Detenzione stupefacenti dopo Corte costituzionale 32 2014,

La Quarta Sezione Penale ha rimesso alle Sezioni Unite la questione in ordine alla perdurante rilevanza penale delle condotte di detenzione illecita di stupefacenti commesse in epoca antecedente all’entrata in vigore del d.l. 20 marzo 2014, n. 36, conv. con mod. dalla legge 16 maggio 2014, n. 79, aventi ad oggetto sostanze droganti inserite per la prima volta nelle tabelle introdotte con il d.l. 30 dicembre 2005, n. 272, conv. con mod. dalla legge 21 febbraio 2006 n. 49, risultate caducate per effetto della pronuncia della Corte costituzionale n. 32 del 2014. (Fattispecie in tema di detenzione illecita di nandrolone).

Vedi anche:

Cassazione Penale Sezioni Unite n. 29316 9 luglio 2015

 

 

Cassazione Penale Ordinanza n. 50055  1 dicembre 2014

 

[…]

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con i motivi nuovi – ritualmente e tempestivamente presentati – il ricorrente pone la questione della rilevanza penale, o meno, di tutti i fatti concernenti sostanze introdotte per la prima volta nelle tabelle allegate al d.P.R. n. 309/90 dal 27 febbraio 2006 e commessi entro la data (21 marzo 2014) dell’entrata in vigore del decreto legge n. 36 del 20 marzo 2014.

2.   La Corte costituzionale ha chiaramente affermato, nella parte motiva della sentenza n. 32/2014, l’avvenuta reviviscenza (tra l’altro) dell’art. 73 del testo unico n. 309/90 e delle relative tabelle, “in quanto mai validamente abrogati, nella formulazione precedente le modifiche apportate con le disposizioni impugnate”.

Per espressa indicazione della Consulta, hanno dunque ripreso vigore sia le norme incriminatrici contenute nell’originario art. 73 citato (e connotate dall’assai diversa entità della risposta sanzionatoria stabilita nei commi primo e quarto, a seconda che l’oggetto della condotta sia costituito, rispettivamente, da “droghe pesanti” ovvero da “droghe leggere”), sia le sei tabelle vigenti prima dell’entrata in vigore della legge cd. “Fini-Giovanardi” (nelle tabelle I e III, richiamate dal comma primo dell’art. 73, erano incluse le sostanze ritenute in grado di produrre effetti sul sistema nervoso centrale e di determinare dipendenza psico-fisica nell’assuntore; nelle tabelle II e IV, richiamate dal comma quarto dell’art. 73, erano elencate le sostanze connotate da un grado inferiore di dipendenza nonché i prodotti di corrente impiego terapeutico contenenti sostanze classificate nelle tabelle I e III, e perciò idonee a creare problemi di dipendenza; nelle tabelle V e VI, erano invece inseriti preparati e prodotti medicinali che, pur contenendo sostanze ad effetto stupefacente, erano sottoposti a disciplina e controlli meno rigorosi).

3.   Il Governo, prendendo atto delle conseguenze del l’intervento della Corte Costituzionale, è intervenuto, come sopra accennato, con il decreto-legge n. 36 del 20 marzo 2014 (in Gazzetta Ufficiale – serie generale – n. 67 del 21 marzo 2014) reintroducendo quattro tabelle, e ridistribuendo tra esse le sostanze che, sulla base della legge n. 49 del 2006, erano raggruppate nelle due tabelle caducate dalla sentenza della Corte costituzionale, “in modo che per ciascuna sostanza venga fatto salvo il regime sanzionatorio di cui alle disposizioni originarie del testo unico, ripristinate dalla più volte richiamata sentenza” (così testualmente a pag. 5 della Relazione di accompagnamento al disegno di legge di conversione). Tale risultato è stato raggiunto sia attraverso le opportune modifiche alle disposizioni contenute negli articoli 13 e 14 del testo unico concernenti, rispettivamente, il numero delle tabelle e la loro formale allegazione al testo unico, nonché i criteri di inclusione delle sostanze all’interno delle tabelle medesime, sia attraverso la predisposizione delle nuove tabelle e la loro formale allegazione al testo unico (esattamente come era avvenuto con le due tabelle introdotte dalla legge n. 49 del 2006 (legge “Fini-Giovanardi”).

3.1. Le quattro tabelle vigenti prima della legge “Fini-Giovanardi”, e tornate in vigore dopo la sentenza de qua, contenevano sia le sostanze inserite sin dall’entrata in vigore del testo unico, sia quelle che erano state man mano incluse attraverso i procedimenti di revisione ed aggiornamento di cui agli artt. 2 e 13 del testo unico, adottati fino al 27 febbraio 2006 (data di entrata in vigore delle norme di cui alla legge n. 49 del 2006 poi dichiarate incostituzionali). Le tabelle in questione non contenevano (né avrebbero potuto contenere) le numerosissime sostanze che, dopo l’entrata in vigore della legge “Fini-Giovanardi”, erano state inserite nella tabella I in forza dei ventidue provvedimenti di aggiornamento adottati fino al 5 marzo 2014, data di pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale. Donde la necessità avvertita dal Governo di ripristinare l’inclusione, tra le sostanze sottoposte al controllo del Ministero della salute, con il connesso regime giuridico, di circa 500 sostanze tabellarmente classificate a decorrere dal 27 febbraio 2006 – ivi compreso il nandrolone, che nella specie rileva – coinvolte dalla caducazione operata dalla sentenza della Corte costituzionale.

Dal susseguirsi degli eventi quali sopra sinteticamente ricordati, scaturiscono all’evidenza delicate implicazioni in ordine alla rilevanza penale delle condotte, poste in essere prima dell’entrata in vigore del decreto legge n. 36/2014, aventi ad oggetto le 500 sostanze classificate a decorrere dal 27 febbraio 2006: e ciò, alla luce del pacifico principio enunciato nella giurisprudenza di questa Corte, più volte ribadito, secondo cui “non trova applicazione la normativa in materia di stupefacenti ove le condotte abbiano ad oggetto sostanze droganti non incluse nel catalogo di legge, perché la nozione di sostanza stupefacente ha natura legale, nel senso che sono soggette alla normativa che ne vieta la circolazione solo le sostanze indicate nelle tabelle allegate al T.U. sugli stupefacenti” (in termini, Sez. IV, 14 aprile 2011, n. 27771, Rv. 250693; in senso conforme, “ex plurimis”: Sez. III, 13 gennaio 2011, n. 7974, Ndreu e altri; Sez. IV, 18 aprile 2005, n. 20907, Hassan; Sez. VI, 23 giugno 2003, n. 34072, Hassan Osman).

4. Sulla problematica così emersa – vale a dire la permanente rilevanza penale, o meno, di condotte poste in essere dall’entrata in vigore della legge n. 49/2006 e fino all’entrata in vigore del decreto legge n. 36 del 2014, aventi ad oggetto sostanze introdotte per la prima volta nelle tabelle dal 27 febbraio 2006 – non si registrano ancora interventi di questa Corte. Per quanto risulta allo stato, esiste un precedente (Quarta Sez., n. 19297/14, cc. 2 aprile 2014 – dep. 9 maggio 2014 – ric. De Lellis) – relativo alla sostanza nandrolone, per fatto commesso prima della sentenza n. 32/2014 della Corte Costituzionale – che tuttavia non fornisce utili elementi in relazione alla   questione  qui in esame, trattandosi di decisione di un ricorso avverso provvedimento        cautelare reale emesso non solo per la violazione dell’art. 73 del d.P.R. n. 309/90, ma  anche per il reato di cui all’art. 9 della Legge n. 376/2000 che, dunque, ex se era sufficiente a legittimare la misura cautelare: peraltro, nella circostanza non era stata sollevata la quaestio iuris all’esame di questo Collegio.

La questione è stata affrontata da alcune Procure della Repubblica – con soluzioni difformi – ed è stata oggetto di interventi di esponenti della dottrina, che hanno espresso opinioni non concordi, di cui appresso si dirà.

4.1.   La tesi dell’abolitio criminis è stata sostenuta dal Procuratore della Repubblica di Busto Arsizio nella richiesta di revoca formulata in data 7 aprile 2014, ai sensi dell’art. 673 cod. proc. pen., in relazione ad una sentenza di patteggiamento emessa per il delitto di illecita importazione di Catha Edulis essiccata.

Tale impostazione risulta condivisa da un esponente della dottrina secondo il quale “la sentenza della Corte Costituzionale ha prodotto, irrimediabilmente, una serie di abolitiones criminis rispetto a tutti i fatti concernenti sostanze introdotte per la prima volta nelle tabelle dal 2006. Con tutti i conseguenti effetti sui processi in corso, nonché sulle sentenze già passate in giudicato, che andrebbero revocate in forza dell’applicazione dell’art. 673 c.p.p. Ad avviso dell’Autore, l’avvenuto reinserimento delle 500 sostanze nelle quattro tabelle avrebbe assicurato rilevanza penale solo alle condotte poste in essere successivamente all’entrata in vigore del decreto legge n. 36 del 20 marzo 2014, “ma certo non potrà produrre effetto retroattivo rispetto alle condotte compiute sino al 20 marzo 2014, a ciò ostando il principio costituzionale di irretroattività della legge penale di cui all’art. 25 co. 2 Cost. Decisivo è, infatti, che tali condotte siano state compiute in un’epoca nella quale le sostanze cui si riferivano non erano ancora state validamente inserite nelle tabelle previste dal t.u.: e tanto basta per escluderne in radice la rilevanza penale”. Proseguendo secondo la linea interpretativa così privilegiata, l’Autore continua precisando che nessuna rilevanza potrebbe attribuirsi al fatto che l’art. 2 del decreto legge, nell’originaria formulazione, si era proposto di garantire la continuità degli effetti degli atti amministrativi adottati prima della sentenza della Corte costituzionale (prevedendosi che tali atti, dall’entrata in vigore del decreto legge, “continuano” a produrre effetti); anzi, l’intento sarebbe stato proprio quello di voler sottolineare – tenuto conto della formulazione della legge di conversione (la quale ha modificato l’art. 2 sostituendo il verbo “continuano” con “riprendono”) – che proprio l’intervento sull’art. 2 ha avuto la funzione di “fugare in radice il dubbio che il legislatore intendesse introdurre una disciplina con efficacia retroattiva, volta ad evitare l’effetto di frattura della continuità normativa prodottasi nella rilevanza penale delle sostanze introdotte per la prima volta nelle tabelle dalla stessa legge n. 49/2006 ovvero dagli atti amministrativi emanati sulla base della normativa modificata, appunto, nel 2006”. Come evidenziato anche dal ricorrente, fu il Comitato per la Legislazione, con il parere formulato ai fini della conversione in legge del decreto, a suggerire di sostituire al verbo “continuano” il verbo “riprendono”, richiamando il principio della irretroattività della legge penale (art. 25, secondo comma, della Costituzione), e rilevando che l’espressione “continuano” avrebbe potuto indurre a pensare che l’intento fosse quello di salvaguardare anche il periodo antecedente: sia quello compreso tra l’acquisto di efficacia della sentenza della Corte Costituzionale (6 marzo 2014) e l’entrata in vigore del decreto legge n. 36 del 20 marzo 2014), sia quello intercorso tra la data di efficacia di ciascun atto amministrativo e l’entrata in vigore del detto decreto-legge.

4.2.          Viceversa, la Procura della Repubblica di Lanciano ha optato per una prospettiva ermeneutica del tutto diversa muovendo dall’invito, rivolto al giudice dalla Corte costituzionale, ad individuare “quali norme, successive a quelle impugnate, non siano più applicabili perché divenute prive del loro oggetto (in quanto rinviano a disposizioni caducate) e quali, invece, devono continuare ad avere applicazione in quanto non presuppongono la vigenza degli artt. 4 bis e 4 vicies ter”. È stata quindi sostenuta, su tali presupposti, la possibilità di far salva la classificazione delle “nuove” sostanze, avvenuta durante la vigenza della legge “Fini- Giovanardi” attraverso decreti emanati all’esito di un procedimento, quale quello previsto dagli artt. 2 e 13 del testo unico delle leggi in materia di stupefacenti e sostanze psicotrope, che risultava non modificato sostanzialmente da detta legge: secondo tale impostazione, gli evocati decreti ministeriali di aggiornamento non presupporrebbero necessariamente la vigenza degli artt. 4 bis e 4 vicies ter, nel senso che una parziale modifica del procedimento, come quella introdotta dalla legge “Fini-Giovanardi”, non dovrebbe considerarsi idonea a far perdere validità ai decreti stessi, anche in considerazione del fatto che i criteri di classificazione di cui all’art. 14, novellato dall’art. 4 vicies ter, erano sostanzialmente coincidenti con quelli fissati nel testo previgente: in una evidente ottica di favor rei, si è proposto di ritenere che tali “nuove” sostanze siano classificabili tra le “droghe leggere”.

4.2.1. Un esponente della dottrina ha tuttavia obiettato che una siffatta impostazione privilegerebbe “approcci sostanzialistici” laddove la Consulta sembra invece aver privilegiato un criterio orientativo decisamente formale, per l’individuazione delle conseguenze derivanti in concreto dalla declaratoria di illegittimità costituzionale per il vizio procedurale riscontrato: dunque, secondo tale opinione, dalla “detabellizzazione” delle sostanze di ultima generazione, determinata dalla sentenza della Corte costituzionale, dovrebbe conseguire una vera e propria abolitio criminis.

4.3.   Rispetto alle opinioni della dottrina fin qui illustrate, si pone su diversa posizione altro Autore il quale, per contrastare la tesi interpretativa dell’abolitio criminis, valorizza la originaria formulazione dell’art. 2 del decreto legge n. 36 del 2014 (in cui si prevedeva, come accennato, che, dall’entrata in vigore del decreto legge, gli atti amministrativi adottati prima della sentenza della Consulta “continuano” a produrre effetti).

Secondo tale opinione, l’art. 2 citato – per ciò che riguarda i decreti ministeriali che avevano aggiornato la tabella I nel vigore della “Fini-Giovanardi”, includendovi le 500 sostanze “nuove” – avrebbe derogato “non al principio di irretroattività e all’assoluto dovere che grava sul giudice penale di applicare le nuove incriminazioni per i fatti commessi dopo l’entrata in vigore della legge”, bensì solo “al principio della retroattività degli effetti delle sentenze di incostituzionalità di una norma penale per i processi pendenti e finanche oltre il giudicato di condanna (efficacia iperretroattiva sancita dall’art. 30, comma 4, I. n, 87 del 1953)”. La questione che dovrebbe porsi, in tale prospettiva, sarebbe quindi quella dell’ammissibilità di una “eccezione legislativa” al principio della retroattività degli effetti pro reo di una declaratoria di illegittimità costituzionale, qualora si renda necessario operare un bilanciamento con altri principi e valori di rango costituzionale. Ad avviso dell’Autore, la risposta dovrebbe essere positiva, nonostante i riferimenti costituzionali della retroattività della lex mitior non siano oggi più limitati ai soli principi “interni” (eguaglianza, ragionevolezza delle scelte legislative, proporzione tra disvalore della condotta e sanzione), essendosi aggiunto, dopo la sentenza Scoppola c. Italia della Corte di Strasburgo, anche l’art. 7 CEDU in relazione all’art. 117 Cost.

Secondo l’Autore, nonostante tale nuovo inquadramento “convenzionale”, il principio di retroattività della lex mitior non avrebbe comunque assunto le connotazioni assolute e inderogabili proprie del principio di irretroattività della legge sfavorevole: residuerebbe pertanto uno spazio per il legislatore per limitare o derogare alla retroattività della lex mitior, laddove – come nella specie – si renda necessario un bilanciamento ragionevole di interessi di rilevanza costituzionale in collisione. L’Autore sottolinea che il legislatore avrebbe inserito nell’art. 2 del decreto legge n. 36/2014 una vera e propria disposizione transitoria, ed osserva che <<l’idea che il legislatore abbia appositamente posto il menzionato art. 2 d.l. n. 36 del 2014 a garanzia della persistenza dell’efficacia degli atti amministrativi adottati sino alla sentenza della Corte costituzionale, sembra compatibile anche con il cambiamento di verbo in sede di conversione: il passaggio, cioè, da “continuano” a “riprendono” a produrre effetti i previgenti provvedimenti dell’amministrazione>>; pervenendo quindi alla conclusione nel senso che un’interpretazione che postulasse la ripresa dell’efficacia degli atti amministrativi i quali hanno inserito dal 27 febbraio 2006 al 12 febbraio 2014 (data della sentenza n. 32 della Corte Costituzionale) le nuove droghe, non avrebbe senso, avendo il legislatore con il decreto legge n. 36/2014 autonomamente e per il futuro inserito quelle sostanze cancellate dalla decisione della Corte Costituzionale.

5.   Ci si trova dunque in presenza di due diverse opzioni interpretative, a fronte delle quali – avuto riguardo alla indiscutibile rilevanza della questione stessa, per le significative conseguenze che deriverebbero seguendo l’una o l’altra delle possibili scelte ermeneutiche, e tenuto conto della mancanza allo stato di qualsiasi punto di riferimento riscontrabile nella giurisprudenza di questa Corte – il Collegio ravvisa l’opportunità di rimettere il ricorso alle Sezioni Unite penali sotto il profilo, appunto, della novità e rilevanza della questione, ed anche al fine di prevenire eventuali contrasti nell’ambito della giurisprudenza di legittimità.

6.   Un’ultima osservazione si impone per dovere di completezza espositiva.

Il primo motivo del ricorso del Omissis concerne una questione procedurale che, in quanto tale, dovrebbe essere vagliata e risolta prima di passare all’esame delle ulteriori doglianze (diverse da eccezioni in rito). Si ritiene tuttavia di dover demandare al Supremo Collegio di questa Corte anche l’esame di detta questione non potendo attribuirsi alla sua soluzione efficacia dirimente rispetto al tema controverso, posto che: a) in caso di ritenuta infondatezza dell’eccezione, si passerebbe conseguentemente alla valutazione delle altre doglianze; b) in caso di ritenuta fondatezza della eccezione, pur in presenza di una nullità, dovrebbe comunque trovare immediata applicazione – ove si propendesse per la tesi dell’abolitio criminis – la disposizione di cui al primo comma dell’art. 129 del codice di rito.

P.Q.M.

Rimette il ricorso alle Sezioni Unite.

Roma, 12 novembre 2014 […]

Precedente Idonei non vincitori, scorrimento graduatorie, diritto assunzione Successivo Pubblico impiego privatizzato, post 30 giugno 1998, giurisdizione g.o.