Detenzione armi e munizioni, art. 39 Tulps: quando si ha abuso?

In materia di detenzione armi e munizioni si è recentemente pronunciato il Consiglio di Stato con sentenza n. 4197 11 ottobre 2016.

L’abuso di cui all’art. 39 Tulps sussiste non solo in presenza di condotte dolose, ma anche in presenza di condotte colpose e comunque conseguenti a superficialità o dimenticanza.

 

In relazione all’esercizio dei relativi poteri discrezionali, l’art. 39 TULPS, R.D. n. 773 del 1931, attribuisce alla Prefettura il potere di vietare la detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti a chi chieda il rilascio di una autorizzazione di polizia o ne sia titolare, quando sia riscontrabile una capacità «di abusarne», mentre l’art. 43 consente alla competente autorità – in sede di rilascio o di ritiro dei titoli abilitativi – di valutare non solo tale capacità di abuso, ma anche – in alternativa – l’assenza di una buona condotta, per la commissione di fatti, pure se estranei alla gestione delle armi, munizioni e materie esplodenti, ma che comunque non rendano meritevoli di ottenere o di mantenere la licenza di polizia (non occorrendo al riguardo un giudizio di pericolosità sociale dell’interessato).

 

… Per comodità di lettura, va riportato il contenuto degli articoli 11, 39 e 43 del Tulps, R.D. n. 773 del 1931.

L’art. 11 dispone che «Salve le condizioni particolari stabilite dalla legge nei singoli casi, le autorizzazioni di polizia debbono essere negate:

1) a chi ha riportato una condanna a pena restrittiva della libertà personale superiore a tre anni per delitto non colposo e non ha ottenuto la riabilitazione;

2) a chi è sottoposto all’ammonizione o a misura di sicurezza personale o è stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza.

Le autorizzazioni di polizia possono essere negate a chi ha riportato condanna per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico, ovvero per delitti contro le persone commessi con violenza, o per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, o per violenza o resistenza all’autorità, e a chi non può provare la sua buona condotta.

Le autorizzazioni devono essere revocate quando nella persona autorizzata vengono a mancare, in tutto o in parte, le condizioni alle quali sono subordinate, e possono essere revocate quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego della autorizzazione».

L’art. 39 dispone che «Il Prefetto ha facoltà di vietare la detenzione delle armi, munizioni e materie esplodenti, denunciate ai termini dell’articolo precedente, alle persone ritenute capaci di abusarne».

L’art. 43 dispone che «oltre a quanto è stabilito dall’art. 11 non può essere conceduta la licenza di portare armi:

a) a chi ha riportato condanna alla reclusione per delitti non colposi contro le persone commessi con violenza, ovvero per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione;

b) a chi ha riportato condanna a pena restrittiva della libertà personale per violenza o resistenza all’autorità o per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico;

c) a chi ha riportato condanna per diserzione in tempo di guerra, anche se amnistiato, o per porto abusivo di armi.

La licenza può essere ricusata ai condannati per delitto diverso da quelli sopra menzionati e a chi non può provare la sua buona condotta o non dà affidamento di non abusare delle armi».

Da tale quadro normativo, emerge che il legislatore ha individuato i casi in cui l’Autorità amministrativa è titolare di poteri strettamente vincolati (ai sensi dell’art. 11, primo comma e terzo comma, prima parte, e dell’art. 43, primo comma, che impongono il divieto di rilascio di autorizzazioni di polizia ovvero il loro ritiro) e quelli in cui, invece, è titolare di poteri discrezionali (ai sensi dell’art. 11, secondo comma e terzo comma, seconda parte, e dell’art. 39 e 43, secondo comma)….

 

Consiglio di Stato sentenza n. 4197 11 ottobre 2016

[…]

per la riforma

della sentenza del T.A.R. per il Veneto, Sez. III, n. 1486/2014, resa tra le parti, concernente un divieto di detenzione di armi e munizioni;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

1. Con l’atto n. 9321/13 del 13 agosto 2014, il Prefetto della Provincia di Vicenza ha disposto nei confronti dell’appellante – in applicazione dell’art. 39 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza R.D. n. 773 del 1931 – il divieto di detenere armi e munizioni.

Con il successivo atto del 20 agosto 2014, il Questore della Provincia di Vicenza ha revocato la licenza del porto di fucile da caccia, in precedenza rilasciata.

A fondamento degli atti, il Prefetto ed il Questore hanno rilevato che in data 16 ottobre 2013 l’interessato – per effettuare una battuta di caccia – ha lasciato all’interno della propria autovettura un fucile semiautomatico, rubato da sconosciuti e, da tali circostanze, sono giunti ad un giudizio di inaffidabilità.

2. Col ricorso di primo grado n. 1353 del 2014 (proposto al TAR per il Veneto), l’appellante ha impugnato tali provvedimenti, lamentandone l’illegittimità per violazione di legge ed eccesso di potere.

3. Il TAR, con la sentenza n. 1486 del 2014, ha respinto il ricorso ed ha compensato le spese del giudizio, rilevando che con un decreto penale non opposto – in relazione ai medesimi fatti – l’interessato è stato condannato per la violazione dell’art. 10 della legge n. 110 del 1975.

4. Con l’appello in esame, l’interessato ha chiesto che, in riforma della sentenza del TAR, il ricorso di primo grado sia accolto.

Il Ministero dell’Interno si è costituito in giudizio ed ha chiesto che l’appello sia respinto, richiamando i principi affermati dalla giurisprudenza in ordine all’ambito di applicazione degli articoli 39 e 43 del Tulps R.D. n. 773 del 1931 e deducendo che la Prefettura di Vicenza ha ragionevolmente emesso il divieto di detenere armi e munizioni.

All’udienza del 29 settembre 2016, la causa è stata trattenuta per la decisione.

5. Ritiene la Sezione che l’appello sia infondato e vada respinto.

5.1. Per comodità di lettura, va riportato il contenuto degli articoli 11, 39 e 43 del Tulps, R.D. n. 773 del 1931.

L’art. 11 dispone che «Salve le condizioni particolari stabilite dalla legge nei singoli casi, le autorizzazioni di polizia debbono essere negate:

1) a chi ha riportato una condanna a pena restrittiva della libertà personale superiore a tre anni per delitto non colposo e non ha ottenuto la riabilitazione;

2) a chi è sottoposto all’ammonizione o a misura di sicurezza personale o è stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza.

Le autorizzazioni di polizia possono essere negate a chi ha riportato condanna per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico, ovvero per delitti contro le persone commessi con violenza, o per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, o per violenza o resistenza all’autorità, e a chi non può provare la sua buona condotta.

Le autorizzazioni devono essere revocate quando nella persona autorizzata vengono a mancare, in tutto o in parte, le condizioni alle quali sono subordinate, e possono essere revocate quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego della autorizzazione».

L’art. 39 dispone che «Il Prefetto ha facoltà di vietare la detenzione delle armi, munizioni e materie esplodenti, denunciate ai termini dell’articolo precedente, alle persone ritenute capaci di abusarne».

L’art. 43 dispone che «oltre a quanto è stabilito dall’art. 11 non può essere conceduta la licenza di portare armi:

a) a chi ha riportato condanna alla reclusione per delitti non colposi contro le persone commessi con violenza, ovvero per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione;

b) a chi ha riportato condanna a pena restrittiva della libertà personale per violenza o resistenza all’autorità o per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico;

c) a chi ha riportato condanna per diserzione in tempo di guerra, anche se amnistiato, o per porto abusivo di armi.

La licenza può essere ricusata ai condannati per delitto diverso da quelli sopra menzionati e a chi non può provare la sua buona condotta o non dà affidamento di non abusare delle armi».

Da tale quadro normativo, emerge che il legislatore ha individuato i casi in cui l’Autorità amministrativa è titolare di poteri strettamente vincolati (ai sensi dell’art. 11, primo comma e terzo comma, prima parte, e dell’art. 43, primo comma, che impongono il divieto di rilascio di autorizzazioni di polizia ovvero il loro ritiro) e quelli in cui, invece, è titolare di poteri discrezionali (ai sensi dell’art. 11, secondo comma e terzo comma, seconda parte, e dell’art. 39 e 43, secondo comma).

In relazione all’esercizio dei relativi poteri discrezionali, l’art. 39 Tulps, R.D. n. 773 del 1931 attribuisce alla Prefettura il potere di vietare la detenzione di armi, munizioni e materie esplodenti a chi chieda il rilascio di una autorizzazione di polizia o ne sia titolare, quando sia riscontrabile una capacità «di abusarne», mentre l’art. 43 consente alla competente autorità – in sede di rilascio o di ritiro dei titoli abilitativi – di valutare non solo tale capacità di abuso, ma anche – in alternativa – l’assenza di una buona condotta, per la commissione di fatti, pure se estranei alla gestione delle armi, munizioni e materie esplodenti, ma che comunque non rendano meritevoli di ottenere o di mantenere la licenza di polizia (non occorrendo al riguardo un giudizio di pericolosità sociale dell’interessato: Cons. Stato, Sez. III, 1° agosto 2014, n. 4121; Sez. III, 12 giugno 2014, n. 2987).

5.2. Nella specie, la Prefettura di Vicenza ha disposto il divieto di detenere armi e munizioni in applicazione dell’art. 39 Tulps e, dunque, esercitando un potere discrezionale, ritenendo che l’appellato vada ritenuto capace di abusare della detenzione di armi e munizioni.

La Sezione ritiene che, in considerazione delle circostanze emerse nel corso del procedimento amministrativo, il provvedimento della Prefettura impugnato in primo grado non sia affetto dai vizi dedotti dall’appellante.

E’ incontroverso che egli – nel recarsi ad una battuta di caccia – abbia lasciato all’interno della propria autovettura il fucile semiautomatico (che è stato rubato in quel contesto).

Una tale condotta evidenzia che l’interessato ha agito quanto meno con superficialità e assenza di diligenza: poiché l’abuso sussiste non solo in presenza di condotte dolose, ma anche in presenza di condotte colpose e comunque conseguenti a superficialità o dimenticanza (in tal senso, Cons. Stato, Sez. III, 7 marzo 2016, n. 722; Sez. I, 10 giugno 1977, n. 1538/76; Sez. I, 27 maggio 1977, n. 739/76), risulta con evidenza del tutto ragionevole la valutazione del Prefetto di considerare l’appellante come soggetto da ritenere capace di abusare della autorizzazione di polizia.

Non sussiste il dedotto vizio di eccesso di potere sotto il profilo della violazione del principio di proporzionalità, poiché l’Autorità amministrativa ha ben potuto tenere conto non solo della superficialità in sé del comportamento sopra evidenziato, ma anche delle conseguenze che questo ha prodotto (la circolazione incontrollata del fucile lasciato incustodito).

Neppure sussiste il lamentato difetto di motivazione, poiché il provvedimento impugnato del Prefetto e quello del Questore che ne ha dato applicazione hanno ragionevolmente attribuito rilievo ai fatti accaduti, non occorrendo ulteriori accertamenti sulla personalità dell’interessato, la cui precedente affidabilità non è stata posta in discussione.

6. Per le ragioni che precedono, l’appello va respinto, perché infondato.

La condanna al pagamento delle spese e degli onorari del secondo grado del giudizio segue la soccombenza. Di essa è fatta liquidazione nel dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) respinge l’appello n. 5587 del 2015.

Condanna l’appellante al pagamento di euro 1.000 (mille) in favore del Ministero dell’Interno, per spese ed onorari del secondo grado del giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, presso la sede del Consiglio di Stato, Palazzo Spada, nella camera di consiglio del giorno 29 settembre 2016 […]

 

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