Diffamazione, critica politica

Cassazione penale sentenza n. 48712 24 novembre 2014

La sanzione della riparazione pecuniaria prevista nel caso di condanna per diffamazione a mezzo stampa ha natura civilistica. L’omessa pronuncia da parte del giudice sulla richiesta avanzata dalla persona offesa, comporta l’annullamento della sentenza con rinvio al giudice civile.

La sussistenza dell’esimente del diritto di critica presuppone, per sua stessa natura, la manifestazione di espressioni oggettivamente offensive della reputazione altrui, la cui offensività possa, tuttavia, trovare giustificazione nella sussistenza del diritto di critica; l’esercizio del diritto in parola consente l’utilizzo di espressioni forti ed anche suggestive al fine di rendere efficace il discorso e richiamare l’attenzione di chi ascolta.

Con riferimento specifico al diritto di critica politica il rispetto della verità del fatto assume rilievo limitato, necessariamente affievolito rispetto alla diversa incidenza sul versante del diritto di cronaca, in quanto la critica, quale espressione di opinione meramente soggettiva, ha per sua natura carattere congetturale, che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva ed asettica

Ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di diffamazione, non si richiede che sussista l’ ”animus iniurandi vel diffamandi”, essendo sufficiente il dolo generico, che può anche assumere la forma del dolo eventuale, in quanto è sufficiente che l’agente, consapevolmente, faccia uso di parole ed espressioni socialmente interpretabili come offensive, ossia adoperate in base al significato che esse vengono oggettivamente ad assumere, senza un diretto riferimento alle intenzioni dell’agente

 

[…] In una recente decisione di questa Sezione, riguardante una fattispecie non molto dissimile da quella oggetto del presente giudizio, si è rilevato che “il giudizio critico su di un avversario politico può anche essere formulato con parole che – decontestalizzate – costituirebbero meri insulti, ma che, viceversa, riferite a determinate vicende e/o situazioni, possono essere lette come sintetico giudizio negativo sull’operato del predetto avversario”, ma le espressioni offensive devono essere “pronunziate nell’ambito di una polemica politica avente attinenza con il contenuto dell’addebito denigratorio” (Sez. 5, n. 7626 del 04/11/2011 – dep. 27/02/2012, De Simone, Rv. 252160).

 

Cassazione penale sentenza n. 48712 24 novembre 2014

[…]

Considerato in diritto

1. Il ricorso dell’imputato è infondato.
In punto di diritto va premesso che la sussistenza dell’esimente del diritto di critica presuppone, per sua stessa natura, la manifestazione di espressioni oggettivamente offensive della reputazione altrui, la cui offensività possa, tuttavia, trovare giustificazione nella sussistenza del diritto di critica (Sez. 5, n. 3047 del 13/12/2010 – dep. 27/01/2011, Belotti, Rv. 249708); l’esercizio del diritto in parola consente l’utilizzo di espressioni forti ed anche suggestive al fine di rendere efficace il discorso e richiamare l’attenzione di chi ascolta.
In via generale, in tema di esimenti del diritto di critica e di cronaca, la giurisprudenza di questa Corte si esprime ormai in termini consolidati nell’individuare i requisiti caratterizzanti nei requisiti dell’interesse sociale, della continenza del linguaggio e della verità del fatto narrato e in tale ottica ha evocato il parametro della attualità della notizia: nel senso cioè che una delle ragioni fondanti della esclusione della antigiuridicità della condotta lesiva della altrui reputazione è vista nell’interesse generale alla conoscenza del fatto ossia nella attitudine della notizia a contribuire alla formazione della pubblica opinione, in modo che ognuno possa fare liberamente le proprie scelte, nel campo della formazione culturale e scientifica (tra le ultime, Sez. 5, n. 39503 del 11/05/2012, Clemente, Rv. 254789).
2.1 Con riferimento specifico al diritto di critica politica, però, si osserva che il rispetto della verità del fatto assume rilievo limitato, necessariamente affievolito rispetto alla diversa incidenza sul versante del diritto di cronaca, in quanto la critica, quale espressione di opinione meramente soggettiva, ha per sua natura carattere congetturale, che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva ed asettica (Sez. 5, n. 4938 del 28/10/2010 – dep. 10/02/2011, Simeone e altri, Rv. 249239). Tale affermazione trova eco in una recente decisione della Corte Europea dei diritti dell’uomo (Corte EDU, Sez. 2, 27/11/2012, Mengi v. Turkey, p.49), che distingue tra “giudizi di fatto” e di “valore”, laddove mentre l’esistenza del fatto può essere soggetta a prova, il giudizio di valore non può esserlo, poiché la richiesta di dimostrare la verità di un giudizio di valore determina un evidente effetto dissuasivo sulla libertà di informare.
2.2 Il limite immanente all’esercizio del diritto di critica è, pertanto, costituito dal fatto che la questione trattata sia di interesse pubblico e che comunque non si trascenda in gratuiti attacchi personali (Sez. 5, n. 4031 del 30/10/2013 – dep. 29/01/2014, De Marzo, Rv. 258674; Sez. 5, n. 8824 del 01/12/2010 – dep. 07/03/2011, Morelli, Rv. 250218). Ove il giudice pervenga, attraverso l’esame globale del contesto espositivo, a qualificare quest’ultimo come prevalentemente valutativo, i limiti dell’esimente sono costituiti dalla rilevanza sociale dell’argomento e dalla correttezza di espressione (Sez. 5, n. 2247 del 02/07/2004 – dep. 25/01/2005, Scalfari, Rv. 231269; Sez. 1, n. 23805 del 10/06/2005, Rocchini, Rv. 231764).
2.3 Va poi tenuto conto della perdita di carica offensiva di alcune espressioni nel contesto politico, in cui la critica assume spesso toni aspri e vibrati e del fatto che la critica può assumere forme tanto più incisive e penetranti quanto più elevata è la posizione pubblica del destinatario (Sez. 5, n. 27339 del 13/06/2007, Tortoioli, Rv. 237260): ciò vale a dire che il livello e l’intensità, pur notevoli delle censure indirizzate a mò di critica a coloro che occupano posizioni di tutto rilievo nella vita pubblica, non escludono l’operatività della scriminante, poiché nell’ambito politico risulta preminente l’interesse generale al libero svolgimento della vita democratica (Sez. 5, n. 15236 del 28/01/2005, Ferrara, Rv. 232125).
Di conseguenza quanto maggiore è il potere esercitato, maggiore è l’esposizione alla critica, perché chi esercita poteri pubblici deve essere sottoposto ad un rigido controllo sia da parte dell’opposizione politica che dei cittadini (Sez. 5, n. 11662 del 06/02/2007, Iannuzzi, Rv. 236362, che ha fatto applicazione del principio con riferimento al giudizio sull’operato di un pubblico ministero, definito “sprovveduto” ed “incauto”, in quanto la figura istituzionale del criticato – magistrato designato alla trattazione dibattimentale ed al coordinamento di indagini di grande rilievo sociale e criminale – rendeva legittima la critica giornalistica).

Tuttavia è sempre necessario che ci si trovi in presenza di critica e non di pure e semplici contumelie o, comunque, di frasi gratuitamente espressive di sentimenti ostili.

In una recente decisione di questa Sezione, riguardante una fattispecie non molto dissimile da quella oggetto del presente giudizio, si è rilevato che “il giudizio critico su di un avversario politico può anche essere formulato con parole che – decontestalizzate – costituirebbero meri insulti, ma che, viceversa, riferite a determinate vicende e/o situazioni, possono essere lette come sintetico giudizio negativo sull’operato del predetto avversario”, ma le espressioni offensive devono essere “pronunziate nell’ambito di una polemica politica avente attinenza con il contenuto dell’addebito denigratorio” (Sez. 5, n. 7626 del 04/11/2011 – dep. 27/02/2012, De Simone, Rv. 252160).
3. La sentenza impugnata ha fatto corretto uso dei principi enunciati da questa Corte in materia di critica politica.
Nella concreta fattispecie, pur partendo da un fatto storico vero (l’uscita dalla maggioranza di un consigliere comunale), l’articolista formula una serie di attacchi del tutto generici, con l’uso di termini oggettivamente e gratuitamente offensivi.
Si pensi al riferimento alla compravendita di un consigliere, che sottende l’acquisizione del consenso di avversari politici “a pagamento” e non attraverso la persuasione e mediazione politica, oppure alla paventata abilità nel “simulare legalità”, che richiama alla mente lo svolgimento di pratiche illegali, accusa certamente grave per un amministratore di un ente locale. O ancora l’auspicio di un intervento della magistratura a sanzionare le “cose poco chiare che combina” ed il generico riferimento a “consulenti asserviti”.
Tutte queste espressioni non possono essere scriminate dal diritto di critica poiché, pur riferendosi all’attività amministrativa, non si collegano a specifici episodi narrati nell’articolo, per cui finiscono con l’essere generiche censure, all’individuo e non alla sua dimensione politica.
3.1 L’intento manifestato nel precedente articolo del 25 novembre 2006, intitolato “Diavolo”, non muta i termini della questione, poiché, oltre alla corretta considerazione della Corte territoriale, per la quale il periodico era indirizzato ad una platea indeterminata di lettori, i quali potevano non aver letto il precedente editoriale (né gli eventuali altri articoli, contenenti censure più puntuali all’attività del sindaco), non può accettarsi l’idea che un giornalista possa precostituirsi una sorta di patente di impunità, dichiarando di volersi limitare alla critica delle scelte del soggetto pubblico nell’attività istituzionale, salvo poi disattendere in seguito questo programma (come appunto è avvenuto nel caso di specie).
3.2 Alla luce di quanto fin qui detto, deve rilevarsi l’infondatezza del primo motivo di ricorso, per la non operatività nel caso di specie del diritto di critica.
4. Anche il secondo motivo, però, riguardante l’elemento soggettivo del reato, è infondato, al limite dell’inammissibilità.
Quanto all’articolo del 25 novembre 2006, va ribadito quanto detto a proposito del primo motivo di ricorso.
4.1 Più in generale va ricordato che, ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di diffamazione, non si richiede che sussista l’ ”animus iniurandi vel diffamandi”, essendo sufficiente il dolo generico, che può anche assumere la forma del dolo eventuale, in quanto è sufficiente che l’agente, consapevolmente, faccia uso di parole ed espressioni socialmente interpretabili come offensive, ossia adoperate in base al significato che esse vengono oggettivamente ad assumere, senza un diretto riferimento alle intenzioni dell’agente (Sez. 5, n. 4364 del 12/12/2012 – dep. 29/01/2013, Arcadi, Rv. 254390). Nel caso di specie la decisione impugnata offre una specifica motivazione sulla in punto di elemento soggettivo del reato, laddove indica la genericità delle accuse e l’uso di termini particolarmente duri come elementi che impediscono logicamente di escludere – anche solo in termini di ragionevole e insuperabile dubbio – che l’imputato si sia rappresentata l’offensività della comunicazione.
4.2 In conclusione il ricorso dell’imputato va rigettato, con conseguente condanna dello stesso, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., al pagamento delle spese processuali.
4.3 Deve escludersi l’intervenuta prescrizione del reato, che la difesa dell’imputato per la verità non ha invocato, per non essere decorso interamente il termine di sette anni e sei mesi, previsto dagli artt. 157 e 161 cod. pen., che viene a scadere il 10 aprile 2015 (tempus commissi delicti il 3 febbraio 2007), poiché va considerata la sospensione della prescrizione per 8 mesi e 7 giorni, per effetto del rinvio dell’udienza disposto su richiesta delle parti il 12 maggio 2010, al 19 gennaio 2011, ai sensi dell’art. 159, comma 2, cod. pen..
5. Passando all’esame del ricorso della parte civile, si rileva che il primo motivo è fondato.
Effettivamente nell’atto di costituzione I.F. aveva richiesto la condanna alla sanzione della riparazione pecuniaria prevista dall’art. 12 della legge n. 47 del 1948, quantificata in 100.000 Euro in sede di conclusioni, sia davanti al Tribunale, sia davanti alla Corte d’appello.
La Corte territoriale, però, pur affermando la responsabilità penale del M. e pronunciando sentenza di condanna al risarcimento dei danni, ha omesso di considerare tale ulteriore richiesta; pertanto la sentenza va annullata sul punto dell’omessa pronuncia ex art. 12 legge 47 del 1948, con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello, attesa la natura civilistica della sanzione.
5.1 Ai sensi dell’art. 12 della legge sulla stampa “Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, la persona offesa può richiedere, oltre il risarcimento dei danni ai sensi dell’articolo 185 del codice penale, una somma a titolo di riparazione. La somma è determinata in relazione alla gravità dell’offesa ed alla diffusione dello stampato”.
La natura civilistica della sanzione, affermata da una giurisprudenza non recente, ma mai avversata (Sez. 5, n. 2435 del 19/01/1993, Bonaga, Rv. 193806; Sez. 5, n. 12890 del 13/04/1989, Corsi, Rv. 182149), si desume dal riferimento ai parametri della “gravità dell’offesa” e della “diffusione dello stampato” e cioè ad aspetti obiettivi, rapportabili non solo al fatto dell’autore dello scritto, ma proprio all’entità del danno cagionato dalla pubblicazione, conseguenza apprezzabile ai fini civili, cui si ricollega già l’articolo 185, comma 2, cod. pen..
5.2 La giurisprudenza civile di questa Corte (Sez. 3, n. 6490 del 17/03/2010, Rv. 612225; Sez. 3, n. 14761 del 26/06/2007, Rv. 597920) ha qualificato la riparazione pecuniaria come una “pena privata”, introdotta per rafforzare la sanzione penale, che va ad aggiungersi al risarcimento del danno (patrimoniale e non patrimoniale) e che presuppone l’accertamento degli elementi costitutivi, che può peraltro essere compiuto anche dal giudice civile; ciò si desume dai lavori preparatori della L. n. 47 del 1948, che fu approvata dalla Assemblea Costituente.
6. Con riferimento al mancato riconoscimento di una provvisionale, poi, occorre rilevare che le decisioni in tema di provvisionale, non necessariamente motivate, per la loro natura discrezionale e meramente delibativa, non sono suscettibili di impugnazione in sede di legittimità (Sez. 5, Sentenza n. 32899 del 25/05/2011, Mapelli, Rv. 250934; Sez. 4, n. 34791 del 23/06/2010, Mazzamurro, Rv. 248348; Sez. 5, sent. n. 40410 del 18/3/2004, Rv. 230105, Farina ed altri), in quanto non hanno valore vincolante di giudicato, in sede civile, essendo destinate ad essere travolte – per il loro carattere di provvisorietà, dalle statuizioni definitive sul risarcimento del danno (Sez. 4, n. 36760 del 04/06/2004, Cattaneo, Rv. 230271).
Con riferimento a tale censura, allora, il ricorso va rigettato.
Sulle spese in favore della costituita parte civile I. si provvederà all’esito del giudizio rescissorio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso dell’imputato che condanna al pagamento delle spese processuali. Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla omessa pronuncia ex art. 12 legge 47/48 con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello. Rigetta nel resto il ricorso della parte civile.

 

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