Dia edilizia, potere inibitorio, autotutela

Dia edilizia: trascorsi trenta giorni senza l’esercizio del potere inibitorio l’Amministrazione può solo agire in autotutela, sempre che ne ricorrano i presupposti.

Gli artt. 19, l. 7 agosto 1990, n. 241 e 23 ss., d.p.r. 6 giugno 2001, n. 380 (“Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia”) prevedono che, in presenza di d.i.a. in materia edilizia, decorsi il termine di trenta giorni dalla sua presentazione l’amministrazione può assumere determinazioni soltanto nel rispetto del condizioni prescritte per l’esercizio dei poteri di autotutela dall’art. 21- nonies, della stessa l. n. 241/1990. La denuncia di inizio attività (d.i.a.), una volta perfezionatasi, costituisce un titolo abilitativo valido ed efficace (sotto tale profilo equiparabile quoad effectum al rilascio del provvedimento espresso), che può essere rimosso, per espressa previsione legislativa, solo attraverso l’esercizio del potere di autotutela decisoria. Ne consegue l’illegittimità del provvedimento repressivo-inibitorio avente ad oggetto lavori che risultano oggetto di una d.i.a. già perfezionatasi (per effetto del decorso del tempo) e non previamente rimossa in autotutela

A fronte di interventi esattamente indicati nelle D.I.A. – presentate nel rispetto della modulistica predisposta, che evidenzia immediatamente, sin dall’intestazione, la tipologia di opere progettate – l’Amministrazione deve esercitare il potere inibitorio entro il termine di legge di trenta giorni, decorso il quale la possibilità di intervenire è subordinata al riscontro dei presupposti per l’esercizio del potere di autotutela.

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Tar Lombardia sentenza n. 2166 18 novembre 2016

[…]

per l’annullamento

dell’ordinanza di demolizione e acquisizione dell’immobile al patrimonio comunale n. 24 del 19.5.2005.

[…]

FATTO e DIRITTO

Il 12 maggio 2003 il ricorrente presentava al comune di Teglio una DIA, corredata dalla documentazione progettuale, per un intervento di recupero concernente due piccoli fabbricati fatiscenti, ubicati in zona agricola, con demolizione e ricostruzione di un unico fabbricato, mantenendo la stessa volumetria complessiva, ma traslata su diverso sedime.

Il successivo 19 maggio 2003, il Comune medesimo ritrasmetteva all’istante la DIA con i relativi elaborati progettuali, debitamente vistati, con l’espressa precisazione che i suddetti atti (compresa la DIA), “ai sensi dell’art. 2, comma 60.14 della Legge 23.12.1996, n. 662, costituiscono titolo abilitante all’esecuzione delle opere”.

Solo in data 19 gennaio 2005, dopo circa un anno e otto mesi dalla presentazione della DIA, quando l’edificio era stato ormai realizzato al rustico, il Comune emetteva ordinanza di sospensione dei lavori, comunicando, il 5 aprile successivo, l’avvio del procedimento volto all’adozione del provvedimento sanzionatorio della demolizione del fabbricato, ai sensi dell’art. 31 del d.P.R. n. 380/2001, provvedimento che veniva effettivamente adottato il 19 maggio 2005 e notificato all’istante e che costituisce l’oggetto principale della presente impugnazione.

Sia l’ordinanza di sospensione che la comunicazione dell’avvio del procedimento erano state, invece, impugnate dall’istante con ricorso straordinario, dichiarato inammissibile per carenza di concreta lesività degli atti impugnati.

La motivazione dell’ordinanza di demolizione si concreta nel palese contrasto dell’intervento con le previsioni dello strumento urbanistico vigente nel Comune alla data del maggio 2003, ed in particolare di quelle vigenti per la zona agricola, ove non risultavano ammessi interventi di nuova costruzione, ma solo di manutenzione straordinaria.

Con il presente ricorso, l’istante ha dedotto, essenzialmente, l’illegittimità del provvedimento impugnato per la carenza del requisito dell’abusività dell’intervento, atteso che, in presenza di una DIA regolarmente assentita con provvedimento comunale, il Comune avrebbe potuto accertare e dichiarare tale abusività solo in seguito all’adozione di un procedimento di autotutela, all’esito del quale avesse posto nel nulla sia la DIA che l’atto comunale di assenso.

Oltretutto, secondo l’assunto dell’istante, l’intervento non consisteva in una nuova costruzione, ma solo in una ristrutturazione straordinaria, non essendo stata alterata in alcun modo la complessiva volumetria degli edifici originari e comunque l’intervento era pienamente conforme alla legislazione regionale all’epoca vigente ed in particolare all’art. 4, comma 3, della regione Lombardia n. 22/99, nonché all’allegato A alla delibera di G.R. n. 6/38573 del 1998.

Si è costituita in giudizio l’amministrazione intimata, che ha chiesto la reiezione del ricorso per infondatezza nel merito, ritenendo, in particolare, pienamente legittimo il provvedimento impugnato, sia in relazione alle disposizioni urbanistiche vigenti nel comune di Teglio all’epoca dell’effettuazione dell’intervento, che in considerazione della normativa nazionale, in particolare dell’art. 2.60 della legge n. 662/1996, che consentiva il ricorso alla DIA solo in relazione agli interventi di recupero manutentivo.

Con ordinanza n. 2436/2005 del 29 settembre 2005 la Sezione seconda ha parzialmente accolto l’istanza cautelare avanzata dall’istante, solo riguardo al profilo concernente l’acquisizione gratuita dell’immobile al patrimonio comunale.

Successivamente le parti hanno depositato memorie a sostegno delle rispettive conclusioni.

All’udienza pubblica del 9 novembre 2016 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

Il Collegio ritiene che il ricorso sia fondato, in considerazione dell’ormai consolidato orientamento assunto sul punto dalla giurisprudenza amministrativa.

Ed invero, è stato osservato che: “Gli artt. 19, l. 7 agosto 1990, n. 241 e 23 ss., d.p.r. 6 giugno 2001, n. 380 (“Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia”) prevedono che, in presenza di d.i.a. in materia edilizia, decorsi il termine di trenta giorni dalla sua presentazione l’amministrazione può assumere determinazioni soltanto nel rispetto del condizioni prescritte per l’esercizio dei poteri di autotutela dall’art. 21- nonies, della stessa l. n. 241/1990. La denuncia di inizio attività (d.i.a.), una volta perfezionatasi, costituisce un titolo abilitativo valido ed efficace (sotto tale profilo equiparabile quoad effectum al rilascio del provvedimento espresso), che può essere rimosso, per espressa previsione legislativa, solo attraverso l’esercizio del potere di autotutela decisoria. Ne consegue l’illegittimità del provvedimento repressivo-inibitorio avente ad oggetto lavori che risultano oggetto di una d.i.a. già perfezionatasi (per effetto del decorso del tempo) e non previamente rimossa in autotutela” (Cons. Stato, sez. VI, 11 luglio 2016, n. 3044; nello stesso senso, Cons. Stato, sez. VI, 31 agosto 2016, n. 3762).

“A fronte di interventi esattamente indicati nelle D.I.A. – presentate nel rispetto della modulistica predisposta, che evidenzia immediatamente, sin dall’intestazione, la tipologia di opere progettate – l’Amministrazione deve esercitare il potere inibitorio entro il termine di legge di trenta giorni, decorso il quale la possibilità di intervenire è subordinata al riscontro dei presupposti per l’esercizio del potere di autotutela” (TAR Lombardia, sez. II, 11 luglio 2016, n. 1397).

Nella fattispecie oggetto della presente impugnazione, il Comune intimato ha emesso l’ordinanza di demolizione e acquisizione gratuita al patrimonio dell’Amministrazione comunale nonostante fosse in presenza di un intervento assentito da una denuncia di inizio attività corredata dai necessari atti progettuali ai quali era perfettamente conforme e dunque regolarmente perfezionata, anche in seguito ad espresso atto comunale.

La DIA costituiva, dunque, un titolo abilitativo valido ed efficace, sotto tale profilo equiparabile quoad effectum al rilascio del provvedimento espresso.

Ne risulta l’illegittimità del provvedimento impugnato, perché adottato senza il previo esercizio del potere di autotutela sulla DIA, potere di cui, peraltro, è dubbio sussistessero i presupposti, in considerazione del tempo trascorso dalla presentazione della stessa e dell’ormai avanzato stato di realizzazione dei lavori.

Alla luce delle suesposte considerazioni, il ricorso va accolto e, per l’effetto, va disposto l’annullamento del provvedimento impugnato.

Sussistono, tuttavia, in considerazione del complessivo sviluppo del processo, giusti motivi per disporre l’integrale compensazione tra le parti delle spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Prima)

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, dispone l’annullamento dell’atto impugnato.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Milano nella camera di consiglio del giorno 9 novembre 2016 […]

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