Cecità, pensione di invalidità

La nozione di cecità da porre a fondamento del riconoscimento del diritto a pensione di invalidità per i soggetti privi di vista va desunta dagli artt. 8 della legge n. 66 del 1962 e 1 della legge n. 382 dei 1970, secondo i quali possono beneficiare della suddetta provvidenza i ciechi assoluti e coloro che hanno un residuo visivo non superiore ad un ventesimo in entrambi gli occhi con eventuale correzione. La legge riconnette alla cecità assoluta o al residuo visivo non superiore ad 1/20 il diritto alla pensione senz’altra specificazione, ma la finalità della provvidenza e le esigenze di armonia del sistema impongono di interpretare tale nozione alla luce di quanto è desumibile dall’art. 12 legge 30 marzo 1971, n. 118, che, non diversamente dall’inabilità prevista dall’art. 2 legge 12 giugno 1984, n. 222, suppone una condizione di “permanenza” dello stato invalidante.

In tema di riduzione della capacità di lavoro, ai fini del diritto alla pensione di invalidità, il carattere della permanenza non si identifica con la definitività e immutabilità dello stato invalidante, in quanto anche un’infermità emendabile e guaribile può far luogo ad incapacità di lavoro pensionabile e non viene meno per l’eventualità di una riduzione o eliminazione dello stato invalidante a seguito di cure medicochirurgiche (o con l’uso di adeguati apparecchi di protesi). Tuttavia è necessario che la situazione patologica sia connotata da una certa perduranza significativa nel tempo, sì da determinare una reale situazione di bisogno: il requisito della permanenza ricorre ogni qualvolta la condizione d’invalidità sia riferibile ad un’infermità di durata incerta ed indeterminata e nel caso in cui la previsione di guarigione dell’assicurato, per effetto di adeguate e tempestive cure, sia affermata non in base ad una mera prospettazione ipotetica bensì in base ad un ragionevole giudizio prognostico tale requisito deve pertanto essere escluso.

 

Cassazione civile Sez. Lavoro sentenza n. 17400 29 agosto 2016

[…]

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Corte d’appello di Cagliari, con sentenza depositata il 30 luglio 2009, ha rigettato l’appello proposto da  Omissis contro la sentenza resa dal Tribunale di Cagliari tra l’appellante, l’Inps e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con cui in parziale accoglimento della domanda l’Inps era stato condannato al pagamento dell’indennità speciale prevista per i ciechi parziali ventesimisti con decorrenza dalla data della domanda amministrativa del 20/9/2004 fino al mese di novembre 2004. Le spese di lite erano state poi compensate.

2. La Corte territoriale, dopo aver disposto il rinnovo della consulenza tecnica d’ufficio già disposta e rinnovata in prime cure, ha accertato che il Omissis era stato affetto da una encefalite virale che aveva determinato, durante la fase acuta della malattia, una compromissione della funzione visiva con residuo inferiore a 1/10 in entrambi gli occhi fino al 19/11/2004. Ha pertanto rigettato, condividendo il giudizio del primo giudice, la domanda volta ad ottenere la pensione, nonché la detta indennità per un periodo superiore a quello riconosciuto in prime cure. Nessun provvedimento sulle spese ha poi adottato non ravvisando la manifesta infondatezza e temerarietà della lite.

3. Contro la sentenza, il Omissis propone ricorso per cassazione articolato in tre motivi, cui resiste con controricorso l’Inps. Il Ministero della Economia e delle finanze non svolge attività difensiva.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso è articolato in tre motivi.

Con il primo motivo il ricorrente denuncia l’omessa ed insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio lamentando il mancato esame, da parte della Corte territoriale della certificazione rilasciata in data 19/11/2004 dalla Clinica oculistica dell’Università degli Studi di Cagliari, in cui si dà atto che il ricorrente era nelle condizioni di cieco, avendo un visus pari ad 1/30 nell’occhio destro e ad 1/60 nell’occhio sinistro. Aggiunge che la Corte territoriale, così come il giudice di primo grado, non aveva considerato sia il certificato medico del 2 settembre 2003, rilasciato dall’ambulatorio di oculistica del Poliambulatorio di Omissis, sia la certificazione del 26 marzo 2004, da cui risultava un visus in entrambi gli occhi di 1/20, e il successivo certificato del 19/11/2004, rilasciato dal centro immunologico del policlinico Universitario di Cagliari, da cui risultava che nel novembre 2004 il ricorrente presentava un’infezione classificabile nello stadio C1 (AIDS conclamato).

1.1 Il motivo è inammissibile per difetto di autosufficienza, perché la parte non trascrive, ma solo riassume, il contenuto delle certificazioni mediche che assume non essere state valutate dalla Corte territoriale, non le deposita unitamente al ricorso per cassazione né fornisce precise indicazioni per un loro facile reperimento in questa fase del giudizio. Con ciò la parte non rispetta il duplice onere imposto, a pena di inammissibilità del ricorso, dall’art. 366, comma 1°, n. 6, c.p.c., e, a pena di improcedibilità, dall’art. 369, comma 2°, n. 4, c.p.c. di indicare esattamente nell’atto introduttivo in quale fase processuale ed in quale fascicolo di parte si trovi il documento in questione, e di evidenziarne il contenuto, trascrivendolo o riassumendolo nei suoi esatti termini, al fine di consentire al giudice di legittimità di valutare la fondatezza del motivo, senza dover procedere all’esame dei fascicoli d’ufficio o di parte (v. Cass., 12 dicembre 2014, n. 26174; Cass., 7 febbraio 2011, n. 2966).

2. Il secondo motivo é incentrato sulla nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., in relazione all’art. 3 della legge 21 novembre 1988, n. 508, e all’art. 8 legge 10 febbraio 1962, n. 66. Si assume che la Corte non avrebbe esaminato lo specifico motivo di doglianza, volto ad ottenere il riconoscimento della pensione, oltre all’indennità speciale, che era stato respinto dal tribunale sulla base della considerazione della non permanenza dello stato di cecità, venuto meno a partire dal mese di dicembre del 2004 e non più verificatosi. Secondo il ricorrente dalla documentazione risultava che il Omissis era cieco ventesimista fin dal marzo 2004 e tale era ancora alla data di presentazione della domanda amministrativa; che nessuna norma esclude il diritto alla pensione laddove il requisito sanitario risulta al momento della domanda ma venga poi meno successivamente; che le due previdenze (indennità speciale e pensione) sono compatibili tra di loro, sicché sussisteva il suo diritto ad una pronuncia sul punto, omessa dalla Corte d’appello.

2.1. Questo motivo è infondato. Se è pur vero che la corte d’appello non ha espressamente motivato in ordine al motivo di doglianza, puntualmente trascritto dalla parte nel ricorso per cassazione, è altrettanto vero che attraverso il richiamo alla sentenza del primo giudice e alla consulenza tecnica d’ufficio disposta in grado d’appello, che aveva confermato le conclusioni dei consulenti nominati in primo grado, ha fatto proprie, rispettivamente, la motivazione della sentenza e le risultanze elle CTU: sono pertanto chiaramente enucleabili le ragioni che hanno indotto la Corte ad escludere il diritto alla pensione, in ragione della transitorietà della patologia visiva, secondaria ad altra malattia durante la sua acuzie e non più ripresentatasi.

2.2. La nozione di cecità da porre a fondamento del riconoscimento del diritto a pensione di invalidità per i soggetti privi di vista va desunta dagli artt. 8 della legge n. 66 del 1962 e 1 della legge n. 382 dei 1970, secondo i quali possono beneficiare della suddetta provvidenza i

ciechi assoluti

e coloro che hanno un residuo visivo non superiore ad un ventesimo in entrambi gli occhi con eventuale correzione (da ultimo, Cass., 18954 del 16/09/2011; 4450 del 08/04/2000). La legge riconnette alla cecità assoluta o al residuo visivo non superiore ad 1/20 il diritto alla pensione, senz’altra specificazione ma la finalità della provvidenza e le esigenze di armonia del sistema impongono di interpretare tale nozione alla luce di quanto è desumibile dall’art. 12 legge 30 marzo 1971, n. 118, che, non diversamente dall’inabilità prevista dall’art. 2 legge 12 giugno 1984, n. 222, suppone una condizione di “permanenza” dello stato invalidante.

Come questa Corte ha avuto più volte modo di sottolineare (cfr. Cass., 9 agosto 2002, n. 12125; Cass., 18 novembre 1997, n. 11483; Cass. 24 luglio 1990 n. 7480), in tema di riduzione della capacità di lavoro, ai fini del diritto alla pensione di invalidità, il carattere della permanenza non si identifica con la definitività e immutabilità dello stato invalidante, in quanto anche un’infermità emendabile e guaribile può far luogo ad incapacità di lavoro pensionabile e non viene meno per l’eventualità di una riduzione o eliminazione dello stato invalidante a seguito di cure medicochirurgiche (o con l’uso di adeguati apparecchi di protesi).

Tuttavia, è necessario che la situazione patologica sia connotata da una certa perduranza significativa nel tempo, sì da determinare una reale situazione di bisogno: il requisito della permanenza ricorre ogni qualvolta la condizione d’invalidità (nel caso di specie la cecità assoluta o ridotta ad 1/20 per ciascun occhio) sia riferibile ad un’infermità di durata incerta ed indeterminata e deve pertanto essere escluso nel caso in cui la previsione di guarigione dell’assicurato, per effetto di adeguate e tempestive cure, sia affermata non in base ad una mera prospettazione ipotetica bensì, con riferimento al caso concreto, in base ad un ragionevole giudizio prognostico (Cass., 15 maggio 1984, n. 2967).

Di tale principio hanno fatto corretta applicazione i giudici di merito, avendo sostanzialmente accertato che, a fronte di una domanda amministrativa del settembre 2004, al novembre del 2004 il deficit visivo causato dalla malattia da cui era affetto il ricorrente era regredito e non si era più manifestato.

Con il terzo motivo il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 112 cod. civ. in relazione dell’art. 92 cod. proc. civ. e assume che la Corte territoriale non avrebbe esaminato il terzo motivo di appello, con il quale aveva lamentato l’erroneità della decisione del giudice di primo grado di compensare le spese del relativo giudizio.

3.1. Sul punto, il ricorso per tassazione soddisfa il requisito di autosufficienza, avendo la parte riportato integralmente il motivo di appello sottoposto alla Corte territoriale e riguardante la decisione del Tribunale di compensare le spese, in ragione del “limitato periodo individuato dal consulente e (del) solo parziale accoglimento del ricorso”. E’ indubbio che la Corte territoriale ha omesso una qualsivoglia pronuncia sul punto, limitandosi a regolamentare le spese del suo grado.

3.2. Il riscontro della denunciata omissione di pronunzia consente nel contempo di delibare, ai sensi dell’art. 384, comma 2 ultima parte, c.p.c. (come modificato dall’art. 12 1. 40/2006) anche la questione con esso introdotta, la quale è di puro diritto, non comportando accertamenti di fatto. Alla luce dei principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo sancito dall’art. 111, comma 2, Cost. ed in base a lettura dell’art. 384 c.p.c. conforme a tali principi, la Corte di legittimità (investita, dalla citata novella procedimentale, di più estese funzioni rescissorie), può invero, una volta verificata l’omessa pronuncia su di un motivo di appello, omettere la cassazione con rinvio della sentenza impugnata e decidere la causa nel merito, sempre che la questione di diritto introdotta dal motivo non richieda ulteriori accertamenti in fatto (v. Cass., 28 ottobre 2015, n. 21968, che rinvia a Cass. ord. 8 ottobre 2014, n.21257, nonché a Cass. 15112/13, 18915/12, 8622/12, 5139/11, 2313/10).

Al riguardo deve rilevarsi che il ricorso introduttivo del giudizio, come risulta dallo stesso ricorso per cassazione, è stato depositato in data 17/6/2005. Esso è dunque precedente all’entrata in vigore della legge di riforma del 28 dicembre 2005, n.263, che con l’art. 2, comma 1°, lett. a), ha modificato l’art. 92, comma 2°, a norma del quale, nel testo successivo la riforma, se vi è soccombenza reciproca o concorrono altri giusti motivi, esplicitamente indicati nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti.

La norma applicabile è pertanto, stante il disposto dello stesso art. 2, comma 4°, l. cit. (che ha previsto l’applicazione del nuovo testo dell’art. 92 ai procedimenti instaurati dopo il 1 marzo 2006), l’art. 92 nel testo precedente alla riforma, a tenore del quale erano sufficienti per la compensazione delle spese i giusti motivi, anche non esplicitati.

Emerge invece che il giudice di primo grado ha puntualmente esplicitato le ragioni che hanno indotto la compensazione delle spese e tali ragioni, in quanto fondate sul parziale accoglimento della domanda sia sotto il profilo dell’esclusione del diritto a pensione sia sotto quello del limitato riconoscimento del diritto all’indennità, sono congrue, logiche e rispondenti a diritto. La motivazione pertanto si sottrae ad ogni sindacato, non riscontrandosi alcuna violazione di legge, quale si verificherebbe nell’ipotesi in cui, contrariamente ai divieto stabilito dall’art. 91 cod. proc. civ., le spese fossero state poste a carico della parte totalmente vittoriosa.

La valutazione dell’opportunità della compensazione totale o parziale rientra, invece, nei poteri discrezionali del giudice di merito sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia in quella (ricorrente nella fattispecie) della sussistenza di giusti motivi, e il giudice può compensare le spese processuali per giusti motivi (Cass., 17 novembre 2006, n.24495).

4. In definitiva il ricorso deve essere rigettato e il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese del presente giudizio in favore del controricorrente, in mancanza della certificazione prevista dall’art. 152 disp. att. cod. proc. civ. aifini dell’esenzione dal pagamento delle spese del giudizio. Nessun provvedimento sulle spese deve invece adottarsi nei confronti della parte rimasta intimata.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del presente giudizio, liquidate in € 1600,00, di cui € 1500,00 per compensi professionali, oltre al 15% di spese generali e accessori di legge. Nulla sulle spese nei confronti della parte rimasta intimata.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 24 maggio 2016 […]

Precedente Art. 62-bis codice penale Successivo PEI, giurisdizione