Divieto nova in appello e potere istruttorio del giudice

Consiglio di Stato sent. n. 5635 17 novembre 2014

[…] La sua produzione soltanto in questo grado deve ritenersi, allora, inammissibile per violazione del divieto di jus novorum in appello, conformemente alla fondata eccezione della difesa regionale.

Sul punto è sufficiente richiamare la giurisprudenza di questo Consiglio formatasi rispetto al quadro normativo antecedente all’avvento del vigente Codice del Processo amministrativo (cfr. sez. VI, 5 ottobre 2010, n. 7293; 6 settembre 2010, n. n. 6473; V, 28 aprile 2011, n. 2539; 7 maggio 2008, n. 2080; IV, 4 febbraio 2008, n. 306; IV, 6 marzo 2006, n. 1122; Ad. Plen., 29 dicembre 2004, n. 14).

Tale giurisprudenza ha sancito l’applicabilità al giudizio amministrativo dell’art. 345 c.p.c. nella sua interezza. E, una volta assodata l’estensione del divieto di nova previsto dal menzionato articolo anche al processo amministrativo, ha recepito senz’altro l’interpretazione fornita in proposito dalle Sezioni unite della Corte di cassazione (cfr. 20 aprile 2005, nn. 8202 e 8203), e poi trasfusa nel comma 3 dell’art. 345 c.p.c. come novellato attraverso la legge n. 69/2009, secondo la quale il divieto di ammissione di nuovi mezzi di prova in appello riguarda anche le prove precostituite, quali i documenti, la cui produzione è quindi subordinata, al pari dell’ammissione delle prove costituende, alla verifica della sussistenza di una causa non imputabile che abbia impedito alla parte di esibirli in primo grado, oppure alla valutazione della loro indispensabilità.

La ratio della disposizione limitativa delle nuove prove, che forma sistema con quelle attinenti alle nuove domande ed eccezioni in appello, non è infatti tanto quella che non si attenti alla speditezza del giudizio di secondo grado, quanto quella di assicurare la serietà del processo a partire dal suo primo grado di giudizio.

La giurisprudenza della Suprema Corte (Cass. Civ., sez. III, 19 agosto 2003 n. 12118) ha altresì insegnato che l’indispensabilità “ai fini della decisione della causa” richiesta dall’art. 345, comma 3, c.p.c., non va intesa come mera rilevanza dei fatti dedotti (condizione di ammissibilità, in fondo, di ogni mezzo istruttorio), ma postula la verificata impossibilità di acquisire la conoscenza di quei fatti con altri mezzi che la parte avesse l’onere di fornire nelle forme e nei tempi stabiliti dalla legge processuale: sicché il potere istruttorio attribuito al giudice d’appello dalla norma in parola, pur ampiamente discrezionale, non può essere esercitato per sanare preclusioni e decadenze già verificatesi nel giudizio di primo grado, atteso che la prova richiesta, in tal caso, non può neppure considerarsi prova “nuova”, per essere invece una prova dalla quale la parte è decaduta.

Senza dire, infine, che con il più recente intervento riformatore sull’art. 345 cit., mediante l’art. 54 del d.l. n. 83/2012, convertito con la legge n. 134/2012, l’inciso teso ad ammettere la produzione di documenti nuovi in appello ove valutati dal Giudice “indispensabili ai fini della decisione della causa” è stato addirittura soppresso.

 

Consiglio di Stato sent. n. 5635 17 novembre 2014

[…]

Rileva la Sezione che la sicura infondatezza dell’appello consiglia di concentrarsi subito sulla disamina dei suoi contenuti, prescindendo dal vaglio della eccezione di inammissibilità opposta dalla Regione appellata.

Occorre immediatamente ricordare che la sentenza oggetto di appello ha a proprio fondamento la considerazione che la parte ricorrente aveva omesso tanto di allegare, quanto di documentare, la titolarità da parte sua del requisito della presenza in servizio alla data di entrata in vigore della L.R. n. 24/1989 (gli interessati avendo solo genericamente affermato di essere stati collocati a riposo prima della conclusione dei procedimenti di mobilità).

Ciò premesso, con il presente appello si dichiara di allegare una nota dalla quale risulterebbe che l’interessata era stata collocata in quiescenza solo in data successiva a quella di entrata in vigore della suddetta legge regionale, in quanto l’accettazione delle sue dimissioni era stata deliberata il 21 dicembre 1989 con decorrenza dal 1° febbraio 1990.

L’appellante soggiunge, in memoria, che la nota medesima sarebbe stata già “nella disponibilità dei giudici di primo grado”. Ma tale affermazione, solo del tutto vaga e apodittica, e comunque non suffragata dalla documentazione disponibile, avrebbe però dovuto essere affidata, per il fatto di integrare un’autonoma censura all’operato del Giudice di prime cure, ad un puntuale motivo d’appello ritualmente introdotto, e non formulata in maniera del tutto generica solo con una conclusiva memoria neppure notificata.

Ciò posto, con l’appello in esame non viene giustificata in alcun modo la mancata produzione della documentazione di cui si tratta a tempo debito, vale a dire in occasione del giudizio di primo grado, nel cui contesto la nota predetta avrebbe dovuto essere versata in atti.

La sua produzione soltanto in questo grado deve ritenersi, allora, inammissibile per violazione del divieto di jus novorum in appello, conformemente alla fondata eccezione della difesa regionale.

Sul punto è sufficiente richiamare la giurisprudenza di questo Consiglio formatasi rispetto al quadro normativo antecedente all’avvento del vigente Codice del Processo amministrativo (cfr. sez. VI, 5 ottobre 2010, n. 7293; 6 settembre 2010, n. n. 6473; V, 28 aprile 2011, n. 2539; 7 maggio 2008, n. 2080; IV, 4 febbraio 2008, n. 306; IV, 6 marzo 2006, n. 1122; Ad. Plen., 29 dicembre 2004, n. 14).

Tale giurisprudenza ha sancito l’applicabilità al giudizio amministrativo dell’art. 345 c.p.c. nella sua interezza. E, una volta assodata l’estensione del divieto di nova previsto dal menzionato articolo anche al processo amministrativo, ha recepito senz’altro l’interpretazione fornita in proposito dalle Sezioni unite della Corte di cassazione (cfr. 20 aprile 2005, nn. 8202 e 8203), e poi trasfusa nel comma 3 dell’art. 345 c.p.c. come novellato attraverso la legge n. 69/2009, secondo la quale il divieto di ammissione di nuovi mezzi di prova in appello riguarda anche le prove precostituite, quali i documenti, la cui produzione è quindi subordinata, al pari dell’ammissione delle prove costituende, alla verifica della sussistenza di una causa non imputabile che abbia impedito alla parte di esibirli in primo grado, oppure alla valutazione della loro indispensabilità.

La ratio della disposizione limitativa delle nuove prove, che forma sistema con quelle attinenti alle nuove domande ed eccezioni in appello, non è infatti tanto quella che non si attenti alla speditezza del giudizio di secondo grado, quanto quella di assicurare la serietà del processo a partire dal suo primo grado di giudizio.

La giurisprudenza della Suprema Corte (Cass. Civ., sez. III, 19 agosto 2003 n. 12118) ha altresì insegnato che l’indispensabilità “ai fini della decisione della causa” richiesta dall’art. 345, comma 3, c.p.c., non va intesa come mera rilevanza dei fatti dedotti (condizione di ammissibilità, in fondo, di ogni mezzo istruttorio), ma postula la verificata impossibilità di acquisire la conoscenza di quei fatti con altri mezzi che la parte avesse l’onere di fornire nelle forme e nei tempi stabiliti dalla legge processuale: sicché il potere istruttorio attribuito al giudice d’appello dalla norma in parola, pur ampiamente discrezionale, non può essere esercitato per sanare preclusioni e decadenze già verificatesi nel giudizio di primo grado, atteso che la prova richiesta, in tal caso, non può neppure considerarsi prova “nuova”, per essere invece una prova dalla quale la parte è decaduta.

Senza dire, infine, che con il più recente intervento riformatore sull’art. 345 cit., mediante l’art. 54 del d.l. n. 83/2012, convertito con la legge n. 134/2012, l’inciso teso ad ammettere la produzione di documenti nuovi in appello ove valutati dal Giudice “indispensabili ai fini della decisione della causa” è stato addirittura soppresso.

Per tutto quanto precede, nella presente vicenda non si rinvengono, né del resto sono state specificamente invocate, le condizioni previste dall’art. 345 c.p.c. per l’eccezionale giustificazione della produzione di documenti nuovi in appello.

Ne discende l’inammissibilità della nuova prova documentale di cui si è detto (in ogni caso, non rinvenibile in atti neppure quale allegato dell’atto di appello).

Il ricorso deve pertanto essere respinto, risultando infondato.

Si ravvisano, tuttavia, ragioni tali da giustificare anche per questo grado di giudizio una equitativa compensazione tra le parti delle spese processuali.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta), definitivamente pronunciando sull’appello in epigrafe, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella Camera di consiglio del giorno 21 ottobre 2014 […]

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