Energia elettrica pulita e calcolo contributi

Consiglio di Stato sentenza n. 5946 1 dicembre 2014

Le convenzioni stipulate tra operatori e il Gestore (oggi GSE), volte a regolare la cessione dell’energia prodotta dal primo mediante fonti rinnovabili o assimilate, vincolano (ai sensi dell’art. 1372 codice civile) solo le parti e non i terzi, sicchè, in mancanza di diversa previsione normativa, esse non sono opponibili all’Autorità di regolazione dell’Energia Elettrica ed il Gas.

Anche inter partes tali convenzioni si collocano nell’ambito di un procedimento amministrativo complesso, che tende a verificare la effettiva sussistenza dei presupposti di concessione ed erogazione dei benefici del Cip 6, poiché soltanto l’energia “pulita” effettivamente immessa nella rete può accedere ai prezzi incentivanti.

La ratio degli incentivi e la natura imperativa delle regole che li disciplinano (artt. 1339 e 1419 codice civile) fanno ritenere che sussista la necessità del sistema di incentivare soltanto l’energia effettivamente immessa in rete e derivante da fonti rinnovabili o assimilate. Conseguentemente, trattandosi di rapporti di lunga durata, la determinazione convenzionale e forfettaria  non può che intendersi, a pena altrimenti di irragionevolezza e illiceità della clausola stessa, come determinazione provvisoria rispetto ai rapporti complessi di dare-avere, relativamente alla quantità di energia utilizzata dai servizi ausiliari. Eventuali clausole di forfetizzazione vanno interpretate quindi come clausole di stima del consumo degli ausiliari, utili nella limitata funzione di regolare le continue, ma provvisorie, partite di dare ed avere tra il soggetto incentivato e il Gestore della rete.

Tali stime forfettarie, se rivelatesi come completamente scollegate e non aderenti alla realtà, non possono non essere sottoposte a verifica e rettifica, in presenza dei sistemi di controllo previsti dalla legge e dai quali non si può derogare.

I termini previsti da regolamento approvato con delibera AEEG secondo cui gli esiti degli accertamenti ispettivi debbono essere formalizzati entro 15 giorni dalla loro ultimazione, l’organismo preposto alla verifica deve entro 45 giorni dalla stessa data comunicare formalmente all’operatore interessato il risultato eventualmente negativo dei controlli effettuati e poi, entro 45 giorni dal ricevimento delle controdeduzioni del produttore, deve trasmettere la motivata relazione conclusiva all’AEEG, non sono perentori, ma solo ordinatori, per cui il mancato rispetto degli stessi non può determinare effetti invalidanti degli atti adottati. Infatti l’art. 152 comma 2, c.p.c., nell’affermare che ‘i termini stabiliti dalla legge sono ordinatori, tranne che la legge stessa li dichiari espressamente perentori’, detta un principio generale del nostro ordinamento che è applicabile anche ai termini nei procedimenti amministrativi, mentre nessuna reale incidenza a sostegno della perentorietà può derivarsi dalla previsione normativa di altri strumenti a rimedio del c.d. danno da ritardo.

 

Consiglio di Stato sentenza n. 5946 1 dicembre 2014

[…]

FATTO

Con ricorso proposto innanzi al Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia la società OMISSIS  s.r.l. in qualità di gestore di un impianto di termovalorizzazione che accede alle tariffe incentivanti per la produzione di energia elettrica da trasformazione di rifiuti, agiva per l’annullamento della deliberazione dell’AEEG con la quale era stato disposto il recupero, in suo danno, di contributi indebitamente percepiti a seguito di controlli ispettivi dai quali era risultato che l’energia elettrica incentivata secondo le tariffe CIP/6 non era stata dichiarata al netto ma al lordo, cioè senza scomputare i consumi dei servizi ausiliari di centrale.

La ricorrente, titolare di un impianto di trattamento per recupero energetico sito in Corteleona (PV), era stata ammessa a beneficiare delle tariffe incentivanti previste dalla delibera CIP/6 per effetto di tre diverse e successive convenzioni nel tempo, nelle quali si stabiliva anche che il quantitativo di energia elettrica, da considerarsi assorbito per servizi ausiliari, sarebbe stato calcolato forfettariamente nella misura del 5,5% (ai sensi dell’art. 2, come tale presente in termini identici in tutte e tre le convenzioni).

A seguito di controlli ispettivi effettuati nel maggio 2012 dal GSE presso l’impianto, il Gestore ha ritenuto che i consumi dei servizi ausiliari sarebbero stati ben maggiori rispetto al forfait convenzionalmente stabilito (per un valore medio del 28,1% con un minimo del 18,11% nel 2005 e un massimo del 30,58% nel 2009) e che quindi la società avrebbe beneficiato di indebiti incentivi economici del CIP6 del 1992 anche per quantitativi di energia per i quali non sussisteva il diritto, in quanto i servizi ausiliari – da detrarre – comprendono anche i consumi associati alla fase di combustione e termovalorizzazione dei rifiuti.

Il primo giudice respingeva il ricorso ritenendo infondate le varie censure proposte, attinenti a: a) la detrazione dell’energia assorbita dai c.d. servizi ausiliari; b) il rispetto della clausola di forfetizzazione dei consumi dei servizi ausiliari prevista dalla Convenzione stipulata con Omissis; c) la violazione del principio dell’affidamento; d) il rispetto dei termini perentori procedimentali per i controlli.

Avverso tale sentenza propone appello la stessa società, affidando l’impugnazione ai seguenti motivi:

1)con un primo motivo si contesta la sentenza nel punto in cui ha ritenuto che debbano considerarsi servizi ausiliari di centrale tutti quelli senza l’apporto dei quali l’impianto di produzione di energia non potrebbe funzionare, non avendo la ricorrente dimostrato che l’impianto avrebbe funzionato anche a termovalorizzatore spento; l’appellante argomenta dalla differenza, non ravvisata dal primo giudice, tra impianti monofunzionali e impianti polifunzionali, quale quello in questione, che producono energia elettrica ma che svolgono anche una attività industriale (la combustione dei rifiuti), che andrebbe comunque svolta e che richiederebbe un consumo di elettricità;

2)con un secondo motivo di appello, si lamenta la erroneità della sentenza nel punto in cui non ha ritenuto di rispettare la clausola convenzionale (art. 2 delle convenzioni) con la quale si delimitava in via pattizia e incontestabile al 5,5% il quantum forfettario da detrarre, che avrebbe quindi determinato la spettanza degli incentivi nella misura del 94,5% dell’energia prodotta lorda dall’impianto;

3)con un terzo motivo di appello si lamenta la violazione dei principi in tema di affidamento e proporzionalità attraverso una penalizzazione ad effetto retroattivo, senza tenere conto che la società aveva tenuto comportamenti pienamente rispettosi delle convenzioni e del quadro normativo;

4)con il quarto motivo di appello si lamenta la violazione dei termini previsti dal regolamento approvato con delibera AEEG agli artt. 4.3 e 4.4, secondo cui gli esiti degli accertamenti ispettivi debbono essere formalizzati entro 15 giorni dalla loro ultimazione, l’organismo preposto alla verifica deve entro 45 giorni dalla stessa data comunicare formalmente all’operatore interessato il risultato eventualmente negativo dei controlli effettuati e poi, entro 45 giorni dal ricevimento delle controdeduzioni del produttore, deve trasmettere la motivata relazione conclusiva all’AEEG (nella specie, gli accertamenti ispettivi si sono conclusi in data 11 maggio 2012, gli esiti sono stati inviati al GSE in data 28 settembre 2012; il GSE ha comunicato alla OMISSIS  il risultato della verifica in data 22 novembre 2012).

Si è costituito il GSE chiedendo il rigetto dell’appello in quanto infondato; anche l’AEEG si è costituita chiedendo il rigetto dell’appello.

Alla udienza pubblica dell’11 novembre 2014 la causa è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

1. Costituisce oggetto del giudizio la sentenza del Tar Lombardia di rigetto del ricorso proposto dalla appellante avverso la decisione dell’AEEG (e gli atti presupposti) di ritenere non dovuti gli incentivi del Cip/6 per la parte di energia prodotta dal termovalorizzatore ma non immessa in rete, perché ritenuta compresa tra i servizi ausiliari di centrale.

2.Con il primo motivo di appello l’appellante, riproponendo motivo già svolto in prime cure, contesta la sentenza nel punto in cui ha ritenuto che debbano considerarsi servizi ausiliari di centrale tutti quelli senza l’apporto dei quali l’impianto di produzione di energia non potrebbe funzionare, non avendo la ricorrente dimostrato che l’impianto avrebbe funzionato anche a termovalorizzatore spento.

L’appellante argomenta dalla differenza, non ravvisata dal primo giudice, tra impianti monofunzionali e impianti polifunzionali, quale quello in questione, che producono energia elettrica ma che svolgono anche una attività industriale, che andrebbe comunque svolta e che richiederebbero un consumo di elettricità.

La doglianza è infondata.

Il sistema di incentivazione CIP 6/1992 introdotto dalla legge n.9 del 1991, prevede, secondo le vigenti modalità attuative stabilite dal D.M. 21 novembre 2000, la cessione di energia elettrica al cessionario pubblico (GSE) ad un prezzo incentivato.

L’incentivo è concesso non sulla c.d. produzione lorda ma sulla produzione netta di un impianto di generazione elettrica da fonti rinnovabili o assimilate.

La produzione lorda di un impianto di generazione è la quantità di energia misurata in uscita dal generatore (ai morsetti di macchina, a monte quindi del punto di immissione in rete).

La produzione netta di un impianto di generazione è la differenza tra la produzione lorda e l’energia consumata dai servizi ausiliari, dalle perdite di trasformazione e dalle perdite di linea.

Dal punto di vista tecnico, la determinazione dei consumi di energia elettrica assorbiti dai servizi ausiliari di centrale assume rilevanza al fine di stabilire la differenza tra la produzione lorda e la produzione netta di un impianto di generazione elettrica.

La cessione è regolata da più convenzioni sottoscritte dal produttore e dal GSE sulla base di una convenzione-tipo approvata con decreto del Ministro dell’industria del commercio e dell’artigianato del 25 settembre 1992.

Nella fattispecie, come detto, la convenzione prevedeva una clausola di forfetizzazione dei consumi per servizi ausiliari pari al 5,5% dell’energia prodotta.

L‘appellante, come riporta anche la sentenza appellata, ha sempre dichiarato valori inferiori al 3%.

Nella verifica effettuata nel maggio 2012 il Nucleo Ispettivo aveva riscontrato che coerentemente alla delibera n.02/06 “tutte le utenze elettriche dell’impianto” dovessero essere classificate come servizi ausiliari e che “il consumo degli stessi servizi ausiliari in questo caso risulta stimabile, a seconda dell’anno solare considerato (dal 2004 al 2011), tra il 15 e il 28%”.

In sostanza, era emerso che il consumo reale dei servizi ausiliari dell’impianto era stato di gran lunga superiore rispetto a quello dichiarato e che i quantitativi ammessi al beneficio degli incentivi del Cip/6 erano stati in modo significativo maggiori rispetto a quelli effettivamente immessi nella rete pubblica.

Ne emerge chiara, ad opinione di questo Collegio, la legittimità della decisione di recupero fondata sulla natura indebita (non dovuta) della parte incentivante per l’energia per servizi ausiliari.

Ciò che rileva, ai fini del riconoscimento dell’incentivo Cip/6 è la produzione netta di energia, che si ottiene scomputando dalla energia immessa in rete in consumi di energia effettuati per produrla.

E’ irrilevante la richiamata distinzione tra produzione di energia e trattamento di rifiuti o tra il carattere polifunzionale o monofunzionale dell’impianto, in quanto ciò che la normativa intende premiare è la produzione di energia realmente immessa in rete, che derivi da fonti rinnovabili o assimilate, quale l’incenerimento dei rifiuti.

D’altra parte, agli impianti che producono energia elettrica a mezzo dello smaltimento e dell’incenerimento dei rifiuti, viene riconosciuto il livello di incentivazione più alto in assoluto (rispetto all’energia prodotta dalle fonti realmente rinnovabili), proprio tenendo conto della fase (da detrarre) della energia necessaria per il funzionamento dell’impianto.

Tra i criteri di priorità di gestione dei rifiuti (art. 179 del D.Lgs. 152 del 3 aprile 2006) è compreso, sia pure in via sussidiaria, il recupero e l’impiego dei rifiuti come fonte di energia per la produzione di combustibili.

Tale utilizzo dei rifiuti consiste certamente in una attività unitaria (come si evince dalla normativa in materia, si veda l’art. 2 del D.Lgs. n.133 dell’11 maggio 2005 sui rifiuti come combustibile ai fini della produzione di energia), anche se al suo interno è ben possibile distinguere la energia prodotta che è strumentale (o ausiliaria) al funzionamento del termovalorizzatore e la energia effettivamente immessa, al netto, e destinata all’esterno.

E’ vero quindi che l’incenerimento dei rifiuti è una attività industriale di trasformazione che sarebbe comunque da svolgere e che, in linea teorica, sarebbe ben possibile un impianto dedito esclusivamente in modo limitato alla combustione di rifiuti, senza generazione di elettricità, come sostiene l’appello (pagine 10 e 11); tuttavia, ne discenderebbe che, in tale caso, nulla spetterebbe a titolo di incentivi contemplati per la produzione di energia a mezzo di fonti rinnovabili o assimilate (tra queste ultime la combustione dei rifiuti). Tali incentivi spettano solo al netto e quindi escludendo l’energia compresa nei servizi ausiliari di centrale, senza l’apporto dei quali l’impianto di produzione di energia non potrebbe funzionare.

La determinazione della energia incentivabile effettuata calcolando la differenza tra la produzione lorda dell’impianto – misurata ai morsetti del generatore – e la energia assorbita dai servizi ausiliari, quantificando quest’ultima come la differenza tra la produzione lorda e l’energia immessa in rete, costituisce un criterio coerente con il provvedimento CIP 6/92 e con le delibere in materia dell’AEEG (in particolare, da ultimo, la delibera n.2/2006, ma anche la delibera n.215 del 2004 del 16 dicembre 2004, che all’allegato A, art. 6.3 fa riferimento all’” energia elettrica netta”).

La delibera AEEG n. 2 del 9 gennaio 2006 fonda la nozione di “ausiliarietà” sul rapporto di oggettiva funzionalità tra struttura servente ed impianto servito, esplicitando che va qualificata come assorbita dai servizi ausiliari di centrale – e quindi detratta ai fini degli incentivi – quella impiegata per “tutti i servizi ausiliari di trattamento del combustibile”.

Né l‘affermazione che le linee di trattamento termico dei rifiuti potrebbero in teoria operare indipendentemente dalla produzione di energia elettrica vale a superare la natura di servizi ausiliari, in quanto ciò che rileva come detto, a fini incentivanti, è solo la effettiva energia “pulita” poi immessa in rete.

Quel che interessa, ai fini dell’accesso ai benefici CIP 6/92 non è la ipotetica autonomia di alcune parti dell’impianto, ma le concrete modalità di produzione dell’energia incentivata; non rileva quindi la capacità di incenerire rifiuti come processo industriale, in quanto di trasformazione, a prescindere dalla successiva produzione di energia elettrica, ma la giuridica, tecnica e pratica impossibilità per l’impianto stesso di produrre energia elettrica senza la strumentale attività di incenerimento.

L’impianto di termovalorizzazione fruisce degli incentivi in questione soltanto perché alimentato da rifiuti solidi urbani e da altri ad essi assimilati e tale assetto rende evidente la inscindibile connessione funzionale e strutturale tra la sezione di incenerimento e quella di produzione di energia, perché la seconda non può funzionare senza la prima e dall’altro lato solo l’energia immessa e derivante dall’incenerimento presenta le caratteristiche necessarie per accedere agli incentivi nei prezzi.

3. Con un secondo motivo di appello, la parte appellante lamenta la erroneità della sentenza che ha assunto a suo convincimento l’idea che, anche sulla base delle convenzioni tra le parti, i consumi per servizi ausiliari, da detrarre e da non riconoscere a fini incentivanti, andassero quantificati sulla base di valori reali, disconoscendo del tutto le clausole convenzionali che si erano affidate al sistema forfettario.

Il motivo di appello, in sintesi, riporta l’articolo 2 delle convenzioni di cessione stipulate tra le parti, che prevede sì la deduzione dei quantitativi di energia assorbiti dai servizi ausiliari, ma anche che tali quantitativi sono convenzionalmente stabiliti nella misura forfettaria pari al 5,5,% dell’energia prodotta da detrarre, che avrebbe determinato la spettanza degli incentivi rispetto al 94,5% dell’energia prodotta lorda dall’impianto; si prevede inoltre che le parti convengono che tale valore convenzionale potrà essere aggiornato con un nuovo valore da determinarsi a verifiche tecniche congiuntamente definite.

Al riguardo, il motivo di appello invoca la precettività e impegnatività della clausola di forfetizzazione nonché le norme in tema di interpretazione del contratto, richiamando anche il comportamento successivo, sempre aderente alla tesi di ritenere irrilevante l’effettivo consumo dei servizi ausiliari; sostiene che il forfait costituisce un legittimo criterio di semplificazione per la determinazione della somma dovuta; deduce che la possibilità di successivi accertamenti era espressamente subordinata a verifiche congiunte e che le modifiche al sistema forfettario pattizio avrebbero dovuto essere sottoposte a nuovi accordi tra le parti.

Con il successivo motivo di appello (il terzo, da pagina 21 a pagina 31) la parte appellante svolge, riproponendole, le censure con cui si lamenta la violazione dei principi in tema di affidamento e proporzionalità attraverso la penalizzazione ad effetti retroattivi, senza tenere conto che la società aveva tenuto comportamenti pienamente rispettosi delle convenzioni e del quadro normativo.

Deduce che le condotte, anche successive, del GRTN e poi del GSE, avevano avallato l’affidamento al riconoscimento degli incentivi per la combustione dei rifiuti che oggi viene contestata; altrimenti, sostiene, non sarebbe stata stipulata una clausola forfettaria del solo 5,5,%, essendo il fabbisogno energetico della combustione ben superiore, come si è visto; richiama i generali principi di correttezza e buona fede.

I due motivi di appello (secondo e terzo), in quanto in sostanza richiamanti principi generali di affidamento, buona fede, corretta interpretazione del contratto, vincolatività della clausola forfettaria, ben possono essere esaminati contestualmente.

Tali censure sono infondate.

In primo luogo, va osservato che le convenzioni stipulate tra operatori e il Gestore (oggi GSE), volte a regolare la cessione dell’energia prodotta dal primo mediante fonti rinnovabili o assimilate, vincolano (ai sensi dell’art. 1372 codice civile) solo le parti e non i terzi, sicchè, in mancanza di diversa previsione normativa, esse non sono opponibili all’Autorità di regolazione dell’Energia Elettrica ed il Gas.

Inoltre, vale la considerazione che, anche inter partes, tali convenzioni si collocano nell’ambito di un procedimento amministrativo complesso, che tende a verificare la effettiva sussistenza dei presupposti di concessione ed erogazione dei benefici del Cip 6, poiché soltanto l’energia “pulita” effettivamente immessa nella rete può accedere ai prezzi incentivanti.

La ratio degli incentivi e la natura imperativa delle regole che li disciplinano (artt. 1339 e 1419 codice civile) fanno ritenere che sussista la necessità del sistema di incentivare soltanto l’energia effettivamente immessa in rete e derivante da fonti rinnovabili o assimilate.

Conseguentemente, trattandosi di rapporti di lunga durata, la determinazione convenzionale e forfettaria – alla quale la parte appellante attribuirebbe valore a sua volta precettivo in senso assoluto – non può che intendersi, a pena altrimenti di irragionevolezza e illiceità della clausola stessa, come determinazione provvisoria rispetto ai rapporti complessi di dare-avere, relativamente alla quantità di energia utilizzata dai servizi ausiliari.

Eventuali clausole di forfetizzazione vanno interpretate quindi come clausole di stima del consumo degli ausiliari, utili nella limitata funzione di regolare le continue, ma provvisorie, partite di dare ed avere tra il soggetto incentivato e il Gestore della rete.

Tali stime forfettarie, se rivelatesi come completamente scollegate e non aderenti alla realtà, non possono non essere sottoposte a verifica e rettifica, in presenza dei sistemi di controllo previsti dalla legge e dai quali non si può derogare.

Nella fattispecie, il valore forfettario del 5,5,% era ben lontano dal reale ed accertato 28% circa (valore medio derivante dal valore minimo del 18,11% per l’anno 2005 e il valore massimo di 30,58% dell’anno 2009).

Una diversa lettura non reggerebbe alla critica di favorire meccanismi incentivanti in assenza dei presupposti di legge e concreterebbe, pertanto, in misura considerevole, come accertato, un indebito (sine iusta causa) incentivo, che non diventa dovuto per il mero decorrere del tempo, salvi naturalmente gli effetti della prescrizione.

D’altronde, è oggetto anche della pattuizione convenzionale, oltre che delle regole del sistema, che il dato forfettario debba a sua volta essere verificato e controllato in sede ispettiva, al fine di accertare la reale consistenza dell’energia incentivabile.

Il collegamento tra previsione convenzionale e il successivo potere di controllo si giustifica in quanto le previsioni della convenzione tra l’operatore GSE e le imprese, che non possono costituire un limite al potere di accertamento dell’Autorità di regolazione, integrano proprio uno dei dati, se non il dato di partenza, ai fini della verifica in sede di controllo.

E’, invece, proprio la società appellante a non avere rispettato la convenzione e non può quindi invocare il legittimo affidamento, avendo tenuto comportamento contrario a buona fede, non avendo essa imputato ai servizi ausiliari tutti i consumi che invece vi rientravano, dichiarando quantitativi, come visto, di molto inferiori a quanto previsto in convenzione ed ottenendo in carenza di causa la erogazione della tariffa agevolata per la produzione lorda e non per quella immessa effettivamente di energia pulita.

Il procedimento di verifica, insito nel sistema, previsto dalla convenzione e rientrante nei compiti istituzionali dell’Autorità, non poteva certo limitarsi ad essere un mero esame documentale, ma doveva necessariamente consistere in una verifica, mediante sopralluogo, degli impianti e del loro funzionamento.

Né, si osserva per completezza, tale attività si sostanzia, come invece deduce l’appello, in un esercizio della potestà di autotutela, che deve considerare anche l’affidamento ingenerato, ma in un sostanziale controllo finalizzato ad accertare la sussistenza della reale misura dei benefici incentivanti spettanti.

4. Con il quarto motivo di appello (pagine 31 e 32 dell’appello) si lamenta la violazione dei termini previsti dal regolamento approvato con delibera AEEG agli artt. 4.3 e 4.4, secondo cui gli esiti degli accertamenti ispettivi debbono essere formalizzati entro 15 giorni dalla loro ultimazione, l’organismo preposto alla verifica deve entro 45 giorni dalla stessa data comunicare formalmente all’operatore interessato il risultato eventualmente negativo dei controlli effettuati e poi, entro 45 giorni dal ricevimento delle controdeduzioni del produttore, deve trasmettere la motivata relazione conclusiva all’AEEG. Si rappresenta come nella specie tali termini siano invece stati superati, in quanto gli accertamenti ispettivi si sono conclusi in data 11 maggio 2012, gli esiti sono stati inviati al GSE in data 28 settembre 2012 (quindi oltre il termine di 15 giorni); il GSE ha comunicato alla OMISSIS  il risultato della verifica in data 22 novembre 2012 (quindi oltre il termine di 45 giorni).

L’appello lamenta che la sentenza, nel respingere il motivo, non abbia doverosamente argomentato sulla assenza di perentorietà dei termini, mentre invece il tempo del procedimento amministrativo di per sé costituirebbe un bene della vita, come dimostra la circostanza che la legge n.69 del 2009 prevede apposite sanzioni per il ritardo.

Il motivo è infondato.

I termini previsti dalla deliberazione dell’Autorità non sono perentori, ma solo ordinatori, per cui il mancato rispetto degli stessi non può determinare effetti invalidanti degli atti adottati; né la perentorietà, pur riaffermata in sostanza dalla parte appellante, viene sorretta da alcun reale richiamo normativo applicabile alla specie.

Si ritiene che l’art. 152 comma 2, c.p.c., nell’affermare che ‘i termini stabiliti dalla legge sono ordinatori, tranne che la legge stessa li dichiari espressamente perentori’, detti un principio generale del nostro ordinamento che è applicabile anche ai termini nei procedimenti amministrativi (tra varie, Consiglio di Stato sez. V, 7 luglio 2014. n.3431), mentre nessuna reale incidenza a sostegno della asserita illegittimità può derivarsi dalla previsione normativa di altri strumenti a rimedio del c.d. danno da ritardo.

5.Per le considerazioni sopra svolte, l’appello va respinto.

Sussistono giusti motivi per disporre tra le parti la compensazione delle spese di giudizio del presente grado di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge, confermando l’appellata sentenza.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 11 novembre 2014 […]

 

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