Concorsi, tempi medi correzione elaborati, brevità non di per sé invalidante

Consiglio di Stato sentenza n. 2782 5 giugno 2015

I tempi medi di correzione, impiegati dalla Commissione, non possono essere ritenuti incisivi – né di per sé invalidanti – non costituendo parametri certi di inadeguata attenzione per i singoli elaborati dei soggetti ricorrenti (in assenza, quanto meno, di un principio di prova sull’effettiva incongruenza o illogicità del giudizio espresso dalla Commissione esaminatrice.)

L’errore revocatorio può essere individuato anche in caso di omessa pronuncia – identificata come erronea percezione del materiale contenuto degli atti del giudizio, emergente dal contesto della sentenza stessa – mentre l’errore di diritto (ove riconducibile ad “omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio”) comporta ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c., in quanto vizio della decisione assunta.

Il rimedio straordinario della revocazione – che non può tradursi in un ulteriore, non previsto grado di giudizio – presuppone che il giudizio sia stato oggettivamente deviato da circostanze esterne, ovvero che il giudice sia incorso in vero e proprio “abbaglio dei sensi”, frapposto tra la realtà del processo e la percezione, che di tale realtà abbia avuto il giudice stesso.

L’errore di fatto, idoneo a sorreggere l’istanza di revocazione ex art. 395, comma 1, n. 4 cod. proc. civ. (richiamata dall’art. 106 codice della giustizia amministrativa), inoltre, non deve soltanto corrispondere ad una erronea percezione degli atti del giudizio da parte del giudice, ma deve anche risultare determinante per la decisione assunta.

La vera e propria fase approvativa (con cui l’Amministrazione rende proprie le conclusioni dell’organo tecnico, incaricato della valutazione) segue alla conclusione dell’intera procedura concorsuale e non di singole fasi di essa (potendo anche queste ultime essere oggetto vigilanza, ma senza carattere invalidante di omissioni, comunque suscettibili di assorbimento nel controllo approvativo finale).

 

Consiglio di Stato sentenza n. 2782 5 giugno 2015

[…]

FATTO e DIRITTO

Con sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania, Napoli, sez. VIII, n. 3864/13 del 24 luglio 2013 veniva respinto il ricorso proposto da svariati candidati al concorso per titoli ed esami, bandito il 15 luglio 2011 per il reclutamento di n. 2386 dirigenti scolastici, 224 dei quali da assegnare alla Regione Campania. Tutti i ricorrenti avevano proposto l’impugnativa in quanto candidati non ammessi a sostenere la prova orale, con censure finalizzate all’annullamento dell’intero concorso, nell’interesse strumentale alla relativa reiterazione. Dette censure (non accolte nella predetta sentenza) riguardavano illegittima composizione – per diversi profili di incompatibilità – della Commissione esaminatrice, nonchè numerosi ulteriori vizi di legittimità, riconducibili al rispetto dei termini per la conclusione del procedimento, alle modalità di determinazione dei criteri valutativi (elaborati dopo lo svolgimento delle prove scritte), l’insufficienza del punteggio numerico, l’incongruenza di alcuni indicatori e delle relative modalità di applicazione, l’eccessiva brevità dei tempi di correzione delle prove scritte e la falsità dei verbali, che avrebbero attestato la presenza di commissari, contemporaneamente presenti in altri luoghi.

Avverso detta sentenza veniva proposto appello (n. 8735/13), respinto dal Consiglio di Stato, sez. VI, con pronuncia n. 4789/14 del 23 settembre 2014. Con tale pronuncia non si accoglieva, in primo luogo, la richiesta – avanzata dalla difesa degli appellanti – di un termine per proporre querela di falso, ai sensi dell’art. 77, comma 1, cod. proc. amm., non essendo stati specificati gli atti ritenuti affetti da falsità e la relativa rilevanza per il giudizio. Venivano quindi respinti i motivi di gravame, riferiti a tutte le questioni di incompatibilità, prospettate nei confronti di singoli commissari, in quanto rappresentanti sindacali, ovvero per legami personali con alcuni candidati o per altre ragioni: ragioni, tutte, ritenute in parte infondate, in parte inammissibili perchè sollevate per la prima volta in appello. Quanto alla prospettata, contemporanea presenza di alcuni componenti della Commissione in due luoghi diversi, nella medesima sentenza si esprimeva l’avviso che – per il principio di conservazione degli atti – la situazione rappresentata non dovesse comportare annullamento dell’intera procedura concorsuale, ma solo, eventualmente, reiterazione delle operazioni “compiute in quei giorni”, senza che fosse stato provato dagli appellanti che proprio in tali giorni fossero stati corretti i loro elaborati (e senza interesse dei medesimi – in quanto non ammessi alle prove orali – all’annullamento solo parziale delle prove di cui trattasi, con riferimento ad altri candidati).

Avverso le sentenze sopra indicate, di primo e di secondo grado, è stato proposto il ricorso per revocazione in esame (n. 10384/14, notificato il 21 novembre 2014); in tale ricorso si afferma che entrambe le pronunce sarebbero “viziate da gravi profili di illegittimità”, attinenti alla giurisdizione e ad altri motivi, successivamente esposti. In via preliminare, si chiedeva inoltre l’integrazione del contraddittorio, nonché la riunione con altro ricorso per revocazione, concernente sentenze diverse, benchè attinenti alla stessa procedura concorsuale.

Tali richieste preliminari non possono trovare accoglimento.

Per quanto riguarda il contraddittorio, in primo luogo, l’omessa integrazione in primo grado trova disciplina nell’art. 49, comma 2, cod. proc. amm. (che ammette tale omissione in caso di manifesta infondatezza, inammissibilità o irricevibilità del ricorso), mentre – in sede di appello – è possibile per tale ragione solo il rinvio al primo giudice, per non sottrarre alle parti un grado di giudizio, a norma dell’art. 105, comma 1 del medesimo codice. Detto rinvio, in ogni caso, può non essere effettuato in presenza di un appello infondato, o inammissibile, non potendo una pronuncia – resa in tal senso – ledere in alcun modo le posizioni dei soggetti controinteressati.

Quanto alla richiesta riunione con altro ricorso, inerente alla stessa vicenda concorsuale, il Collegio ritiene non ravvisabile la necessaria connessione, in quanto i ricorsi in questione, pur prospettando analoghe (ma non del tutto coincidenti) censure, attengono a sentenze diverse, di cui si chiede la revocazione: istituto, quest’ultimo, per cui l’art.106, primo comma, del codice del processo amministrativo rinvia agli articoli 395 e 396 del codice di procedura civile. Le ragioni, che in base a dette norme possono giustificare la revocazione, d’altra parte, appaiono strettamente attinenti a specifiche risultanze processuali, come percepite dal giudice, o come valutabili in base a fatti successivamente emersi, di modo che appare più opportuno un esame distinto delle singole vicende processuali.

Premesso quanto sopra, il Collegio ritiene che il ricorso in questione presenti un duplice profilo di inammissibilità: in primo luogo, nella parte in cui riferisce la richiesta revocazione anche alla sentenza di primo grado (n. 4090/13 cit.) e, per quanto riguarda i motivi della domanda, per omessa prospettazione di ragioni atte a giustificare la fase rescindente, tipica della revocazione.

Sotto il primo profilo, è sufficiente richiamare ancora l’art. 106 del codice, che al secondo comma prescrive quanto segue: “la revocazione è proponibile con ricorso dinanzi allo stesso giudice, che ha pronunciato la sentenza impugnata”; nel terzo comma dello stesso articolo, inoltre, si restringe la revocabilità delle pronunce di primo grado ai casi, in cui i motivi non possano essere “dedotti con l’appello”. E’ di tutta evidenza, pertanto, che la citata sentenza n. 4090/13 del TAR per la Campania – già resa oggetto di appello, definito con sentenza del Consiglio di Stato n. 4794/14 – non possa costituire oggetto del presente giudizio per revocazione.

Anche in rapporto alla pronuncia emessa in secondo grado di giudizio, inoltre, il gravame non risulta ritualmente proposto.

Il “rifiuto di giurisdizione” dei giudici amministrativi, che sarebbero stati obbligati a sospendere il giudizio “per i gravi ed evidenti falsi documentati”, innanzi tutto, non potrebbe che dare luogo a ricorso per cassazione, a norma dell’art. 360 del codice di procedura civile, mentre la segnalata “inchiesta della Procura della Repubblica di Napoli” – di cui vengono indicati alcuni sviluppi (sequestro della documentazione concorsuale), ma non anche le conclusioni (non ancora sopraggiunte e coperte da segreto istruttorio) – non configura allo stato alcuna delle ipotesi, di cui al citato art. 395 cod. proc. civ., anche con riferimento al reato di falso, addebitato al Presidente e ad altri componenti della Commissione (poiché indicati come “presenti” nello stesso momento in luoghi diversi). Il motivo di gravame, a tale riguardo prospettato, è stato peraltro esaminato e respinto nella citata sentenza di appello n. 4789/14, di cui si chiede la revocazione: le argomentazioni, al riguardo esposte in tale sentenza, d’altra parte, potrebbero essere esaminate dal Collegio solo in fase rescissoria, ove i ricorrenti avessero rappresentato efficacemente la sussistenza di una delle ragioni, da cui può discendere (in fase rescindente) la revocazione di una sentenza. Dette ragioni non risultano rappresentate, né sono facilmente intuibili, in assenza di più compiuti accertamenti, circa l’effettiva incidenza della circostanza segnalata (falsità dei verbali, in cui si attestava la presenza di Commissari, contemporaneamente impegnati altrove).

Posto, comunque, che restano ferme – una volta compiutamente definite – le autonome ragioni di revocazione, di cui all’art. 395, punti 1, 2 e 3 cod. proc. civ., l’unica circostanza, che nel caso di specie risulta in effetti documentata è quella dell’inchiesta penale ancora in corso, dalle cui conclusioni soltanto potrebbe scaturire la nullità di tutti gli atti concorsuali, ove emergesse il carattere doloso della relativa formazione (non essendo sufficienti al riguardo le incongruenze, emergenti in alcuni verbali). Sembra appena il caso di ricordare, d’altra parte, che illegittimità e illiceità di rilievo penale operano su piani diversi, potendo la prima sussistere in assenza di qualsiasi ipotesi di reato e la seconda venire accertata anche in presenza di atti, formalmente legittimi.

Nel caso di specie, non risulta che il giudice di secondo grado abbia ignorato l’esito di un accertamento penale, che gli stessi ricorrenti rappresentano come non ancora concluso, con conseguente formazione di un giudizio di pura legittimità, riferito ai motivi di gravame in precedenza prospettati e ritenuti non condivisibili. Tale giudizio, peraltro, non risulta fondato su prove (nello specifico: verbali della Commissione d’esame), la cui intenzionale falsità (peraltro, non ancora accertata come tale) sia stata positivamente esclusa e che, sotto tale profilo, venga contestato sul piano dell’errore revocatorio. Quest’ultimo, come è noto, può essere individuato anche in caso di omessa pronuncia – identificata come erronea percezione del materiale contenuto degli atti del giudizio, emergente dal contesto della sentenza stessa (cfr. in tal senso Cons. St., sez. VI, n. 241/2008 cit.; Cons. St., Ad. Plen., n. 2/2010 cit. e 10.1.2013, n. 1) – mentre l’errore di diritto (ove riconducibile ad “omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio”) comporta ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c., in quanto vizio della decisione assunta: cfr. Cons. St., Ad. Plen. 17.5.2010, n. 2; Cons. St., sez. VI, 29.1.2008, n. 241 e 31.1.1986, n. 81; Cons. St., sez. V, 20.2.1984, n. 138; Cons. Giust. Amm. Reg. Sic., 5.5.1999, n. 182).

Il rimedio straordinario della revocazione – che non può tradursi in un ulteriore, non previsto grado di giudizio – presuppone dunque che il giudizio sia stato oggettivamente deviato da circostanze esterne, ovvero che il giudice sia incorso in vero e proprio “abbaglio dei sensi”, frapposto tra la realtà del processo e la percezione, che di tale realtà abbia avuto il giudice stesso (Cons. St., sez. VI, 29.9.1982, n. 447).

L’errore di fatto, idoneo a sorreggere l’istanza di revocazione ex art. 395, comma 1, n. 4 cod.proc.civ. (richiamata dall’art. 106 codice della giustizia amministrativa), inoltre, non deve soltanto corrispondere ad una erronea percezione degli atti del giudizio da parte del giudice, ma deve anche risultare determinante per la decisione assunta (giurisprudenza pacifica: cfr., fra le tante, Cons. St., sez. IV, 19.6.2007, n. 3296, 31.7.2007, n. 4251 e 24.1.2011, n. 503; Cons. St., sez. VI, 16.3.2009, n. 1542 e 20.7.2011, n. 4385).

Nel caso di specie, nella pronuncia di cui si chiede la revocazione le circostanze, note alla data di formulazione del giudizio, non vengono ignorate né fraintese, ma solo valutate come non definitive e, comunque, ritenute ininfluenti sullo specifico interesse dedotto in giudizio; le parti ricorrenti, a loro volta, non illustrano alcuna delle ragioni, che allo stato degli atti – al di là dell’errore revocatorio – potrebbero giustificare l’annullamento della sentenza, a norma del più volte citato art. 395 cod. proc. civ.: gli stessi sembrano infatti ritenere che le indagini penali in corso siano sufficienti, per avviare un vero e proprio terzo grado di giudizio, non previsto dall’ordinamento.

La considerazione di cui sopra risulta assorbente; le censure prospettate, inoltre, appaiono in parte introduttive di argomenti nuovi (rispetto a quelli trattati nella sentenza di primo grado e resi, a suo tempo, oggetto di appello), mentre altre argomentazioni risultano non reiterate. In ogni caso, delle prospettazioni difensive, avanzate in via di revocazione, solo quelle di omessa approvazione della graduatoria degli ammessi all’orale e di eccessiva brevità dei tempi di correzione delle prove scritte risultano non esaminate nella sentenza n. 4879/14.

Si tratta tuttavia, in entrambi i casi, di questioni non solo non rappresentate come errore revocatorio, ma comunque non determinanti. Quanto sopra, tenuto conto del pacifico indirizzo che emerge dalla giurisprudenza, secondo cui la vera e propria fase approvativa (con cui l’Amministrazione rende proprie le conclusioni dell’organo tecnico, incaricato della valutazione) segue alla conclusione dell’intera procedura concorsuale e non di singole fasi di essa (potendo anche queste ultime essere oggetto vigilanza, ma senza carattere invalidante di omissioni, comunque suscettibili di assorbimento nel controllo approvativo finale); la brevità dei tempi di correzione, ugualmente rappresentata solo come richiesta di nuova pronuncia di merito, risulta irrilevante, per il pacifico indirizzo giurisprudenziale (richiamato nella sentenza di primo grado) secondo cui i tempi medi, impiegati dalla Commissione, non possono essere ritenuti incisivi – né di per sé invalidanti – non costituendo parametri certi di inadeguata attenzione per i singoli elaborati dei soggetti ricorrenti (in assenza, quanto meno, di un principio di prova sull’effettiva incongruenza o illogicità del giudizio espresso dalla Commissione esaminatrice: cfr. in tal senso, fra le tante, Cons. St., sez. VI, 29 gennaio 2015, n. 8471).

Ininfluente sulla questione attualmente sottoposta a giudizio, infine, è l’esposizione di circostanze (sostituzione della Commissione esaminatrice, per la fase di valutazione dei titoli dei candidati), successive alla pubblicazione della sentenza che si vorrebbe revocare, ma non ancora tali, allo stato degli atti, da configurare una delle ipotesi, di cui ai numeri 1, 2 e 3 del più volte citato art. 395 cod. proc. civ..

In base alle considerazioni svolte, in conclusione, il Collegio ritiene che il ricorso in esame debba essere dichiarato inammissibile; le spese giudiziali, da porre a carico dei ricorrenti, vengono liquidate nella misura di € 3.000,00 (tremila/000) a favore dell’Amministrazione e 5.000,00 (cinquemila/00) a favore dei controinteressati costituiti..

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando, dichiara inammissibile il ricorso per revocazione indicato in epigrafe; condanna i ricorrenti al pagamento delle spese giudiziali, nella misura di € 3.000,00 (tremila/000) a favore dell’Amministrazione e 5.000,00 (cinquemila/00) a favore dei contro interessati costituiti.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 5 maggio 2015 […]

Precedente No a nuovi motivi dopo ricorso gerarchico se termine impugnazione decorso Successivo Atto di diffida, attività amministrativa, discrezionalità, controllo diffuso