Cause davanti al Pretore, quantum risarcimento richiesto e limite clausola di contenimento valore controversia

Cassazione Civile sentenza n. 17202 27 agosto 2015

Nelle cause originariamente incardinate davanti al pretore, ancora pendenti alla data del 2 giugno 1999 ed attribuite, ex art. 1 del d.lgs. n. 51 del 1998, alla competenza del tribunale, il valore della controversia rimane fissato nei limiti della competenza del giudice originariamente adito se la parte l’aveva in tal modo circoscritto inserendo nell’atto introduttivo la c.d. clausola di contenimento del valore complessivo della controversia, non potendo ritenersi che il limite quantitativo della domanda risulti variabile nel corso del processo e rimesso alle scelte eventuali del legislatore che incidano sui limiti di competenza per valore del giudice originariamente adito.

 

Cassazione Civile sentenza n. 17202 27 agosto 2015

[…]

I FATTI

Omissis  citava in giudizio dinanzi al Pretore la Omissis s.r.l. per ottenerne la condanna al risarcimento dei danni subiti allorché, subentrata ad altra società nella gestione di un supermercato, essa recedeva dal contratto di locazione con lo Omissis, avente ad oggetto uno spazio per la vendita di prodotti ittici all’interno dello stesso, affiancando nell’ultimo trimestre 1992 all’attività dello Omissis altra attività commerciale identica e concorrenziale.

Il Tribunale di Avezzano, subentrato al Pretore a seguito dell’entrata in vigore del d.lgs. n. 51 del 1998, accoglieva la domanda di risarcimento danni per concorrenza sleale proposta dallo Omissis liquidando in suo favore 80.000,00 euro.

La OMISSIS s.p.a., succeduta alla precedente società, proponeva appello, che veniva rigettato dalla Corte d’Appello dell’Aquila con la sentenza qui impugnata.

La società OMISSIS s.p.a. propone ricorso per la cassazione della sentenza n. 697 del 2011 della Corte d’Appello de L’Aquila, articolato in due motivi, nei confronti di Omissis  il quale resiste con controricorso.

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso, la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 2909 c.c., l’omessa valutazione di un precedente giudicato e la violazione del principio della unitarietà del risarcimento dei danni.

Afferma che il rapporto tra le parti fu oggetto di un precedente giudizio, definito con sentenza n. 158 del 1996, in cui la società aveva agito per far accertare la cessazione del rapporto di locazione con lo Omissis e questi aveva introdotto la domanda riconvenzionale volta ad ottenere il risarcimento dei danni. Sul punto del diritto o meno dello Omissis al risarcimento dei danni per concorrenza sleale si sarebbe quindi formato il giudicato.

Il motivo è infondato.

Nella sentenza impugnata si dà atto della esistenza di un precedente giudizio, definito con sentenza n. 158 del 1996 dal Tribunale di Avezzano e avente ad oggetto l’accertamento della cessazione del contratto di affitto tra le parti; si menziona la proposizione da parte dello Omissis di una domanda riconvenzionale di risarcimento dei danni in tale giudizio; tuttavia, la corte territoriale efficacemente chiarisce che la predetta sentenza non spiega alcuna efficacia di giudicato nel presente giudizio, in quanto sulla riconvenzionale di risarcimento danni il giudice adito non si è mai pronunciato, avendo il convenuto rinunciato espressamente alla domanda, dopo aver preso atto della tardività della stessa.

Con il secondo motivo di ricorso, la ricorrente deduce la violazione ed errata applicazione dell’art. 112 c.p.c., la violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, l’ultrapetizione, la violazione del divieto di mutatio libelli, nonché il difetto assoluto di motivazione e l’omessa pronuncia .

Lamenta che la corte d’appello non abbia tenuto nella dovuta considerazione quanto da essa appellante segnalato, ovvero che lo Omissis avrebbe compiuto una mutatio libelli non consentita, avendo dapprima, nell’atto di citazione, contenuto la domanda risarcitoria nei limiti della competenza pretorile ( e precisato che l’arco di tempo nel quale avrebbe subito il danno era circoscritto dall’ottobre al dicembre 1992), per poi dichiarare la causa di valore indeterminabile allo scopo di giovarsi degli esiti della ctu, che irregolarmente aveva preso in considerazione l’intero danno da lucro cessante per attività anticoncorrenziale subito dallo Omissis senza limitarsi a considerare i tre mesi in cui questi aveva continuato a svolgere l’attività di vendita di pesce all’interno del supermercato in contemporaneità con l’impresa concorrente.

Sostiene quindi che, avendo la corte condannato la società a risarcire lo Omissis in una misura superiore a quanto da questi originariamente richiesto, sarebbe incorsa nel vizio di ultrapetizione.

Il motivo è fondato e va accolto, nei termini che seguono.

La motivazione della corte d’appello può scandirsi nei seguenti passaggi logici, che si articolano in tre premesse e pervengono ad una conclusione:

–        lo Omissis ha adito il Pretore per il risarcimento di tutto il danno conseguente alla illecita attività posta in essere dalla Omissis in violazione delle norme a tutela della concorrenza (pur avendo indicato alla fine delle sue originarie conclusioni “nei limiti della competenza pretorile”);

–     l’inciso limitativo della quantificazione del danno nei limiti della competenza dell’adito pretore contenuto nell’atto introduttivo e non riproposto nelle conclusioni, è da considerarsi espunto e la parola “pretore” sostituita dalla parola “tribunale” a seguito della entrata in vigore della riforma del c.d. giudice unico (d.lgs. 19 febbraio 1998, n. 51, con cui l’ufficio del pretore è stato soppresso e le relative competenze sono state trasferite al tribunale ordinario). In conseguenza dei mutati limiti della competenza dell’organo giudicante, i danni richiesti non sono più soggetti ad alcun tetto;

–        del resto le variazioni solo quantitative del petitum sono ammissibili e non alterano i limiti della controversia, in quanto non introducono nuovi tempi di indagine non violano il contraddittorio né il diritto di difesa dell’altra parte;

–     quindi, legittimamente nelle conclusioni finali la domanda dello Omissis è variata solo sotto il profilo quantitativo, avendo egli chiesto il risarcimento di tutto il danno come quantificato dal c.t.u., e legittimamente esso gli è stato riconosciuto già in primo grado e quantificato in misura esuberante rispetto alla competenza pretorile, ovvero nella misura di 80.000,00 euro.

Delle tre premesse, la prima e la terza sono corrette, mentre la seconda non lo è e mina quindi la correttezza della conclusione finale.

Infatti, interpretando gli atti di parte attrice, fondatamente — e insindacabilmente in questa sede se non sotto il profilo, non denunciato, della coerenza della motivazione — la corte d’appello ha concluso che lo Omissis ha chiesto il risarcimento di tutti i danni conseguenti al comportamento violativo degli obblighi di una corretta concorrenza posto in essere dalla proprietà del supermercato all’interno del quale aveva preso in locazione uno stand ( e non solo dei danni limitati agli ultimi tre mesi in cui ha operato all’interno del supermercato stesso).

E’ anche vero che esiste un consolidato orientamento di questa corte di legittimità secondo il quale le semplici modifiche quantitative del petitum che si traducano in un ampliamento di esso per renderlo più idoneo al concreto ed effettivo soddisfacimento della pretesa fatta valere realizza una semplice emendatio, consentita entro certi limiti, e non una vera e propria mutatio della domanda (V. Cass. n. 12621 del 2012, Cass. n. 9522 del 2007, Cass. n. 16819 del 2003). D’altro canto, non sono oggetto di ricorso i tempi nei quali questa modifica sia maturata, se cioè oltre il maturare di eventuali preclusioni o meno.

La questione che residua all’attenzione della Corte è quindi la seguente : se la parte ha inserito, nell’atto introduttivo del giudizio, la c.d. clausola di contenimento nei limiti della competenza del giudice adito, le eventuali modifiche successive di tale competenza intervenute per legge, ovvero, come nella specie, le modifiche dell’organo giudicante, divenuto da pretore giudice unico di tribunale, possono incidere sul contenuto della domanda producendo il legittimo innalzamento del quantum fino al nuovo tetto di competenza fissato dalla legge ?

Non si ritiene di poter dare una risposta affermativa alla questione.

La questione è stata già esaminata, e risolta negativamente, dalla sentenza n. 16146 del 2010, che esaminava i rapporti tra le domande proposte in cause ordinariamente incardinate dinanzi al pretore e successivamente transitate dinanzi al neo istituito ufficio del giudice di pace. Il problema specifico che la sentenza affrontava era se, trasferito il procedimento avente ad oggetto un sinistro stradale dal pretore al giudice di pace, stante la competenza per valore di tale giudice fino a trenta milioni per le cause in materia di circolazione stradale, anche il limite di contenimento della domanda ( che essendo fissato al tetto della originaria competenza pretorile, era all’epoca di venti milioni di lire) si fosse esteso fino a tale cifra. In quella occasione la Corte ha affermato che nelle cause originariamente incardinate davanti al pretore, ancora pendenti alla data del 30 aprile 1995 e attribuite, ex art. 1 della legge 16 dicembre 1999, n. 479, alla competenza del giudice di pace, restano salve, ai sensi dell1 art. 2, primo comma, della medesima legge, le questioni relative alla competenza del giudice originariamente adito. Ne ha tratto la conseguenza che la clausola di contenimento del valore complessivo della controversia riportata nell’atto introduttivo continui ad essere riferibile a tale atto iniziale ed alla competenza che il pretore aveva in quel momento, non potendo ritenersi che il limite quantitativo della domanda risulti variabile nel corso del processo e rimesso alle scelte eventuali del legislatore sui limiti di competenza per valore del giudice originariamente adito.

Analoga soluzione va data alla questione in esame, in cui a seguito del venir meno dell’ufficio stesso del pretore, la causa dinanzi a questo proposta è stata decisa in primo grado dal giudice unico di tribunale.

Pur enunciando tale fatto come dato storico, la corte d’appello non tiene infatti nella dovuta considerazione l’esistenza, nelle conclusioni originarie della parte, della c.d. clausola di contenimento della domanda nei limiti della competenza per valore del giudice originariamente adito.

Neppure può convenirsi con le conclusioni che trae la corte d’appello in ordine all’incidenza della sopraggiunta riforma contenuta nel d.lgs. n. 51 del 1998, che ha unificato gli uffici giudiziari togati di primo grado sopprimendo gli uffici di pretura ed introducendo il giudice unico di primo grado, in termini di automatica sostituzione della competenza per valore del pretore con quella del tribunale e quindi in termini di dissolvimento del tetto di competenza per valore originariamente autointrodotto dalla parte attrice.

Nel caso di specie, la parte aveva la facoltà di rivolgersi, per la controversia risarcitoria che intendeva intraprendere, al pretore (all’epoca competente fino a cinquanta milioni di lire) o al tribunale. Con sua libera scelta, ha optato nel senso di rivolgersi al pretore, e di fissare un tetto massimo quantitativo alla sua domanda nei limiti della competenza per valore del pretore.

Una volta effettuato il contenimento della domanda risarcitoria “entro i limiti di competenza per valore del giudice adito”, ai sensi del terzo comma dell’art. 14 c.p.c., esso comporta una autolimitazione impressa dall’attore alle sue istanze, destinata ad avere effetti vincolanti anche per la pronuncia di merito, nel senso che la formulazione della clausola di contenimento della domanda, inserita nell’atto introduttivo del giudizio, volta a limitare il quantum della pretesa nei limiti della competenza del giudice adito è

destinata a vincolare la parte per tutto il giudizio in conseguenza della scelta dalla stessa parte compiuta, in applicazione del principio dispositivo, ed a prescindere da successive modifiche normative, essendo inconciliabile con esso il ritenere che il limite quantitativo della domanda possa variare nel corso del processo a seconda delle scelte discrezionali del legislatore sui limiti di competenza per valore del giudice adito.

Il secondo motivo di ricorso va accolto per quanto di ragione, la causa va cassata e rinviata alla corte d’appello de L’Aquila in diversa composizione che determinerà l’ammontare del risarcimento spettante allo Omissis attenendosi al seguente principio di diritto :

“Nelle cause originariamente incardinate davanti al pretore, ancora pendenti alla data del 2 giugno 1999 ed attribuite, ex art. 1 del d.lgs. n. 51 del 1998, alla competenza del tribunale, il valore della controversia rimane fissato nei limiti della competenza del giudice originariamente adito se la parte l’aveva in tal modo circoscritto inserendo nell’atto introduttivo la c.d. clausola di contenimento del valore complessivo della controversia, non potendo ritenersi che il limite quantitativo della domanda risulti variabile nel corso del processo e rimesso alle scelte eventuali del legislatore che incidano sui limiti di competenza per valore del giudice originariamente adito”

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla corte d’appello de L’Aquila in diversa composizione che deciderà anche sulle spese.

Così deciso nella camera di consiglio della Corte di cassazione il 26 maggio 2015 […]

 

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