Concorsi, impugnazione, possesso requisiti di accesso e legittimazione attiva

Consiglio di Stato sentenza n. 5065 6 novembre 2015

In base ai principi generalmente affermati in materia, l’azione di annullamento innanzi al giudice amministrativo è subordinata alla sussistenza di tre condizioni: a) la titolarità di una posizione giuridica, in astratto configurabile come interesse legittimo, inteso come posizione qualificata – di tipo oppositivo o pretensivo – che distingue il soggetto dal quisque de populo in rapporto all’esercizio dell’azione amministrativa; b) l’interesse ad agire, ovvero la concreta ed attuale possibilità di perseguire un bene della vita, anche di natura morale o residuale, attraverso il processo, in corrispondenza ad una lesione dell’interesse protetto, a norma dell’art. 100 Cod. proc. civ.; c) la legittimazione attiva o passiva (c.d. legitimatio ad causam) di chi agisce o resiste in giudizio, in quanto titolare del rapporto controverso dal lato attivo o passivo

 

Consiglio di Stato sentenza n. 5065 6 novembre 2015

[…]

FATTO e DIRITTO

Con sentenza del Tribunale amministrativo regionale per l’Emilia-Romagna, Parma, n. 446/14 del 3 dicembre 2014, notificata il 23 dicembre 2014, è stato accolto il ricorso, con motivi aggiunti di gravame, proposto dalla docente  Omissis avverso gli atti del concorso indetto con decreto n. 114 del 4 maggio 2013, per la copertura di posti di insegnante madrelingua presso la Scuola per l’Europa di Parma, nonché avverso il provvedimento del 13 marzo 2014, con il quale la ricorrente – originariamente collocata al terzo posto, nella graduatoria definitiva pubblicata il 31 luglio 2013 – veniva esclusa da tale graduatoria, in quanto il titolo dichiarato non sarebbe stato abilitante per l’insegnamento della lingua spagnola in Spagna.

Nella citata sentenza si ritenevano fondati, in primo luogo, i motivi di gravame indirizzati avverso la predetta esclusione dalla graduatoria, essendo l’interessata in possesso di un attestato, per l’insegnamento della lingua spagnola “come L2, o straniera”, ovvero dell’unico titolo previsto dall’ordinamento del Paese per l’insegnamento dello spagnolo come lingua straniera, mentre altra specifica abilitazione avrebbe riguardato l’insegnamento di spagnolo L1 in Spagna. Per quanto sopra, l’esclusione della medesima ricorrente sarebbe stata “illogica, irragionevole e frutto di un uso del potere evidentemente distorto”.

Anche l’originaria graduatoria, in cui la docente in questione risultava collocata al terzo posto, inoltre, sarebbe risultata illegittima, per mancata attribuzione di un punto per la laurea conseguita dall’interessata in geografia, oltre all’ulteriore punteggio, da riferire all’abilitazione all’insegnamento nella medesima materia. La ricorrente avrebbe avuto pertanto titolo alla collocazione in primo posto in graduatoria, con assorbimento di ogni ulteriore motivo di gravame.

Avverso la predetta sentenza ha proposto appello (n. 1243/15, notificato il 13 febbraio 2015) il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, in quanto vi sarebbe stato “travisamento dei titoli posseduti dalla ricorrente in relazione al bando di concorso”. Detta ricorrente, infatti, risultava in possesso di una sola laurea in geografia e di abilitazione all’insegnamento nello stesso settore, oltre che di un attestato, ottenuto al completamento di un corso universitario on line post-laurea, di “experto […] en utilizacion de recursos para la esenanza de espanol como segunda lengua (L2) o lengua extranjera (LE)”. Tale attestato – come affermato dal Consejero de education presso l’Ambasciata di Spagna in Italia – non sarebbe stato “abilitante per poter svolgere l’insegnamento in Spagna”, richiedendosi al riguardo, nel Paese in questione – un apposito “certificato de aptitud pedagogica”, ovvero un “master en formacion del profesorado”, in aggiunta alla laurea. L’unica abilitazione all’insegnamento posseduta dalla ricorrente sarebbe stata quindi quella in geografia, in corrispondenza all’unica laurea posseduta dalla medesima e senza, quindi, che a detto titolo di studio potesse attribuirsi un punteggio, previsto solo per chi fosse in possesso di una laurea “ulteriore” (evidentemente, in aggiunta a quella di riferimento per l’abilitazione ad insegnare la lingua spagnola). Nei termini sopra precisati, la sentenza impugnata sarebbe dunque erronea e dovrebbe essere riformata.

Si sono costituiti in giudizio la controinteressata Omissis, aderendo alle tesi della difesa ministeriale e l’appellata Omissis, quest’ultima anche con proposizione di appello incidentale, al fine di riproporre le censure assorbite in primo grado.

Premesso quanto sopra, si ritiene opportuno riprodurre il testo del bando di concorso in questione, nella parte in cui riserva l’accesso alle prove concorsuali al “personale di madrelingua diversa dall’italiano, oppure in possesso del titolo per insegnare nel Paese estero dove la lingua è ufficiale o una delle lingue ufficiali, con comprovata ed elevata professionalità, in possesso di specifica abilitazione all’insegnamento riconosciuta in Italia o nel Paese dell’Unione Europea di provenienza. Tale personale deve possedere la certificazione linguistica livello B2 del Quadro Comune Europeo di riferimento in una delle lingue insegnate nella scuola, diverse dalla lingua madre”.

Tenuto conto di quanto sopra, il Collegio è chiamato a valutare, in via preliminare, la legittimità del provvedimento con cui l’attuale appellata è stata esclusa dal concorso di cui trattasi, per assenza del titolo abilitativo richiesto.

Il Collegio ritiene che argomentazioni difensive dell’Amministrazione siano condivisibili.

Secondo l’appellata, infatti, in Spagna non potrebbe esistere un’abilitazione specifica per insegnare spagnolo, in quanto lingua ufficiale del Paese. Tale affermazione non è documentalmente provata, né suffragata da argomenti logici, essendo naturale che in Spagna – come in qualsiasi Paese in cui vi siano residenti stranieri – si tengano corsi finalizzati all’insegnamento della lingua locale. Il documento dell’ambasciata spagnola, su cui si basa il provvedimento di esclusione impugnato, fa del resto esplicito riferimento ai “requisiti di accesso all’insegnamento di spagnolo come lingua straniera in Spagna” e a tale riguardo afferma l’esigenza non solo di “laurea specialistica o titolo di grado”, ma anche di apposita “formazione didattico-pedagogica” di livello universitario, formalizzata nei titoli già in precedenza indicati e non corrispondenti a quello posseduto dall’appellata. Con riferimento alla documentazione prodotta da quest’ultima, la medesima ambasciata esclude quindi espressamente che si tratti di “documentazione […] abilitante per poter svolgere l’insegnamento in Spagna”. Le argomentazioni difensive accolte in primo grado, pertanto, non appaiono al Collegio, viceversa, idonee a smentire una certificazione ufficiale, come quella sopra riportata.

Il bando di concorso, di cui è stato riprodotto il testo, nella parte che qui interessa richiedeva poi in ogni caso il possesso di “specifica” abilitazione all’insegnamento, “riconosciuta in Italia o nel Paese dell’Unione Europea di provenienza”, con evidente riferimento alla materia, cui si riferisse la domanda di partecipazione del singolo concorrente. Nel caso di specie, l’insegnamento della lingua spagnola non poteva essere consentito da un’abilitazione (come quella di cui si poteva riconoscere il possesso da parte dell’appellata) per l’insegnamento della geografia, né il corso seguito dalla stessa per l’insegnamento della lingua in questione è stato riconosciuto come abilitante, per formale attestazione della rappresentanza in Italia dello Stato spagnolo. E’ inoltre noto che in Italia detto titolo abilitante è conferito con procedure concorsuali, o con specifici percorsi formativi, di cui non è rappresentata la sussistenza nella situazione in esame. Le conclusioni, tratte nel contestato provvedimento n. 821/ris del 13 marzo 2014 appaiono dunque, ad avviso del Collegio, corrette e tali da giustificare la riforma della sentenza appellata.

Le ragioni sopra indicate d’altra parte, in quanto incidenti sui requisiti di partecipazione al concorso di cui trattasi, appaiono assorbenti rispetto a tutte le ulteriori argomentazioni difensive, prospettate dalla ricorrente in primo grado.

Il processo amministrativo, che viene attivato su impulso di parte, richiede la presenza di una posizione legittimante in rapporto alla procedura contestata, nonché di un interesse concreto ed attuale, che deve persistere fino al termine del giudizio.

Nella situazione in esame, una volta riconosciuto che l’originaria ricorrente era priva di uno dei requisiti, prescritti per la partecipazione al concorso di cui trattasi, deve riconoscersi che la stessa non abbia più titolo per coltivare la controversia sotto gli ulteriori profili, a suo tempo dedotti.

In base ai principi generalmente affermati in materia, l’azione di annullamento innanzi al giudice amministrativo è subordinata alla sussistenza di tre condizioni: a) la titolarità di una posizione giuridica, in astratto configurabile come interesse legittimo, inteso come posizione qualificata – di tipo oppositivo o pretensivo – che distingue il soggetto dal quisque de populo in rapporto all’esercizio dell’azione amministrativa; b) l’interesse ad agire, ovvero la concreta ed attuale possibilità di perseguire un bene della vita, anche di natura morale o residuale, attraverso il processo, in corrispondenza ad una lesione dell’interesse protetto, a norma dell’art. 100 Cod. proc. civ.; c) la legittimazione attiva o passiva (c.d. legitimatio ad causam) di chi agisce o resiste in giudizio, in quanto titolare del rapporto controverso dal lato attivo o passivo (giurisprudenza consolidata: cfr., fra le tante, Cons. Stato, III, 3 febbraio 2014, n. 474 e 28 febbraio 2013, n. 1221; V, 23 ottobre 2013, n. 5131, 22 maggio 2012, n. 2947, 4 maggio 2012, n. 2578, 27 ottobre 2011, n. 5740 e 17 settembre 2008, n. 4409; IV, 30 settembre 2013, n. 4844, 15 febbraio 2013, n. 917 e 13 dicembre 2012, n. 6411; VI, 16 febbraio 2011, n. 983).

Nella situazione in esame, l’attuale appellata risultava priva di uno dei titoli condizionanti l’accesso alla selezione, con conseguente assenza di legittimazione attiva della stessa a proporre motivi di impugnazione, riferiti ad ulteriori vizi di legittimità della procedura.

Per le ragioni esposte, pertanto, il Collegio ritiene che l’appello debba essere accolto, con le conseguenze precisate in dispositivo.

Quanto alle spese giudiziali, tuttavia, il Collegio ritiene che le peculiarità della vicenda controversa ne consentano la compensazione per i due gradi di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando, accoglie il ricorso in appello indicato in epigrafe e per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, respinge il ricorso proposto in primo grado.

Compensa le spese dei due gradi di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 6 ottobre 2015 […]

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