del 2014 la quale, nel sancire la sostanziale equivalenza tra sentenze aventi ad oggetto un dare pecuniario e le altre pronunce di condanna, ha comunque evidenziato che “la considerazione delle peculiari condizioni del debitore pubblico, al pari dell’esigenza di evitare locupletazioni eccessive o sanzioni troppo afflittive, costituiscono fattori da valutare non ai fini di un’astratta inammissibilità della domanda relativa a inadempimenti pecuniari, ma in sede di verifica concreta della sussistenza dei presupposti per l’applicazione della misura nonché al momento dell’esercizio del potere discrezionale di graduazione dell’importo”, con ciò sottolineando il valore del tutto autonomo del dato letterale della sussistenza di “altre ragioni ostative” rispetto al limite negativo della manifesta iniquità, quest’ultimo, a differenza del primo, presente anche nel codice di procedura civile, laddove il primo è caratteristico solo del codice del processo amministrativo.

Se il Collegio, per quanto dianzi illustrato, ritiene che le “altre ragioni ostative” codicisticamente indicate non consentano di denegare l’applicazione della misura sanzionatoria, e ciò in ossequio ad esigenze di uniforme indirizzo giurisprudenziale come delineato dalla decisione plenaria ed in assenza di alcuna deduzione giustificatrice del ritardo allegata dall’Amministrazione intimata, le stesse assumono tuttavia rilevanza in sede di quantificazione della penalità di mora, tenuto conto che viene in rilievo un debitore pubblico e che la stessa Adunanza Plenaria riconosce la specialità del contesto “con specifico riferimento alle difficoltà nell’adempimento collegate a vincoli normativi e di bilancio, allo stato della finanza pubblica e alla rilevanza di specifici interessi pubblici”.

Ne discende che nel caso di giudizi aventi ad oggetto il pagamento, a carico dello Stato, di somme di denaro a titolo di equa riparazione per eccessiva durata del processo, l’esigenza di contenimento della spesa pubblica in ragione della condizione di crisi finanziaria della finanza pubblica e dell’ammontare del debito pubblico, giustifichi la quantificazione in concreto di una ridotta misura da applicare a titolo di astrainte, come sopra commisurata al tasso di interesse legale, rientrando le predette circostanze – pur non essendo state in alcun modo allegate o addotte dalla parte resistente – tra i fatti notori, trattandosi di dati acquisiti alle conoscenze della collettività con tale grado di certezza da apparire indubitabili ed incontestabili.

Tenuto quindi conto di quanto sopra illustrato – e considerato che la resistente Amministrazione, nel costituirsi in giudizio con formula di mero stile, non ha rappresentato la sussistenza di esimenti, né ha addotto giustificazioni del ritardo nell’ottemperanza – ritiene il Collegio di dover procedere alla condanna dell’Amministrazione al pagamento della penalità di mora, nell’ammontare sopra individuato e con la decorrenza anch’essa sopra illustrata, che dovrà essere corrisposta fino all’eventuale insediamento del Commissario ad Acta.

6 – In conclusione, il ricorso in esame deve essere accolto nel senso di cui sopra.

7 – Le spese di giudizio, liquidate come da dispositivo tenuto conto sia della semplicità della controversia che della serialità della stessa, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

Roma – Sezione Seconda

definitivamente pronunciando sul ricorso N. 7343/2014 R.G., come in epigrafe proposto, così statuisce:

– lo accoglie nel senso di cui in motivazione e, per l’effetto, ordina al Ministero dell’Economia e delle Finanze di provvedere, entro il termine di 60 (sessanta) giorni dalla comunicazione o notificazione della presente sentenza, al pagamento delle somme dovute ai ricorrenti in forza del giudicato discendente dal provvedimento giurisdizionale in epigrafe indicato;

– nomina, per il caso di perdurante inadempimento dell’Amministrazione resistente oltre il predetto termine di 60 giorni, il Commissario ad acta, nella persona del responsabile pro tempore dell’Ufficio X della Direzione Centrale dei Servizi del Tesoro del Dipartimento dell’Amministrazione Generale, del Personale e dei Servizi del Ministero dell’Economia e delle Finanze, affinché provveda, ad istanza di parte, in sostituzione dell’Amministrazione, entro il termine di 90 giorni dalla scadenza del termine assegnato all’Amministrazione, a dare corso al pagamento delle somme dovute ai ricorrenti, compiendo tutti gli atti necessari, comprese le eventuali modifiche di bilancio, a carico e spese dell’Amministrazione inadempiente;

– accoglie il ricorso quanto alla domanda di applicazione della misura prevista dall’art. 114, comma 4, lettera e), del codice del processo amministrativo e, per l’effetto condanna la resistente Amministrazione al pagamento, a titolo di penalità di mora, della somma indicata in motivazione;

– condanna l’Amministrazione al pagamento, in favore di parte ricorrente, delle spese di giudizio, che si liquidano complessivamente in euro 100,00 (cento), oltre accessori come per legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 8 ottobre 2014 […]

 

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