Autorizzazione detenzione e porto d’armi e reati

Tar Lombardia sentenza n. 1570 5 agosto 2016

In tema di autorizzazione alla detenzione ed al porto d’armi l’amministrazione ha la possibilità di trarre argomenti prognostici di segno negativo anche da reati che per la loro consumazione non richiedono necessariamente l’uso delle armi, purché gli stessi appaiano, per comune esperienza, indice di una personalità incline al disprezzo di beni di elevata importanza per la collettività.

 

….L’autorizzazione alla detenzione ed al porto d’armi postula che il beneficiario osservi una condotta di vita improntata alla piena osservanza delle norme penali e di quelle poste a tutela dell’ordine pubblico, nonché delle regole di civile convivenza.

Per giurisprudenza costante, la valutazione, che compie l’Autorità di Pubblica sicurezza in materia, è quindi caratterizzata da ampia discrezionalità e persegue lo scopo di prevenire, per quanto possibile, l’abuso di armi da parte di soggetti non pienamente affidabili.

Se il giudizio di non affidabilità è giustificabile anche in presenza di situazioni genericamente non ascrivibili a buona condotta (cfr., fra le tante, Consiglio di Stato, sez. III, 27/04/2015, n. 2146), a maggior ragione lo è in situazioni che – come è accaduto nel caso di specie – hanno dato luogo a condanne penali….

 

Tar Lombardia sentenza n. 1570 5 agosto 2016

[…]

FATTO e DIRITTO

Il sig. -OMISSIS- ha impugnato il decreto del 10 ottobre 2013 con cui il Questore di Varese ha respinto la domanda di rinnovo della licenza di porto di fucile ad uso caccia, articolando le seguenti doglianze: violazione ed erronea applicazione degli artt. 11 e 43, t.u.l.p.s.; difetto dei presupposti e di adeguata istruttoria; eccesso di potere per travisamento dei fatti; difetto di presupposto e difetto di motivazione.

Si è costituito in giudizio il Ministero dell’interno, chiedendo il rigetto nel merito del ricorso.

All’udienza del 6 luglio 2016 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

Il ricorso è infondato.

L’autorizzazione alla detenzione ed al porto d’armi postula che il beneficiario osservi una condotta di vita improntata alla piena osservanza delle norme penali e di quelle poste a tutela dell’ordine pubblico, nonché delle regole di civile convivenza.

Per giurisprudenza costante, la valutazione, che compie l’Autorità di Pubblica sicurezza in materia, è quindi caratterizzata da ampia discrezionalità e persegue lo scopo di prevenire, per quanto possibile, l’abuso di armi da parte di soggetti non pienamente affidabili.

Se il giudizio di non affidabilità è giustificabile anche in presenza di situazioni genericamente non ascrivibili a buona condotta (cfr., fra le tante, Consiglio di Stato, sez. III, 27/04/2015, n. 2146), a maggior ragione lo è in situazioni che – come è accaduto nel caso di specie – hanno dato luogo a condanne penali.

Il provvedimento impugnato è, dunque, da ritenersi adeguatamente motivato con il richiamo alla segnalazione all’autorità giudiziaria del 27 gennaio 2003, per danneggiamento in concorso e, soprattutto, al decreto penale emesso G.i.p. del Tribunale di Busto Arsizio, in data 20 ottobre 2009, di condanna alla pena dell’ammenda di euro 510 ed alla sospensione della patente di guida per sei mesi, per il reato di guida sotto l’influenza dell’alcol, di cui all’art. 186, c. 2, d.lgs. n. 285/1992, commesso il 22 luglio 2007: tale condanna per guida in stato di ebbrezza palesa, invero, che il sig. -OMISSIS- non ha tenuto una condotta di vita rispettosa delle norme penali e denota, anche per il senso comune, la carenza dell’autocontrollo necessario per maneggiare con sicurezza armi (cfr. analogamente, Tar Lombardia, Brescia, II, 04/04/2016, n. 487).

Quest’ultimo fatto supporta adeguatamente il giudizio di inaffidabilità espresso con il provvedimento impugnato in quanto l’amministrazione ha la possibilità di trarre argomenti prognostici di segno negativo anche da reati che per la loro consumazione non richiedono necessariamente l’uso delle armi, purché gli stessi appaiano, per comune esperienza, indice di una personalità incline al disprezzo di beni di elevata importanza per la collettività (cfr. Tar Lombardia, Milano sez. III, 12/07/2012, n. 1989).

Inoltre, se pur non aveva impedito il rilascio della licenza, il primo episodio contestato (la segnalazione all’autorità giudiziaria del 27 gennaio 2003, per danneggiamento in concorso) costituisce un fatto che, unitamente al secondo (il decreto penale di condanna emesso G.i.p. del Tribunale di Busto Arsizio in data 20 ottobre 2009), supporta il giudizio di inaffidabilità espresso dall’amministrazione.

L’episodio che ha portato alla condanna per il reato di cui all’art. 186, c. 2, d.lgs. n. 285/1992 ed il relativo decreto penale di condanna sono antecedenti, rispettivamente, di poco più di sei anni e di quattro anni, rispetto alla data di adozione del provvedimento impugnato: non si tratta di un lasso di tempo talmente ampio da privare il fatto di ogni rilevanza e da escludere una sua incidenza sull’affidabilità attuale dell’istante.

Né la circostanza che l’amministrazione non abbia prontamente revocato il titolo nonostante la condanna del ricorrente, palesa di per sé la manifesta illogicità della valutazione compiuta con il provvedimento impugnato: ciò può essere, invero, dovuto, più che a un giudizio positivo sul ricorrente, a una mera omissione.

Quanto alla riabilitazione, essa non assume rilievo in questa sede, in quanto intervenuta successivamente all’adozione del provvedimento impugnato: secondo la regola del tempus regit actum la legittimità del provvedimento amministrativo deve, difatti, essere apprezzata con riferimento allo stato di fatto e di diritto esistente al momento della sua emanazione, con conseguente irrilevanza di eventuali sopravvenienze.

Per le ragioni esposte il ricorso è infondato e va, pertanto, respinto.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Prima)

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, a favore del Ministero dell’interno, che liquida in euro 1.500,00 (millecinquecento/00), oltre oneri di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 2 D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare il ricorrente.

Così deciso in Milano nella camera di consiglio del giorno 6 luglio 2016 […]

 

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