Confisca ex art. 12-sexies Dl 306/1992 e vincolo di pertinenzialità

Cassazione penale sentenza n. 32007 25 luglio 2016

Per disporre il sequestro preventivo finalizzato alla confisca ai sensi dell’art. 12 sexies legge 356 del 1992 non è richiesto il vincolo di pertinenzialità tra il bene oggetto della misura ed il reato ipotizzato a carico del soggetto che la subisce.

 

Secondo l’art. 325, comma 1, cod. proc. pen., il ricorso per cassazione contro le ordinanze emesse in sede di riesame avverso il provvedimento impositivo di misura cautelare reale, è ammesso solo per violazione di legge e, dunque, non per i vizi logici della motivazione di cui all’art. 606, comma 1, lett. e) cod. proc. pen.

In tale nozione vanno ricompresi sia gli errores in iudicando che gli errores in procedendo, ovvero quei vizi della motivazione così radicali da rendere l’apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice.

 

Cassazione penale

sentenza n. 32007 25 luglio 2016

[…] RITENUTO IN FATTO

Con l’ordinanza in epigrafe, il Tribunale di Roma rigettava la richiesta di riesame avverso il decreto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca ex art. 12 sexies legge n. 356 del 1992, emesso nei confronti del ricorrente, ed avente ad oggetto una somma di denaro contante pari ad euro 234.000,00 ritrovatagli in una valigia all’interno della sua abitazione, essendosi ravvisati i presupposti giustificativi della misura cautelare in relazione agli ipotizzati reati di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati relativi al gioco d’azzardo ed estorsione, ivi compreso la sproporzione tra i beni in sequestro ed i redditi posseduti e la mancanza di giustificazione in ordine al possesso del danaro da parte del ricorrente.

2.1 Ricorre per cassazione quest’ultimo, a mezzo del suo difensore, deducendo, con unico motivo, violazione di legge perché, in primo luogo, la misura sarebbe stata disposta esclusivamente in relazione ad un reato, quello di cui all’art. 416 cod. pen., non ricompreso tra quelli indicati dall’art. 12 sexies L. 356/1992, in quanto al Omissis non sarebbe stata contestata l’aggravante di cui all’art. 7 legge 203/1991 e neanche il reato di cui all’art. 12 quinquies legge 356 del 1992.

2.2 Né si potrebbe ritenere, in secondo luogo, che il sequestro sia stato disposto anche per il reato di estorsione, perché di esso – avuto riguardo al tempo della sua commissione ed alla occasionalità della condotta – mancherebbe il fumus ed il vincolo di pertinenzialità con il danaro ritrovato.

2.3 Infine, la motivazione del provvedimento impugnato sarebbe meramente apparente, sia sotto il profilo della ritenuta sproporzione tra il danaro in sequestro ed i redditi del ricorrente – avendo omesso di considerare che egli aveva fornito giustificazione in ordine alla lecita provenienza della somma – sia sotto il profilo dell’individuazione del periculum in mora.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è manifestamente infondato.

1.Contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente e come risulta chiaramente dal testo dell’ordinanza impugnata e dal provvedimento genetico, il sequestro è stato disposto, oltre che in relazione al reato di cui all’art. 416 cod. pen. – che, peraltro, risulta aggravato dall’art. 7 legge 203/1991 – anche in relazione al reato di estorsione; così pacificamente rispettando il riferimento normativo alla tipologia di reati indicati dall’art. 12 sexies legge 356 del 1992.

Tanto assorbe ogni altro profilo di doglianza sul punto.

Dovendosi ulteriormente evidenziare che, secondo pacifica giurisprudenza di legittimità, che il Collegio condivide, per disporre il sequestro preventivo finalizzato alla confisca ai sensi della predetta norma, non è richiesto il vincolo di pertinenzialità tra il bene oggetto della misura ed il reato ipotizzato a carico del soggetto che la subisce (Sez.U, n. 920 del 17/12/2003, Montella; Sez. 6, n. 27710 del 14/04/2008, brio, Rv. 240527; Sez. 5, n. 19358 del 21/02/2013, Rao, Rv.255381 ed altre conformi).

2. Deve sottolinearsi, ancora, che, secondo l’art. 325, comma 1, cod. proc. pen., il ricorso per cassazione contro le ordinanze emesse in sede di riesame avverso il provvedimento impositivo di misura cautelare reale, è ammesso solo per violazione di legge e, dunque, come anche ripetutamente ribadito dalla giurisprudenza di legittimità condivisa dal Collegio, non per i vizi logici della motivazione di cui all’art. 606, comma 1, lett. e) cod. proc. pen. (tra le tante, sez.5, n. 35532 del 25/06/2010, Angelini, conforme a Sez.U, n. 5876 del 2004, Bevilacqua).

La più autorevole giurisprudenza della Corte di Cassazione, condivisa dal Collegio, ritiene che in tale nozione vadano ricompresi sia gli errores in iudicando che gli errores in procedendo, ovvero quei vizi della motivazione così radicali da rendere l’apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice (Sez.U. n.25932 del 2008, Ivanov).

3. Fatta questa premessa, occorre rilevare, quanto alla sussistenza del fumus commissi delicti, che il provvedimento impugnato richiama, in proposito, la circostanza che il ricorrente, nel medesimo procedimento, è stato attinto da ordinanza di custodia cautelare in carcere, confermata in sede di riesame, dove sono stati addirittura ritenuti sussistenti i gravi indizi di colpevolezza dei reati contestati e posti a base giustificativa del sequestro.

Attraverso, dunque, un giudizio più penetrante rispetto a quello relativo alla astratta configurabilità dei reati contestati, bastevole a sostenere l’emissione di una misura di carattere reale.

Nel caso in esame, pertanto, si rivela tutt’altro che apparente il richiamo operato dal Tribunale a tale provvedimento emesso nello stesso ambito procedimentale, che aveva consacrato, a livello indiziario, l’appartenenza del ricorrente ad una organizzazione malavitosa dedita al gioco d’azzardo e la sua attiva partecipazione in prima persona alla vicenda estorsiva nei confronti del Omissis.

Circostanze evidenziate nel provvedimento impugnato, ulteriormente rielaborate dal Tribunale con riguardo alle deduzioni poste dalla difesa in sede di riesame e, dunque, frutto di autonoma valutazione da parte dell’organo giudicante; decisive a documentare come la motivazione del provvedimento impugnato sia tutt’altro che meramente apparente in ordine alla sussistenza del fumus del reato, della cui sussistenza il ricorrente si duole sostanzialmente lamentando una mancanza di congruità della motivazione non deducibile in questa sede.

4. Ciò, anche con riguardo alla ritenuta sproporzione tra i beni in sequestro ed il reddito dell’indagato, del pari approfondita nel provvedimento impugnato con il riferimento agli accertamenti della Guardia di Finanza che avevano registrato, negli anni tra il 1997 ed il 2014, redditi dichiarati “quasi nulli, pur avendo lo stesso dovuto sostenere costi di mantenimento e di gestione delle diverse società che ha costituito”; sottolineando che non risultava documentato lo svolgimento di attività lecita al momento del sequestro, addentrandosi a confutare pedissequamente, con dettagliata motivazione, ogni contraria deduzione difensiva volta ad evidenziare la lecita provenienza di così ingente somma di danaro contante (fgg.11 e 12 del provvedimento impugnato), in ciò rinvenendo il periculum in mora.

Alla declaratoria di inammissibilità consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro millecinquecento/00 alla Cassa delle Ammende, commisurata all’effettivo grado di colpa dello stesso ricorrente nella determinazione della causa di inammissibilità.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1500,00 alla Cassa delle Ammende.

Così deliberato in Roma, udienza in camera di consiglio del 21.07.2016. […]

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