Compensazione spese giudiziali ex art. 92 cpc

Compensazione spese giudiziali dopo la nuova formulazione dell’art. 92 cpc.

In ordine alle spese del giudizio l’art. 26, comma 1, cod. proc. amm. rinvia all’applicazione delle norme dettate al riguardo dal codice di procedura civile. L’art. 91, primo comma, cod. proc. civ. (nel testo modificato dall’art. 45, comma 10, della legge 18 giugno 2009, n. 69) stabilisce che “il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte …”; l’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ. (come sostituito dall’art. 13 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132, e modificato, in sede di conversione, dalla legge 10 novembre 2014, n. 162), prescrive che “se vi è soccombenza reciproca ovvero nel caso di novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti, il giudice può compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero”.

A norma del comma 2 del medesimo art. 13, la nuova formulazione dell’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ., si applica ai procedimenti introdotti a decorrere dal trentesimo giorno successivo all’entrata in vigore della legge di conversione, dunque a partire dall’11 dicembre 2014 (ex art. 1, comma 2, della legge di conversione).

Pur tenendo conto delle particolarità del contenzioso amministrativo (che, secondo una pronunzia recente, sarebbero alla base della prassi diffusa in questo giudizio di disporre la compensazione delle spese fra le parti, a tal fine spesso adottando la formula dei “giusti motivi” non meglio specificati: cfr. Cons. Stato, sez. III, 10 dicembre 2013, n. 5913), il mutato quadro normativo non consente di riproporre integralmente quell’orientamento tradizionale, pure fatto proprio dalla Sezione anche in tempi recenti, secondo cui la statuizione del giudice in ordine all’assegnazione delle spese di causa, compresa la possibilità di compensarle tra le parti, costituisce una valutazione ampiamente discrezionale di equilibrio processuale, senza che egli sia tenuto a motivare la determinazione assunta.

È fuori discussione, comunque, che la decisione sulle spese di giudizio rappresenta l’espressione d’una lata discrezionalità del giudice, che deve tener conto anche, in punto di fatto, della vicenda e delle circostanze emergenti dal giudizio.

I “giusti motivi”, anche se non puntualmente specificati, devono quanto meno essere desumibili dal contesto della decisione e riguardare specifiche circostanze o aspetti della controversia.

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Consiglio di Stato sentenza n. 4944 24 novembre 2016

[…]

FATTO e DIRITTO

1. All’esito di un procedimento disciplinare di stato, il signor Omissis, maresciallo capo dell’Arma dei Carabinieri, ha subito la sanzione disciplinare della sospensione dall’impiego per sei mesi.

2. In data 25 marzo 2015, egli ha presentato un’istanza di accesso agli atti del procedimento.

3. Decorso inutilmente il termine di trenta giorni, il signor Omissis ha impugnato il silenzio-rigetto dell’Amministrazione.

4. Il 23 giugno 2015 l’Amministrazione ha accolto la richiesta di accesso.

5. Con sentenza 21 luglio 2015, n. 9933, il T.A.R. per il Lazio, sez. I bis, presso il quale il giudizio avverso il silenzio era incardinato, ha dichiarato cessata la materia del contendere, compensando fra le parti le spese processuali.

6. Il signor Omissis ha interposto appello contro il capo della sentenza relativo alle spese di giudizio, sostenendo che il primo giudice avrebbe violato il criterio della soccombenza (reale o, come nella specie, virtuale) nell’imputazione delle spese di lite, motivando con una formula generica (“sussistono giusti motivi”) e inidonea a dare conto della decisione adottata sul punto.

7. Il Ministero della Difesa si è costituito in giudizio per resistere all’appello, senza svolgere difese.

8. Alla camera di consiglio del 17 novembre 2016, l’appello è stato chiamato e trattenuto in decisione.

9. In via preliminare, il Collegio dà atto che sul capo principale della sentenza, non oggetto di gravame, si è formato il giudicato.

10. L’appello è fondato, nei termini di cui ora si dirà.

11. Come dimostra in termini esaurienti l’appellante nel suo ricorso, nella fattispecie l’Amministrazione – ove la controversia fosse stata decisa nel merito – sarebbe rimasta soccombente. La declaratoria di cessata materia del contendere, a causa del (tardivo) adempimento dell’Amministrazione, non ne esclude dunque la soccombenza virtuale.

12. In ordine alle spese il primo giudice, per effetto del rinvio disposto dall’art. 26, comma 1, cod. proc. amm., avrebbe dovuto fare applicazione delle norme dettate al riguardo dal codice di procedura civile.

13. In particolare:

a) l’art. 91, primo comma, cod. proc. civ. (nel testo modificato dall’art. 45, comma 10, della legge 18 giugno 2009, n. 69) stabilisce che “il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte …”;

b) l’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ. (come sostituito dall’art. 13 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132, e modificato, in sede di conversione, dalla legge 10 novembre 2014, n. 162), prescrive che “se vi è soccombenza reciproca ovvero nel caso di novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti, il giudice può compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero”.

14. A norma del comma 2 del medesimo art. 13, la nuova formulazione dell’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ., si applica ai procedimenti introdotti a decorrere dal trentesimo giorno successivo all’entrata in vigore della legge di conversione, dunque a partire dall’11 dicembre 2014 (ex art. 1, comma 2, della legge di conversione).

15. Il ricorso di primo grado del signor Omissis, notificato all’Amministrazione il 4 maggio 2015 e depositato il successivo 13 maggio, rientra nell’ambito di applicabilità della nuova disciplina, il cui evidente obiettivo, anche in funzione deflattiva del contenzioso, è quello di limitare lo spazio per la compensazione delle spese di lite.

16. Pur tenendo conto delle particolarità del contenzioso amministrativo (che, secondo una pronunzia recente, sarebbero alla base della prassi diffusa in questo giudizio di disporre la compensazione delle spese fra le parti, a tal fine spesso adottando la formula dei “giusti motivi” non meglio specificati: cfr. Cons. Stato, sez. III, 10 dicembre 2013, n. 5913), il mutato quadro normativo non consente di riproporre integralmente quell’orientamento tradizionale, pure fatto proprio dalla Sezione anche in tempi recenti, secondo cui la statuizione del giudice in ordine all’assegnazione delle spese di causa, compresa la possibilità di compensarle tra le parti, costituisce una valutazione ampiamente discrezionale di equilibrio processuale, senza che egli sia tenuto a motivare la determinazione assunta (sez. IV, 4 settembre 2013, n. 4435).

17. È fuori discussione, comunque, che la decisione sulle spese di giudizio rappresenta l’espressione d’una lata discrezionalità del giudice, che deve tener conto anche, in punto di fatto, della vicenda e delle circostanze emergenti dal giudizio (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 8 ottobre 2012, n. 5232).

18. Tuttavia, nel caso di specie, è sufficiente osservare che – alla luce dello svolgimento della vicenda, come sopra riassunta – non è ipotizzabile alcuna delle ragioni (come l’incertezza dell’interpretazione di un quadro normativo complesso o l’opinabilità dei motivi di ricorso basati su concetti quali l’insufficienza della motivazione) che abitualmente si compendiano nella formula dei “giusti motivi” i quali, anche se non puntualmente specificati, devono quanto meno essere desumibili dal contesto della decisione (cfr. Cons. Stato, sez. III, 21 aprile 2015, n. 2009; sez. V, 15 ottobre 2015, n. 4769) e riguardare specifiche circostanze o aspetti della controversia (cfr. Cass. civ., sez. VI, 14 luglio 2016, n. 14411).

19. Ne discende che la sentenza impugnata merita riforma quanto alla liquidazione delle spese giudiziali del primo grado, che quel giudice ha erroneamente compensato, mentre, facendo corretta applicazione del criterio della soccombenza virtuale, avrebbe dovuto porle a carico dell’Amministrazione che, con la propria inerzia e con un successivo adempimento tuttavia tardivo, ha dato origine alla controversia (cfr. Cass. civ., sez. lav., 25 agosto 2005, n. 173343; id., sez. III, 29 settembre 2006, n. 21255; Cons. Stato, sez. III, 10 dicembre 2013, n. 5913; id., sez. IV, 15 settembre 2014, n. 4695; id., sez. III, 9 febbraio 2015 n. 640; id., sez. IV, 12 marzo 2015, n. 1297; id. sez. III, 31 marzo 2016, n. 1262; Corte conti, sez. III, 6 febbraio 2015, n. 68).

20. Allo stesso modo, e in coerente applicazione dei principi sopra ricordati, debbono essere liquidate in favore dell’interessato anche le spese del grado di appello, tenendo conto del fatto che in questo grado l’Amministrazione, al di là della costituzione formale in giudizio, ha rinunziato a difendersi e si è così in sostanza rimessa alle valutazioni del Collegio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata nel capo relativo alla statuizione sulle spese di giudizio, condanna l’Amministrazione al pagamento delle spese medesime, che liquida nell’importo di euro 1.500,00 (millecinquecento/00) per il primo ed euro 1.000,00 (mille/00) per il secondo grado di giudizio, oltre agli accessori di legge (15% a titolo di rimborso delle spese generali, I.V.A. e C.P.A.).

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 17 novembre 2016 […]

 

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