Destinatari ordinanza di demolizione, Consiglio di Stato sentenza n. 5867 13 dicembre 2017: l’erronea individuazione del proprietario catastale dell’area di sedime del manufatto abusivo, destinatario dell’ordinanza di demolizione, non è ascrivibile tra i vizi formali del provvedimento, ma si traduce nell’impossibilità di concreta attuazione della sanzione stessa

Destinatari ordinanza di demolizione, Consiglio di Stato sentenza n. 5867 13 dicembre 2017:

Lungi dall’ascriversi a vizi formali, l’erronea individuazione del proprietario catastale dell’area di sedime del manufatto abusivo, destinatario dell’ordinanza di demolizione, si traduce nell’impossibilità di concreta attuazione della sanzione stessa, posto che, se il responsabile non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi nel termine di 90 giorni l’area di sedime, unitamente al bene, sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio del Comune.

Acquisizione che non può avvenire in danno di chi proprietario non è; o, all’inverso, di chi sia l’effettivo proprietario non affatto individuato nell’ordinanza di demolizione.

“(in termini, sulla necessità dell’individuazione del proprietario catastale quale soggetto legittimato passivo dell’ordinanza di demolizione, Cons. Stato, sez. V, 31 marzo 2010 n. 1878)”

Una misura sanzionatoria come quella dell’acquisizione, avente un’immanente funzione di prevenzione sociale e di coazione all’esecuzione spontanea della demolizione, non può operare, neppure con effetti parziali, nei confronti del proprietario estraneo all’abuso, che in quanto tale non è in grado di assolvere alla funzione che ne giustifica l’applicazione.

 

Qualora la sanzione della riduzione in pristino non possa essere eseguita per il pericolo di danno alla parte della costruzione non abusiva, deve trovare applicazione, ai sensi dell’art. 33 d.P.R. 380/2001, la sanzione pecuniaria.

…Nonostante l’accertata non abusività della parte più consistente delle opere, il Comune ha nondimeno pretermesso la valutazione sulla reale fattibilità pratica e giuridica della demolizione.

Ad analoga conclusione deve giungersi con riguardo alla impugnazione dell’ordine di demolizione della tettoia.

Che per caratteristiche morfologiche di realizzazione e destinazione funzionale – in quanto struttura in ferro aperta sui lati, ricoperta da onduline, meramente strumentale all’opificio, di dimensioni adeguate ad assolvere le finalità produttive, senza incremento del carico urbanistico – è riconducibile alla nozione di pertinenza urbanistica, ordinariamente sottratta al regime del titolo edilizio concessorio (cfr., Cons. Stato, sez. VI, 4 gennaio 2016 n. 19)….

In materia di destinatari ordinanza di demolizione e simili, vedi anche:

Sospensione efficacia ordinanza di demolizione

Inottemperanza ordinanza di demolizione

Il provvedimento di accertamento dell’inottemperanza all’ordinanza di demolizione e quello di acquisizione gratuita al patrimonio comunale delle opere abusive NON sono autonomamente impugnabili

 

Consiglio di Stato sentenza n. 5867 13 dicembre 2017

L’oggetto del giudizio

“per la riforma

della sentenza del T.A.R. CALABRIA – SEZ. STACCATA DI REGGIO CALABRIA n. 319/2016, resa tra le parti, concernente demolizione opere edilizie abusivamente realizzate”

Il fatto e le contestazioni

“È appellata la sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Calabria, sezione staccata di Reggio Calabria, di reiezione del ricorso collettivamente e cumulativamente proposto dai sig.ri  Omissis e  Omissis avverso le ordinanze di demolizione (n. 35 del 7 ottobre 2014 e n. 36 del 7 ottobre 2014) emesse dal comune di Melito di Porto Salvo ed aventi ad oggetto l’ edificio di loro proprietà in quanto realizzato “parzialmente in assenza di titolo edilizio”.

2. A fondamento del ricorso di prime cure, i ricorrenti lamentavano che il Comune, oltre a non istruttorie sufficientemente il procedimento, non avrebbe tenuto conto dell’assorbente circostanza che l’edificio è stato realizzato in epoca antecedente al 1967 ed al di fuori del perimetro urbano.

3. Per interventi edilizi, deducevano i ricorrenti, suscettibili di sanatoria, non assoggettabili alla misura ripristinatoria, consistenti – quanto all’ordinanza n.36/2014 – in incrementi e superfetazioni volumetriche (su parti d’immobile catastalmente individuati nei subalterni 3, 4, 5 e10) dell’edificio ricadente nella particella 63, foglio 37, e – quanto all’ordinanza n. 35/2014 – nella realizzazione di una tettoia abusiva.

Tettoia che, sebbene realizzata nel 2011, costituirebbe mera pertinenza dell’immobile principale non affatto subordinata al rilascio del titolo edilizio.

4. Costituitosi in giudizio il comune di Melito di Porto Salvo, il T.A.R. ha respinto il ricorso.

4.1 Pur rilevando dalle tavole allegate alla delibera di perimetrazione del centro urbano l’esistenza del fabbricato di cui è causa di forma trapezoidale insistente sulla particella n. 63 del foglio 37, il giudici di prime cure hanno ritenuto che la struttura del fabbricato “risulta parzialmente difforme da quella attuale, e, con essa, gli ampliamenti della struttura originaria del fabbricato realizzati successivamente all’anno 1967” in assenza dei titoli edilizi previsti dalla legge.

4.2 Le planimetrie allegate alla delibera comunale di perimetrazione del territorio urbano raffrontate ai rilievi aerofotogrammetrici effettuati successivamente all’anno 1968, attesterebbero secondo il T.A.R., la difformità tra l’originaria consistenza dell’edificio intestato al dante causa dei signori Omissis e quello attuale.

4.3 Quanto alla tettoia, la reiezione del ricorso è motivata evocando il peculiare regime giuridico delle pertinenze urbanistiche, operante secondo principi diversi da quelli che disciplinano la circolazione dei beni secondo le regole del codice civile: in ragioni delle sue dimensioni, la copertura dell’immobile principale avrebbe potuto essere legittimamente realizzata solo in forza di titolo edilizio.

5. Appellano la sentenza i sig.ri  Omissis e  Omissis. Resite il comune di Melito di Porto Salvo.

6. Alla pubblica udienza del 16.11.2017 la causa, su richiesta delle parti, è stata trattenuta in decisione.

7. In limine lo scrutinio – prima ancora che del contenuto giuridico – formale e letterale dell’atto d’appello, in ragione dell’esposizione delle questioni in un atto di oltre 36 pagine redatto a caratteri ridotti ed articolato in 15 motivi di appello, palesa la parziale violazione dei doveri di sinteticità e chiarezza cui è informato, ai sensi dell’art. 3, comma 2, c.p.a. il processo amministrativo.

I motivi d’appello, a loro volta, seppure censurano i capi di sentenza, riproducono tal quali i motivi d’impugnazione già dedotti in prime cure.

La deduzione delle censure ob relationem, sotto la veste formale d’impugnazione della sentenza, in realtà non è in linea con il principio di specificità dei motivi di censura espressamente previsto dagli artt. 40, comma 2 e 101, comma 1, del codice del processo amministrativo.

Tuttavia nella comparazione assiologica dei principi processuali richiamati con il diritto ad una pronuncia che definisca nel merito le questioni comunque dedotte, va data prevalenza a quest’ultimo sul rilievo che solo dopo la redazione dell’atto d’appello i principi di sinteticità e chiarezza hanno acquisito precettività processuale sì da prescrivere in caso di loro violazione la pronuncia di rito d’inammissibilità (cfr., da ultimo, Cass., sez. un., 17 gennaio 2017 n. 964).

8. Nondimeno, per restituire un minimo d’organicità giuridica all’appello, i motivi d’appello vanno scrutinati per gruppi omogenei di censure proposte avverso altrettanti capi di sentenza.

8.1 Con il primo ordine di motivi, gli appellanti censurano l’erronea individuazione dei soggetti e dell’oggetto delle ordinanze, quali elementi di fatto da cui inferire il difetto d’istruttoria dei procedimenti sanzionatori prodromici all’adozione delle ordinanza impugnate.

In particolare il sig. Omissis, destinatario, in quanto (ritenuto) proprietario catastale delle particelle oggetto degli interventi edilizi, dell’ordinanza n. 36/2015 di demolizione non ne sarebbe affatto proprietario.

In aggiunta l’ordinanza n.35/214, avente ad oggetto la tettoia farebbe riferimento ad una particella, quale area di sedime, diversa da quella effettiva: errore in cui sarebbe caduto anche il T.A.R.

8.2 Sulla medesima falsariga, le carenze istruttorie sarebbero asseverate altresì dal fatto che gli stessi ricorrenti, tramite il proprio tecnico di fiducia, con riguardo alla realizzazione della recinzione e della tettoia asservita, hanno rintracciato copia degli elaborati progettuali, copia della relazione tecnica d’accompagnamento della richiesta e copia dell’autorizzazione rilasciata dal sindaco del Comune il 23.05.1988 (cfr., atti depositati nel fascicolo di parte in appello).

Atti di cui il Comune ha perso le tracce, da cui emergerebbe la regolarità urbanistica ed edilizia di parti di opere ritenute invece abusive.

8.3 Con il secondo ordine dei motivi d’appello, si lamenta che i giudici di prime cure non avrebbero tratto le conseguenze giuridiche scaturenti dall’accertamento di fatto che l’intero compendio immobiliare – in origine opificio produttivo – è allogato al di fuori della perimetrazione urbana e preesisteva fin da epoca anteriore il 1967, e quindi non subordinato a titolo edilizio.

All’affermazione contenuta in sentenza – “dall’esame delle tavole allegate alla delibera di perimetrazione del centro urbano effettivamente risulta l’esistenza di un fabbricato di forma trapezoidale insistente sulla particella n. 63del foglio 37” – non avrebbe fatto riscontro l’esame dell’intera produzione documentale depositata in giudizio dai ricorrenti appellanti, fra cui la perizia del tecnico di parte, sulla data di effettiva realizzazione degli interventi, ante 1967, nonché l’avvenuto rilascio dell’autorizzazione sanitaria e dell’agibilità dell’edificio.

8.4 Infine con il residuo ordine di motivi d’appello, si censura il capo di sentenza che, sebbene abbia riconosciuto la preesistenza di parte delle costruzioni non necessitanti di titolo edilizio abilitativo, e la successiva realizzazione di ampliamenti non autorizzati, ha ritenuto comunque legittime le ordinanza di demolizione disposte per l’intero corpo di fabbrica, senza distinzione alcuna.

Error in judicandi che, secondo gli appellanti, avrebbe compromesso lo scrutinio sul motivo d’impugnazione rivendicante l’applicabilità della sanzione pecuniaria in luogo di quella ripristinatoria.

9. L’appello è fondato.”

Precedente Art 33 dpr 380 01 – Testo del disposto normativo aggiornato e giurisprudenza rilevante – Articolo 33 Testo Unico edilizia Successivo Sanatoria processuale atti amministrativi, Consiglio di Stato sentenza n. 5892 13 dicembre 2017 su divieto di motivazione postuma di atto amministrativo viziato: le considerazioni addotte dall'amministrazione nel corso del processo amministrativo a sostegno della legittimità dell'atto impugnato, non possono essere prese in considerazione dal giudicante