Diniego di rinnovo licenza di porto di pistola per difesa personale

excursus normativo e giurisprudenziale del Consiglio di Stato nella sentenza n. 3498 2 agosto 2016

…va riportato il contenuto degli articoli 11, 39 e 43 del testo unico n. 773 del 1931.

L’art. 11 dispone che «Salve le condizioni particolari stabilite dalla legge nei singoli casi, le autorizzazioni di polizia debbono essere negate:

1) a chi ha riportato una condanna a pena restrittiva della libertà personale superiore a tre anni per delitto non colposo e non ha ottenuto la riabilitazione;

2) a chi è sottoposto all’ammonizione o a misura di sicurezza personale o è stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza.

Le autorizzazioni di polizia possono essere negate a chi ha riportato condanna per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico, ovvero per delitti contro le persone commessi con violenza, o per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, o per violenza o resistenza all’autorità, e a chi non può provare la sua buona condotta.

Le autorizzazioni devono essere revocate quando nella persona autorizzata vengono a mancare, in tutto o in parte, le condizioni alle quali sono subordinate, e possono essere revocate quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego della autorizzazione».

L’art. 43 dispone che «oltre a quanto è stabilito dall’art. 11 non può essere conceduta la licenza di portare armi:

a) a chi ha riportato condanna alla reclusione per delitti non colposi contro le persone commessi con violenza, ovvero per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione;

b) a chi ha riportato condanna a pena restrittiva della libertà personale per violenza o resistenza all’autorità o per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico;

c) a chi ha riportato condanna per diserzione in tempo di guerra, anche se amnistiato, o per porto abusivo di armi.

La licenza può essere ricusata ai condannati per delitto diverso da quelli sopra menzionati e a chi non può provare la sua buona condotta o non dà affidamento di non abusare delle armi».

Da tale quadro normativo, emerge che il legislatore ha individuato i casi in cui l’Autorità amministrativa è titolare di poteri strettamente vincolati (ai sensi dell’art. 11, primo comma e terzo comma, prima parte, e dell’art. 43, primo comma, che impongono il divieto di rilascio di autorizzazioni di polizia ovvero il loro ritiro) e quelli in cui, invece, è titolare di poteri discrezionali (ai sensi dell’art. 11, secondo comma e terzo comma, seconda parte, e dell’art. 43, secondo comma).

L’art. 43 consente alla competente autorità – in sede di rilascio o di ritiro dei titoli abilitativi – di valutare non solo tale capacità di abuso, ma anche – in alternativa – l’assenza di una buona condotta, per la commissione di fatti, pure se estranei alla gestione delle armi, munizioni e materie esplodenti, ma che comunque non rendano meritevoli di ottenere o di mantenere la licenza di polizia (non occorrendo al riguardo un giudizio di pericolosità sociale dell’interessato: Cons. Stato, Sez. III, 1° agosto 2014, n. 4121; Sez. III, 12 giugno 2014, n. 2987).

Nella specie, ritiene la Sezione che, come ha dedotto l’atto di appello, il provvedimento impugnato in primo grado ha attribuito adeguata rilevanza alla pendenza dei procedimenti penali per i delitti di associazione per delinquere e di appropriazione indebita.

Costituisce una valutazione di merito, di per sé insindacabile in sede giurisdizionale di legittimità e comunque di per sé ragionevole, il ritenere che la sottoposizione ai menzionati delitti evidenzi l’insussistenza della «buona condotta».

Con tale espressione, il sopra riportato art. 43, nell’ultima sua parte, ha inteso disporre una regola per la quale l’Amministrazione può rilasciare la licenza di porto d’armi – o mantenerne gli effetti – solo nei confronti di chi non abbia violato disposizioni penali sulla punibilità di condotte caratterizzate da una certa gravità, anche perché vi sarebbe – con ogni plausibilità – il turbamento della collettività se potessero circolare con armi, col permesso della Autorità, persone nei confronti delle quali pendano procedimenti penali per gravi reati (e nei confronti delle quali, in ipotesi, potrebbe esservi l’esecuzione di atti dell’autorità giudiziaria).

Contrariamente a quanto ha dedotto l’interessato, non può essere ravvisato un profilo di eccesso di potere nella determinazione dell’Amministrazione di attribuire rilevanza ai sopra indicati procedimenti penali, in sede di valutazione della istanza di rinnovo.

In primo luogo, non risulta (e non è stato comunque dedotto dall’appellato) che la pendenza di tali procedimenti sia stata espressamente oggetto di una valutazione ‘non negativa’ in precedenza, sicché – una volta che essa sia emersa – risulta ragionevole (e non contraddittorio) il fatto che vi sia stata attribuita rilevanza.

In secondo luogo, è ragionevole che, in occasione di una rimeditazione sulla sussistenza o meno del «comprovato bisogno» del rilascio del rinnovo della licenza, vi sia stata una valutazione complessiva di tutte risultanze del procedimento: ogni volta che esamina una istanza di rinnovo, il Ministero formula una attuale valutazione degli interessi pubblici e privati coinvolti e tiene conto delle esigenze attuali della salvaguardia dell’ordine pubblico.

Risulta adeguatamente motivato l’atto impugnato in primo grado, anche in ordine alla valutazione sulle esigenze dell’ordine pubblico e sulla assenza di specifiche ragioni giustificative dell’accoglimento della domanda di rinnovo del rilascio della licenza.

Il testo unico, nel disciplinare il rilascio della «licenza di porto d’armi», mira a salvaguardare la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica.

Come ha rilevato la Corte Costituzionale (con la sentenza 16 dicembre 1993, n. 440, § 7, che ha condiviso quanto già affermato con la precedente sentenza n. 24 del 1981, entrambe richiamate nell’atto d’appello), il potere di rilasciare le licenze per porto d’armi «costituisce una deroga al divieto sancito dall’art. 699 del codice penale e dall’art. 4, primo comma, della legge n. 110 del 1975»: «il porto d’armi non costituisce un diritto assoluto, rappresentando, invece, eccezione al normale divieto di portare le armi».

Ciò comporta che – oltre alle disposizioni specifiche previste dagli articoli 11, 39 e 43 del testo unico n. 773 del 1931 – rilevano i principi generali del diritto pubblico in ordine al rilascio dei provvedimenti discrezionali.

Inoltre, oltre alle disposizioni del testo unico che riguardano i requisiti di ordine soggettivo dei richiedenti (in particolare, gli articoli 11, 39 e 43), rilevano le disposizioni (in particolare, gli articoli 40 e 42) che attribuiscono in materia i più vasti poteri discrezionali per la gestione dell’ordine pubblico:

– per l’art. 40, «il Prefetto può, per ragioni di ordine pubblico, disporre, in qualunque tempo, che le armi, le munizioni e le materie esplodenti, di cui negli articoli precedenti, siano consegnate, per essere custodite in determinati depositi a cura dell’autorità di pubblica sicurezza o dell’autorità militare» (il che significa che il Prefetto può senz’altro disporre il ritiro delle armi, purché, ovviamente, sussistano le idonee ragioni da palesare nel relativo provvedimento);

– per l’art. 42, «il Questore ha facoltà di dare licenza per porto d’armi lunghe da fuoco e il Prefetto ha facoltà di concedere, in caso di dimostrato bisogno, licenza di portare rivoltelle o pistole di qualunque misura o bastoni animati la cui lama non abbia una lunghezza inferiore a centimetri 65» (il che significa che il Prefetto può anche fissare preventivi criteri generali per verificare se nei casi concreti vi sia il «dimostrato bisogno» di un porto d’armi per difesa personale, in rapporto ai profili coinvolti dell’ordine pubblico).

Il Ministero dell’Interno, nelle sue articolazioni centrali e periferiche, dunque ben può effettuare valutazioni di merito in ordine ai criteri di carattere generale per il rilascio delle licenze di porto d’armi, tenendo conto del particolare momento storico, delle peculiarità delle situazioni locali, delle specifiche considerazioni che – in rapporto all’ordine ed alla sicurezza pubblica – si possono formulare a proposito di determinate attività e di specifiche situazioni.

Gli organi del Ministero dell’Interno, ad es., anche possono decidere di restringere la diffusione e l’uso delle armi, quando occorra affrontare le situazioni locali ove sono radicate organizzazioni criminali.

In tal caso, l’Amministrazione può predisporre criteri rigorosi in base ai quali le istanze degli interessati vadano esaminate tenendo conto della esigenza di evitare la diffusione delle armi: anche nei contesti ove è più difficile la gestione dell’ordine pubblico, è del tutto ragionevole che ci si orienti verso valutazioni rigorose, anche sulla sussistenza dei presupposti tali da far ravvisare la completa affidabilità del richiedente.

A parte l’esigenza di affrontare le emergenze della criminalità organizzata, gli organi del Ministero dell’Interno possono tener conto anche di considerazioni di carattere generale, coinvolgenti l’ordine e la sicurezza pubblica.

Ad esempio, essi possono previamente fissare i criteri secondo cui, a meno che non vi siano specifiche e accertate ragioni oggettive, l’appartenenza ad una ‘categoria’ non è di per sé tale da giustificare il rilascio delle licenze di porto d’armi.

Spetta infatti al legislatore introdurre una specifica regola se l’appartenenza ad una ‘categoria’ giustifica il rilascio di tali licenze e la possibilità di girare armati (tale rilascio è previsto, ovviamente, per gli appartenenti alle Forze dell’Ordine, nei limiti stabiliti dagli ordinamenti di settore).

Se invece si tratta di imprenditori, di commercianti, di avvocati, di notai, di operatori del settore assicurativo o bancario, ecc., in assenza di una disposizione di legge sul rilascio della licenza di polizia ratione personae, si deve ritenere che l’appartenenza alla ‘categoria’ in sé non abbia uno specifico rilievo, tale da giustificare il rilascio della licenza di porto d’armi.

Le relative valutazioni degli organi del Ministero dell’Interno – anche quando si tratti di istanze di licenze volte alla difesa personale – possono e devono tener conto delle peculiarità del territorio, delle specifiche implicazioni di ordine pubblico e delle situazioni specifiche in cui si trovano i richiedenti, ma si possono basare anche su criteri di carattere generale, per i quali l’appartenenza in sé ad una categoria non ha uno specifico rilievo.

Qualora l’organo periferico del Ministero dell’Interno si orienti in tal senso, le relative scelte di respingere le istanze di rilascio (o di rinnovo) delle licenze costituiscono espressione di valutazioni di merito, di per sé insindacabili da parte del giudice amministrativo.

La motivazione dei provvedimenti di rigetto delle istanze può basarsi dunque sulla assenza di specifiche circostanze tali da indurre a disporne l’accoglimento e l’interessato può lamentare la sussistenza di profili di eccesso di potere, qualora vi sia stata una inadeguata valutazione in concreto delle circostanze.

Inoltre, sono configurabili profili di eccesso di potere, qualora l’Amministrazione – nel respingere l’istanza in quanto formulata da un appartenente ad una categoria per la quale non si sono ravvisati particolari esigenze da tutelare col rilascio della licenza di porto d’armi – invece abbia accolto l’istanza di chi versi in una situazione sostanzialmente equivalente: secondo i principi generali, chi impugna un diniego di licenza ben può dedurre che, in un caso equivalente (anche per circostanze di tempo e di luogo), l’istanza di altri sia stata invece accolta.

 

Consiglio di Stato

sentenza n. 3498 2 agosto 2016

[…]

FATTO e DIRITTO

1. L’appellato, titolare di una licenza di porto d’armi per difesa personale, ha chiesto al Prefetto di Crotone il rilascio del rinnovo della licenza.

Il Prefetto, con l’atto n. 3397/07 del 12 novembre 2009, ha respinto l’istanza, rilevando da un lato che il richiedente è stato sottoposto a procedimenti penali in fase di «indagini preliminari» ed è stato controllato mentre si accompagnava a «pregiudicati del luogo», e dall’altro che non sono emerse circostanze tali da far ritenere sussistente il «comprovato bisogno» di rinnovare la licenza.

2. Col ricorso di primo grado n. 268 del 2010 (proposto al TAR per la Calabria, Sede di Catanzaro), l’interessato ha impugnato il diniego e ne ha chiesto l’annullamento.

3. Con l’ordinanza n. 364 del 22 aprile 2010, il TAR ha respinto la domanda cautelare, formulata dall’interessato.

4. Il TAR, con la sentenza n. 2210 del 2014, ha accolto il ricorso, ha annullato l’atto impugnato ed ha condannato l’Amministrazione al pagamento delle spese del giudizio, rilevando che:

– l’interessato ha contestato l’attualità dei procedimenti penali richiamati nel diniego, «senza ulteriore replica di controparte»;

– sarebbe generico il richiamo all’accompagnamento a «pregiudicati del luogo»;

– l’interessato, a fondamento dell’istanza, ha evidenziato che egli ha presentato denunce per minacce ricevute personalmente presso la tabaccheria di cui è titolare a Crotone e che sono state presentate denunce orali, in relazione ad episodi di danneggiamento riguardanti beni della s.r.l. OMISSIS , di cui è socio.

5. Con l’appello in esame, le Amministrazioni statali indicate in epigrafe hanno impugnato la sentenza del TAR ed hanno chiesto che, in sua riforma, il ricorso di primo grado sia respinto.

5.1. Esse – dopo aver richiamato i principi giurisprudenziali sulla consistenza dei poteri discrezionali del Prefetto in materia – hanno dedotto che:

– il provvedimento impugnato è stato adeguatamente istruito e motivato, in ordine alla insussistenza del «dimostrato bisogno» di portare le armi, disciplinato dall’art. 42 del testo unico di pubblica sicurezza;

– è stata svolta una specifica istruttoria concernenti le minacce e i danneggiamenti riguardanti l’attività commerciale svolta dalla s.r.l. OMISSIS, da cui non sono emersi attendibili riscontri;

– non è stato smentito il fatto che l’interessato è stato coinvolto in numerosi procedimenti penali, né si possono considerare irrilevanti gli accertamenti di polizia sui rapporti con appartenenti «alla malavita organizzata del posto».

5.2. L’appellato ha diffusamente argomentato contro le deduzioni delle Amministrazioni, rilevando, tra l’altro, che l’accompagnamento a persone pregiudicate ed i procedimenti penali per associazione per delinquere e per appropriazione indebita risultano «preesistenti al rilascio del primo permesso e dei successivi rinnovi», sicché non possono essere considerati ostativi.

6. Ritiene la Sezione che l’appello sia fondato e vada accolto, poiché il provvedimento impugnato in primo grado si è legittimamente basato su ciascuna delle due sue ragioni giustificative.

7. In primo luogo, la Prefettura ha ragionevolmente valutato la sottoposizione dell’appellato ai procedimenti penali per i delitti di associazione per delinquere e di appropriazione indebita.

7.1. Per comodità di lettura, va riportato il contenuto degli

articoli 11, 39 e 43 del testo unico n. 773 del 1931.

L’art. 11 dispone che «Salve le condizioni particolari stabilite dalla legge nei singoli casi, le autorizzazioni di polizia debbono essere negate:

1) a chi ha riportato una condanna a pena restrittiva della libertà personale superiore a tre anni per delitto non colposo e non ha ottenuto la riabilitazione;

2) a chi è sottoposto all’ammonizione o a misura di sicurezza personale o è stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza.

Le autorizzazioni di polizia possono essere negate a chi ha riportato condanna per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico, ovvero per delitti contro le persone commessi con violenza, o per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, o per violenza o resistenza all’autorità, e a chi non può provare la sua buona condotta.

Le autorizzazioni devono essere revocate quando nella persona autorizzata vengono a mancare, in tutto o in parte, le condizioni alle quali sono subordinate, e possono essere revocate quando sopraggiungono o vengono a risultare circostanze che avrebbero imposto o consentito il diniego della autorizzazione».

L’art. 43 dispone che «oltre a quanto è stabilito dall’art. 11 non può essere conceduta la

licenza di portare armi

:

a) a chi ha riportato condanna alla reclusione per delitti non colposi contro le persone commessi con violenza, ovvero per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione;

b) a chi ha riportato condanna a pena restrittiva della libertà personale per violenza o resistenza all’autorità o per delitti contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico;

c) a chi ha riportato condanna per diserzione in tempo di guerra, anche se amnistiato, o per porto abusivo di armi.

La licenza può essere ricusata ai condannati per delitto diverso da quelli sopra menzionati e a chi non può provare la sua buona condotta o non dà affidamento di non abusare delle armi».

Da tale quadro normativo, emerge che il legislatore ha individuato i casi in cui l’Autorità amministrativa è titolare di poteri strettamente vincolati (ai sensi dell’art. 11, primo comma e terzo comma, prima parte, e dell’art. 43, primo comma, che impongono il divieto di rilascio di autorizzazioni di polizia ovvero il loro ritiro) e quelli in cui, invece, è titolare di poteri discrezionali (ai sensi dell’art. 11, secondo comma e terzo comma, seconda parte, e dell’art. 43, secondo comma).

L’art. 43 consente alla competente autorità – in sede di rilascio o di ritiro dei titoli abilitativi – di valutare non solo tale capacità di abuso, ma anche – in alternativa – l’assenza di una buona condotta, per la commissione di fatti, pure se estranei alla gestione delle armi, munizioni e materie esplodenti, ma che comunque non rendano meritevoli di ottenere o di mantenere la licenza di polizia (non occorrendo al riguardo un giudizio di pericolosità sociale dell’interessato: Cons. Stato, Sez. III, 1° agosto 2014, n. 4121; Sez. III, 12 giugno 2014, n. 2987).

7.2. Nella specie, ritiene la Sezione che, come ha dedotto l’atto di appello, il provvedimento impugnato in primo grado ha attribuito adeguata rilevanza alla pendenza dei procedimenti penali per i delitti di associazione per delinquere e di appropriazione indebita.

Costituisce una valutazione di merito, di per sé insindacabile in sede giurisdizionale di legittimità e comunque di per sé ragionevole, il ritenere che la sottoposizione ai menzionati delitti evidenzi l’insussistenza della «buona condotta».

Con tale espressione, il sopra riportato art. 43, nell’ultima sua parte, ha inteso disporre una regola per la quale l’Amministrazione può rilasciare la licenza di porto d’armi – o mantenerne gli effetti – solo nei confronti di chi non abbia violato disposizioni penali sulla punibilità di condotte caratterizzate da una certa gravità, anche perché vi sarebbe – con ogni plausibilità – il turbamento della collettività se potessero circolare con armi, col permesso della Autorità, persone nei confronti delle quali pendano procedimenti penali per gravi reati (e nei confronti delle quali, in ipotesi, potrebbe esservi l’esecuzione di atti dell’autorità giudiziaria).

7.3. Contrariamente a quanto ha dedotto l’interessato, non può essere ravvisato un profilo di eccesso di potere nella determinazione dell’Amministrazione di attribuire rilevanza ai sopra indicati procedimenti penali, in sede di valutazione della istanza di rinnovo.

In primo luogo, non risulta (e non è stato comunque dedotto dall’appellato) che la pendenza di tali procedimenti sia stata espressamente oggetto di una valutazione ‘non negativa’ in precedenza, sicché – una volta che essa sia emersa – risulta ragionevole (e non contraddittorio) il fatto che vi sia stata attribuita rilevanza.

In secondo luogo, è ragionevole che, in occasione di una rimeditazione sulla sussistenza o meno del «comprovato bisogno» del rilascio del rinnovo della licenza, vi sia stata una valutazione complessiva di tutte risultanze del procedimento: ogni volta che esamina una istanza di rinnovo, il Ministero formula una attuale valutazione degli interessi pubblici e privati coinvolti e tiene conto delle esigenze attuali della salvaguardia dell’ordine pubblico.

8. Risulta adeguatamente motivato l’atto impugnato in primo grado, anche in ordine alla valutazione sulle esigenze dell’ordine pubblico e sulla assenza di specifiche ragioni giustificative dell’accoglimento della domanda di rinnovo del rilascio della licenza.

8.1. Il testo unico, nel disciplinare il rilascio della «licenza di porto d’armi», mira a salvaguardare la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica.

Come ha rilevato la Corte Costituzionale (con la sentenza 16 dicembre 1993, n. 440, § 7, che ha condiviso quanto già affermato con la precedente sentenza n. 24 del 1981, entrambe richiamate nell’atto d’appello), il

potere di rilasciare le licenze per porto d’armi «costituisce una deroga al divieto sancito dall’art. 699 del codice penale

e dall’art. 4, primo comma, della legge n. 110 del 1975»: «il porto d’armi non costituisce un diritto assoluto, rappresentando, invece, eccezione al normale divieto di portare le armi».

Ciò comporta che – oltre alle disposizioni specifiche previste dagli articoli 11, 39 e 43 del testo unico n. 773 del 1931 – rilevano i principi generali del diritto pubblico in ordine al rilascio dei provvedimenti discrezionali.

Inoltre, oltre alle disposizioni del testo unico che riguardano i requisiti di ordine soggettivo dei richiedenti (in particolare, gli articoli 11, 39 e 43), rilevano le disposizioni (in particolare, gli articoli 40 e 42) che attribuiscono in materia i più vasti poteri discrezionali per la gestione dell’ordine pubblico:

– per l’art. 40, «il Prefetto può, per ragioni di ordine pubblico, disporre, in qualunque tempo, che le armi, le munizioni e le materie esplodenti, di cui negli articoli precedenti, siano consegnate, per essere custodite in determinati depositi a cura dell’autorità di pubblica sicurezza o dell’autorità militare» (il che significa che il Prefetto può senz’altro disporre il ritiro delle armi, purché, ovviamente, sussistano le idonee ragioni da palesare nel relativo provvedimento);

– per l’art. 42, «il Questore ha facoltà di dare licenza per porto d’armi lunghe da fuoco e il Prefetto ha facoltà di concedere, in caso di dimostrato bisogno, licenza di portare rivoltelle o pistole di qualunque misura o bastoni animati la cui lama non abbia una lunghezza inferiore a centimetri 65» (il che significa che il Prefetto può anche fissare preventivi criteri generali per verificare se nei casi concreti vi sia il «dimostrato bisogno» di un porto d’armi per difesa personale, in rapporto ai profili coinvolti dell’ordine pubblico).

8.2. Il Ministero dell’Interno, nelle sue articolazioni centrali e periferiche, dunque ben può effettuare valutazioni di merito in ordine ai criteri di carattere generale per il rilascio delle licenze di porto d’armi, tenendo conto del particolare momento storico, delle peculiarità delle situazioni locali, delle specifiche considerazioni che – in rapporto all’ordine ed alla sicurezza pubblica – si possono formulare a proposito di determinate attività e di specifiche situazioni.

Gli organi del Ministero dell’Interno, ad es., anche possono decidere di restringere la diffusione e l’uso delle armi, quando occorra affrontare le situazioni locali ove sono radicate organizzazioni criminali.

In tal caso, l’Amministrazione può predisporre criteri rigorosi in base ai quali le istanze degli interessati vadano esaminate tenendo conto della esigenza di evitare la diffusione delle armi: anche nei contesti ove è più difficile la gestione dell’ordine pubblico, è del tutto ragionevole che ci si orienti verso valutazioni rigorose, anche sulla sussistenza dei presupposti tali da far ravvisare la completa affidabilità del richiedente.

8.3. A parte l’esigenza di affrontare le emergenze della criminalità organizzata, gli organi del Ministero dell’Interno possono tener conto anche di considerazioni di carattere generale, coinvolgenti l’ordine e la sicurezza pubblica.

Ad esempio, essi possono previamente fissare i criteri secondo cui, a meno che non vi siano specifiche e accertate ragioni oggettive, l’appartenenza ad una ‘categoria’ non è di per sé tale da giustificare il rilascio delle licenze di porto d’armi.

Spetta infatti al legislatore introdurre una specifica regola se l’appartenenza ad una ‘categoria’ giustifica il rilascio di tali licenze e la possibilità di girare armati (tale rilascio è previsto, ovviamente, per gli appartenenti alle Forze dell’Ordine, nei limiti stabiliti dagli ordinamenti di settore).

Se invece si tratta di imprenditori, di commercianti, di avvocati, di notai, di operatori del settore assicurativo o bancario, ecc., in assenza di una disposizione di legge sul rilascio della licenza di polizia ratione personae, si deve ritenere che l’appartenenza alla ‘categoria’ in sé non abbia uno specifico rilievo, tale da giustificare il rilascio della licenza di porto d’armi.

8.4. Le relative valutazioni degli organi del Ministero dell’Interno – anche quando si tratti di istanze di licenze volte alla difesa personale – possono e devono tener conto delle peculiarità del territorio, delle specifiche implicazioni di ordine pubblico e delle situazioni specifiche in cui si trovano i richiedenti, ma si possono basare anche su criteri di carattere generale, per i quali l’appartenenza in sé ad una categoria non ha uno specifico rilievo.

8.5. Qualora l’organo periferico del Ministero dell’Interno si orienti in tal senso, le relative scelte di respingere le istanze di rilascio (o di rinnovo) delle licenze costituiscono espressione di valutazioni di merito, di per sé insindacabili da parte del giudice amministrativo.

La motivazione dei provvedimenti di rigetto delle istanze può basarsi dunque sulla assenza di specifiche circostanze tali da indurre a disporne l’accoglimento e l’interessato può lamentare la sussistenza di profili di eccesso di potere, qualora vi sia stata una inadeguata valutazione in concreto delle circostanze.

Inoltre, sono configurabili profili di eccesso di potere, qualora l’Amministrazione – nel respingere l’istanza in quanto formulata da un appartenente ad una categoria per la quale non si sono ravvisati particolari esigenze da tutelare col rilascio della licenza di porto d’armi – invece abbia accolto l’istanza di chi versi in una situazione sostanzialmente equivalente: secondo i principi generali, chi impugna un diniego di licenza ben può dedurre che, in un caso equivalente (anche per circostanze di tempo e di luogo), l’istanza di altri sia stata invece accolta.

8.6. Nella specie, il Prefetto – anche in base alle risultanze richiamate nell’atto – ha rilevato l’assenza di specifiche ragioni, tali da giustificare il rilascio all’appellato del rinnovo del porto di pistola per difesa personale, specificamente evidenziando che non vi sono stati ‘attendibili riscontri’ in ordine agli episodi che sono stati oggetti delle denunce alla autorità giudiziaria.

Dunque, non essendo emersi elementi tali da far ritenere che l’incolumità dell’appellato sia a specifico repentaglio, la relativa valutazione dell’Amministrazione non risulta manifestamente irragionevole.

8.7. Anche con riferimento alla diversa valutazione del Prefetto, sul non «dimostrato bisogno», non si può ravvisare un profilo di contraddittorietà, rispetto al rilascio degli atti precedenti.

Come sopra si è rilevato, ogni volta che esamina una istanza di rinnovo, il Ministero formula una attuale valutazione degli interessi pubblici e privati coinvolti, tiene conto delle esigenze attuali della salvaguardia dell’ordine pubblico e ben può ritenere che siano venute meno le esigenze, prima ritenute sussistenti.

8.8. Con riferimento al caso di specie, le valutazioni (di per sé ragionevoli) della Prefettura – sulla assenza di esigenze tali da giustificare il rinnovo del rilascio della licenza – risultano ancor più giustificate dalla constatazione, in sede amministrativa, della sopra richiamata pendenza dei procedimenti penali.

Risulta conforme ai principi posti a base del testo unico la valutazione della Prefettura che, avendo constatato come pendano procedimenti penali per reati di una certa gravità – sia opportuno rivalutare la situazione e concludere nel senso che, anche sotto tale profilo, non vi sono più ragioni specifiche per il rilascio del permesso di porto d’armi.

9. Per le ragioni che precedono, la Sezione ritiene che non sussistano i profili di violazione di legge e di eccesso di potere, dedotti in primo grado.

L’appello va pertanto accolto, sicché – in riforma della sentenza impugnata – va respinto il ricorso di primo grado.

La condanna al pagamento delle spese e degli onorari dei due gradi del giudizio segue la soccombenza. Di essa è fatta liquidazione nel dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) accoglie l’appello n. 3404 del 2015 e, in riforma della sentenza del TAR per la Calabria, Sede di Catanzaro, n. 2210 del 2014, respinge il ricorso di primo grado n. 268 del 2010.

Condanna l’appellato al pagamento di euro 5.000 (cinquemila) in favore del Ministero dell’Interno, per spese ed onorari dei due gradi del giudizio, di cui euro 2.000 per il primo grado ed euro 3.000 per il secondo.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, presso la sede del Consiglio di Stato, Palazzo Spada, nella camera di consiglio del giorno 21 luglio 2016 […]

 

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