Esecuzione sentenze tar e interesse all’appello PA

Consiglio di Stato sentenza n. 3618 11 agosto 2016

Com’è notorio le sentenze del TAR sono esecutive e, quindi, la P.A. soccombente è tenuta a prestarvi esecuzione. Ma quest’ultima non comporta di per sé acquiescenza, né fa venir meno l’interesse della P.A. all’appello contro la sentenza stessa, trattandosi di mera ottemperanza ad un ordine giudiziale provvisoriamente esecutivo. Solo nel caso in cui emerga in modo esplicito la volontà di accettare l’assetto di interessi definito in detta sentenza, l’interesse all’appello, a seconda dei casi, o non sorge o s’estingue. Nell’ipotesi contraria anche la stessa adozione di nuovi atti in sostituzione di quelli annullati dal TAR non implica che la P.A. non abbia siffatto interesse.

 

Dichiarazione pubblica utilità, decreto d’esproprio, proroga termini

L’art. 13, c. 5 DPR 327/2001 che consente all’«… autorità che ha dichiarato la pubblica utilità dell’opera… (di) … disporre la proroga dei termini… per casi di forza maggiore o per altre giustificate ragioni… (pure) … d’ufficio, prima della scadenza del termine e per un periodo di tempo che non supera i due anni…», pone l’accento sui «casi di forza maggiore» e di «altre comprovate ragioni». Gli uni sono i fatti sopravvenuti all’inizio della procedura ablatoria, ma indipendenti dalla volontà della P.A. espropriante e, comunque, da essa non prevedibili secondo criteri di ordinaria diligenza. Le altre devono risultare da idonea motivazione giustificatrice della disposta proroga, ma non devono essere per forza rappresentate da ipotesi imprevedibili. Queste ultime ben possono consistere in complessità e/o ritardi del procedimento espropriativo, dipendenti da svariati, ma non futili o facilmente risolubili fattori. Ebbene, sono appunto queste vicende, da interpretare in senso rigoroso, che danno il senso preciso non solo dell’an, ma pure del quantum della proroga ammissibile.

I citati presupposti, come servono ad impedire che la mera inerzia sia adoperata per allungare senza limiti la procedura ablatoria, così manifestano pure il tempo effettivamente occorrente per superare le criticità di quest’ultima. Il legislatore certo ha fornito così una valutazione di massima sul periodo di tempo che si presume sufficiente a riportare la procedura nel suo iter fisiologico, indicato di regola in un biennio. Ma non ha pure vietato in modo espresso la reiterazione della proroga, ove a tal fisiologia non si possa pervenire, se sostenuta da una congrua motivazione sulla sussistenza di uno o più dei presupposti, entro il termine stimato (inferiore al biennio) o di legge. Soltanto questo è il significato ritraibile dalla natura decadenziale (non perentoria, ché tal concetto afferisce al diritto processuale) del termine per la definizione del procedimento ablatorio, incappando nella decadenza non il caso fortuito o dipendente da fatto altrui non rimediabile, bensì l’inerzia colpevole della P.A. procedente.  Donde l’estraneità di un divieto di reiterazione al regime della proroga poiché essa, qualunque sia il termine che la P.A. ha adoperato in concreto per concludere il procedimento, resta sempre ancorata, nei propri presupposti legittimanti, solo alla specificità del singolo caso. Non v’è né un dato testuale, né uno funzionale in virtù del quale detta proroga debba esser assentita una ed una volta sola, ché, se così fosse stato, il legislatore ben avrebbe potuto formulare la norma con questa o una simile dicitura. Ma quando ciò accadde (come nel caso della rigida determinazione del termine quinquennale ex art. 20 della l. 22 ottobre 1971 n. 865), più e più volte, lo ricordano gli stessi appellanti incidentali, il legislatore dovette intervenire per superare appunto i problemi derivanti da tale rigidità, ora risolti in via definitiva grazie al citato art. 13, c. 5. Tale norma costituisce così un soddisfacente punto di equilibrio tra due esigenze in tensione tra loro, la rapida efficacia dell’espropriazione per p.u. e l’assenza di perpetui vincoli preordinati all’esproprio sulla proprietà privata, prevalendo questa su quella solo per l’inerzia o l’illegittimo comportamento della P.A. espropriante.

 

Consiglio di Stato sentenza n. 3618 11 agosto 2016

[…]

FATTO e DIRITTO

1. – In attuazione dell’accordo di programma quadro per il restauro e la valorizzazione della reggia di Venaria Reale, con deliberazione n. 107 del 20 febbraio 2006 la giunta provinciale di Torino approvò in via definitiva, con contestuale dichiarazione di p.u., il progetto per la nuova strada di circonvallazione tra Venaria Reale e Borgaro Torinese.

La relativa procedura ablatoria coinvolse, tra gli altri luoghi siti nel territorio comunale di Borgaro Torinese, pure gli immobili di proprietà della Omissis s.r.l. e del sig.  Omissis. Tali terreni erano già da tempo interessati da una discarica abusiva di rifiuti, tant’è che i loro proprietari per questa ragione ebbero complesse vicende in sede penale per reati ambientali. Sicché, per il compimento dei lavori stradali di progetto, si resero necessari quelli di bonifica ambientale sulle aree adiacenti al tracciato stradale, in forza della deliberazione della Giunta comunale di Borgaro Torinese n. 99 dell’11 maggio 2006 (piano operativo di bonifica – POB), in esito alla conferenza di servizi del 28 marzo 2006.

Ciò implicò, oltre agli interventi sull’area ex-industriale ILCAT, pure il previo sgombero di detti rifiuti e la bonifica delle aree, cose, queste, che determinarono la dilatazione dei tempi per l’esecuzione dell’opera stradale.

2. – Sicché intervenne la delibera n. 1076 del 12 ottobre 2010, con cui la Giunta provinciale prorogò la dichiarazione di p.u., il cui termine fu così rifissato al 20 febbraio 2013. Con successiva delibera n. 77 del 12 febbraio 2013, la Giunta provinciale dispose un’ulteriore proroga della dichiarazione de qua di altri due anni.

Con determinazione dirigenziale n. 48 – 18245 del 4 giugno 2014, la Provincia ha deliberato la definitiva espropriazione di tali terreni.

3. – Avverso tutte le statuizioni del procedimento espropriativo sono insorti detta Società e consorte avanti al TAR Piemonte, con il ricorso n. 224/2007 RG, articolato in un gravame introduttivo ed in nove articolati atti per motivi aggiunti.

L’adito TAR, con la sentenza n. 597 del 16 aprile 2015, ha accolto la pretesa azionata soltanto nella parte in cui s’è denunciata la carenza di potere nel disporre la seconda proroga dei termini (ai fini della conclusione del procedimento ablatorio), ritenuta in aperta e chiara violazione dell’art. 13, c. 5 del DPR 8 giugno 2001 n. 327. Dal che, ad avviso del TAR, l’obbligo di restituzione degli immobili stessi e del risarcimento del danno, ferma comunque la facoltà per la P.A. d’esercitare il potere ex art. 42-bis del DPR 327/2001.

4. – Appella anzitutto la Città metropolitana di Torino (ente successore della Provincia di Torino), con il ricorso n. 5523/2015 RG in epigrafe.

Essa deduce l’erroneità dell’impugnata sentenza per:

a) – il difetto di giurisdizione, implicitamente affermata dal TAR, spettando invece all’AGO la cognizione sulla nullità ex art. 21-septies della l. 7 agosto 1990 n. 241 degli atti adottati sulla seconda proroga e sull’espropriazione;

b) – l’assenza d’ogni preclusione, in base all’art. 13, c. 5 del DPR 327/2001, alla reiterazione della proroga ove ne ricorrano i presupposti, purché sia contenuta entro il termine del biennio;

c) – l’assenza comunque del presupposto risarcitorio in ordine al periodo anteriore alla seconda proroga.

La Società e il consorte si sono costituiti in giudizio proponendo appello incidentale.

4.1. Successivamente i medesimi hanno introdotto, con il ricorso n. 6643/2015 RG in epigrafe, un autonomo giudizio di appello (riproduttivo di quello incidentale), deducendo:

a) – di non aver mai chiesto l’acquisizione sanante ex art. 42-bis, né tampoco la quantificazione della relativa indennità, peraltro erronea per più ragioni;

b) – che, nel respingere il gravame introduttivo ed i primi cinque atti per motivi aggiunti, il TAR non ha considerato il contenuto dell’impugnazione contro la dichiarazione di p.u., non avendo al riguardo la P.A. tenuto in obbligatorio conto, tra le varie opzioni possibili, quella meno onerosa per i privati (p.es., tracciati stradali alternativi alla demolizione di fabbricati industriali a suo tempo lecitamente assentiti);

c) – l’erronea declinatoria di giurisdizione sulla fissazione a “zero” dell’importo dell’indennizzo per l’occupazione d’urgenza, così formulato a causa della necessaria bonifica degli immobili;

d) – l’omessa valutazione dell’illegittimità in sé del progetto dell’opera pubblica (impugnato con il 2° atto per motivi aggiunti contro la delibera n. 664 dell’11 maggio 2004) e della delibera n. 107/2006 (per inesistenza della causa);

e) – l’erroneo rigetto del 3° e del 4° atto per motivi aggiunti, intesi a contestare i provvedimenti della Provincia di Torino stante l’evoluzione della vicenda penale in cui erano stati coinvolti i terreni in questione;

f) – l’omessa considerazione che la persistenza del potere ablatorio non esclude l’illegittimità dell’occupazione e che l’esistenza del sequestro penale e della (asserita) confisca dei terreni non avrebbe di per sé sola impedito il ricorso alla procedura d’urgenza ex art. 22-bis del DPR 327/2001; g) – l’erronea statuizione del TAR sulla necessità della bonifica ambientale, che riguardò non i terreni attorei, ma un’altra area nella quale fu poi effettuata.

4.2. Si sono costituite a posizioni incrociate le rispettive parti intimate, concludendo per il rigetto degli appelli avversari. Resiste in entrambi i giudizi il Comune di Borgaro Torinese, che conclude a sua volta per il rigetto integrale delle pretese di detta Società e del signor Omissis.

4.3. Con l’ordinanza collegiale n. 4269 del 18 settembre 2015, la Sezione:

a) ha riunito i due appelli;

b) ha respinto la domanda cautelare proposta dai privati ed accolto in parte quella della Città Metropolitana di Torino.

Con la successiva ordinanza collegiale n. 5840 del 24 dicembre 2015, la Sezione ha disposto incombenti istruttori a carico della Città metropolitana di Torino, da questa adempiuti con il deposito del 28 gennaio 2016.

4.4. Alla pubblica udienza del 31 marzo 2016, su conforme richiesta delle parti, i ricorsi in epigrafe sono stati congiuntamente assunti in decisione dal Collegio.

5. – L’appello principale della Città metropolitana di Torino è anzitutto ammissibile poiché, com’è notorio, le sentenze del TAR sono esecutive e, quindi, la P.A. soccombente è tenuta a prestarvi esecuzione. Ma quest’ultima non comporta di per sé acquiescenza, né fa venir meno l’interesse della P.A. all’appello contro la sentenza stessa, trattandosi di mera ottemperanza ad un ordine giudiziale provvisoriamente esecutivo (cfr. Cons. St., IV, 23 giugno 2015 n. 3182). Solo nel caso in cui, che qui non si verifica, emerga in modo esplicito la volontà di accettare l’assetto di interessi definito in detta sentenza, l’interesse all’appello, a seconda dei casi, o non sorge o s’estingue (cfr. Cons. St., IV, 12 novembre 2015 n. 5136). Nell’ipotesi contraria, anche la stessa adozione di nuovi atti in sostituzione di quelli annullati dal TAR non implica che la P.A. non abbia siffatto interesse.

Pretestuosa è l’eccezione d’inammissibilità del ricorso in epigrafe per assenza di delibera o di altro atto che legittimi il Sindaco metropolitano e/o il patrono della P.A. appellante principale. Invero, il ricorso in epigrafe è stato depositato alla Segreteria della Sezione il 18 giugno 2015, in una con il decreto n. 139 – 15066/2015, con cui il Sindaco della Città metropolitana di Torino ha autorizzato il presente giudizio. Poiché ciò è risultato subito dal sito NSIGA di questo Consiglio, la Società appellata ben ne avrebbe potuto avere immediata contezza con l’ordinaria diligenza, visto che essa s’è costituita il 7 luglio successivo.

Ancor più infondata è l’eccezione sull’omessa deduzione specifica contro il disposto annullamento del decreto d’esproprio, per illegittimità derivata dall’indebita proroga dei termini d’efficacia della dichiarazione di p.u., visto che tal statuizione non ha valenza autonoma e resta travolta per il sol fatto dell’accoglimento del ricorso in epigrafe, appunto perché l’appello è fondato nel merito e va accolto, per le ragioni e nei limiti qui di seguito indicati.

5.1. Il primo motivo è frutto d’un equivoco sul significato della “nullità” ex art. 21-septies della l. 241/1990 in ordine alla reiterazione della proroga di cui all’art. 13, c. 5 del DPR 327/2001 per i termini indicati nella dichiarazione di p.u.

A tutto concedere —ove mai, cioè, siffatta reiterazione fosse vietata— si verserebbe in un caso non già di c.d. carenza di potere “in astratto” (esercizio d’una funzione che nessuna norma attribuisce alla P.A.), bensì di violazione del divieto legale per superamento del tempo massimo prorogabile. Sicché la P.A. è in effetti titolare del potere, perché lo dice appunto il citato art. 13, c. 5, ma l’avrebbe al più esercitato in difetto dei suoi concreti presupposti, per cui si ha un’illegittimità e non un difetto assoluto di attribuzioni con conseguente giurisdizione di legittimità del G.A. (cfr., per tutti, Cons. St., VI, 27 gennaio 2012 n. 372).

6. – Ciò chiarito, l’oggetto specifico del contendere s’incentra essenzialmente sulla prorogabilità non già per una sola o più volte dei termini indicati nella dichiarazione di p.u., bensì del termine di due anni all’uopo previsto dal ripetuto art. 13, c. 5.

Ora, quest’ultimo consente all’«… autorità che ha dichiarato la pubblica utilità dell’opera… (di) … disporre la proroga dei termini… per casi di forza maggiore o per altre giustificate ragioni… (pure) … d’ufficio, prima della scadenza del termine e per un periodo di tempo che non supera i due anni…».

La norma pone l’accento sui «casi di forza maggiore» e di «altre comprovate ragioni». Gli uni sono i fatti sopravvenuti all’inizio della procedura ablatoria, ma indipendenti dalla volontà della P.A. espropriante e, comunque, da essa non prevedibili secondo criteri di ordinaria diligenza. Le altre devono risultare da idonea motivazione giustificatrice della disposta proroga, ma non devono essere per forza rappresentate da ipotesi imprevedibili. Queste ultime ben possono consistere, come nel caso in esame per i terrenti degli appellanti incidentali (inquinati e da ripulire, oltre che sottoposti a sequestro penale), in complessità e/o ritardi del procedimento espropriativo, dipendenti da svariati, ma non futili o facilmente risolubili fattori (arg. ex Cons. St., IV, 11 aprile 2014 n. 1750; id., 6 ottobre 2014 n. 4490).

Ebbene, sono appunto queste vicende, da interpretare in senso rigoroso, che danno il senso preciso non solo dell’an, ma pure del quantum della proroga ammissibile.

I citati presupposti, come servono ad impedire che la mera inerzia sia adoperata per allungare senza limiti la procedura ablatoria, così manifestano pure il tempo effettivamente occorrente per superare le criticità di quest’ultima. Il legislatore certo ha fornito così una valutazione di massima sul periodo di tempo che si presume sufficiente a riportare la procedura nel suo iter fisiologico, indicato di regola in un biennio. Ma non ha pure vietato in modo espresso la reiterazione della proroga, ove a tal fisiologia non si possa pervenire, se sostenuta da una congrua motivazione sulla sussistenza di uno o più dei presupposti, entro il termine stimato (inferiore al biennio) o di legge.

Soltanto questo è il significato ritraibile dalla natura decadenziale (non perentoria, ché tal concetto afferisce al diritto processuale) del termine per la definizione del procedimento ablatorio, incappando nella decadenza non il caso fortuito o dipendente da fatto altrui non rimediabile, bensì l’inerzia colpevole della P.A. procedente.

Donde l’estraneità di un divieto di reiterazione al regime della proroga poiché essa, qualunque sia il termine che la P.A. ha adoperato in concreto per concludere il procedimento, resta sempre ancorata, nei propri presupposti legittimanti, solo alla specificità del singolo caso. Non v’è né un dato testuale, né uno funzionale in virtù del quale detta proroga debba esser assentita una ed una volta sola, ché, se così fosse stato, il legislatore ben avrebbe potuto formulare la norma con questa o una simile dicitura. Ma quando ciò accadde (come nel caso della rigida determinazione del termine quinquennale ex art. 20 della l. 22 ottobre 1971 n. 865), più e più volte, lo ricordano gli stessi appellanti incidentali, il legislatore dovette intervenire per superare appunto i problemi derivanti da tale rigidità, ora risolti in via definitiva grazie al citato art. 13, c. 5.

Tale norma costituisce così un soddisfacente punto di equilibrio tra due esigenze in tensione tra loro, la rapida efficacia dell’espropriazione per p.u. e l’assenza di perpetui vincoli preordinati all’esproprio sulla proprietà privata, prevalendo questa su quella solo per l’inerzia o l’illegittimo comportamento della P.A. espropriante.

Né può dirsi che, nel caso in esame, la P.A. si sia sottratta all’obbligo di dar idonea contezza di detti presupposti, tra i quali lo stato dei terreni degli appellanti incidentali. In disparte le cinque varianti in corso d’opera tra il 2006 ed il dicembre 2011, la P.A. ha precisato anzitutto che la quarta di esse fu provocata dalla necessità di far fronte alla rimozione e smaltimento di rifiuti presenti nel sito ex-industriale ILCAT (non degli appellanti incidentali). Fu fatta presente pure l’indisponibilità pro tempore di alcune aree espropriande perché soggette a sequestro penale, nonché l’inserzione di porzioni dei predetti terreni nel perimetro della bonifica ambientale, oltre ad ulteriori vicende pur sempre problematiche per il tempestivo buon esito della procedura espropriativa. Si tratta quindi di situazioni che, in varia guisa, son sfuggite alla piena disponibilità della P.A., come il sequestro e la confisca dei terreni indicati, rendendo impossibile l’immediata e complessiva apprensione di tutte e di ciascuna area occorrente alla realizzazione dell’opera.

Obiettano al riguardo gli appellanti incidentali, rifacendosi al quinto atto per motivi aggiunti, che il sequestro e la confisca dei terreni stessi (ma per la confisca, cfr. Cass. pen., III, 6 novembre 2008 n. 41351) non avrebbero impedito la tempestiva conclusione della procedura ablatoria.

Non sfugge punto al Collegio che, una volta (e solo se) legittimamente definita, l’espropriazione implica l’acquisto a titolo originario del bene espropriato, cosa, questa, che NON si verifica con l’occupazione temporanea e d’urgenza. Questa, al più, determina lo spossessamento e non crea un titolo d’acquisto, sicché tali dati, di per sé soli e al di là della loro giustezza, non sono opponibili alle proroghe de quibus. Piuttosto, il sequestro penale ex art. 321 c.p.p. delle aree, di terzi o degli stessi appellanti incidentali non importa —purché coinvolti in un’unica procedura— non è in sé così irrilevante come vorrebbero gli appellanti incidentali. Essa è invece misura cautelare preordinata ad evitare l’uso del bene pertinente al reato per protrarre o aggravare quest’ultimo, o per poterne commettere di nuovi. Sicché alla P.A., pur se estranea al rapporto penale, non è consentito (tant’è che la Provincia dovette esserne autorizzata dalla Corte d’appello di Torino) di occupare in via di urgenza il bene fintanto che non sia almeno definita la vicenda della pertinenza di esso al reato o non si ravvisino più le esigenze cautelari che l’hanno determinato.

È appena da osservare che, nel caso inerente agli appellanti incidentali, la Corte suprema precisò che integrasse di per sé il reato di realizzazione di discarica abusiva pure l’accumulo di rifiuti non raccolti (foss’anche all’interno dello stabilimento produttivo), finché non avessero ricevuto nei tempi previsti la destinazione acconcia.

Gli appellanti incidentali insistono molto, specie nella memoria conclusionale, sulla circostanza, pur vera in sé, che i terreni bisognevoli della bonifica propriamente detta (ciò si vede pure nel relativo POB di cui alla delibera di Giunta comunale n. 140 del 18 luglio 2006) fossero non già le loro particelle omissis e omissis, bensì altre aree. Dimenticano però che tutta la part. omissis ed una buona porzione della par. omissis (di proprietà della Omissis s.r.l.), son state direttamente coinvolte nei lavori stradali, mentre le restanti parti di quest’ultima son state occupate per la realizzazione di attività di natura ambientale, nonché per opere idrauliche (la fascia a SE). Del pari, le particelle omissis e omissis, di proprietà del sig. Omissis, hanno seguito la medesima sorte della part. omissis. Ma tutt’e tre le categorie di opere si appalesano funzionalmente tra loro inscindibili e coessenziali (come si dirà meglio tra poco) e la combinazione di tutte le loro vicende contribuirono a determinare dette proroghe.

L’assenza del vizio, viceversa riscontrato dal TAR nella reiterazione della proroga di cui al ripetuto art. 13, c. 5, implica l’assorbimento del terzo motivo del gravame principale, quantunque sia vero che al più l’illegittimità della seconda proroga avrebbe deprivato del titolo solo l’occupazione temporanea protrattasi dopo l’emanazione di esso, dunque delimitando solo a tal ultimo segmento temporale la eventuale risarcibilità dei danni da occupazione illecita.

7. – Pertanto, così accogliendo l’appello principale, sono rigettati, oltre al quinto, i motivi aggiunti davanti al TAR dal sesto al nono.

7.1. Per contro, l’appello incidentale è privo di pregio e va disatteso.

Quanto al primo motivo d’appello, alle pagg. 28/29 della sentenza impugnata, il TAR s’è limitato al mero richiamo testuale dell’art. 42-bis del DPR 327/2001. Questo per vero prevede che, ove usata la procedura dell’acquisizione sanante, l’indennizzo, sulla cui misura peraltro questo Giudice non è fornito di giurisdizione (cfr. da ultimo Cass. civ., sez. un., n. 15283 del 2016), è calcolato nei modi di cui al c. 3. Sfugge allora il senso della doglianza e men che mai della dedotta ultrapetizione, in quanto, se è vero che le parti non chiesero al TAR la diretta applicazione dell’art. 42-bis, il mero richiamo ad esso è un mero obiter dictum rispetto al decisum favorevole sulle domande di restituzione del bene e di risarcimento del danno da occupazione illegittima. Tutto quanto gli appellanti incidentali credono d’appuntare al Giudice di prime cure o è inesistente, o è argomento sull’effettiva determinazione del dovuto per l’espropriazione (valore dell’area industriale, assenza o meno di obblighi di bonifica ambientale, ecc.) che spetta alla cognizione dell’AGO.

7.2 Nemmeno convince la doglianza sul rigetto del gravame introduttivo e dei primi cinque atti per motivi aggiunti.

Sul primo aspetto, rettamente il TAR evidenzia il contrasto tra la destinazione di zona (agricola) di PRG e l’uso industriale dei terreni attorei, che avrebbe imposto comunque il trasferimento di tal attività da questi ultimi. E tanto fu accertato con forza di giudicato e vale pure al di là che su di essi vi fosse, o no, l’abusiva discarica di rifiuti ed il nucleo essenziale di tal argomento non è aggredito, né confutato in appello. Né basta predicare un generico obbligo della P.A. a ricercare, tra tutte le possibili, la soluzione meno onerosa per gli appellanti incidentali. Invero, la deduzione del principio di ragionevole proporzionalità deve offrire, nel corpo del motivo di gravame, un serio elemento di prova che mostri l’irrazionalità in sé di quella prescelta, elemento nella specie non surrogabile dall’assunto circa l’uso materialmente industriale dei terreni in questione.

Suggestivo, ma non convincente è poi l’argomento critico della declinatoria di giurisdizione statuita dal TAR con riguardo alla valutazione a zero, oggetto del primo atto per motivi aggiunti, dei terreni stessi ai fini dell’indennità d’occupazione. Si rammenti che sul punto gli appellanti incidentali sono consapevoli della giurisdizione dell’AGO in tema d’indennità d’occupazione, e lo ammettono. Ciò posto, si può forse discettare se una siffatta valutazione nulla sia, o meno, un vizio della funzione e, dunque, di legittimità dell’atto così formato. Ma ciò è un falso problema: nella specie si tratta pur sempre dell’accertamento sulla congruità dell’indennità, nel qual caso l’AGO valuta direttamente l’an ed il quantum debeatur della pretesa indennitaria. Il Giudice ordinario, se del caso, liquida quanto spetta realmente (quindi, pure sulla sostenibilità delle spese di bonifica) tralasciando i profili (vizi) di legittimità.

7.3. La questione della tempestività del secondo atto per motivi aggiunti, ove investì pure la delibera n. 664 dell’11 maggio 2004, non coglie nel segno.

Infatti, il gravame introduttivo si rivolse direttamente contro la delibera n. 107/2006 e nei confronti degli atti preparatori, tra cui, come oggi dicono gli appellanti incidentali, vi sarebbe stata pure la delibera del 2004. Ebbene, se li si volesse seguire in questo ragionamento, così essi dimostrano d’aver avuto contezza di detta delibera fin dal ricorso introduttivo, per cui la tardività dei secondi motivi aggiunti sarebbe patente. Ma la sentenza dà atto fin dalle premesse che essi affermano d’aver avuto contezza della delibera del 2004 solo a seguito del deposito documentale della P.A. Occorre, però, far presente che il TAR ha affrontato la ragione della tardività dell’impugnazione della delibera stessa. Infatti, la conoscenza di questa era avvenuta in capo agli appellanti incidentali già nel 2004 e non l’impugnarono a quel tempo, tentando poi di recuperarne il termine con i secondi motivi aggiunti, però inutilmente, nella specie affermando che in fondo la delibera fu gravata fin dall’inizio.

Non ha alcun pregio, inoltre, la pretesa nullità della delibera n. 107/2006 perché solo con essa fu riapprovato il progetto definitivo dell’opera con contestuale dichiarazione di p.u.

S’è attualizzato in tal modo sia l’avvio del procedimento ablatorio, sia l’interesse degli odierni appellanti al riguardo, ma da quel momento in poi. Dal che l’inconsistenza d’ogni contrario avviso al riguardo, anche per quanto attiene all’omessa notifica individuale del vincolo preordinato all’esproprio apposto sui predetti terreni nel 2003, per un duplice ordine di ragioni. Da un lato, la dichiarazione di p.u. avvenne (2006) entro il quinquennio di efficacia di quest’ultimo, di talché, anche a considerarne tempestiva la successiva impugnazione, questa non è in grado di paralizzare né detta dichiarazione, né l’opera in sé e certo non perché il progetto avrebbe dovuto, nella prospettazione degli appellanti, modificare il tracciato stradale. Dall’altro, la bonifica dei loro terreni, foss’anche nei soli limiti dello (e, anzi proprio per lo) sgombero dei rifiuti non pericolosi accumulati nelle aree de quibus, fu la conseguenza e non certo il presupposto della realizzazione dell’opera, dunque ad essa strumentale, tant’è che il patrono degli appellanti incidentali ne dichiarò l’adempimento spontaneo fin nella conferenza di servizi del 17 gennaio 2005.

7.4 Un’ultima precisazione è d’uopo sul punto, partendo dalle considerazioni di cui alla memoria degli appellanti incidentali del 15 marzo 2016, alle pagg. 15/17, ma che vanno lette altresì alla luce della dianzi indicata coessenzialità tra lavori stradali e opere di bonifica.

Gli appellanti incidentali fanno colà presente un dato in sé materialmente vero, ma giuridicamente infondato. In sostanza essi dicono che, pur a concedere che l’approvazione del progetto della strada avvenne con la delibera n. 107, le indagini di caratterizzazione ambientale sul sito ex-industriale ILCAT furono portate solo all’esame della citata conferenza di servizi in data 28 marzo 2006, ossia dopo l’emanazione della citata delibera. Da ciò essi arguiscono che, essendo il POB stato approvato a sua volta con la delibera n. 883 del 1° agosto 2006, non poté formare oggetto della dichiarazione di p.u. di cui alla delibera n. 107/2006.

Ebbene, s’è già detto, ed i documenti pervenuti in esito all’ordinanza istruttoria n. 5840/2015 lo attestano, che le particelle omissis, omissis, omissis e omissis, di proprietà degli appellanti stessi, furono destinate in parte direttamente alle opere stradali, in parte a quelle di recupero ambientale ed in parte a quelle di sistemazione idraulica. Ciò ben s’evince proprio nel progetto definitivo della strada, ma pure nelle premesse del POB, il quale precisò che fin dal 2001 la Provincia di Torino affidò il contratto pure per la parte inerente alla caratterizzazione ambientale delle aree coinvolte ed adiacenti alle opere stradali. Il POB, dunque, non fu altro da sé, né tampoco parallelo o stravagante rispetto al progetto definitivo relativo a queste ultime, ma costituì con esse una parte inscindibile della progettazione e della realizzazione complessiva della strada de qua, nonché del relativo procedimento ablatorio.

È appena da ribadire, con ciò confutandosi ogni contrario avviso, che del POB gli stessi appellanti ebbero contezza fin dalla citata conferenza di servizi del 17 gennaio 2005, in esito alla quale fu poi adottato il piano di caratterizzazione ambientale.

7.5 Le vicende penali dedotte con il terzo atto per motivi aggiunti, come s’è visto dianzi, non si sono di per sé rivelate dirimenti per la legittimità della seconda proroga ex art. 13, c. 5 del DPR 327/2001 o per la necessità dello sgombero dei terreni e, al più, potranno esser apprezzate dall’AGO, in sede di liquidazione delle indennità d’esproprio e di occupazione.

Il quarto atto per motivi aggiunti, rivolto anch’esso contro l’ordine di sgombero di tali immobili, ha come presupposto la pretesa decadenza della potestà d’occupazione, che in realtà non ha avuto soluzione di continuità fino all’emanazione del decreto di esproprio. Nell’un caso, come nell’altro, l’appello non riesce a confutare con precisione i sintetici, ma precisi argomenti del TAR e, dunque, sul punto nulla quaestio.

8. – In definitiva, l’appello principale va accolto e quello incidentale respinto, con il conseguente rigetto integrale della pretesa azionata in primo grado, mentre le spese del doppio grado seguono, come di regola, la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (sez. IV), definitivamente pronunciando sui ricorsi riuniti meglio indicati in epigrafe:

a) accoglie l’appello n. 5323/2015 RG e respinge quello n. 6643/2015 RG e per l’effetto, in parziale riforma della sentenza impugnata che conferma nel resto, rigetta in toto il ricorso di primo grado con i relativi motivi aggiunti;

b) condanna le parti soccombenti, in solido, al pagamento delle spese di ambedue i gradi giudizio, liquidate in complessivi € 10.000,00 (Euro diecimila/00), oltre accessori come per legge (I.V.A., C.P.A. e rimborso spese generali al 15%), in favore di ciascuna parte appellata (Città Metropolitana di Torino e Comune di Borgaro Torinese);

c) dispone che il contributo unificato relativo ad entrambi i gradi di giudizio resti a carico della Omissis s.r.l. e di  Omissis che provvederanno a rimborsare quello anticipato dalla Città Metropolitana di Torino relativamente al presente grado di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio del 31 marzo 2016 […]

 

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