Concorso per assistente giudiziario sospeso: il precedente in materia di servizio civile

Concorso per assistente giudiziario, servizio civile stranieri: il principio di diritto fissato dalle Sezioni Unite della Cassazione.

Per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 119 del 2015, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, in parte qua, dell’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 77 del 2002, ove la P.A., nell’emanare un bando per la selezione di volontari da impiegare in progetti di servizio civile nazionale, inserisca, tra i requisiti e le condizioni di ammissione, il possesso della cittadinanza italiana, e non consenta per tal modo l’accesso ai cittadini stranieri che risiedono regolarmente in Italia, essa pone in essere un comportamento discriminatorio, per ragioni di nazionalità, avverso il quale è esperibile dinanzi al giudice ordinario, da parte del soggetto leso, l’azione ex art. 44 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, approvato con il d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286.

…Invero, l’esclusione del cittadino straniero regolarmente soggiornante nel territorio dello Stato dalla possibilità di prestare il servizio civile nazionale realizza una discriminazione diretta per ragioni di nazionalità, perché – impedendogli di concorrere a realizzare progetti di utilità sociale nell’ambito di un istituto rivolto a favorire la partecipazione e la condivisione dei valori costituzionali della Repubblica – preclude allo stesso non-cittadino, in violazione del principio di parità di trattamento, il pieno sviluppo della sua persona e l’integrazione nella comunità di accoglienza.
Ai fini dell’accesso al servizio civile nazionale, non può richiedersi una particolare intensità del vincolo tra stranieri regolari e comunità di accoglienza, del tipo di quella derivante dal possesso di un determinato tipo di permesso di soggiorno o dalla durata della residenza in Italia.
Infatti, la motivazione della sentenza della Corte costituzionale n. 119 del 2015, nel punto 4.1. del Considerato in diritto, si riferisce, espressamente, ai “cittadini stranieri, che risiedono regolarmente in Italia”: è questa la categoria di soggetti presa in considerazione quando è stata giudicata irragionevole l’esclusione dalle attività alle quali i doveri inderogabili di solidarietà sociale si riconnettono.
L’apertura dell’accesso al servizio civile è, dunque, per tutti i cittadini stranieri che risiedono regolarmente in Italia. Non sono pertanto applicabili, in tema di servizio civile, limitazioni ulteriori, tratte in via analogica dalla disciplina che il legislatore ha introdotto per l’accesso ai posti di lavoro presso le pubbliche amministrazioni (in relazione al quale l’art. 38, comma 3-bis, del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, aggiunto dall’art. 7 della l. 6 agosto 2013, n. 97, richiede, per i cittadini di Paesi terzi, la titolarità del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, ovvero dello status di rifugiato o dello status di protezione sussidiaria)….

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Cassazione civile Sezioni Unite n. 7951/2016

[…]

Il sopravvenuto acquisto, da parte della persona fisica ricorrente nel giudizio di merito, della cittadinanza italiana e l’integrale svolgimento degli effetti dell’impugnato bando del 20 settembre 2011 secondo le regole originarie (i giovani italiani selezionati hanno preso servizio nel febbraio 2012, ultimandolo nel febbraio 2013) hanno determinato la sopravvenuta perdita di ogni utilità concreta derivabile alle parti dall’accoglimento o dal rigetto del ricorso per cassazione.
La vicenda concreta che la clausola del bando oggetto di contestazione era destinata a regolare appare – come risulta dai documenti prodotti dai controricorrenti – del tutto esaurita con la prestazione del servizio civile da parte dei giovani volontari selezionati; né vi è spazio per un accertamento dell’illegittimità del bando a fini risarcitori, non avendo i ricorrenti nel giudizio di merito avanzato domanda in tal senso.
In una situazione siffatta, ritiene il Collegio che siano venute meno le condizioni per pronunciare sul fondo del ricorso per cassazione, il quale va definito – secondo quanto già prospettato con l’ordinanza n. 20661 del 2014, di rimessione degli atti alla Corte costituzionale – con una pronuncia in rito di inammissibilità per sopravvenuto difetto di interesse (cfr. Sez. un., 18 maggio 2000, n. 368; Sez. un., 15 novembre 2002, n. 16160; Sez. un., 21 giugno 2007, n. 14385; Sez. un., 4 agosto 2010, n. 18047; Sez. I, 28 maggio 2012, n. 8448).
Deve essere disposta la compensazione integrale tra le parti delle spese del giudizio di cassazione, attesa la novità e la complessità delle questioni giuridiche sollevate con il ricorso.
E tuttavia – come indicato nell’ordinanza interlocutoria di queste Sezioni Unite n. 20661 del 2014, in sede di motivazione della rilevanza del dubbio di legittimità costituzionale – sussistono le condizioni per una pronuncia d’ufficio ai sensi dell’art. 363, terzo comma, c.p.c., con l’enunciazione, nell’esercizio della funzione nomofilattica assegnata a questa Corte dalla citata disposizione del codice di rito, del principio di diritto nell’interesse della legge sulla questione trattata nella causa di merito e che il ricorso divenuto inammissibile propone. Infatti, la questione del carattere discriminatorio o meno di un bando di selezione che esclude gli stranieri regolarmente residenti dalla possibilità di avanzare la domanda di partecipazione al servizio civile, è nuova nella giurisprudenza di questa Corte ed investe un settore nevralgico della vita sociale, nel quale sono coinvolti numerosi giovani, operatori ed enti e dove vengono in gioco i diritti fondamentali della persona umana e il suo modo di essere nell’ambito del rapporto con gli altri. Su tale questione inoltre si registrava – prima dell’intervento della Corte costituzionale con la sentenza n. 119 del 2015 – un contrasto tra i giudici di merito.
Con la sentenza n. 119 del 2015, la Corte costituzionale – accogliendo il dubbio di legittimità costituzionale sollevato, in riferimento agli artt. 2 e 3 Cost., dalle Sezioni Unite – ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 77 del 2002, “nella parte in cui prevede il requisito della cittadinanza italiana ai fini dell’ammissione allo svolgimento del servizio civile”.
A tale esito la Corte costituzionale è giunta rilevando che:
– “l’ammissione al servizio civile consente oggi di realizzare i doveri inderogabili di solidarietà e di rendersi utili alla propria comunità, il che corrisponde, allo stesso tempo, ad un diritto di chi ad essa appartiene”;
– il concetto di «difesa della Patria», nell’ambito del quale è stato tradizionalmente collocato l’istituto del servizio civile, evidenzia “una significativa evoluzione, nel senso dell’apertura a molteplici valori costituzionali”; tale dovere “non si risolve soltanto in attività finalizzate a contrastare o prevenire un’aggressione esterna, ma può comprendere anche attività di impegno sociale non armato. Accanto alla difesa militare, che è solo una delle forme di difesa della Patria, può dunque ben collocarsi un’altra forma di difesa, che si traduce nella prestazione di servizi rientranti nella solidarietà e nella cooperazione a livello nazionale ed internazionale (sentenza n. 228 del 2004)”;
– attesa “la necessità di una lettura dell’art. 52 Cost. alla luce dei doveri inderogabili di solidarietà sociale di cui all’art. 2 Cost. (sentenza n. 309 del 2013)”, “l’esclusione dei cittadini stranieri, che risiedono regolarmente in Italia, dalle attività alle quali tali doveri si riconnettono appare di per sé irragionevole”;
– “l’estensione del servizio civile a finalità di solidarietà sociale, nonché l’inserimento in attività di cooperazione nazionale ed internazionale, di salvaguardia e tutela del patrimonio nazionale, concorrono a qualificarlo – oltre che come adempimento di un dovere di solidarietà – anche come un’opportunità di integrazione e di formazione alla cittadinanza”. Da una parte, infatti, “l’attività di impegno sociale che la persona è chiamata a svolgere nell’ambito del servizio civile «deve essere ricompresa tra i valori fondanti dell’ordinamento giuridico, riconosciuti, insieme ai diritti inviolabili dell’uomo, come base della convivenza sociale normativamente prefigurata dal Costituente» (sentenza n. 309 del 2013)”; dall’altra, per espressa previsione normativa (art. 2, comma 2, del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), “il godimento «dei diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano», è riconosciuto agli stranieri regolarmente soggiornanti nel territorio dello Stato”;
– “l’esclusione dei cittadini stranieri dalla possibilità di prestare il servizio civile nazionale, impedendo loro di concorrere a realizzare progetti di utilità sociale e, di conseguenza, di sviluppare il valore del servizio a favore del bene comune, comporta (…) un’ingiustificata limitazione al pieno sviluppo della persona e all’integrazione nella comunità di accoglienza”.

In questo contesto, deve essere pronunciato il seguente principio di diritto nell’interesse della legge: «Per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 119 del 2015, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, in parte qua, dell’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 77 del 2002, ove la P.A., nell’emanare un bando per la selezione di volontari da impiegare in progetti di servizio civile nazionale, inserisca, tra i requisiti e le condizioni di ammissione, il possesso della cittadinanza italiana, e non consenta per tal modo l’accesso ai cittadini stranieri che risiedono regolarmente in Italia, essa pone in essere un comportamento discriminatorio, per ragioni di nazionalità, avverso il quale è esperibile dinanzi al giudice ordinario, da parte del soggetto leso, l’azione ex art. 44 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, approvato con il d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286».
Invero, l’esclusione del cittadino straniero regolarmente soggiornante nel territorio dello Stato dalla possibilità di prestare il servizio civile nazionale realizza una discriminazione diretta per ragioni di nazionalità, perché – impedendogli di concorrere a realizzare progetti di utilità sociale nell’ambito di un istituto rivolto a favorire la partecipazione e la condivisione dei valori costituzionali della Repubblica – preclude allo stesso non-cittadino, in violazione del principio di parità di trattamento, il pieno sviluppo della sua persona e l’integrazione nella comunità di accoglienza.
Ai fini dell’accesso al servizio civile nazionale, non può richiedersi una particolare intensità del vincolo tra stranieri regolari e comunità di accoglienza, del tipo di quella derivante dal possesso di un determinato tipo di permesso di soggiorno o dalla durata della residenza in Italia.
Infatti, la motivazione della sentenza della Corte costituzionale n. 119 del 2015, nel punto 4.1. del Considerato in diritto, si riferisce, espressamente, ai “cittadini stranieri, che risiedono regolarmente in Italia”: è questa la categoria di soggetti presa in considerazione quando è stata giudicata irragionevole l’esclusione dalle attività alle quali i doveri inderogabili di solidarietà sociale si riconnettono.
L’apertura dell’accesso al servizio civile è, dunque, per tutti i cittadini stranieri che risiedono regolarmente in Italia. Non sono pertanto applicabili, in tema di servizio civile, limitazioni ulteriori, tratte in via analogica dalla disciplina che il legislatore ha introdotto per l’accesso ai posti di lavoro presso le pubbliche amministrazioni (in relazione al quale l’art. 38, comma 3-bis, del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, aggiunto dall’art. 7 della l. 6 agosto 2013, n. 97, richiede, per i cittadini di Paesi terzi, la titolarità del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, ovvero dello status di rifugiato o dello status di protezione sussidiaria).
P.Q.M.

La Corte

(a) dichiara inammissibile il ricorso per sopravvenuto difetto di interesse;
(b) dichiara integralmente compensate tra le parti le spese del giudizio di cassazione;
(c) pronuncia nell’interesse della legge il principio di diritto di cui al punto 4. del Considerato in diritto.

[…]

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