Domanda di condono edilizio

Domanda di condono edilizio dopo impugnazione ordinanza-ingiunzione: ricorso improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse.

Qualora l’interessato abbia attivato un procedimento per ottenere il permesso di costruire a sanatoria degli abusi edilizi da lui commessi, il ricorso già proposto avverso il provvedimento repressivo emesso dall’Amministrazione diviene improcedibile per sopravvenuta carenza d’interesse, perché divenuto inefficace, dovendo essere sostituito da un nuovo provvedimento sanzionatorio.

Priva di rilievo, pertanto, è l’eventuale circostanza che l’istanza di sanatoria sia stata presentata successivamente all’impugnazione dell’ordinanza-ingiunzione e ciò in quanto il riesame dell’abusività dell’opera provocato dall’istanza di sanatoria, sia pure al fine di verificarne l’eventuale sanabilità, comporta ex se la necessaria adozione di un nuovo provvedimento che, qualsiasi ne sia il contenuto, vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell’impugnativa; per cui, anche in caso di diniego del richiesto accertamento di conformità, l’Amministrazione dovrà, comunque, determinarsi sulla domanda con atti autonomamente impugnabili e la fissazione di nuovi termini per ottemperarvi.

L’esercizio della facoltà di regolarizzare la propria posizione da parte del privato impedisce l’esercizio del potere repressivo dell’Amministrazione, almeno fino a quando la stessa non si pronunci in senso negativo sull’istanza medesima e ciò determina la traslazione e il differimento dell’interesse ad impugnare verso il futuro provvedimento che, eventualmente, abbia respinto la domanda medesima.

In conclusione la presentazione dell’istanza di sanatoria successivamente all’impugnazione dell’ordinanza di demolizione produce l’effetto di rendere inefficace tale provvedimento e, quindi, improcedibile l’impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse, atteso che, a seguito dell’istanza di sanatoria, l’ordinanza di demolizione, come si è detto, deve essere sostituita o dalla concessione in sanatoria o da un nuovo provvedimento sanzionatorio. Né può farsi distinzione tra istanza di sanatoria e istanza di condono, dal momento che in entrambi i casi il provvedimento demolitorio è destinato ad essere sostituito da un nuovo provvedimento, che, a seconda dei casi, sarà di accoglimento dell’istanza oppure nuovamente sanzionatorio.

Né rileva che la domanda di condono abbia scarse o nulle possibilità di successo, dal momento che tali valutazioni, a prescindere dalla loro opinabilità, attengono comunque al merito delle decisioni amministrative, che il giudice non può sindacare prima che si siano concretamente manifestate con l’adozione di un formale provvedimento, giusta quanto previsto dall’art. 34, comma 2, cod. proc. amm.

È, tuttavia, opportuno che l’Amministrazione si determini in tempi ragionevoli, per evitare che la presentazione dell’istanza di condono, in caso di inerzia dell’Amministrazione stessa nel provvedere, possa rappresentare un espediente per vanificare gli effetti dell’ordinanza di riduzione in pristino e per protrarre sine die l’abuso edilizio perpetrato.

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Consiglio di Stato sentenza n. 4941 24 novembre 2016

[…]

FATTO

1. Con ricorso al T.A.R. per l’Abruzzo il sig. Omissis, proprietario di un camping sito nel Comune di Vasto, impugnava l’ingiunzione del 20 giugno 1995, n. 57/95, con cui il Comandante della Capitaneria di Porto di Pescara, dopo aver rilevato che era stata abusivamente occupata un’area del demanio marittimo di mq. 1115, ordinava il ripristino dello stato dei luoghi ed ingiungeva al ricorrente la demolizione di una recinzione metallica abusivamente realizzata.

A sostegno del ricorso il sig. Omissis assumeva che l’area occupata non era demaniale e che l’Amministrazione aveva posto in essere un provvedimento ingiuntivo di demolizione privo di idonea motivazione e con un iter procedimentale non corretto.

Il ricorrente evidenziava, altresì, di avere presentato domanda di condono ai sensi dell’art. 32 del d.l. 30 settembre 2003, n. 269, così come modificato ed integrato da ultimo con il d.l. 12 luglio 2004, n. 168, per la definizione dell’abuso commesso.

Il T.A.R., con sentenza n. 30 del 27 gennaio 2005, ha dichiarato il ricorso del sig. Omissis in parte inammissibile per difetto di giurisdizione ed in parte improcedibile per sopravvenuto difetto d’interesse, in quanto l’atto sanzionatorio impugnato è risultato superato dalla successiva domanda di concessione in sanatoria.

In particolare i giudici di prime cure hanno ritenuto che la questione inerente la demanialità dell’area occupata abusivamente dal sig. Omissis non rientrava nella giurisdizione del giudice amministrativo ma in quella del giudice ordinario, “in quanto investe situazioni giuridiche di diritto soggettivo” e che la domanda di concessione in sanatoria aveva determinato il venir meno dell’interesse all’impugnazione dell’ordinanza di demolizione, in quanto l’Amministrazione doveva necessariamente valutare tale domanda ed assumere nuove decisioni in merito alla stessa.

Il T.A.R. ha rilevato, inoltre, che il comma 25 dell’art. 32 del d.l. n. 269/2003 (come modificato ed integrato da ultimo con il d.l. n.168/2004), nel richiamare l’applicabilità dell’art. 44 della l. n. 47/1985, ha imposto la sospensione dei procedimenti giurisdizionali riguardanti le opere edilizie abusive, fino alla scadenza del termine per presentare la domanda di condono. A ciò consegue la sospensione ope legis dei provvedimenti sanzionatori adottati fino alla data prevista per la presentazione della domanda di condono e la loro perdita di efficacia, nel caso in cui la parte interessata abbia titolo alla concessione in sanatoria.

Avverso la sentenza del T.A.R., il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha proposto appello.

Il sig. Omissis non si è costituito in giudizio.

All’udienza pubblica del 17 novembre 2016 la causa è stata trattenuta per la decisione.

DIRITTO

2. Con il primo motivo di censura l’appellante lamenta l’erroneità della sentenza del T.A.R. laddove il Tribunale ha affermato che la presentazione della domanda di concessione in sanatoria da parte del privato determinerebbe automaticamente la perdita di efficacia del provvedimento sanzionatorio adottato dall’Amministrazione.

L’Amministrazione appellante sostiene che il privato colpito da un provvedimento sanzionatorio sarebbe fortemente incentivato a proporre domande di concessione in sanatoria, anche infondate ed inconsistenti, al fine di conseguire il risultato della inefficacia del provvedimento sanzionatorio, a prescindere dalla instaurazione di un giudizio teso all’annullamento del provvedimento medesimo.

2b.- L’assunto non può essere condiviso.

Questa Sezione, infatti, si è ripetutamente espressa (cfr. fra tante sez. IV, 22 agosto 2013 n. 4241) nel senso che, qualora l’interessato abbia attivato un procedimento per ottenere il permesso di costruire a sanatoria degli abusi edilizi da lui commessi, il ricorso già proposto avverso il provvedimento repressivo emesso dall’Amministrazione diviene improcedibile per sopravvenuta carenza d’interesse, perché divenuto inefficace, dovendo essere sostituito da un nuovo provvedimento sanzionatorio.

Priva di rilievo, pertanto, è la circostanza che l’istanza di sanatoria sia stata presentata successivamente all’impugnazione dell’ordinanza-ingiunzione e ciò in quanto il riesame dell’abusività dell’opera provocato dall’istanza di sanatoria, sia pure al fine di verificarne l’eventuale sanabilità, comporta ex se la necessaria adozione di un nuovo provvedimento che, qualsiasi ne sia il contenuto, vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell’impugnativa; per cui, anche in caso di diniego del richiesto accertamento di conformità, l’Amministrazione dovrà, comunque, determinarsi sulla domanda con atti autonomamente impugnabili e la fissazione di nuovi termini per ottemperarvi.

L’esercizio della facoltà di regolarizzare la propria posizione da parte del privato impedisce l’esercizio del potere repressivo dell’Amministrazione, almeno fino a quando la stessa non si pronunci in senso negativo sull’istanza medesima e ciò determina la traslazione e il differimento dell’interesse ad impugnare verso il futuro provvedimento che, eventualmente, abbia respinto la domanda medesima.

2c. In conclusione la presentazione dell’istanza di sanatoria successivamente all’impugnazione dell’ordinanza di demolizione produce l’effetto di rendere inefficace tale provvedimento e, quindi, improcedibile l’impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse, atteso che, a seguito dell’istanza di sanatoria, l’ordinanza di demolizione, come si è detto, deve essere sostituita o dalla concessione in sanatoria o da un nuovo provvedimento sanzionatorio. Né può farsi distinzione tra istanza di sanatoria e istanza di condono, dal momento che in entrambi i casi il provvedimento demolitorio è destinato ad essere sostituito da un nuovo provvedimento, che, a seconda dei casi, sarà di accoglimento dell’istanza oppure nuovamente sanzionatorio.

Né rileva che la domanda di condono abbia scarse o nulle possibilità di successo, dal momento che tali valutazioni, a prescindere dalla loro opinabilità, attengono comunque al merito delle decisioni amministrative, che il giudice non può sindacare prima che si siano concretamente manifestate con l’adozione di un formale provvedimento, giusta quanto previsto dall’art. 34, comma 2, cod. proc. amm.

È, tuttavia, opportuno che l’Amministrazione si determini in tempi ragionevoli, per evitare che la presentazione dell’istanza di condono, in caso di inerzia dell’Amministrazione stessa nel provvedere, possa rappresentare un espediente per vanificare gli effetti dell’ordinanza di riduzione in pristino e per protrarre sine die l’abuso edilizio perpetrato.

2d. Per quanto evidenziato, non può trovare accoglimento la tesi dell’Amministrazione appellante, che spetti direttamente ad essa determinarsi, concedendo la concessione in sanatoria – se l’interessato ne abbia titolo -, con contestuale rimozione del provvedimento sanzionatorio precedentemente adottato. Diversamente, in caso contrario, troverebbe conferma il provvedimento sanzionatorio già adottato, senza che sia necessario procedere ad emetterne uno nuovo.

3. Sotto altro profilo l’appellante lamenta l’erroneità della sentenza del T.A.R. laddove il Tribunale ha ritenuto che il comma 25 (dell’art. 32 del d.l. n. 269/2003 come modificato ed integrato da ultimo con il d.l. n.168/2004) ha in particolare, richiamato l’applicabilità dell’art. 44 della l. 28 febbraio 1985, n. 47 (così come modificato dall’art. 8 del decreto-legge 28 aprile 1985, n. 146 convertito nella legge 21 giugno 1985, n. 198) ed ha imposto la sospensione dei procedimenti giurisdizionali riguardanti le opere edilizie abusive fino alla scadenza del termine per presentare la domanda di condono.

L’appellante sostiene che tale sospensione non si possa applicare nel caso in cui le opere abusive siano state realizzate su demanio marittimo e, anche in caso di dubbio circa la demanialità o meno dell’area occupata, il giudice non dovrebbe disporre la sospensione del procedimento giurisdizionale.

L’appellante assume, ancora, che l’Amministrazione non avrebbe potuto, comunque, adottare un provvedimento di sanatoria per l’abuso edilizio, in quanto il sig. Omissis aveva occupato abusivamente l’area demaniale per lo svolgimento di un’attività lucrativa a fini esclusivamente personali, in contrasto con il principio generale secondo cui la concessione rilasciata deve essere finalizzata al pubblico uso e il concessionario deve offrire un insieme di servizi alla collettività, tali da consentire agli utenti il godimento delle utilità derivanti dal bene pubblico.

3b. La tesi è infondata.

Non vi sono motivi per sostenere che ricorrano eccezioni, qualora le opere abusive siano state realizzate su demanio marittimo, specie quando sussiste controversia tra le parti sulla stessa circostanza che l’area occupata sia demaniale.

Su tale ultimo punto, peraltro, il primo giudice ha dichiarato il proprio difetto di giurisdizione, con statuizione che non risulta specificamente appellata.

4. Nessuna determinazione deve essere assunta in ordine alle spese del presente grado di giudizio, non essendosi costituita la parte appellata.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Nulla per le spese per il presente grado di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 17 novembre 2016 […]

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