Compensazione spese di lite: discrezionalità giudice amministrativo

Compensazione spese di lite: Il Giudice amministrativo mantiene tuttora amplissimi poteri discrezionali in ordine al riconoscimento, sul piano equitativo, dei motivi per far luogo alla compensazione delle spese di cui all’art. 92 cpc, comma 2, ovvero per escluderla, con il solo limite che non può condannare, totalmente o parzialmente, alle spese la parte risultata vittoriosa in giudizio.

Da questa impostazione consegue da un lato che la valutazione sulla eventuale compensazione delle spese spetta soltanto al Giudice dal quale promana la sentenza che chiude quella fase del giudizio; dall’altro, conseguentemente, che tale valutazione non è sindacabile in appello neppure per difetto di motivazione espressa.

 

…Come è noto, in origine l’art. 92 secondo c.p.c. prevedeva – quale deroga al principio generale di cui all’art. 91 secondo cui le spese del giudizio seguono la soccombenza – la possibilità per il giudice di disporne la compensazione ove ricorressero giusti motivi.

Con la legge n. 263 del 2005 il comma in questione è stato riformulato nel modo seguente: “se vi è soccombenza reciproca o concorrono altri giusti motivi, esplicitamente indicati nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti.”.

Con la legge n. 69 del 2009 i giusti motivi furono sostituiti da “ altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione.”.

Infine col DL n. 132 del 2014 la compensazione è stata ristretta al “caso di assoluta novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti”.

Al riguardo la Giurisprudenza amministrativa del tutto maggioritaria ( pur dando atto della tendenza legislativa a rendere recessiva l’ipotesi della compensazione) rimane attestata nel valorizzare la specialità del processo amministrativo, nel quale di volta in volta e a seconda dei casi possono venire in rilievo da un lato le finalità di pubblico interesse perseguite dall’Amministrazione e fra queste la salvaguardia di ineludibili esigenze di bilancio; dall’altro versante, la posizione spesso non paritaria in cui versa la parte privata nel procedimento amministrativo.

Di qui la necessità di interpretare in modo ragionevole e costituzionalmente orientato precetti – quale quello di cui al ridetto art. 92 secondo comma c.p.c. – sviluppatisi in relazione al diverso archetipo del rito civile.

E’ questa la ragione per cui il Giudice amministrativo tuttora mantiene amplissimi poteri discrezionali in ordine al riconoscimento, sul piano equitativo, dei motivi per far luogo alla detta compensazione ovvero per escluderla, con il solo limite che non può condannare, totalmente o parzialmente, alle spese la parte risultata vittoriosa in giudizio.

Da questa impostazione consegue da un lato che la valutazione sulla eventuale compensazione delle spese spetta soltanto al Giudice dal quale promana la sentenza che chiude quella fase del giudizio; dall’altro, conseguentemente, che tale valutazione non è sindacabile in appello neppure per difetto di motivazione espressa….

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Consiglio di Stato sentenza n. 1798 14 aprile 2017

[…]

per la riforma

della sentenza del T.A.R. LAZIO – ROMA: SEZIONE I QUA n. 06746/2015, resa tra le parti, concernente statuizione sulle spese del giudizio relativo all’ottemperanza del decreto della corte d’appello di Roma emesso su procedimento n. 51859/09 – pagamento somme equa riparazione (legge Pinto)

[…]

FATTO e DIRITTO

La parte oggi appellante con ricorso per ottemperanza ha chiesto al Tribunale di ordinare all’Amministrazione di eseguire il provvedimento del Giudice civile col quale le era stato riconosciuto l’indennizzo previsto dalla legge n. 89 del 2001 ( c.d. legge Pinto) per la violazione dei termini di ragionevole durata del processo.

Con la sentenza in epigrafe indicata il Tribunale ha dichiarato cessata la materia del contendere ( essendo medio tempore intervenuto il pagamento) e ha disposto la compensazione delle spese processuali fra le Parti costituite.

La sentenza è impugnata con l’appello all’esame dalla parte originariamente ricorrente la quale rileva che il pagamento è successivo alla proposizione del ricorso in ottemperanza e lamenta quindi l’inesistenza, e comunque la omessa indicazione da parte del TAR, di quelle gravi ragioni ( assoluta novità della questione, mutamenti giurisprudenziali etc.) che ai sensi dell’art. 92 c.p.c., richiamato dall’art. 26 c.p.a., avrebbero potuto giustificare la compensazione delle spese di giudizio tra le Parti.

L’appello non è fondato e pertanto si prescinde dal valutarne l’ammissibilità.

Come è noto, in origine l’art. 92 secondo c.p.c. prevedeva – quale deroga al principio generale di cui all’art. 91 secondo cui le spese del giudizio seguono la soccombenza – la possibilità per il giudice di disporne la compensazione ove ricorressero giusti motivi.

Con la legge n. 263 del 2005 il comma in questione è stato riformulato nel modo seguente: “se vi è soccombenza reciproca o concorrono altri giusti motivi, esplicitamente indicati nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti.”.

Con la legge n. 69 del 2009 i giusti motivi furono sostituiti da “ altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione.”.

Infine col DL n. 132 del 2014 la compensazione è stata ristretta al “ caso

di assoluta novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti”.

Al riguardo la Giurisprudenza amministrativa del tutto maggioritaria ( pur dando atto della tendenza legislativa a rendere recessiva l’ipotesi della compensazione) rimane attestata nel valorizzare la specialità del processo amministrativo, nel quale di volta in volta e a seconda dei casi possono venire in rilievo da un lato le finalità di pubblico interesse perseguite dall’Amministrazione e fra queste la salvaguardia di ineludibili esigenze di bilancio; dall’altro versante, la posizione spesso non paritaria in cui versa la parte privata nel procedimento amministrativo.

Di qui la necessità di interpretare in modo ragionevole e costituzionalmente orientato precetti – quale quello di cui al ridetto art. 92 secondo comma c.p.c. – sviluppatisi in relazione al diverso archetipo del rito civile.

E’ questa la ragione per cui il Giudice amministrativo tuttora mantiene amplissimi poteri discrezionali in ordine al riconoscimento, sul piano equitativo, dei motivi per far luogo alla detta compensazione ovvero per escluderla, con il solo limite che non può condannare, totalmente o parzialmente, alle spese la parte risultata vittoriosa in giudizio.

Da questa impostazione consegue da un lato che la valutazione sulla eventuale compensazione delle spese spetta soltanto al Giudice dal quale promana la sentenza che chiude quella fase del giudizio; dall’altro, conseguentemente, che tale valutazione non è sindacabile in appello neppure per difetto di motivazione espressa. ( cfr. ex multis III Sez. 6450 del 2015 nonché IV n. 489 del 2013).

L’appello va dunque respinto. Nulla per le spese di questo grado.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge. Nulla spese.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 6 aprile 2017 […]

 

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