Dichiarazione del datore di lavoro nella procedura di emersione

Sul valore della dichiarazione del datore di lavoro rilasciata agli ufficiali di polizia giudiziaria durante gli accertamenti effettuati a seguito della presentazione dell’istanza di emersione dal lavoro irregolare da parte di un cittadino egiziano, si è recentemente pronunciato il Consiglio di Stato.

In materia di emersione dal lavoro irregolare le dichiarazioni rilasciate dal datore di lavoro agli ufficiali di polizia giudiziaria, ancorché non rese nella forma dell’interrogatorio, sono assistite da una fede privilegiata ed hanno una valenza probatoria particolarmente forte, in quanto esse, per l’immediatezza della forma orale e per l’autorevolezza del destinatario qualificato, assicurano una genuinità ben maggiore di eventuali successive dichiarazioni di parte, scritte a freddo e in funzione eventualmente difensiva, anche in sede procedimentale o in prospettiva di un eventuale contenzioso; nondimeno tale principio non implica la totale irrilevanza della documentazione probatoria allegata dalla parte a sostegno della veridicità e della decorrenza del rapporto di lavoro: il principio affermato dalla Sezione, infatti, si riferisce esclusivamente alle sole successive dichiarazioni verbali rese a confutazione di quanto in precedenza dichiarato, che potrebbero essere, talvolta, meramente “di comodo”.

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Consiglio di Stato sentenza n. 4367 19 ottobre 2016

[…]

per la riforma

della sentenza breve del T.A.R. Lombardia, Sezione staccata di Brescia, Sezione Seconda, n. 1760 del 2015, resa tra le parti, concernente il diniego di emersione dal lavoro irregolare.

[…]

1. – Con ricorso n. 2357 del 2015 proposto dinanzi al TAR per la Lombardia, Sezione staccata di Brescia, il signor Omissis, cittadino egiziano, ha impugnato il decreto della Prefettura di Brescia, Sportello Unico per l’Immigrazione, datato 1° luglio 2015, di diniego di emersione dal lavoro irregolare.

Il diniego è stato disposto perché, a seguito degli accertamenti svolti dai Carabinieri della Stazione di Brescia, sarebbe emerso che il rapporto di lavoro domestico non sarebbe stato sussistente nel periodo previsto dall’art. 5 del D.Lgs. n. 109/2012, in quanto il lavoratore avrebbe “lavorato dal mese di ottobre e precisamente dal giorno 10, fino al 10 marzo 2014”.

Secondo lo SUI tale dichiarazione farebbe fede fino a querela di falso.

Già in precedenza, con decreto del 2 aprile 2014, lo SUI aveva respinto l’istanza di emersione per irregolarità contributiva, ma detto provvedimento era stato annullato dal TAR con sentenza n. 294 del 2015.

2. – Nel giudizio di primo grado il ricorrente aveva dedotto l’erroneità della dichiarazione resa dal suo datore di lavoro, anch’esso cittadino straniero, che aveva poi rettificato quanto in precedenza dichiarato, sostenendo di essersi confuso con la data di presentazione della domanda di emersione; il ricorrente in primo grado aveva inoltre prodotto, nel relativo giudizio, i CUD relativi agli anni 2012 e 2013, la copia dei bollettini postali di versamento dei contributi, la copia delle buste paga relative al periodo nel quale aveva prestato la propria attività lavorativa presso l’abitazione del proprio connazionale.

3. – Ciò nonostante, il TAR con la sentenza impugnata aveva respinto il ricorso, dando esclusivo rilievo alla prima dichiarazione resa dal datore di lavoro alla locale Stazione dei Carabinieri, ritenendo che avesse una valenza probatoria superiore rispetto alla successiva dichiarazione di rettifica.

4. – Avverso tale sentenza il signor Omissis ha proposto appello, rilevando che erroneamente il TAR non avrebbe considerato la possibilità di un errore nella dichiarazione, resa a distanza di anni, da parte del datore di lavoro, cittadino anch’esso egiziano e dunque non padrone della lingua italiana; il primo giudice, inoltre, non avrebbe valorizzato la documentazione dimostrativa della sussistenza e della decorrenza del rapporto di lavoro prodotta in giudizio, né avrebbe attribuito rilievo alla successiva dichiarazione del datore di lavoro, resa agli stessi Carabinieri il 29 luglio 2015, attestante l’inizio dell’attività lavorativa dall’aprile 2012.

L’appellante ha quindi chiesto l’accoglimento dell’impugnativa.

5. – Alla Camera di Consiglio del 13 ottobre 2016, fissata per la trattazione della domanda cautelare, il Collegio si è riservato di definire la controversia con decisione in forma semplificata, dandone previo avviso alle parti.

6. – L’appello è fondato e va pertanto accolto.

6.1 – Sebbene la Sezione abbia affermato nella sentenza n. 3976 del 21 agosto 2015 che “le dichiarazioni rilasciate dal datore di lavoro agli ufficiali di polizia giudiziaria, ancorché non rese nella forma dell’interrogatorio, sono assistite da una fede privilegiata ed hanno una valenza probatoria particolarmente forte, in quanto esse, per l’immediatezza della forma orale e per l’autorevolezza del destinatario qualificato, assicurano una genuinità ben maggiore di eventuali successive dichiarazioni di parte, scritte a freddo e in funzione eventualmente difensiva, anche in sede procedimentale o in prospettiva di un eventuale contenzioso”, nondimeno tale principio non implica la totale irrilevanza della documentazione probatoria allegata dalla parte a sostegno della veridicità e della decorrenza del rapporto di lavoro, come invece ritenuto dal primo giudice: il principio affermato dalla Sezione, infatti, si riferisce esclusivamente alle sole successive dichiarazioni verbali rese a confutazione di quanto in precedenza dichiarato, che potrebbero essere, talvolta, meramente “di comodo”.

6.2 – Nel caso di specie, non vi è soltanto la successiva dichiarazione del datore di lavoro diretta a sconfessare quanto in precedenza affermato dinanzi ai Carabinieri, ma sono state allegate prove documentali dotate di particolare spessore, che depongono nel senso opposto a quanto dichiarato in data 9 aprile 2015.

L’appellante ha infatti prodotto in giudizio la certificazione unica dei compensi, ex CUD, relativa all’anno 2012, quella relativa all’anno 2013, le buste paga a decorrere dal maggio 2012, la copia di bollettini dell’INPS attestanti il pagamento dei contributi relativi al periodo in questione: detti documenti si sarebbero dovuti valutare unitamente alla dichiarazione resa dal datore di lavoro, secondo cui il rapporto di lavoro sarebbe iniziato nell’ottobre del 2012.

La sentenza è dunque affetta di carenza di motivazione, non avendo tenuto conto della possibilità di errore nella dichiarazione resa dal datore di lavoro in data 9 aprile 2015, alla luce della contraria documentazione prodotta in giudizio.

7. – L’appello va dunque accolto, e per l’effetto va riformata la sentenza di primo grado che ha respinto il ricorso di primo grado, con conseguente annullamento dell’atto impugnato.

8. – Le spese del doppio grado di giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) accoglie l’appello RG n. 5688 del 2016 e, per l’effetto, in riforma della sentenza del TAR Lombardia, Sezione staccata di Brescia n. 1760 del 2015, accoglie il ricorso di primo grado n. 2357 del 2015 ed annulla il provvedimento con esso impugnato.

Condanna l’Amministrazione appellata al pagamento delle spese relative al doppio grado di giudizio che liquida in complessivi € 3.000,00 (tremila/00), di cui 1.000,00 (mille/00) per il primo grado e 2.000,00 (duemila/00) per il grado di appello, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 13 ottobre 2016 […]

 

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