Concorso per titoli ed esami a 136 posti nel profilo professionale di architetto, eccesso di potere, operato commissione irragionevole

Consiglio di Stato sentenza n. 3398 27 luglio 2016

…Le censure contenute negli appelli si infrangono sull’inoppugnabile e non contestato dato di fatto che su 1177 elaborati relativi alla prima prova scritta del concorso in contestazione i 1176 che hanno conseguito il punteggio minimo (di 7/10) si collocano all’interno della forbice tra 7,10 e 7,30, a fronte dei 10 punti teorici. Pertanto, considerato l’elevato numero degli elaborati a l’esiguo range di punteggio, non possono che essere condivise le considerazioni svolte al riguardo dal giudice di primo grado, secondo cui la valutazione della prova concorsuale in questione è risultata «illogicamente “appiattita” » e tale da vanificare la sua funzione selettiva di verifica delle capacità e della preparazione dei concorrenti.

A fronte di ciò divengono irrilevanti le ulteriori (e non corrette) asserzioni del Tribunale amministrativo, oggetto di censure degli appellanti, secondo cui per effetto di tale appiattimento sarebbero stati alterati i pesi tra le prove di concorso e i titoli fissate dal bando e dal più volte citato regolamento di cui al d.P.R. n. 487 del 1994. In realtà è l’abnorme appiattimento dei punteggi che costituisce in sé sintomo di irragionevolezza nell’operato della commissione di concorso.

In contrario non può nemmeno essere richiamato il precedente costituito dalla sentenza di questo Consiglio Stato, III, 10 aprile 2012, n. 2055, che ha statuito che le censure che attengono al livellamento dei punteggi attribuiti alle prove attengono al merito dei giudizi della commissione e non possono essere esaminate in sede di impugnazione per vizi di illegittimità degli atti concorsuali.

Questo collegio non intende infatti discostarsi dal principio affermato nella pronuncia ora citata. Peraltro, posto che dalla lettura della motivazione non emergono le circostanze concrete nel caso deciso, è altrettanto indiscutibile che esiti valutativi quale quello verificatosi nel presente giudizio, in cui all’elevato numero di elaborati esaminati si contrappone una forbice valutativa di punteggi estremamente contenuta, di soli 0,20 punti a fronte dei 10 massimi teorici per la prova in questione, costituiscono sintomi di eccesso di potere per manifesta illogicità dei giudizi e del complessivo operato della commissione di concorso, il quale integra un vizio di legittimità.

Questi rilievi non sono smentiti dalle difese addotte da Roma Capitale a giustificazione del proprio operato nel concorso in contestazione, oltre che dagli altri appellanti.

Al riguardo è stato in particolare evidenziato che nell’imminenza della prova è stato pubblicato un archivio di 100 domande dalle quali sono state poi estratte quelle sottoposte ai candidati (come risulta dal verbale n. 1 dell’8 novembre 2012), cosicché il livellamento dei punteggi trova spiegazione nella preventiva conoscenza in questo modo acquisita dai candidati.

Sennonché, pur volendosi prescindere dai rilievi che potrebbero essere formulati nei confronti della scelta di rendere pubblico l’archivio di domande, questa circostanza non è di per sé idonea a giustificare un simile appiattimento dei punteggi, tenuto conto che la prova medesima non si limitava nella scelta della risposta corretta ma anche nello svolgimento di un commento sintetico, nell’ambito del quale è inverosimile che oltre mille candidati esibiscano livelli di capacità e conoscenza tanto ravvicinati da discostarsi di soli due decimali di punto.

Inoltre, ad avvalorare ulteriormente i sintomi eccesso di potere per manifesta illogicità che hanno contraddistinto la valutazione della prima prova scritta sovvengono anche i criteri di valutazione delle prove che la commissione di concorso ha predeterminato (verbale n. 3 del 9 novembre 2012), e che l’arch. Omissis ha impugnato davanti al Tribunale amministrativo con motivi aggiunti e con appello incidentale nel presente grado di giudizio, a fronte della statuizione di rigetto emessa in prime cure.

Nel citato verbale la commissione di concorso ha stabilito che essa: «terrà conto delle risposte corrette al quesito proposto e del corretto e puntuale quadro normativo di riferimento, nonché della chiarezza e completezza delle argomentazioni trattate che dimostri una solida conoscenza dei fondamenti teorici degli istituti giuridici in argomento, anche attraverso specifici riferimenti alla dottrina e all’utilizzo della giurisprudenza. La Commissione procederà, comunque, sulla base di una valutazione di sintesi dell’elaborato, anche oltre il riscontro della correttezza della singola risposta e della singola proprietà di linguaggio, ove si riscontri, da parte del candidato, approfondita metodologia di analisi degli istituti giuridici trattati anche attraverso un percorso logico originale. Quando detta procedura non consenta una chiara individuazione della risposta al quesito si procederà ad una valutazione complessiva dell’elaborato» (verbale n. 3 del 9 novembre 2012).

Dalla lettura di questi criteri si ricava che la commissione ha ritenuto di valutare non solo gli elaborati contenenti risposte corrette, ma anche quelle non corrette, purché argomentate sulla base di uno specifico approfondimento degli istituti giuridici, contraddistinto da elementi di originalità.

Questo criterio mal si concilia con il contenuto della prova, consistente in risposte sintetiche a quesiti puntuali, finalizzati ad accertare una conoscenza di base del diritto amministrativo – come peraltro sottolineato dagli stessi appellanti principali – e non a saggiare le capacità di autonoma ricostruzione dottrinale su questioni di ampio respiro teorico, aperte a possibili soluzioni diverse.

Ma a denotare ancora di più l’irragionevolezza dei criteri è l’ultimo inciso del verbale, nel quale la commissione di concorso si è riservata di valutare positivamente anche risposte errate non argomentate in modo originale, sulla base di un giudizio complessivo di cui non sono in alcun modo decifrabili i parametri. In sostanza, attraverso questa predeterminazione di criteri la commissione non ha autolimitato la propria discrezionalità tecnica, ma si è tenuta libera di apprezzare il pregio degli elaborati di concorso sulla base di valutazioni inattingibili dall’esterno.

L’irragionevolezza è quindi confermata a posteriori: innanzitutto dal risultato finale, in cui ben 1.176 prove hanno ottenuto un punteggio entro un range limitatissimo, con l’effetto di vanificazione della verifica delle capacità dei concorrenti e della funzione selettiva della prova concorsuale; inoltre, da quanto emerso in sede di accesso agli elaborati, ed in particolare dalla circostanza – riferita dall’arch. Omissis nel proprio appello incidentale e non ex adverso contestata – che sono state valutate positivamente risposte pacificamente errate o incomprensibili, come quelle dei candidati che hanno sostenuto che è nullo l’atto amministrativo adottato in violazione di legge, incompetenza o eccesso di potere, o fondato su ragioni di interesse pubblico poi mutate, o viziato da «difetto assoluto di compatibilità».

 

…sostengono inoltre che il giudice di primo grado avrebbe errato nell’annullare la determinazione con cui la graduatoria è stata riformulata in via derivata rispetto all’accoglimento delle censure relative alla valutazione della prima prova scritta. Nell’eccezione in esame si sostiene che in questo caso difetta un nesso di necessaria presupposizione e cioè «quel nesso di stretta ed automatica consequenzialità che è necessario per aversi la caducazione» (pag. 5 dell’appello iscritto al n. 9374), poiché, quale atto di autotutela, quest’ultimo costituisce il frutto di valutazioni autonome dell’amministrazione.

Anche queste eccezioni non possono essere condivise.

Sul punto, è pur vero che i provvedimenti di autotutela amministrativa in autotutela costituiscono l’espressione di scelte ampiamente discrezionali con cui vengono rivalutate in via autonoma precedenti determinazioni. Ma è del pari vero che in questo caso i punteggi attribuiti alla prima prova scritta, e in generale a tutte le prove del concorso e ai titoli, hanno costituito il presupposto di fatto sulla cui base Roma Capitale ha agito in autotutela, attraverso l’applicazione di un diverso criterio di computo delle due prove scritte, e cioè – come sopra rilevato – la media dei punteggi in luogo della somma degli stessi. Pertanto, sotto questo profilo è riscontrabile un nesso di presupposizione necessaria tra i giudizi della commissione ed il provvedimento di rettifica della graduatoria, nel senso che sulla base della loro correttezza l’amministrazione ha effettuato un diverso computo dei punteggi il cui risultato ha determinato l’ordine finale dei concorrenti impugnato in questo giudizio dall’arch. Omissis. E’ quindi evidente che annullati i punteggi presupposti, per effetto dell’accoglimento della censura proposta dall’originaria ricorrente contro di essi, è venuta meno anche la riformulazione della graduatoria effettuata sulla base degli stessi.

In ogni caso, quand’anche si volesse per ipotesi ammettere che tra i punteggi della prima prova scritta e la rettifica della graduatoria finale non fosse configurabile un rapporto di presupposizione necessaria, è nondimeno incontestabile l’effetto invalidante che l’errata attribuzione dei punteggi medesimi ha determinato sull’atto conclusivo della selezione concorsuale, come riformulata con la determinazione ritualmente impugnata dall’arch. Omissis, che pertanto avrebbe comunque dovuto essere annullata in via derivata secondo il diverso schema dell’invalidità ad effetto viziante.

 

Consiglio di Stato

sentenza n. 3398 27 luglio 2016

[…]

FATTO

1. L’arch. Omissis partecipava al concorso per titoli ed esami a 136 posti nel profilo professionale di architetto (cat. D, posizione economica D1) alle dipendenze di Roma Capitale, indetto da quest’ultima con

determinazione n. 389 del 23 febbraio 2010

, collocandosi al 119° posto nella graduatoria finale (approvata con determinazione n. 1214 del 2 luglio 2014), e dunque in posizione utile. Tuttavia, in seguito l’amministrazione rettificava la graduatoria applicando il criterio della media dei punteggi riportati nelle due prove scritte in luogo della sommatoria inizialmente adottato (determinazione n. 1859 del 13 ottobre 2014). Per effetto di questa rideterminazione l’arch. Omissis retrocedeva in posizione non utile, al 143° posto.

2. La stessa proponeva quindi ricorso al Tribunale amministrativo per il Lazio, sede di Roma, nel quale lamentava il mancato rispetto delle forme e l’insussistenza dei presupposti per l’esercizio del potere di autotutela ex art. 21-nonies l. n. 241 del 1990 (I motivo), ed inoltre censurava i criteri di valutazione della prima prova scritta – consistente in cinque domande sulle materie del diritto amministrativo, l’ordinamento di Roma Capitale e del lavoro alle dipendente delle pubbliche amministrazioni, con quattro ipotesi di risposta per ciascuna, tra quali scegliere quella giusta, da corredare con un sintetico commento – sia per quanto riguarda la correzione del proprio elaborato, che per l’irragionevole livellamento dei voti attribuiti ai 1.177 candidati, tutti oscillanti tra i 7,10 e 7,30 punti sui 10 massimi (II motivo).

3. Quindi, avuto accesso mediante visione agli atti del concorso, l’arch. Omissis proponeva motivi aggiunti, nei quali sviluppava le censure contenute nel secondo motivo di ricorso, con particolare riguardo all’insufficienza dei criteri di valutazione delle prove predeterminati dalla commissione (verbale n. 3 del 9 novembre 2012), da cui a suo dire sarebbero derivate le illogiche ed arbitrarie valutazioni della prima prova scritta, sia in proprio danno che a favore di alcuni candidati collocati in posizione utile nella graduatoria finale. Con un secondo atto contenente motivi aggiunti, l’arch. Omissis impugnava poi la successiva rettifica della graduatoria, in virtù della quale essa retrocedeva alla 144° posizione, deducendone l’invalidità in via derivata rispetto alle censure già formulate (determinazione n. 467 del 6 marzo 2015).

4. Con la sentenza in epigrafe il giudice adito accoglieva in parte l’impugnativa.

5. Dopo avere respinto le eccezioni preliminari di Roma Capitale e dei controinteressati, nonché il primo motivo di ricorso e la censura relativa alle valutazioni degli elaborati, il giudice di primo grado reputava fondata quella relativa al livellamento dei voti attribuiti alla prima prova scritta, ritenuta illogica e tale da determinare «l’illegittima “dequotazione” dell’incidenza delle prove scritte sul risultato finale del concorso», oltre che l’invalidità in via derivata ad effetto caducante della determinazione con cui la graduatoria era stata riformulata in via di autotutela.

Per effetto di ciò e dell’annullamento degli atti impugnati conseguentemente pronunciato, il Tribunale amministrativo ordinava la ricorrezione dei compiti in forma anonima da parte di una nuova commissione.

6. Per la riforma della sentenza di primo grado hanno proposto separati appelli Roma Capitale e i candidati utilmente collocati in graduatoria indicati in epigrafe.

7. Si è costituita per resistere a tutti i mezzi l’arch. Omissis. Nel giudizio d’appello n. 9734/2015 (ricorrenti l’arch. Omissis e altri, indicati in epigrafe) la medesima originaria ricorrente ha proposto appello incidentale, contenente le censure relative: alla propria e alle altrui valutazione, in relazione alla quale si duole che il Tribunale amministrativo non abbia disposto la ricorrezione della sola propria prova scritta; e inoltre ai criteri di valutazione delle prove predeterminati dalla commissione di concorso.

8. L’esecutività della sentenza di primo grado è stata sospesa da questa Sezione con le ordinanze in epigrafe (ordinanze cautelari nn. 5583 – 5587 e 5604 del 17 dicembre 2015).

9. Quindi, con ordinanza collegiale n. 885 del 3 marzo 2016 è stata disposta la riunione ex art. 96 Cod. proc. amm. degli appelli, ed è stato ordinato all’appellante incidentale di integrare il contraddittorio nei confronti di tutti i controinteressati già evocati nel giudizio di primo grado, attraverso pubblici proclami, e nei confronti degli appellanti principali diversi da quelli il cui mezzo è stato iscritto al citato numero di registro generale dei ricorsi di questo Consiglio di Stato 9734 del 2015.

10. Disposto l’incombente la causa è stata trattenuta in decisione all’udienza del 7 luglio 2016.

DIRITTO

1. Preliminarmente si conferma la riunione già disposta con la citata ordinanza collegiale, per le ragioni ivi esposte.

2. Si passa quindi ad esaminare le eccezioni preliminari riproposte in limine (prima cioè dell’integrazione del contraddittorio) dalle parti appellanti.

Le eccezioni in questione sono tutte infondate.

3. Innanzitutto, il ricorso dell’arch. Omissis non può essere ritenuto irricevibile perché tardivamente notificato rispetto alla conoscenza dell’atto di approvazione della graduatoria, di cui alla citata determinazione n. 1214 del 2 luglio 2014.

L’eccezione si fonda su un preteso effetto di conferma di questo provvedimento, nella parte relativa ai voti assegnati dalla commissione alle prove dei candidati, ad opera della successiva determinazione n. 1859 del 13 ottobre 2014, con cui la graduatoria è stata rettificata applicando la media di quelli riportati da ciascun candidato nelle prove scritte anziché la sommatoria degli stessi. Sennonché una mera conferma non può ritenersi sussistente nel caso di specie per la decisiva considerazione che, pur non essendosi modificati i punteggi, il diverso criterio di computo ai fini della graduatoria finale applicato a posteriori ha determinato la retrocessione dell’arch. Omissis in posizione non utile e quindi la lesione dal quale per essa è sorto l’interesse ad agire in giudizio ex art. 100 Cod. proc. civ., come correttamente rilevato dal giudice di primo grado. Per contro, l’originaria ricorrente era priva di interesse ad impugnare l’iniziale graduatoria, approvata con determinazione n. 1214 del 2 luglio 2014, risultante dall’applicazione di un criterio di computo dei punteggi delle prove scritte per effetto dei quali l’originaria ricorrente si era collocata in posizione utile.

4. Infondata è anche l’eccezione di inammissibilità del ricorso che i medesimi appellanti fondano sul presupposto che l’arch. Omissis si sarebbe limitata ad impugnare solo riformulazione della graduatoria e non anche le presupposte valutazioni della commissione.

Nel ricorso di primo grado è definito in modo chiaro il petitum della domanda annullatoria nei confronti dei «criteri di valutazione utilizzati per la correzione della prima prova scritta nonché gli esiti della stessa» (pag. 9). Quindi, nel prosieguo della narrativa del ricorso sono anche illustrate le ragioni delle illegittimità dedotte, attraverso la deduzione di profili di eccesso di potere per irragionevolezza e arbitrarietà, ulteriormente sviluppate nel primo atto di motivi aggiunti, proposto dopo l’accesso mediante visione agli elaborati scritti nei confronti dei criteri in questione e delle valutazioni conseguentemente svolte dalla commissione.

Quindi, a fronte dell’enucleazione degli elementi costitutivi della domanda, ora descritta, è irrilevante l’impiego nell’intestazione del ricorso della formula di stile «nonché di ogni altro atto presupposto, connesso e/o consequenziale» riferita agli atti impugnati, poiché al fine di verificare se il ricorso rispetta i requisiti di forma-contenuto enunciati dall’art. 40 cod. proc. amm. occorre avere riguardo al ricorso nel suo complesso. Ebbene, sotto questo profilo, la chiara individuazione degli atti impugnati consente di ritenere pienamente definito l’oggetto del contendere, ed in particolare l’«oggetto della domanda, ivi compreso l’atto o il provvedimento eventualmente impugnato» [comma 1, lett. b), del citato art. 40 del Codice del processo], a beneficio del diritto al contradditorio delle controparti e del potere di decisione del giudice.

5. Viene inoltre eccepita l’inammissibilità del ricorso per mancata impugnazione del bando di concorso (in particolare gli appellanti il cui mezzo è stato iscritto al n. di r.g. 9376/2015).

L’eccezione è tuttavia formulata su un presupposto errato e cioè sul presupposto che la contestazione dell’arch. Omissis all’operato della commissione nell’attribuzione dei punteggi relativi alla prima prova scritta e il motivo accolto dal Tribunale amministrativo si incentrino sulla violazione dell’art. 8, comma 2, d.P.R. 9 maggio 1994, n. 487 (regolamento recante “norme sull’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni e le modalità di svolgimento dei concorsi, dei concorsi unici e delle altre forme di assunzioni nei pubblici impieghi”), secondo il quale per i titoli non possono essere attribuiti più di 10 punti sui 30 massimi. Sulla base di questa premessa gli appellanti argomentano quindi l’eccezione in esame, ponendo in rilievo che una disposizione riproduttiva a quella regolamentare è contenuta nel bando di concorso (art. 3), ciò nondimeno non ex adverso impugnata.

6. In realtà il motivo di impugnazione accolto si sostanzia in una censura di eccesso di potere per illogicità e arbitrarietà nei punteggi attribuiti, mentre la violazione della citata disposizione del d.P.R. n. 487 del 1994 è stata ritenuta dal giudice di primo grado (a torto o a ragione si vedrà di seguito) in via di conseguenza. Più precisamente, sulla base della chiara prospettazione dell’arch. Omissis, il Tribunale amministrativo ha ritenuto che a causa del livellamento verso il basso del punteggio per la prima prova scritta fosse stata alterata l’incidenza complessiva della stessa nel rapporto con i titoli fissato dal più volte richiamato regolamento sui concorsi, ai fini della formulazione della graduatoria finale. Per contro, nessuna censura circa un supposto contrasto tra bando e norma regolamentare risulta essere invece stata formulata dall’originaria ricorrente, dacché nessun onere di impugnativa nei confronti di quest’ultima è configurabile nel caso di specie.

7. I medesimi appellanti e quelli il cui appello è stato iscritto al n. 9591/2015 di r.g. sostengono inoltre che il giudice di primo grado avrebbe errato nell’annullare la determinazione con cui la graduatoria è stata riformulata in via derivata rispetto all’accoglimento delle censure relative alla valutazione della prima prova scritta. Nell’eccezione in esame si sostiene che in questo caso difetta un nesso di necessaria presupposizione e cioè «quel nesso di stretta ed automatica consequenzialità che è necessario per aversi la caducazione» (pag. 5 dell’appello iscritto al n. 9374), poiché, quale atto di autotutela, quest’ultimo costituisce il frutto di valutazioni autonome dell’amministrazione.

8. Anche queste eccezioni non possono essere condivise.

Sul punto, è pur vero che i provvedimenti di autotutela amministrativa in autotutela costituiscono l’espressione di scelte ampiamente discrezionali con cui vengono rivalutate in via autonoma precedenti determinazioni. Ma è del pari vero che in questo caso i punteggi attribuiti alla prima prova scritta, e in generale a tutte le prove del concorso e ai titoli, hanno costituito il presupposto di fatto sulla cui base Roma Capitale ha agito in autotutela, attraverso l’applicazione di un diverso criterio di computo delle due prove scritte, e cioè – come sopra rilevato – la media dei punteggi in luogo della somma degli stessi. Pertanto, sotto questo profilo è riscontrabile un nesso di presupposizione necessaria tra i giudizi della commissione ed il provvedimento di rettifica della graduatoria, nel senso che sulla base della loro correttezza l’amministrazione ha effettuato un diverso computo dei punteggi il cui risultato ha determinato l’ordine finale dei concorrenti impugnato in questo giudizio dall’arch. Omissis. E’ quindi evidente che annullati i punteggi presupposti, per effetto dell’accoglimento della censura proposta dall’originaria ricorrente contro di essi, è venuta meno anche la riformulazione della graduatoria effettuata sulla base degli stessi.

9. In ogni caso, quand’anche si volesse per ipotesi ammettere che tra i punteggi della prima prova scritta e la rettifica della graduatoria finale non fosse configurabile un rapporto di presupposizione necessaria, è nondimeno incontestabile l’effetto invalidante che l’errata attribuzione dei punteggi medesimi ha determinato sull’atto conclusivo della selezione concorsuale, come riformulata con la determinazione ritualmente impugnata dall’arch. Omissis, che pertanto avrebbe comunque dovuto essere annullata in via derivata secondo il diverso schema dell’invalidità ad effetto viziante.

10. Passando alla disamina delle censure di merito formulate dagli appellanti, nel mezzo iscritto al n. di r.g. 9589/2015 si sostiene che l’annullamento parziale della procedura concorsuale sarebbe stato pronunciato dal giudice di primo grado eccedendo ex art. 112 Cod. proc. civ. dai limiti della domanda e dell’interesse azionato dall’arch. Omissis. Il motivo si fonda sull’assunto che quest’ultima ha domandato una migliore collocazione in graduatoria, e cioè tra i vincitori del concorso, e non già «una rinnovazione generalizzata ed indiscriminata delle valutazioni sulla prova concorsuale» (pag. 11 dell’appello in esame).

11. La censura deve essere respinta.

E’ infatti incontestabile che con l’impugnazione da cui trae origine il presente giudizio l’arch. Omissis abbia inteso ottenere un’utile collocazione nella graduatoria finale, ma è altrettanto pacifico che i motivi di illegittimità dalla stessa dedotti implicano necessariamente il riesercizio del potere amministrativo, attraverso la rivalutazione della prima prova scritta del concorso, posto che nel ricorso si è dedotto – ed il primo giudice ha condiviso la censura – un irragionevole appiattimento dei punteggi per essa attribuiti.

12. Può dunque passarsi ai motivi con cui in tutti gli appelli principali di deduce l’erroneità della statuizione di accoglimento del ricorso e dei motivi aggiunti di primo grado.

Nessuno di questi può essere accolto.

Le censure contenute negli appelli si infrangono sull’inoppugnabile e non contestato dato di fatto che su 1177 elaborati relativi alla prima prova scritta del concorso in contestazione i 1176 che hanno conseguito il punteggio minimo (di 7/10) si collocano all’interno della forbice tra 7,10 e 7,30, a fronte dei 10 punti teorici. Pertanto, considerato l’elevato numero degli elaborati a l’esiguo range di punteggio, non possono che essere condivise le considerazioni svolte al riguardo dal giudice di primo grado, secondo cui la valutazione della prova concorsuale in questione è risultata «illogicamente “appiattita” » e tale da vanificare la sua funzione selettiva di verifica delle capacità e della preparazione dei concorrenti.

13. A fronte di ciò divengono irrilevanti le ulteriori (e non corrette) asserzioni del Tribunale amministrativo, oggetto di censure degli appellanti, secondo cui per effetto di tale appiattimento sarebbero stati alterati i pesi tra le prove di concorso e i titoli fissate dal bando e dal più volte citato regolamento di cui al d.P.R. n. 487 del 1994. In realtà è l’abnorme appiattimento dei punteggi che costituisce in sé sintomo di irragionevolezza nell’operato della commissione di concorso.

14. In contrario non può nemmeno essere richiamato il precedente costituito dalla sentenza di questo Consiglio Stato, III, 10 aprile 2012, n. 2055, che ha statuito che le censure che attengono al livellamento dei punteggi attribuiti alle prove attengono al merito dei giudizi della commissione e non possono essere esaminate in sede di impugnazione per vizi di illegittimità degli atti concorsuali.

Questo collegio non intende infatti discostarsi dal principio affermato nella pronuncia ora citata. Peraltro, posto che dalla lettura della motivazione non emergono le circostanze concrete nel caso deciso, è altrettanto indiscutibile che esiti valutativi quale quello verificatosi nel presente giudizio, in cui all’elevato numero di elaborati esaminati si contrappone una forbice valutativa di punteggi estremamente contenuta, di soli 0,20 punti a fronte dei 10 massimi teorici per la prova in questione, costituiscono sintomi di eccesso di potere per manifesta illogicità dei giudizi e del complessivo operato della commissione di concorso, il quale integra un vizio di legittimità.

15. Questi rilievi non sono smentiti dalle difese addotte da Roma Capitale a giustificazione del proprio operato nel concorso in contestazione, oltre che dagli altri appellanti.

Al riguardo è stato in particolare evidenziato che nell’imminenza della prova è stato pubblicato un archivio di 100 domande dalle quali sono state poi estratte quelle sottoposte ai candidati (come risulta dal verbale n. 1 dell’8 novembre 2012), cosicché il livellamento dei punteggi trova spiegazione nella preventiva conoscenza in questo modo acquisita dai candidati.

Sennonché, pur volendosi prescindere dai rilievi che potrebbero essere formulati nei confronti della scelta di rendere pubblico l’archivio di domande, questa circostanza non è di per sé idonea a giustificare un simile appiattimento dei punteggi, tenuto conto che la prova medesima non si limitava nella scelta della risposta corretta ma anche nello svolgimento di un commento sintetico, nell’ambito del quale è inverosimile che oltre mille candidati esibiscano livelli di capacità e conoscenza tanto ravvicinati da discostarsi di soli due decimali di punto.

16. Inoltre, ad avvalorare ulteriormente i sintomi eccesso di potere per manifesta illogicità che hanno contraddistinto la valutazione della prima prova scritta sovvengono anche i criteri di valutazione delle prove che la commissione di concorso ha predeterminato (verbale n. 3 del 9 novembre 2012), e che l’arch. Omissis ha impugnato davanti al Tribunale amministrativo con motivi aggiunti e con appello incidentale nel presente grado di giudizio, a fronte della statuizione di rigetto emessa in prime cure.

17. Nel citato verbale la commissione di concorso ha stabilito che essa: «terrà conto delle risposte corrette al quesito proposto e del corretto e puntuale quadro normativo di riferimento, nonché della chiarezza e completezza delle argomentazioni trattate che dimostri una solida conoscenza dei fondamenti teorici degli istituti giuridici in argomento, anche attraverso specifici riferimenti alla dottrina e all’utilizzo della giurisprudenza. La Commissione procederà, comunque, sulla base di una valutazione di sintesi dell’elaborato, anche oltre il riscontro della correttezza della singola risposta e della singola proprietà di linguaggio, ove si riscontri, da parte del candidato, approfondita metodologia di analisi degli istituti giuridici trattati anche attraverso un percorso logico originale. Quando detta procedura non consenta una chiara individuazione della risposta al quesito si procederà ad una valutazione complessiva dell’elaborato» (verbale n. 3 del 9 novembre 2012).

Dalla lettura di questi criteri si ricava che la commissione ha ritenuto di valutare non solo gli elaborati contenenti risposte corrette, ma anche quelle non corrette, purché argomentate sulla base di uno specifico approfondimento degli istituti giuridici, contraddistinto da elementi di originalità.

Questo criterio mal si concilia con il contenuto della prova, consistente in risposte sintetiche a quesiti puntuali, finalizzati ad accertare una conoscenza di base del diritto amministrativo – come peraltro sottolineato dagli stessi appellanti principali – e non a saggiare le capacità di autonoma ricostruzione dottrinale su questioni di ampio respiro teorico, aperte a possibili soluzioni diverse.

Ma a denotare ancora di più l’irragionevolezza dei criteri è l’ultimo inciso del verbale, nel quale la commissione di concorso si è riservata di valutare positivamente anche risposte errate non argomentate in modo originale, sulla base di un giudizio complessivo di cui non sono in alcun modo decifrabili i parametri. In sostanza, attraverso questa predeterminazione di criteri la commissione non ha autolimitato la propria discrezionalità tecnica, ma si è tenuta libera di apprezzare il pregio degli elaborati di concorso sulla base di valutazioni inattingibili dall’esterno.

L’irragionevolezza è quindi confermata a posteriori: innanzitutto dal risultato finale, in cui ben 1.176 prove hanno ottenuto un punteggio entro un range limitatissimo, con l’effetto di vanificazione della verifica delle capacità dei concorrenti e della funzione selettiva della prova concorsuale; inoltre, da quanto emerso in sede di accesso agli elaborati, ed in particolare dalla circostanza – riferita dall’arch. Omissis nel proprio appello incidentale e non ex adverso contestata – che sono state valutate positivamente risposte pacificamente errate o incomprensibili, come quelle dei candidati che hanno sostenuto che è nullo l’atto amministrativo adottato in violazione di legge, incompetenza o eccesso di potere, o fondato su ragioni di interesse pubblico poi mutate, o viziato da «difetto assoluto di compatibilità».

18. La fondatezza di queste censure è assorbente rispetto a quelle ulteriori riproposte nel presente appello incidentale dall’arch. Omissis, con le quali essa si duole di un’asserita sottovalutazione della propria prova. Infatti, per effetto dell’annullamento del verbale di determinazione dei criteri di valutazione delle prove conseguente all’accoglimento del motivo sopra esaminato, il concorso deve essere rinnovato a partire da tale segmento. Restano quindi assorbite le eccezioni preliminari che dopo l’integrazione del contraddittorio alcuni appellanti principali hanno svolto nei confronti delle censure relative alla valutazione della prova dell’arch. Omissis (in particolare le eccezioni formulate dagli architetti Omissis e Omissis, autori dell’appello iscritto al n. di r.g. 9376 del 2015).

19. In conclusione, gli appelli principali devono essere respinti, mentre deve essere accolto l’appello incidentale dell’arch. Omissis, con conseguente parziale riforma della pronuncia di primo grado ed ulteriore accoglimento dei motivi aggiunti. Infatti, oltre ai giudizi espressi nei confronti degli elaborati relativi alla prima prova scritta devono essere annullati anche i prodromici criteri di valutazione delle prove, predeterminati dalla commissione nel citato verbale n. 3 del 9 novembre 2012. Per il resto la pronuncia di primo grado deve essere confermata.

Le spese del doppio grado di giudizio seguono la soccombenza nei rapporti tra l’arch. Omissis Omissis e Roma Capitale, rinviandosi al dispositivo per la relativa liquidazione; nei rapporti tra la prima e i controinteressati le spese possono invece essere compensate, poiché la causa del presente contenzioso è imputabile in via esclusiva alle illegittimità dell’amministrazione resistente.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta), definitivamente pronunciando sugli appelli principali e incidentali, come in epigrafe proposti, così provvede:

– respinge gli appelli principali;

– accoglie nei sensi di cui in motivazione l’appello incidentale;

– per l’effetto, in riforma parziale della sentenza di primo grado, accoglie il ricorso dell’arch. Omissis nei termini espressi in motivazione, annullando anche il verbale n. 3 del 9 novembre 2012, nella parte relativa ai criteri di valutazione delle prove; conferma nel resto;

– condanna Roma Capitale a rifondere alla ricorrente Omissis le spese del doppio grado di giudizio, liquidate complessivamente in € 10.000,00, oltre agli accessori di legge; le compensa nei rapporti tra la medesima ricorrente e i controinteressati.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 7 luglio 2016 […]

 

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