Delibera Corte dei conti, ricorso Regione, difetto di interesse

Corte dei Conti, Sezioni Riunite, sentenza n. 46 del 13 novembre 2014

In termini generali, la Regione o il Presidente del Consiglio regionale possono sì agire nei giudizi “de quibus”, processualmente inquadrati nel Capo III del R.D. n. 1038/1933, (quali parti cui – “melius” controparti – vanno effettuate le notifiche dei ricorrenti), ma solo se portatori di un interesse autonomo intestatogli dalla legge o “ad adiuvandum” delle ragioni del bilancio regionale.

Non appare meritevole di tutela un interesse a ricorrere della Regione tendente ad una caducazione della delibera della Sezione regionale di Controllo la cui pronuncia è accertativa di numerose illegittimità dei rendiconti dei Gruppi consiliari, sol che si consideri l’obbligo di restituzione, a beneficio del bilancio regionale, delle somme non legittimamente rendicontate; il che esclude, anche ai sensi dell’art. 100 c.p.c. la sussistenza di un apprezzabile interesse all’ottenimento di una pronuncia in danno delle finanze regionali.

Non è oggettivamente tutelabile un interesse confliggente con le finalità di tutela del bilancio regionale.

 

Corte dei Conti, Sezioni Riunite, sentenza n. 46

del 13 novembre 2014

[…]

DIRITTO

1. In via preliminare va esaminata l’eccezione di inammissibilità del ricorso proposto dalla Regione, sollevata dalla Procura generale, stante il difetto di legittimazione attiva a proporre ricorso da parte del Vice Presidente della Giunta regionale della Calabria, legale rappresentante pro-tempore, e Presidente del Consiglio regionale della Calabria.

1.1. Accogliendo i motivi versati dalla Procura occorre considerare che, relativamente ai rendiconti ritenuti essere “difformi” dal parametro di legge, l’avvenuto riscontro contabile delle irregolarità non può dirsi essere ridondato a detrimento di competenze amministrative regionali costituzionalmente protette, essendo piuttosto l’accertamento di “controllo esterno documentale” giunto a segnalare le riscontrate irregolarità proprio per salvaguardare e tutelare le prerogative dell’Ente Regione concernenti il bilancio regionale.

Del resto, è la sentenza n. 39 del 2014 della Corte costituzionale ad avere precisato che il rendiconto delle spese dei Gruppi consiliari costituisce “parte necessaria del rendiconto regionale”, nella misura in cui le somme da tali gruppi acquisite e quelle restituite devono essere conciliate con le risultanze del Bilancio regionale, di talché i rendiconti – di natura amministrativa – dei gruppi consiliari si atteggiano quale una sorta di sottoconti del consuntivo regionale. È vero che la Corte costituzionale, con la stessa sentenza n. 39/2014, ha pure ricordato che i Gruppi consiliari sono stati qualificati dalla giurisprudenza come organi del Consiglio regionale e proiezioni dei partiti politici in assemblea regionale (sentenze n. 187/1990 e n. 1130/1988), ovvero come uffici comunque necessari e strumentali alla formazione degli organi interni del Consiglio (sentenza n. 1130/1988), ragion per cui una lamentata lesione delle prerogative dei Gruppi si risolve in una compressione delle competenze proprie dei Consigli regionali e quindi delle Regioni ricorrenti, conseguentemente legittimate alla proposizione di un conflitto di attribuzione (sentenze n. 252/2013, n. 195/2007 e n. 163/1997). Parimenti vero, però, è il fatto che la sentenza n. 39/2014 ha anche chiarito come, a prescindere dalla natura giuridica dei gruppi, l’eventuale “pregiudizio immediato e diretto arrecato a posizioni giuridiche soggettive” non può che determinare – nel silenzio della norma (lacuna ora espressamente colmata e superata, come prima ricordato, dall’art. 33, comma 2, del cit. d.l. n. 91/2014) – la facoltà dei soggetti controllati di ricorrere agli “ordinari strumenti di tutela giurisdizionale previsti dall’ordinamento” in base alle fondamentali garanzie costituzionali previste dagli artt. 24 e 113 Cost., qualificate come principi supremi dell’ordinamento e che per i Gruppi consiliari non può essere esclusa la garanzia della tutela assicurata dal fondamentale principio degli artt. 24 e 113 Cost. (sentenza n. 470 del 1997), restando in discussione non già l’an, ma soltanto il quomodo di tale tutela.

Inoltre, la Corte costituzionale (vedi anche ord. n. 131/2014) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale:

– del comma 10, primo periodo, dell’art. 1 del d.l. 174 nella parte in cui prevede il coinvolgimento del Presidente della Giunta  nella procedura relativa alla trasmissione dei rendiconti dei Gruppi consiliari alla competente Sezione regionale di Controllo della Corte dei conti, limitatamente alle parole «che lo trasmette al presidente della Regione»;

– del comma 10, secondo periodo, nella parte in cui prevede il coinvolgimento del Presidente della Giunta nella procedura relativa alla trasmissione delle delibere sugli effettuati controlli della sezione regionale della Corte dei conti ai Gruppi consiliari, limitatamente alle parole «al presidente della regione per il successivo inoltro»

Alla luce dell’itinerario caducatorio tracciato dalla Corte costituzionale, i soggetti legittimati a proporre il ricorso qui in esame, oggi espressamente previsto e consentito dall’articolo 1, comma 12, del d.l. n. 174/2012, come integrato dall’ art.  33, comma 2, del d.l. n. 91/2014 ed esperibile innanzi le Sezioni riunite della Corte dei conti in speciale composizione con le forme ed i termini di cui all’articolo 243-quater, comma 5, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, devono pertanto essere individuati nella figura del Presidente del Consiglio regionale di cui il Gruppo interessato è organo e proiezione, oppure nel Presidente del singolo Gruppo consiliare, ovvero ancora nel singolo Consigliere regionale interessato, e solo residualmente, nei limiti di seguito specificati, nel Presidente della Regione o, come avvenuto nella fattispecie, nel Vice Presidente della giunta regionale facente funzioni.

Ciò, in punto di legittimazione attiva.

In particolare, con riferimento al Vice Presidente della Giunta regionale della Calabria, legale rappresentante “pro-tempore” e Presidente del Consiglio regionale della Calabria va affrontata la questione dell’interesse ad agire che non può essere risolto se non in sintonia con la giurisprudenza costituzionale sulla tutela delle finanze pubbliche come bene giuridico costituzionalmente protetto e in coerenza con la tradizionale giurisprudenza della Corte dei conti in punto di intervento delle P.A. danneggiate nei giudizi di responsabilità amministrativo-contabile.

Va innanzitutto considerato che il P.M. contabile, nei giudizi “de quibus”, processualmente inquadrati nel Capo III del R.D. n. 1038/1933, rappresenta l’interesse generale oggettivo alla corretta gestione delle risorse pubbliche e, in ultima analisi, conformemente alla propria posizione ordinamentale, interviene a tutela dell’integrità dell’Erario e degli equilibri di bilancio (bene giuridico oggi tutelato direttamente a livello costituzionale dopo la Novella n. 1/2012).

Si tratta quindi di un interesse tutelabile, direttamente riconducibile al rispetto dell’ordinamento giuridico nei suoi aspetti indifferenziati, ed in tal senso il P.M. si atteggia come rilevante parte necessaria poiché, nella fattispecie in esame, tutela in via esclusiva proprio l’interesse pubblico oggettivo alla corretta gestione delle risorse assegnate ai Gruppi consiliari regionali.

Inoltre, può rilevarsi quanto avviene nei giudizi di responsabilità amministrativo-contabile, ove il P.M. agisce a tutela, sia del generale interesse pubblico all’integrità delle pubbliche finanze, sia del patrimonio e delle finanze della P.A. volta per volta danneggiata, ove non è stato ritenuto configurabile un autonomo interesse della P.A. a spiegare un intervento “ad adiuvandum” del soggetto presunto responsabile, ma solo, ove del caso, in favore dello stessa P.A. ritenuta danneggiata.

Ne consegue, sempre in termini generali, che la Regione o il Presidente del Consiglio regionale possono sì agire nei giudizi “de quibus” (quali parti cui – “melius” controparti – vanno effettuate le notifiche dei ricorrenti), ma solo se portatori di un interesse autonomo intestatogli dalla legge o “ad adiuvandum” delle ragioni del bilancio regionale.

Conclusivamente sul punto, non appare meritevole di tutela un interesse a ricorrere della Regione Calabria, così come concretamente fatto valere con il presente ricorso, in  quanto tendente ad una caducazione della delibera della Sezione regionale di Controllo la cui pronuncia è accertativa di numerose illegittimità dei rendiconti dei Gruppi consiliari, sol che si consideri l’obbligo di restituzione, a beneficio del bilancio regionale, delle somme non legittimamente rendicontate; il che esclude, anche ai sensi dell’art. 100 c.p.c. la sussistenza di un apprezzabile interesse all’ottenimento di una pronuncia in danno delle finanze regionali.

1.3. Il ricorso in esame va pertanto dichiarato inammissibile non solo ai sensi dell’art. 100 c.p.c., ma anche per l’oggettiva non tutelabilità di un interesse, quale quello fatto valere, confliggente con le finalità di tutela del bilancio regionale, con conseguente preclusione dell’esame del merito.

2.         La natura del presente giudizio, le novità delle questioni esaminate e la presenza del P.M. concludente nell’interesse della legge, giustificano la compensazione delle spese legali e di giudizio.

P.Q.M.

la Corte dei conti, Sezioni riunite in sede giurisdizionale, in speciale composizione, così decide:

dichiara l’inammissibilità del ricorso in epigrafe.

Spese compensate.

Manda alla Segreteria per gli adempimenti di competenza.

Si dà atto che il presente dispositivo viene letto in pubblica udienza dal Segretario di udienza ai sensi dell’art. 23 del r.d. 1038 del 1933.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio del 17 settembre 2014 […]

 

Precedente Rendiconti gruppi consiliari senza contratti di lavoro, spese regolari Successivo Indennità integrativa speciale, conglobamento nella pensione