Elezioni, divieto di contrassegni identici o simili a quelli di altri partiti: non vale solo per i partiti nazionali

Consiglio di Stato sentenza n. 2621 23 aprile 2019

Il divieto dell’art. 14, comma 3, del d.P.R. n. 361 del 1957, a mente del quale «non è ammessa la presentazione di contrassegni identici o confondibili con quelli presentati in precedenza ovvero con quelli riproducenti simboli, elementi e diciture, o solo alcuni di essi, usati tradizionalmente da altri partiti», riguarda non solo i partiti nazionali, ma anche quelli di altri Stati membri dell’Unione, sicché non è permesso ad un partito nazionale presentare il simbolo di un partito estero senza alcuna dichiarazione di collegamento con esso.

La ratio dell’art. 14 del d.P.R. n. 361 del 1957, mirante ad evitare confusione nell’elettorato, non può non valere, infatti, anche per tale tipo di collegamento nel quadro della competizione elettorale europea, ad evitare che il partito nazionale si accrediti, anche sul piano simbolico, come portatore di una ideologia o di un programma politico non condiviso tra partito nazionale e partito estero (nel caso di specie il partito laburista inglese), nonostante l’apparenza simbolica, ma unilateralmente assunto.

 

L’art. 129, comma 5, c.p.a. (applicabile anche in appello ai sensi dell’art. 129, comma 9, c.p.a.), nel prevedere che nel giudizio, avente ad oggetto gli atti di esclusione dal procedimento preparatorio per le elezioni comunali, provinciali e regionali e per il rinnovo dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia, l’udienza di discussione si celebra nel termine di tre giorni dal deposito del ricorso, non vieta la fissazione dell’udienza pubblica, senza avvisi, anche il giorno stesso del deposito dell’appello, quando esigenze di celerità lo impongano, come nel caso di specie, per lo spedito svolgimento delle operazioni elettorali.

Tanto non viola il diritto di difesa, avendo la parte ricorrente – e, con essa, anche le altre parti del giudizio – l’onere di verificare la fissazione dell’udienza in seguito alla proposizione del ricorso debitamente pubblicizzato ai sensi dell’art. 129, comma 8, lett. c), c.p.a, anche ad horas, e di attivarsi per presenziare all’udienza, ove lo ritengano opportuno, per tutelare i propri interessi.

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Consiglio di Stato sent. n. 2621/2019

…4.3. Nel caso di specie, non essendovi peraltro soggetti interessati a proporre appello incidentale, la fissazione dell’udienza ad horas non comprime il diritto di difesa di altre parti, in ipotesi interessate ad impugnare la sentenza nelle statuizioni ad esse in ipotesi sfavorevoli.

5. Il Collegio, ciò premesso, ritiene anche di prescindere da eventuali questioni attinenti alla corretta proposizione del ricorso telematico e alla rituale instaurazione del contraddittorio, anche ai sensi dell’art. 95, comma 6, c.p.a., stante, nel merito, la manifesta infondatezza dell’appello.

6. La tesi dell’appellante, infatti, riposa sull’assunto secondo il quale il divieto dell’art. 14, comma 3, del d.P.R. n. 361 del 1957, a mente del quale «non è ammessa la presentazione di contrassegni identici o confondibili con quelli presentati in precedenza ovvero con quelli riproducenti simboli, elementi e diciture, o solo alcuni di essi, usati tradizionalmente da altri partiti», riguarderebbe i partiti nazionali, ma non quelli di altri Stati membri dell’Unione, sicché sarebbe possibile ad un partito nazionale presentare il simbolo di un partito estero senza alcuna dichiarazione di collegamento con esso.

6.1. Ma questo assunto è privo di pregio perché, come ha rilevato la sentenza impugnata, in questo modo si consentirebbe ad un partito politico nazionale di accreditarsi, presso l’elettorato, come “affiliato” ad un certo movimento partito o movimento politico, senza l’assenso di questo, e di presentare in questo modo contrassegni e simboli che ne dimostrano una comunanza di idee, di propositi e di programmi, con detti partiti, ancorché presenti in altri Stati dell’Unione.

6.2. Come ha correttamente rilevato la sentenza impugnata, però, l’affiliazione tra partiti a livello europeo rappresenta, sia alla luce della normativa comunitaria, sia in base a quella nazionale, un preciso istituto giuridico, subordinato all’accordo tra due formazioni politiche ed alla relativa prova.

6.3. Sul punto si deve osservare, infatti, che con la decisione (UE, Euratom) 2018/994 del Consiglio del 13 luglio 2018 è stato modificato l’atto relativo all’elezione dei membri del Parlamento europeo a suffragio universale diretto, allegato alla decisione 76/787/CECA, CEE, Euratom del Consiglio del 20 settembre 1976, inserendovi l’articolo 3-ter, che prevede testualmente: «Gli Stati membri possono consentire l’apposizione, sulle schede elettorali, del nome o del logo del partito politico europeo al quale è affiliato il partito politico nazionale o il singolo candidato».

6.4. I partiti o gruppi politici, pertanto, possono inserire, nel contrassegno che intendono presentare, simboli e/o denominazioni di partiti europei, fornendo la relativa documentazione sulla legittimità all’uso.

6.5. Invero il partito nazionale, che depositerà, all’interno del proprio contrassegno, anche quello (e/o la denominazione) di un partito politico europeo «affiliato», dovrà produrre l’attestazione/dichiarazione del presidente, segretario o altro rappresentante legale del partito europeo di riferimento, che affermi l’esistenza di un «collegamento» (o affiliazione/associazione) con detto partito nazionale, e la conseguente legittimazione all’utilizzo del simbolo e/o della denominazione del partito o gruppo politico europeo all’interno del contrassegno che il medesimo partito nazionale deposita al Ministero dell’Interno.

6.6. Tale attestazione o dichiarazione dovrà essere autenticata da uno dei soggetti di cui all’art. 14 della legge n. 53 del 1990 o da un’autorità diplomatica o consolare italiana.

7. Come ha correttamente rilevato l’Ufficio elettorale nazionale nel provvedimento, impugnato in prime cure, il principio dell’affiliazione e il vincolo del collegamento valgono e non possono valere, secondo una corretta ricostruzione della normativa nazionale ed europea, non solo nel raccordo tra partito nazionale e partiti europei, ma anche tra i partiti dei singoli Stati europei, ad evitare condotte che suscitano dubbi o confusione nei cittadini europei e alterino il formarsi del consenso elettorale.

6.4. Ne segue che, non avendo avuto i presentatori del contrassegno alcun assenso all’utilizzazione del simbolo da parte del Labour Party se non una irrilevante mail di ringraziamento per l’effettuazione di una donazione di cinque sterline al partito laburista stesso, la mancanza di collegamento con il Labour Party determina l’illegittimità della presentazione del simbolo del partito inglese nel contrassegno della formazione “Omissis” per la violazione dell’art. 14, comma 3, del d.P.R. n. 361 del 1957, interpretato in modo conforme ai principî eurounitari in materia di affiliazione, valevoli anche per il collegamento orizzontale tra partiti nazionali e non solo per quello verticale tra partito nazionale e partito presente nel Parlamento europeo.

6.5. La ratio dell’art. 14 del d.P.R. n. 361 del 1957, mirante ad evitare confusione nell’elettorato, non può non valere, infatti, anche per tale tipo di collegamento nel quadro della competizione elettorale europea, ad evitare che il partito nazionale si accrediti, anche sul piano simbolico, come portatore di una ideologia o di un programma politico non condiviso tra partito nazionale e partito estero (nel caso di specie il partito laburista inglese), nonostante l’apparenza simbolica, ma unilateralmente assunto.

6.6. Nel caso di specie, a dispetto di quanto afferma l’appellante, il simbolo usato identifica chiaramente il partito laburista inglese, agli occhi dell’elettorato, e non già un generico patrimonio politico e culturale dei partiti di ispirazione socialdemocratica e socialista, con la conseguente possibilità di confondere l’elettorato in mancanza di un effettivo, e mai dimostrato, collegamento con il partito laburista inglese.

6.7. Quanto, infine, alla questione di costituzionalità sollevata in sede di appello (pp. 4-5 del ricorso), essa, come il Collegio ha fatto rilevare a verbale, ai sensi dell’art. 73, comma 3, c.p.a., è del tutto nuova, in quanto afferente a censura mai proposta nel ricorso di prime cure, e dunque inammissibile perché introdotta in violazione del divieto dei nova, sancito dall’art. 104, comma 1, c.p.a.

7. In conclusione, per tutte le ragioni esposte, l’appello deve essere respinto, in quanto manifestamente infondato, con la conseguente conferma della sentenza impugnata

8. Non vi è luogo a provvedere sulle spese del presente grado del giudizio, non essendosi costituito il Ministero dell’Interno.

[…]

 

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