Estinzione reato e pronuncia sentenza di assoluzione

Cassazione penale  sentenza n. 49038 25 novembre 2014

In presenza di una causa di estinzione del reato il giudice è legittimato a pronunciare sentenza di assoluzione a norma dell’art. 129, comma 2, c.p.p. soltanto nei casi in cui le circostanze idonee ad escludere l’esistenza del fatto, la commissione del medesimo da parte dell’imputato e la sua rilevanza penale emergano dagli atti in modo assolutamente non contestabile, così che la valutazione che il giudice deve compiere al riguardo appartenga più al concetto di «constatazione», ossia di percezione ictu oculi, che a quello di «apprezzamento», e sia quindi incompatibile con qualsiasi necessità di accertamento o di approfondimento.

NeI giudizio di cassazione, relativo a sentenza che ha dichiarato la prescrizione del reato, non sono rilevabili né nullità di ordine generale, né vizi di motivazione della decisione impugnata.

La legittimazione all’azione civile nel processo penale (legitimatio ad causam) va verificata esclusivamente alla stregua della fattispecie giuridica prospettata dalla parte a fondamento dell’azione, in relazione al rapporto sostanziale dedotto in giudizio, ed indipendentemente dalla effettiva titolarità del vantato diritto al risarcimento dei danni, il cui accertamento riguarda il merito della causa, investendo i concreti requisiti di accoglibilità della domanda e, perciò, la sua fondatezza, ed è collegato all’adempimento dell’onere deduttivo e probatorio incombente sull’attore.

 

Cassazione penale sentenza n. 49038 25 novembre 2014

[…]

CONSIDERATO IN DIRITTO

I ricorsi del Procuratore Generale della Repubblica di Catania e delle parti civili U. C. e V. P. sono fondati: la sentenza impugnata va, pertanto, annullata nei confronti di G. L. [limitatamente ai reati di cui ai capi A) – C) -D) – E) – F) – G)], e nei confronti di A. P., con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Catania per nuovo giudizio sui predetti punti. Per effetto di tale statuizione, risulta precluso l’esame dei motivi del ricorso dell’imputato G. L. di cui ai punti 2A – 2B – 2C – 2D – 2E (f. 370 del ricorso) – 2 F.

I  ricorso di M. M. è fondato: la sentenza impugnata va, pertanto, annullata nei suoi confronti, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Catania per nuovo giudizio. Per effetto di tale statuizione, risulta assorbito il ricorso del Procuratore Generale della Repubblica di Catania, inerente al trattamento sanzionatorio.

I   ricorsi di G. L., limitatamente ai motivi di cui ai punti 1A) – 1B) – 1C) – 2E (f. 338), e di L. S. sono inammissibili per genericità e/o manifesta infondatezza.

Ricorsi del Procuratore Generale della Repubblica di Catania e delle parti civili C. e P..

1. I ricorsi del Procuratore Generale della Repubblica di Catania e delle parti civili U. C. e V. P. sono fondati: la sentenza impugnata va, pertanto, annullata nei confronti di G. L. limitatamente ai reati di cui ai capi A) – C) – D) – E) – F) – G), e nei confronti di A. P., con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Catania per nuovo giudizio sui predetti punti. Per effetto di tale statuizione, risulta precluso l’esame dei motivi del ricorso dell’imputato G. L. di cui ai punti 2A – 2B – 2C – 2D – 2E (f. 370 del ricorso) – 2 F.

1.1.      Va esaminata preliminarmente la questione della tempestività o meno del ricorso per cassazione presentato dal P.G. territoriale, contestata dagli imputati P. (con memoria pervenuta il 4 giugno 2014) e L.(con memorie pervenute in data 6 giugno 2014 e 2 ottobre 2014), essenzialmente per il rilievo che mancherebbe in atti l’indicazione della data di presentazione dell’impugnazione in oggetto nella cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento impugnato, da parte del pubblico ufficiale addetto, prescritta dall’art. 582, comma 1, cod. proc. pen.

1.1.1.   Ritiene il collegio che (come già ritenuto da questa Corte in relazione ad analoga questione, nella vigenza dell’abrogato codice di rito: cfr. per tutte Sez. VI, sentenza n. 11285 del 1984, CED Cass. n. 167182) la predetta indicazione non sia richiesta ad substantiam, bensì unicamente a prova della tempestività della presentazione dell’impugnazione stessa: ne consegue che – ove essa manchi – l’impugnazione non è di per sé inammissibile, in quanto la sua data di presentazione può essere accertata, ove possibile, anche aliunde, purché inequivocabilmente, alla stregua di qualsiasi altro fatto processuale.

A riprova della correttezza di questa affermazione di principio, deve rilevarsi che essa risulta espressione del favor impugnationis e costituisce applicazione del più generale principio secondo il quale l’omissione di un adempimento non può risolversi in danno della parte che non era tenuta a svolgerlo.

Va, in proposito, affermato il seguente principio di diritto:

<<L’indicazione della data di presentazione dell’impugnazione nella cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento impugnato, da parte del pubblico ufficiale addetto, prescritta dall’art. 582, comma 1, cod. proc. pen., non è richiesta ad substantiam, bensì unicamente a prova della tempestività della presentazione dell’impugnazione stessa: ne consegue che – ove essa manchi – l’impugnazione non è di per sé inammissibile, in quanto la sua data di presentazione può essere accertata, ove possibile, anche aliunde, purchè inequivocabilmente, alla stregua di qualsiasi altro fatto processuale>>.

1.1.2.   Ciò premesso, nel caso di specie il termine per il deposito del ricorso del PG territoriale scadeva pacificamente in data 2 ottobre 2013.

Vi è in atti prova non soltanto (come asserito dall’imputato L.) della data di deposito (1° ottobre 2013) del ricorso presso la segreteria della Procura Generale della Repubblica di Catania, ma anche della data di trasmissione (lo stesso 1° ottobre 2013) di esso alla I sezione penale della Corte di appello di Catania, con nota protocollata al n. 180/13 RI, sottoscritta dal Direttore amministrativo G. L., e con timbro di ricezione della destinataria (apposto in alto a destra, al n. 469/13 mod. 31).

Trattasi di dati fattuali incontrovertibili, del tutto coincidenti con quelli riepilogati nella certificazione di cancelleria prodotta (in allegato alla memoria del 18 giugno 2014) dalla p.c. C., e nella analoga certificazione prodotta dallo stesso imputato L. (che ha espresso pesanti sospetti sulla sua genuinità, pur senza esporre alcun dato fattuale decisivo a possibile riprova del contrario), che documentano esaurientemente, pur in difetto della prescritta indicazione in calce al ricorso de quo della data di presentazione, la tempestività dell’impugnazione.

1.1.3.   L’eccezione è, pertanto, infondata.

1.2.      Nel merito, la doglianza del P.G. è all’evidenza fondata: per quanto incredibile possa apparire, la sentenza impugnata non si limita a non esaminare le doglianze costituenti oggetto degli appelli del P.G. (più sintetico) e del P.M. (particolarmente articolato, ed innanzi riportato nell’ambito del riepilogo delle odierne censure del P.G.: cfr. anche ff. 10-63 del ricorso) territoriali, ma non fa cenno alcuno (né in motivazione, né persino in dispositivo) alla loro esistenza, il che integra gli estremi di un tradizionale caso di scuola (purtroppo concretizzatosi, e proprio nell’ambito di un procedimento riguardante oggettivamente fatti di particolare gravità) di motivazione del tutto omessa, ed appare ancor più incredibile, ove si tenga conto del fatto che il P.G. territoriale aveva avuto necessità di ben quattro udienze per portare a compimento la propria requisitoria, a conclusione della quale aveva rassegnato articolate conclusioni, purtuttavia del tutto ignorate dalla Corte di appello.

Quanto accaduto, all’evidenza verificabile ex actis, acquista connotazioni di gravità se possibile ancor maggiori, ove si consideri che, mentre il dispositivo letto in udienza dava conto dell’esistenza dei predetti gravami del P.G. e del P.M. territoriali e del loro rigetto, quello riportato in calce alla sentenza impugnata, illegittimamente difforme, non li ha neanche menzionati.

Tutto ciò inficia irrimediabilmente la legittimità della sentenza impugnata, senza necessità di alcun ulteriore rilievo.

1.3 Palesemente prive di fondamento sono le ulteriori (oltre a quelle inerenti alla tempestività) doglianze formulate nei confronti del ricorso del P.G. territoriale dall’imputato P. con la memoria difensiva del 4 giugno 2014, e dall’imputato L. con la memoria del 6 giugno 2014.

1.3.1.    E’ da ritenersi assolutamente pacifico che le conclusioni formulate dal PG di udienza nel corso del giudizio di appello non precludono mai la successiva proposizione del ricorso per cassazione, né possono essere interpretate come possibile rinunzia all’appello tempestivamente proposto.

Invero, con riferimento alle conclusioni del P.G. in udienza presso la Corte di Appello questa Corte (Sez. Ili, sentenza n. 8005 del 19 giugno 1997, CED Cass. n. 209085; Sez. II, sentenza n. 40433 del 17 settembre 2003, CED Cass. n. 228437; Sez. I, sentenza n. 42157 del 4 ottobre 2006, CED Cass. n. 235567; Sez. Ili, sentenza n. 1591 del 29 ottobre 2009, dep. 14 gennaio 2010, CED Cass. n. 245754) ha già chiarito che il Pubblico Ministero presso il giudice dell’impugnazione può rinunciare al gravame proposto da altro P.M., ma la rinuncia può essere effettuata entro un termine espressamente stabilito e cioè prima dell’inizio della discussione (art. 589, comma 1, cod. proc. pen.), con dichiarazione espressa ricevuta dal cancelliere oppure inserita nel processo verbale dell’udienza prima del termine suindicato.

In applicazione del principio, si è ritenuto che non possa essere presa in considerazione, come atto di rinuncia all’impugnazione per acquiescenza, <<la richiesta dibattimentale del Procuratore Generale di conferma della decisione impugnata da altro Pubblico Ministero: ciò non solo perché tale richiesta, intesa come rinuncia, non rispetterebbe i termini di cui all’art. 589 cod. proc. pen., ma anche perché manca nel processo penale, a differenza che in quello civile (art. 329 cod. proc. civ.), una norma che preveda l’acquiescenza come a causa di estinzione del diritto all’impugnazione vigendo il diverso Principio della natura esclusivamente formale dell’atto processuale di rinuncia all’impugnazione>>.

Sempre in argomento, si è successivamente osservato che <<non può ravvisarsi una rinuncia all’impugnazione nella richiesta del rappresentante della pubblica accusa il quale, nel giudizio scaturito da un gravame del pubblico ministero, solleciti la conferma del provvedimento impugnato, posto che tale richiesta esprime solo una valutazione circa il merito della questione sottoposta a giudizio>>.

Trattasi, come premesso, di orientamenti ormai consolidati, che il collegio condivide, ribadendo il seguente principio di diritto:

«La rinuncia all’impugnazione è un atto abdicativo di carattere formale, disciplinato, quanto a legittimazione, modalità di presentazione e termini, dall’art. 589 cod. proc. pen., e non ammette equipollenti: la volontà di rinunciare all’impugnazione deve essere espressa (dal p.m. che ha proposto l’impugnazione, fino all’apertura del dibattimento; dal p.m. presso il giudice dell’impugnazione, anche se quest’ultima sia stata proposta da altro p.m., prima dell’inizio della discussione) in modo chiaro ed inequivoco, e non può, pertanto, essere desunta unicamente dal tenore delle conclusive richieste formulate dal procuratore generale nell’udienza di appello».

1.3.2.    Le doglianze inerenti alla invocata mancata contestazione dell’intervenuta concessione delle circostanze attenuanti generiche prevalenti sulle altre aggravanti, ed al deposito del ricorso quando la prescrizione era asseritamente già maturata sono, a loro volta, manifestamente infondate, poiché il gravame non esaminato dalla Corte di appello intendeva – tra l’altro – ottenere il riconoscimento della sussistenza della circostanza aggravante di cui all’art. 7 I. n. 203 del 1991, suscettibile – in ipotesi – di condizionare negativamente anche il successivo riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche (connotando i fatti-reato accertati di maggiore gravità), e comunque sottratta al giudizio di cui all’art. 69 cod. pen., e, pertanto, in ipotesi, capace di incidere in più modi sull’invocata prescrizione.

1.3.3.    Palesemente prive di fondamento sono, infine, le residue doglianze formulate dall’imputato P. e dall’imputato L., a parere dei quali il ricorso del P.G. sarebbe contenutisticamente generico, e quindi inammissibile.

Invero, tenuto conto della natura dell’unica macro-doglianza a ben vedere costituente – nella sostanza – oggetto del ricorso per cassazione del P.G. (avere la Corte di appello di Catania omesso la valutazione degli appelli del P.M. e del P.G. territoriali), questo soltanto il ricorrente doveva lamentare e documentare (come in realtà accaduto) affinché il ricorso risultasse specifico.

1.3.4.    Quanto alla presunta genericità degli atti di appello non valutati dalla Corte di appello di Catania, lamentata dall’imputato L., deve premettersi che, nel giudizio di appello, la valutazione della specificità dei motivi di impugnazione si pone in termini differenti e meno stringenti rispetto a quanto è necessario per il ricorso per cassazione, poiché la genericità dell’appello o del ricorso per cassazione va valutata in base a parametri diversi, in considerazione della differente conformazione strutturale dei due giudizi, ed in particolare in ragione del carattere di mezzo di gravame di tipo devolutivo proprio del solo appello, atto a provocare un nuovo esame del merito (Sez. II, sentenza n. 36406 del 27 giugno 2012, CED Cass. n. 253893; Sez. VI, sentenza n. 13449 del 12 febbraio 2014, CED Cass. n. 259456).

In virtù del principio devolutivo, il giudice d’appello è tenuto a rivisitare in toto i capi ed i punti della sentenza di primo grado oggetto di impugnazione; ne consegue l’ammissibilità dell’appello che indichi specificamente (come nella specie certamente accaduto: cfr. doglianze costituenti oggetto di appello, riportate a ff. 10 – 63 dell’odierno ricorso del PG) i capi e punti della sentenza di primo grado che chiede siano riesaminati, enunciandone le ragioni, anche se riproponendo censure già esaminate e confutate dal giudice di primo grado.

Al contrario, soltanto in relazione al ricorso per cassazione, costituirebbe motivo di inammissibilità per aspecificità la mera riproposizione di doglianze già formulate in precedenza, senza correlazione tra le ragioni poste a fondamento dell’impugnazione e quelle argomentative della decisione impugnata.

1.3.5. Analoghe considerazioni valgono con riguardo all’atto di appello della parte civile C. (che pure l’imputato L. lamenta essere generico), menzionato nei difformi dispositivi esistenti in atti, e rigettato dalla Corte di appello, ma senza alcuna congrua argomentazione, non avendo la sentenza impugnata né riepilogato le doglianze della predetta parte civile, né esplicitato le contrarie ragioni in ipotesi ritenute fondate in senso contrario.

Le doglianze (in premessa riportate) della predetta parte civile reiterano, peraltro, analoghe doglianze del P.G., già accolte come in precedenza osservato.

1.4. Palesemente prive di fondamento sono le doglianze formulate dall’imputato L. nella memoria difensiva del 6 giugno 2014 quanto all’inammissibilità del ricorso della parte civile C. per carenza di legittimazione quanto ai reati di cui ai reati di cui ai capi E) ed F).

1.4.1.   E’ noto al collegio l’orientamento di questa Corte Suprema (Sez. I, sentenza n. 38701 del 10 gennaio 2013, CED Cass. n. 256889), per il quale la parte civile non ha interesse ad impugnare la sentenza che non ha riconosciuto la sussistenza della circostanza aggravante prevista dall’art. 7 L. n. 203 del 1991, poiché l’accertamento di essa in sede giudiziale influisce sulla gravità del fatto ma non aggrava le conseguenze risarcitone dell’evento né risulta determinante per l’accesso ai benefici disciplinati dalla legge 20 ottobre 1990, n. 302 in favore delle vittime del terrorismo e della criminalità.

Detto orientamento, fondato in motivazione sulle specifiche ragioni in quella sede poste a fondamento dell’appello e poi del ricorso della parte civile, e sulla considerazione aggiuntiva che <<la valenza punitiva dell’aggravante di cui all’art. 7, che influisce sulla gravità del disvalore sociale del fatto e determina l’esigenza di una più grave punizione dell’imputato, non aggrava le conseguenze risarcitone dell’evento sul piano materiale e morale, e coerentemente escludono che siano apprezzabili interessi diversi da quello risarcitorio e non collegati direttamente all’azione esercitata>>, ed espresso, peraltro, da una sola decisione massimata, non può essere, accolto.

 

1.4.2.   Con riferimento al più generale problema dell’ammissibilità dell’impugnazione della parte civile contro la sentenza di condanna dell’imputato, avente ad oggetto la definizione giuridica del fatto (al quale il problema rilevante nell’ambito dell’odierno procedimento è senz’altro riconducibile, come species), questa Corte ha già – anche recentemente – riconosciuto che dalla qualificazione giuridica del fatto illecito possano derivare effetti sulla gravità del danno patrimoniale e morale dei danneggiati, incidenti sull’entità del risarcimento.

Per verificare se la parte civile vanti un concreto interesse all’impugnazione tendente ad ottenere una diversa qualificazione giuridica, in pejus, del fatto-reato accertato, è, quindi, necessario verificare se la diversa qualificazione del fatto implichi una sua valutazione di maggior gravità, nel qual caso il danno morale subito può ritenersi più grave ed importare un diverso risarcimento: soltanto in questa ipotesi esiste un interesse della parte civile ad impugnare ai fini civili la sentenza di condanna in punto di definizione giuridica (Sez. V, sentenza n. 8577 del 26 gennaio 2001, CED Cass. n. 218427; Sez. V, sentenza n. 54303 del 4 dicembre 2002, CED Cass. n. 223769; Sez. V, sentenza n. 12139 del 14 dicembre 2011, CED Cass. n. 252164; Sez. IV, sentenza n. 39898 del 3 luglio 2012, CED Cass. n. 254672).

1.4.3        Ciò premesso, lo specifico orientamento giurisprudenziale che questo collegio ha premesso di non condividere, non considera che, tra gli elementi dei quali il giudice di merito, nel l’effettua re la quantificazione dei danni morali risarcibili (ovvero delle sofferenze interiori che ledono l’integrità morale della persona offesa, la cui tutela, ricollegabile all’art. 2 della Costituzione, ove sia determinata una ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale soggettivo) provocati dal reato, deve tenere conto per <<rendere la somma riconosciuta adeguata al particolare caso concreto ed evitare che la stessa rappresenti un simulacro di risarcimento> (Cass. civ., Sez. un., sentenza n. 5814 del 1985, CED Cass. n. 443005; Cass. civ., Sez. Ili, sentenza n. 2557 del 2011, CED Cass. n. 616607), rientra anche la gravità del reato in sé, perché suscettibile di acuire i turbamenti psichici e l’entità del patema d’animo sofferto dalla vittima, da esso derivanti.

Questi ultimi, necessariamente, variano, o quanto meno possono variare, a seconda che il reato sia, o meno, aggravato ex art. 7 I. n. 203 del 1991, ovvero sia stato posto in essere con l’utilizzo del metodo mafioso o con finalità di agevolazione mafiosa, poiché, in entrambi i casi, la p.o. è più intensamente intimidita, atterrita, vinta dalla condotta altrui, in considerazione della connotazione oggettiva di essa, e/o del suo collegamento con gli interessi di un incombente sodalizio mafioso.

 

 

Va, in proposito, affermato il seguente principio di diritto:

<<Sussiste l’interesse della parte civile ad impugnare ai fini civili la sentenza di condanna che non abbia riconosciuto la sussistenza della circostanza aggravante prevista dall’art. 7 D. L. n. 152 del 1991, convertito in L. n. 203 del 1991, poiché da quest’ultima può derivare una differente quantificazione del danno morale da reato da risarcire, cui si perviene tenendo conto anche della gravità del reato, suscettibile di acuire i turbamenti psichici e dell’entità del patema d’animo sofferto dalla vittima, che può risultare più intensamente intimidita da una condotta posta in essere con l’utilizzo del metodo mafioso o con finalità di agevolazione mafiosa>>.

1.5 L’esame dell’ulteriore doglianza dell’imputato L., riguardante la presunta manifesta infondatezza della doglianza della parte civile C. inerente alla statuizione relativa alle spese, relativamente al reato di cui al capo E), è precluso dall’intervenuto accoglimento degli avversi ricorsi del P.G. e della stessa parte civile sul punto (cfr. amplius § 2 di queste Considerazioni in diritto).

Ricorso di G. L.

motivi di cui ai punti 2A) – 2B) – 2C) – 2D – 2E (f. 370 del ricorso) – 2F

2. L’accoglimento dei ricorsi del Procuratore Generale della Repubblica di Catania e delle parti civili C. e P., ed il conseguente annullamento della sentenza impugnata nei confronti di L.G. limitatamente ai reati di cui ai capi A) – C) – D) – E) – F) – G), e nei confronti di P. A., con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Catania per nuovo giudizio sui predetti punti, preclude, per evidente incompatibilità logica, l’esame dei motivi del ricorso dell’imputato L. di cui ai punti 2A – 2B – 2C – 2D – 2E (f. 370 del ricorso) – 2 F, tutti inerenti ai medesimi capi di imputazione oggetto dell’appena pronunciato annullamento, e volti ad ottenere la modifica in melius delle annullate statuizioni, peraltro – a seguito del disposto annullamento – a loro volta in ipotesi suscettibili di essere modificate in peius all’esito del giudizio di rinvio.

L’intricata situazione processuale verificatasi impone di necessità la congiunta valutazione, nella medesima sede del giudizio di rinvio, delle contrarie prospettazioni delle parti, non potendo essere valutate in questa sede le doglianze dell’imputato, senza che siano state valutate (come accaduto) quelle della Pubblica accusa.

Ricorso di M. M..

3. Il ricorso di M. M. è fondato: nei suoi confronti la sentenza impugnata va, pertanto, annullata, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Catania per nuovo giudizio.

Per effetto di tale statuizione, risulta assorbito il ricorso del Procuratore Generale della Repubblica di Catania, inerente al trattamento sanzionatorio.

3.1 Deve premettersi che il giudice d’appello non è tenuto a rispondere a tutte le argomentazioni svolte nell’impugnazione, giacché le stesse possono essere disattese per implicito o per aver seguito un differente iter motivazionale o per evidente incompatibilità con la ricostruzione effettuata (Sez. VI, sentenza n. 1307 del 26 settembre 2002 – 14 gennaio 2003, CED Cass. n. 223061).

In presenza di una doppia conforma affermazione di responsabilità, è senz’altro ammissibile la motivazione della sentenza d’appello operando un rinvio per relationem a quella della decisione impugnata, sempre che le censure formulate contro la sentenza di primo grado non contengano elementi ed argomenti diversi da quelli già esaminati e disattesi, in quanto il giudice di appello, nell’effettuazione del controllo della fondatezza degli elementi su cui si regge la sentenza impugnata, non è tenuto a riesaminare questioni sommariamente riferite dall’appellante nei motivi di gravame, sulle quali si sia soffermato il primo giudice, con argomentazioni ritenute esatte e prive di vizi logici, non specificamente e criticamente censurate.

In tal caso, infatti, le motivazioni della sentenza di primo grado e di appello, fondendosi, si integrano a vicenda, confluendo in un risultato organico ed inscindibile al quale occorre in ogni caso fare riferimento per giudicare della congruità della motivazione, tanto più ove i giudici dell’appello abbiano esaminato le censure con criteri omogenei a quelli usati dal giudice di primo grado e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico-giuridici della decisione, sicché le motivazioni delle sentenze dei due gradi di merito costituiscano una sola entità (Sez. II, sentenza n. 1309 del 22 novembre 1993 – 4 febbraio 1994, CED Cass. n. 197250; Sez. III, sentenza n. 13926 del 1° dicembre 2011 – 12 aprile 2012, CED Cass. n. 252615).

3.2 Nel caso in esame, peraltro, non è possibile ritenere che la Corte di appello di Catania abbia motivato l’affermazione di responsabilità del M. attraverso un maturo e consapevole rinvio per relationem alle motivazioni della sentenza di primo grado.

 

Invero, la Corte di appello, nel confermare la condanna del M. in ordine alla gravissima imputazione contestatagli, ha ritenuto essere stati accertati nel corso del giudizio di primo grado fatti non assolutamente decisivi, ma senz’altro di grande rilievo che, al contrario, il Tribunale – pur pervenendo alla conclusiva condanna – aveva, in realtà, espressamente escluso.

In particolare, deve convenirsi con il ricorrente che:

–    il Tribunale ha espressamente escluso che (come al contrario affermato a f. 19 della sentenza impugnata: [M.] <<fruisce della costruzione di una villa a M. [comune] pagata con assegni fittizi>>) sia stata raggiunta la prova della costruzione a titolo gratuito o quasi, da parte dell’impresa facente capo alla famiglia S. – come pretium sceleris – di una o di entrambe le ville che M. M. era risultato possedere, e che, secondo una iniziale ipotesi di accusa, sarebbero state pagate attraverso assegni meramente “fittizi” perché in concreto non incassati. In proposito, infatti, si legge a f. 1266 della sentenza di primo grado, come conclusiva valutazione degli esiti delle prove acquisite, che «in definitiva non c’è prova che le case non siano state pagate o siano state pagate meno del loro valore, sicché non può affermarsi che siano il corrispettivo della collusione e della corruzione giudiziaria>>. Le relative vicende erano state, cionondimeno, ritenute di rilievo, ma in virtù delle diverse considerazioni che seguono: <<Resta tuttavia l’anomalia dell’intestazione a soggetti terzi, in ordine alla quale le spiegazioni fornite non appaiono convincenti, nonché il fatto, certamente inquietante, della prosecuzione dei rapporti con S. S. (sia direttamente che tramite il figlio, entrambi espressione, come si è visto, di un’unica impresa) anche dopo la vicenda negativa della prima casa ed anche in epoca successiva al 1991, Ininterrottamente (…) fino agli anni 1999-2000, quando cioè lo S. era già pubblicamente il soggetto criminale di notevole caratura che sopra si è detto (ciò ammesso dallo stesso M., quanto meno a far tempo dal 1993) ed era addirittura in stato di custodia cautelare). Ne risulta quindi rafforzata la prova della sussistenza di stretti vincoli personali, mai interrotti nonostante la sopravvenuta pubblicità della mafiosità di S.>>;

–              non è vero (come al contrario affermato a f. 20 della sentenza impugnata: << … ancor più incisiva è la sua [dell’imputato M.] condotta nella vicenda omicidiaria di GRAZIELLA CAMPAGNA ad opera di G. A. e S. G. in cui l’odierno imputato adottò il proscioglimento di dello S.>>) che il M. abbia indebitamente prosciolto S. S. da accuse inerenti all’omicidio di GRAZIELLA CAMPAGNA, poiché per tale gravissima vicenda, alla quale il Tribunale dedica pagine e pagine di motivazione, lo S. non era mai stato indagato né processato, ma si era unicamente interessato delle sorti degli imputati, G. A. jr. e G. S., mafiosi palermitani, conclusivamente prosciolti dal M. su conforme richiesta del P.M. Richiesto di spiegare come mai avesse ritenuto non in contrasto con i propri doveri funzionali e deontologici aver fornito informazioni riservate sulla gestione di un procedimento tanto delicato, anticipando il suo futuro giudizio allo S., che ne aveva chiesto notizia, il M., nel corso dell’interrogatorio di garanzia del 21 marzo 2000, aveva risposto che l’interessamento dello S. gli era sembrato non sospetto perché era un compaesano degli imputati [<<(…) Che era un paesano ? (…) domanda credo legittima di un compaesano dello stesso luogo (…): f. 1294 della sentenza di primo grado];

–    in relazione ad alcuni dei provvedimenti giudiziari che, secondo l’iniziale contestazione, sarebbero stati artatamente emessi dall’imputato in favore di malavitosi, o comunque ad alcuni dei casi nei quali il M. sarebbe indebitamente intervenuto con le medesime finalità, la sentenza di primo grado ha escluso la rilevanza in relazione alle odierne accuse (cfr., ad esempio, ff. 1302, 1325, 1328, 1330, 1336, 1344 della sentenza di primo grado), al contrario affermata dalla Corte di appello (f. 20, dove sono erroneamente evocate le vicende relative ad una rapina in banca commessa da G. L. ed A.’ N., all’omicidio di P. S., all’omicidio di B.  e M. D., all’omicidio di C. G.)

Persino quanto alla qualificazione giuridica del fatto, secondo la contestazione, e per il Tribunale, costituente concorso esterno nel reato di cui all’art. 416-bis c.p., la Corte di appello ha richiamato (cfr. f. 20 s. della sentenza impugnata) precedenti in realtà riguardanti la vera e propria condotta di partecipazione all’associazione, e quindi non attinenti.

Il  tutto sembrerebbe legittimare, almeno in apparenza, la doglianza difensiva secondo la quale la sentenza impugnata si sarebbe limitata a riassumere quanto in origine costituente oggetto dell’articolato capo di imputazione, senza alcun effettivo vaglio sulle risultanze probatorie acquisite in primo grado e sulla “tenuta” dell’apparato argomentativo della sentenza di primo grado, nonché, a fortiori, sulle successive censure mosse nei confronti di quest’ultima con l’atto di appello dall’imputato (alle cui doglianze, fondate od infondate, la Corte di appello non sembra aver dedicato attenzione).

Tali macroscopiche anomalie rendono non sostenibile l’ipotesi che la Corte di appello abbia inteso consapevolmente richiamare per relationem la sentenza di primo grado (che, dal canto suo, pur non avendo ritenuto provate le circostanze fattuali innanzi enumerate, era ugualmente pervenuta alla conclusiva affermazione di responsabilità, all’esito di un articolato e puntuale percorso motivazionale, che aveva valorizzato una notevole mole di ulteriori elementi emersi all’esito del giudizio), ed, in difetto di un autonomo e valido impianto motivazionale, inficiano irrimediabilmente la sentenza impugnata.

 

3.3. In accoglimento del ricorso di M. M., la sentenza impugnata va, pertanto, annullata, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Catania per nuovo giudizio, che andrà necessariamente condotto valutando congiuntamente le condotte di c.d. “concorso esterno” nel reato di associazione mafiosa contestate al L. ed al M., considerato che una delle ricorrenti argomentazioni difensive del ricorso M. – in riferimento a taluni dei provvedimenti giudiziali che si assume essere stati emessi per favorire volutamente soggetti malavitosi, in forza dell’intermediazione di S. S. – è quella di averli emessi su conforme richiesta del P.M. (che, in taluni casi, era proprio G. L.).

3.3.1.        Per effetto della predetta statuizione, il ricorso del Procuratore Generale della Repubblica di Catania, inerente al solo trattamento sanzionatone, risulta assorbito.

Ricorso di G. L. motivi di cui ai punti 1A) – 1B) – 1C) – 2E (f. 338) –

4. Il motivo di cui al punto 1A) è inammissibile, in parte per carenza di interesse, in parte perché generico e manifestamente infondato.

4.1 Il ricorrente lamenta l’inammissibilità della costituzione di parte civile di C. A. e P. V., per difetto di formale procura speciale.

4.1.1 Le sue doglianze sono, peraltro, prive di interesse quanto al C., che non ha fatto ricorso, il che rende “coperta” da preclusione la sua azione civile nel processo odierno.

4.1.2. Quanto all’eccezione riguardante la costituzione del P., il ricorrente, dopo aver trascritto (f. 3 del ricorso) l’eccezione di inammissibilità sollevata dinanzi al Tribunale e (f. 4) l’ordinanza con la quale il Tribunale aveva rigettato l’eccezione (che, per la sua correttezza deve ritenersi recepita dall’ordinanza con la quale la Corte di appello in data 28 maggio 2010 ha a sua volta rigettato la reiterata eccezione di inammissibilità), si sofferma essenzialmente sulla posizione del C. (cfr. f. 4, dove è espresso ed inequivocabile il riferimento al solo C.: d’altro canto, pochi righi prima, in neretto, si legge in ricorso un riferimento alla parte, indicata al singolare, non ad entrambe), senza muovere alcuna specifica contestazione riferibile al P., e senza documentare in relazione ad esso alcun travisamento (il Tribunale ha riscontrato l’esistenza in atti di valida procura): le sue doglianze sono, pertanto, in proposito assolutamente aspecifiche.

4.1.3 D’altro canto, dagli atti di costituzione (che lo stesso imputato L. allega al suo ricorso – all. 1 e 2) si evince che il C. ed il P. si sono costituiti con separati atti a firma dell’avv. R., e procure speciali in calce, ritualmente sottoscritte da entrambi, con firme per entrambi autenticate del difensore.

Né può ritenersi dubbia la natura di valida ed efficace procura speciale degli atti da ultimo menzionati, entrambi intitolati <<procura spedalo>, e recanti in conclusione la seguente manifestazione di volontà: <<la presente nomina quale difensore e procuratore speciale della costituenda parte civile vale per tutti i gradi di giudizio:».

4.2 Va, infine, evidenziato che non sarebbe denunciabile il vizio di motivazione con riferimento a questioni di diritto.

Come più volte chiarito dalla giurisprudenza di questa Corte Suprema (Sez. II, sentenze n. 3706 del 21 gennaio 2009, CED Cass. n. 242634, e n. 19696 del 20 maggio 2010, CED Cass. n. 247123), anche sotto la vigenza dell’abrogato codice di rito (Sez. IV, sentenza n. 6243 del 7 marzo 1988, CED Cass. n. 178442), il vizio di motivazione denunciabile nel giudizio di legittimità è solo quello attinente alle questioni di fatto e non anche di diritto, giacché ove queste ultime, anche se in maniera immotivata o contraddittoriamente od illogicamente motivata, siano comunque esattamente risolte, non può sussistere ragione alcuna di doglianza, mentre, viceversa, ove tale soluzione non sia giuridicamente corretta, poco importa se e quali argomenti la sorreggano.

E,     d’altro canto, l’interesse all’impugnazione potrebbe nascere solo dall’errata soluzione di una questione giuridica, non dall’eventuale erroneità degli argomenti posti a fondamento giustificativo della soluzione comunque corretta di una siffatta questione (Sez. IV, sentenza n. 4173 del 22 febbraio 1994, CED Cass. n. 197993).

Va, pertanto, ribadito il seguente principio di diritto:

«nel giudizio di legittimità il vizio di motivazione non è denunciabile con riferimento alle questioni di diritto decise dal giudice di merito, allorquando la soluzione di esse sia giuridicamente corretta. D’altro canto, l’interesse all’impugnazione potrebbe nascere soltanto dall’errata soluzione delle suddette questioni, non dall’indicazione di ragioni errate a sostegno di una soluzione comunque giuridicamente corretta).

4.2.1.   Nel caso di specie, quindi, la motivazione sulle prospettate questioni di diritto, correttamente risolte dal Tribunale e dalla Corte di appello, non era dovuta.

5. Il motivo di cui al punto 1B) è inammissibile, perché manifestamente infondato.

5.1 Il ricorrente lamenta il difetto di legittimazione dei costituiti Ministeri, poiché, a suo avviso, la legittimazione ad agire in suo danno spetterebbe unicamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma la sua doglianza è manifestamente infondata.

5.2 Deve, in proposito, premettersi che soggetto danneggiato, cui, ai sensi degli artt. 185 cod. pen. e 74 cod. proc. pen., spetta il risarcimento del danno, è chiunque abbia riportato un danno eziologicamente riferibile all’azione od omissione del soggetto attivo del reato (Sez. VI, sentenza n. 10126 del 1997, CED Cass. n. 208820; Sez. I, sentenza n. 4060 dell’8 novembre 2007, dep. 25 gennaio 2008, CED Cass. n. 239189).

Ne deriva necessariamente che soggetto legittimato alla costituzione di parte civile è chiunque affermi di aver riportato un danno eziologicamente riferibile all’azione od omissione del soggetto attivo del reato, a prescindere dall’accertamento dell’effettiva sussistenza del diritto azionato, che riguarda il merito della decisione.

Trattasi di concetti già compiutamente elaborati dalla giurisprudenza civile, tradizionalmente (cfr. Cass. civ., sez. II, sentenza n. 623 del 1977, CED Cass. n. 384187) ferma nel distinguere la legitimatio ad causam (che, dal lato attivo, consiste unicamente nella pretesa di esercitare in giudizio in nome proprio un diritto proprio, indipendentemente dalla titolarità del diritto azionato) e la legitimatio ad processum (che consiste nella pretesa di azionare un diritto spettante non all’attore, ma ad un terzo, sul presupposto dell’esistenza di un valido titolo che attribuisca all’attore il potere di rappresentare l’effettivo titolare), e nell’evidenziare che non attiene alla legitimatio ad causam, ma al merito della lite, la questione relativa all’accertamento dell’effettiva titolarità, attiva o passiva, del diritto azionato, e quindi del rapporto sostanziale dedotto in giudizio, la quale si risolve nell’accertamento di una situazione di fatto affidata alla disponibilità delle parti, dal quale dipende l’accoglimento od il rigetto della pretesa azionata (Cass. civ., Sez. Ili, sentenza n. 4796 del 2006, CED Cass. n. 588202; Sez. Il, sentenza n. 11284 del 2010, CED Cass. n. 613149; Sez. II, sentenza n. 14177 del 2011, CED Cass. n. 618438; Sez. II, sentenza n. 8175 del 2012, CED Cass. n. 622407; Sez. Ili, sentenza n. 15759 del 2014, in motivazione).

La legittimazione ad agire costituisce, dunque, una condizione dell’azione diretta all’ottenimento, da parte del giudice, di una qualsiasi decisione di merito, la cui esistenza va verificata esclusivamente alla stregua della fattispecie giuridica prospettata dalla parte a fondamento dell’azione, in relazione al rapporto sostanziale dedotto in giudizio, ed indipendentemente dalla effettiva titolarità della posizione soggettiva (attiva o passiva)

affermata, il cui accertamento riguarda il merito della causa, investendo i concreti requisiti di accoglibilità della domanda e, perciò, la sua fondatezza, e rientra nel potere dispositivo e nell’onere deduttivo e probatorio della parte interessata .

Ne consegue che, a differenza dell’eccezione inerente alla legitimatio ad causam (il cui eventuale difetto è comunque rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio), intesa come il diritto potestativo di ottenere dal giudice, in base alla sola allegazione di parte, una decisione di merito, favorevole o sfavorevole, l’eccezione relativa alla concreta titolarità del rapporto dedotto in giudizio attiene al merito, e va necessariamente valutata all’esito del processo.

In considerazione dei rilievi che precedono, condivisi e ribaditi dal collegio, va, con riferimento all’azione civile esercitata nel processo penale, affermato il seguente principio di diritto:

«La legittimazione all’azione civile nel processo penale (legitimatio ad causam) va verificata esclusivamente alla stregua della fattispecie giuridica prospettata dalla parte a fondamento dell’azione, in relazione al rapporto sostanziale dedotto in giudizio, ed indipendentemente dalla effettiva titolarità del vantato diritto al risarcimento dei danni, il cui accertamento riguarda il merito della causa, investendo i concreti requisiti di accoglibilità della domanda e, perciò, la sua fondatezza, ed è collegato all’adempimento dell’onere deduttivo e probatorio incombente sull’attore>>.

5.3 Nel caso in esame, i Ministeri costituiti hanno puntualmente posto a fondamento dell’azione esercitata una propria pretesa risarcitoria, vantata nei confronti dell’imputato G. L. in relazione ai reati indicati negli atti di costituzione, e ciò è quanto occorre al fine di ritenerne sussistente la legitimatio ad causam.

La doglianza in proposito formulata dal L. è, pertanto, manifestamente infondata.

5.3.1 Diversa questione riguarda l’accertamento della effettiva titolarità del vantato diritto al risarcimento dei danni, che peraltro inerisce al merito della causa (investendo i concreti requisiti di accoglibilità delle domande e, perciò, la loro fondatezza, ed essendo collegata all’adempimento dell’onere deduttivo e probatorio incombente sull’attore): in proposito, peraltro, l’intervenuto annullamento della sentenza impugnata, in accoglimento del ricorso del P.G., preclude, ancora una volta, in questa sede, ogni ulteriore rilievo, dovendo, nel corso del futuro giudizio di rinvio, essere necessariamente valutata la concreta sussistenza dei profili di danno affermati a fondamento delle esperite azioni civili, in relazione alle fattispecie che dovessero risultare conclusivamente accertate.

6. Il motivo di cui al punto 1C) è inammissibile, perché manifestamente infondato.

Sono già state illustrate in precedenza (§ 1.3.3. s. di queste Considerazioni in diritto) le ragioni per le quali entrambi gli appelli proposti dai PP.MM. territoriali (e quindi anche l’appello del P.G., oggetto della doglianza dell’imputato L. in esame) sono senz’altro ammissibili.

 

7. Il motivo di cui al punto 2E) (f. 338) è inammissibile perché manifestamente infondato.

7.1 Il ricorrente lamenta che la Corte di appello non abbia tenuto conto dei rilievi di cui all’atto di appello, tendenti ad ottenere l’assoluzione con formula piena dal reato di cui al capo B), dichiarato estinto per prescrizione, omettendo di valutare plurimi dati che asseritamente avrebbero fatto emergere ictu oculi l’insussistenza di esso in relazione a tutti i profili specificamente costituenti oggetto dell’articolata contestazione.

7.2 Deve premettersi che le Sezioni Unite di questa Corte (sentenza n. 35490 del 28 maggio 2009, Tettamanti, CED Cass. n. 244273 s.) hanno esaminato il problema dell’ambito del sindacato, in sede di legittimità, sui vizi della motivazione, in presenza di cause di estinzione del reato, del quale avevano già avuto modo di occuparsi in passato (avevano, infatti, già affermato che, in presenza di una causa di estinzione del reato, non sono rilevabili in sede di legittimità i vizi di motivazione della sentenza impugnata, in quanto l’inevitabile rinvio della causa al giudice di merito dopo la pronunzia di annullamento risulterebbe comunque incompatibile con l’obbligo della immediata declaratoria di proscioglimento per intervenuta estinzione del reato: Sez. un., sentenza n. 1653 del 21 ottobre 1992, dep. 22 febbraio 1993, Marino ed altri, CED Cass. n. 192471).

In linea con l’orientamento assolutamente prevalente nella giurisprudenza intervenuta successivamente sulla questione (Sez. V, sentenza n. 7718 del 24 giugno 1996, CED Cass. n. 205548; Sez. II, sentenza n. 15470 del 6 marzo 2003, CED Cass. n. 224290; Sez. I, sentenza n. 4177 del 27 ottobre 2003, dep. 4 febbraio 2004, CED Cass. n. 227098; Sez. III, sentenza n. 24327 del 4 maggio 2004, CED Cass. n. 228973; Sez. VI, sentenza n. 40570 del 29 maggio 2008, CED Cass. n. 241317; Sez. IV, sentenza n. 14450 del 19 marzo 2009, CED Cass. n. 244001), il principio è stato ribadito (sostanzialmente nei medesimi termini, come è confermato dalle quasi speculari massime estratte dalle due citate decisioni delle Sezioni Unite) anche dalla sentenza Tettamanti, a parere della quale la Corte di cassazione, ove rilevi la sussistenza di una causa di estinzione del reato, non può rilevare eventuali vizi di legittimità della motivazione della decisione impugnata, poiché nel corso del successivo giudizio di rinvio il giudice sarebbe comunque obbligato a rilevare immediatamente la sussistenza della predetta cause di estinzione del reato, ed alla conseguente declaratoria.

Il   principio opera anche in presenza di mere cause di nullità di ordine generale, assolute ed insanabili, identica essendo la ratio, fondata sull’incompatibilità del rinvio per nuovo giudizio di merito con il principio dell’immediata applicabilità della causa estintiva.

A conclusioni diverse dovrebbe giungersi nel solo caso in cui l’operatività della causa di estinzione del reato presupponga specifici accertamenti e valutazioni riservati al giudice di  merito, nei qual caso assumerebbe rilievo pregiudiziale la nullità, in quanto funzionale alla necessaria rinnovazione del relativo giudizio.

Il   principio è stato successivamente ribadito, più o meno nei medesimi termini, da Sez. VI, sentenza n. 23594 del 19 marzo 2013, CED Cass. n. 256625, secondo la quale <<Nel giudizio di cassazione, relativo a sentenza che ha dichiarato la prescrizione del reato, non sono rilevabili né nullità di ordine generale, né vizi di motivazione della decisione impugnata, anche se questa abbia pronunciato condanna agli effetti civili, qualora il ricorso non contenga alcun riferimento ai capi concernenti gli interessi civili>>, e merita senz’altro di essere condiviso.

Vanno, pertanto, ribaditi i seguenti principi di diritto:

<<In presenza di una causa di estinzione del reato il giudice è legittimato a pronunciare sentenza di assoluzione a norma dell’art. 129, comma 2, c.p.p. soltanto nei casi in cui le circostanze idonee ad escludere l’esistenza del fatto, la commissione del medesimo da parte dell’imputato e la sua rilevanza penale emergano dagli atti in modo assolutamente non contestabile, così che la valutazione che il giudice deve compiere al riguardo appartenga più al concetto di «constatazione», ossia di percezione ictu oculi, che a quello di «apprezzamento», e sia quindi incompatibile con qualsiasi necessità di accertamento o di approfondimento >.

«NeI giudizio di cassazione, relativo a sentenza che ha dichiarato la prescrizione del reato, non sono rilevabili né nullità di ordine generale, né vizi di motivazione della decisione impugnata>>.

7.3 I principi di diritto appena enunciati comportano la non rilevabilità in questa sede, agli effetti penali, di eventuali vizi di motivazione della decisione impugnata, evidente apparendo che la motivazione della sentenza impugnata non risulta del tutto carente né meramente apparente (cfr. f. 16 s. della sentenza impugnata, dove si ricordano la “atipicità” del regime cautelare cui era sottoposto L. S., <<lasciato in ampia libertà di movimenti mediante la quale poteva perseverare nella cura di personali interessi di ordine economico sprovvisti di liceità>>, gli interventi del L. <<sul sistema di controllo esercitato sul collaborante, ancorché quegli restasse affidato agli organi preposti>>, i non impediti contatti dello S. – il cui status di collaboratore di giustizia ad essi ostava – con altri collaboratori di giustizia ospitati presso l’Hotel Europa di Messina, ed il protrarsi di essi anche presso le caserme dei CC di Giardini Naxos e Villafranca Tirrena, nonché presso l’Albergo Marika di Giardini Naxos, in Rignano Flaminio, in altre località della Sicilia e della Calabria, e si conclude che <<il reato sussiste e non può dirsi scosso dalla dedotta finalità di emungere dichiarazioni utili alla Giustizia nel procedimento “Peloritana Uno” dal collaborante, attraverso una benevola accondiscendenza, né dall’ambito tematico di essa, essendo il programma tassativamente dettato>), e non essendo stata proposta dall’imputato valida e tempestiva rinunzia alla prescrizione.

Il   ricorrente si limita, infatti, a lamentare l’omessa o inadeguata considerazione di elementi a sé asseritamente favorevoli (f. 339 ss.), e la “manifesta contraddittorietà” e “palese illogicità” della motivazione della sentenza impugnata (così specificamente a f. 350), richiamando a sostegno dei propri assunti plurime risultanze istruttorie (dichiarative e documentali), formulando sempre e soltanto censure riguardanti presunti vizi di motivazione della sentenza impugnata, non deducibili né a fortiori valutabili in questa sede per le ragioni giuridiche innanzi indicate.

Ricorso S. L..

8. Il ricorso presentato nell’interesse di L. S. è in toto inammissibile per genericità e manifesta infondatezza.

8.1 Il ricorrente deduce violazione dell’art. 606, comma 1, lett. E), c.p.p., lamentando omessa motivazione quanto alla mancata concessione delle circostanze attenuanti di cui all’art. 8 I. n. 203 del 1991 ed all’art. 62-bis c.p., da dichiararsi prevalenti sulle circostanze aggravanti concorrenti, con conseguente riduzione della pena nei minimi di legge.

8.2 Un consolidato e condivisibile orientamento di questa Corte (per tutte, Sez. IV, sentenza n. 15497 del 22 febbraio – 24 aprile 2002, CED Cass. n. 221693; Sez. VI, sentenza n. 34521 del 27 giugno – 8 agosto 2013, CED Cass. n. 256133) ritiene inammissibile per difetto di specificità il ricorso che riproponga pedissequamente le censure dedotte come motivi di appello (al più con l’aggiunta di frasi incidentali contenenti contestazioni, meramente assertive ed apodittiche, della correttezza della sentenza impugnata) senza prendere in considerazione, per confutarle, le argomentazioni in virtù delle quali i motivi di appello non siano stati accolti.

Si è, in proposito, osservato (Sez. VI, sentenza n. 8700 del 21 gennaio – 21 febbraio 2013, CED Cass. n. 254584) che <<La funzione tipica dell’impugnazione è quella della critica argomentata avverso il provvedimento cui si riferisce. Tale critica argomentata si realizza attraverso la presentazione di motivi che, a pena di inammissibilità (artt. 581 e 591 c.p.p.), debbono indicare specificamente le ragioni di diritto e gli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta. Contenuto essenziale dell’atto di impugnazione è, pertanto, innanzitutto e indefettibilmente il confronto puntuale (cioè con specifica indicazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che fondano il dissenso) con le argomentazioni del provvedimento il cui dispositivo si contesta).

Il   motivo di ricorso in cassazione è caratterizzato da una “duplice specificità”: «Deve essere sì anch’esso conforme all’art. 581 c.p.p., lett. C (e quindi contenere l’indicazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta presentata al giudice dell’impugnazione); ma quando “attacca” le ragioni che sorreggono la decisione deve, altresì, contemporaneamente enucleare in modo specifico il vizio denunciato, in modo che sia chiaramente sussumibile fra i tre, soli, previsti dall’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), deducendo poi, altrettanto specificamente, le ragioni della sua decisività rispetto al percorso logico seguito dal giudice del merito per giungere alla deliberazione impugnata, sì da condurre a decisione differente>> (Sez. VI, sentenza n. 8700 del 21 gennaio – 21 febbraio 2013, CED Cass. n. 254584).

Risulta, pertanto, evidente che, <<se il motivo di ricorso si limita a riprodurre il motivo d’appello, per ciò solo si destina all’inammissibilità, venendo meno in radice l’unica funzione per la quale è previsto e ammesso (la critica argomentata al provvedimento), posto che con siffatta mera riproduzione il provvedimento ora formalmente ‘attaccato’, lungi dall’essere destinatario di specifica critica argomentata, è di fatto del tutto ignorato. Nè tale forma di redazione del motivo di ricorso (la riproduzione grafica del motivo d’appello) potrebbe essere invocata come implicita denuncia del vizio di omessa motivazione da parte del giudice d’appello in ordine a quanto devolutogli nell’atto di impugnazione. Infatti, quand’anche effettivamente il giudice d’appello abbia omesso una risposta, comunque la mera riproduzione grafica del motivo d’appello condanna il motivo di ricorso all’inammissibilità. E ciò per almeno due ragioni. È censura di merito. Ma soprattutto (il che vale anche per l’ipotesi delle censure in diritto contenute nei motivi d’appello) non è mediata dalla necessaria specifica e argomentata denuncia del vizio di omessa motivazione (e tanto più nel caso della motivazione cosiddetta apparente che, a differenza della mancanza “grafica”, pretende la dimostrazione della sua mera “apparenza” rispetto ai temi tempestivamente e specificamente dedotti); denuncia che, come detto, è pure onerata dell’obbligo di argomentare la decisività del vizio, tale da imporre diversa conclusione del caso>>.

Può, pertanto, concludersi che «la riproduzione, totale o parziale, del motivo d’appello ben può essere presente nel motivo di ricorso (ed In alcune circostanze costituisce incombente essenziale dell’adempimento dell’onere di autosufficienza del ricorso), ma solo quando ciò serva a “documentare” il vizio enunciato e dedotto con autonoma specifica ed esaustiva argomentazione, che, ancora indefettibilmente, si riferisce al provvedimento impugnato con il ricorso e con la sua integrale motivazione si confronta. A ben vedere, si tratta dei P.pi consolidati in materia di “motivazione per relazione” nei provvedimenti giurisdizionali e che, con la mera sostituzione dei parametri della prima sentenza con i motivi d’appello e della seconda sentenza con i motivi di ricorso per cassazione, trovano piena applicazione anche In ordine agli atti di impugnazione>> (Sez. VI, sentenza n. 8700 del 21 gennaio – 21 febbraio 2013, CED Cass. n. 254584).

 

8.2.1 Si è anche affermato che l’attenuante della dissociazione (art. 8 legge n. 203 del 1991) può essere riconosciuta unicamente valorizzando quanto riferito dall’imputato in ordine ai reati per i quali si procede, perchè è solo in relazione ad essi che può essere valutata la decisività e la concretezza dell’apporto fornito dal dichiarante in modo tale da risultare determinante per la ricostruzione dei fatti e la individuazione dei responsabili; ne consegue che il giudice del merito, ove accerti che il contributo prestato, lungi dall’essere decisivo per la ricostruzione dei fatti, sia stato reso allo scopo di allontanare da sè ogni sospetto mediante false indicazioni sui soggetti responsabili, deve escludere la sussistenza dei requisiti per il riconoscimento dell’attenuante (Sez. II, sentenza n. 26891 del 22 marzo – 15 giugno 2004, CED Cass. n. 229809; Sez. V, sentenza n. 33373 del 25 giugno – 12 agosto 2008, CED Cass. n. 240994; Sez. Ili, sentenza n. 3078 del 12 dicembre 2012 – 21 gennaio 2013, CED Cass. n. 254142).

8.2.2 Questa Corte ha in più occasioni chiarito, infine, che, al fine di ritenere od escludere la configurabilità di circostanze attenuanti generiche, il giudice può limitarsi a prendere in esame, tra gli elementi indicati dall’art. 133 c.p., quello che ritiene prevalente ed atto a determinare o meno il riconoscimento del beneficio: anche un solo elemento attinente alla personalità del colpevole od all’entità del reato ed alle modalità di esecuzione di esso può, pertanto, risultare all’uopo sufficiente (così, da ultimo, Sez. II, sentenza n. 3609 del 18 gennaio – 1° febbraio 2011, CED Cass. n. 249163).

8.3 Ciò premesso, il ricorso risulta integralmente inammissibile, perché assolutamente privo di specificità in tutte le sue articolazioni (reiterando, più o meno pedissequamente, censure già dedotte in appello e già non accolte), del tutto assertivo e, comunque, manifestamente infondato, a fronte dei rilievi con i quali la Corte di appello, correttamente conformandosi ai predetti orientamenti, ha valorizzato, con argomentazioni esaurienti, logiche e non contraddittorie, e, pertanto, esenti da vizi rilevabili in questa sede:

–   ai fini del diniego della circostanza attenuante di cui all’art. 8 I. n. 203 del 1991, il fatto che le dichiarazioni rese dallo S. non avevano fornito un contributo sicuro e proficuo alle indagini in corso, <<sia perché parzialmente false o di comodo, sia perché i momenti di resipiscenza non erano necessari ad implementare un quadro probatorio aliunde formatosi, sia perché irrilevanti al fine di evitare che l’attività delittuosa potesse essere portata ad ulteriori conseguenze:» > (f. 5 s.);

–   ai fini del diniego delle circostanze attenuanti generiche, <<le molteplici inadempienze con cui lo S. ha punteggiato il suo status collaborativo> (f. 6).

Con tali argomentazioni il ricorrente non si è in concreto confrontato adeguatamente, limitandosi a riproporre le proprie istanze, fondate su mere ed indimostrate asserzioni, senza documentare nei modi di rito eventuali travisamenti.

Riepilogo delle statuizioni principali e statuizioni accessorie

9. In accoglimento dei ricorsi del Procuratore Generale della Repubblica di Catania e delle parti civili U. C. e V. P., la sentenza impugnata va annullata:

–             nei confronti dell’imputato G. L. limitatamente ai reati di cui ai capi A) – C) – D) – E) – F) – G);

–   nei confronti dell’imputato A. P.,

con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Catania per nuovo giudizio sui predetti punti (avendo la sentenza impugnata ed annullata del tutto omesso il giudizio sui gravami delle predette parti).

Risulta, per effetto di tale statuizione, precluso l’esame dei motivi del ricorso dell’imputato L. di cui ai punti 2A – 2B – 2C – 2D – 2E (f. 370 del ricorso) – 2 F.

9.1.   In accoglimento del ricorso dell’imputato M. M., la sentenza impugnata va annullata, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Catania per nuovo giudizio (che dovrà essere condotto conformandosi alle considerazioni svolte nei §§ 3 ss. di queste Considerazioni in diritto).

Risulta, per effetto di tale statuizione, assorbito il ricorso del Procuratore Generale della Repubblica di Catania, inerente al solo trattamento sanzionatorio.

9.2.       Soltanto all’esito del giudizio di rinvio, con riferimento ai fatti che risulteranno accertati ed alla qualificazione giuridica di essi che sarà ritenuta corretta, tenendo conto della natura giuridica (istantanea o permanente) di ciascuno e delle sospensioni intervenute in primo grado (che in questa sede è impossibile determinare, non essendo stati trasmessi i verbali delle udienze ivi svolte) ed in appello (pari, limitatamente a quelle intervenute nel corso del giudizio, a 42 giorni), potrà essere compiutamente esaminata la questione della prescrizione, evocata nel ricorso dell’imputato L. e nella memoria difensiva dell’imputato P., previa valutazione della efficacia o meno della dichiarazione di rinunzia a suo tempo presentata da quest’ultimo.

9.3   Il ricorso dell’imputato G. L., limitatamente ai motivi di cui ai punti 1A) 1B) – 1C) – 2E (f. 338), è inammissibile.

9.4 Il ricorso dell’imputato L. S. è in toto inammissibile.

9.4.1.        La declaratoria di inammissibilità totale del ricorso di L. S. comporta, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché – apparendo evidente che egli ha proposto il ricorso determinando la causa di inammissibilità per colpa (Corte cost., sentenza 13 giugno 2000, n. 186) e tenuto conto della rilevante entità di detta colpa – della somma di Euro mille in favore della Cassa delle Ammende a titolo di sanzione pecuniaria.

9.5. La statuizione sulle spese delle parti civili C., P. e Ministeri della Difesa, della Giustizia e dell’Interno va riservata al definitivo.

9.6. All’odierna udienza, il Sostituto Procuratore Generale della Repubblica ha dichiarato (come da verbale in atti) di essere <<in possesso di buona parte degli atti>>, e che avrebbe valutato <<l’opportunità di procedere ad un’azione disciplinare e penale, inviando gli atti alla Procura della Repubblica di Catania, sollevando quindi la Corte da questi adempimenti>>.

Per tale ragione, al fine di evitare l’inutile duplicazione della trasmissione di atti particolarmente voluminosi, non si reputa necessario intraprendere analoghe iniziative, senz’altro doverose in riferimento, in particolare:

–    alla radicalmente omessa valutazione, da parte della Corte di appello di Catania, degli appelli del P.M. e del P.G. territoriali (neanche menzionati nel testo del dispositivo riportato in calce alla sentenza impugnata, peraltro illegittimamente difforme rispetto a quello letto in udienza, che dell’esistenza di tali gravami dava conto) ed alla omessa valutazione, nella sostanza, degli appelli delle parti civili C. e P.;

–    alla valutazione meramente apparente dell’atto di appello del M. (con complessivi travisamenti ed omissioni che hanno irrimediabilmente inficiato la legittimità della sentenza emessa, rendendone all’evidenza inevitabile l’annullamento);

–    al deposito delle motivazioni – pur in tale notevole misura lacunose – soltanto in data 1° luglio 2013, dopo oltre un anno e tre mesi dalla decisione (intervenuta in data 11 aprile 2012);

–    al contenuto della certificazione (inerente all’affermata tempestività del ricorso per cassazione del PG territoriale) allegata dalla parte civile C. alla sua memoria del 18 giugno 2014, sulla cui genuinità l’imputato L. (nella sua memoria del 2 ottobre 2014) ha espresso pesanti, ma allo stato indimostrati, sospetti.

P.Q.M.

In accoglimento dei ricorsi del Procuratore Generale della Repubblica di Catania e delle parti civili C. e P., annulla la sentenza impugnata:

–   nei confronti di L.G. limitatamente ai reati di cui ai capi A) – C) – D) – E)

–    F) – G);

–   nei confronti di P. A.,

con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Catania per nuovo giudizio sui predetti punti, e, per l’effetto, dichiara precluso l’esame dei motivi del ricorso dell’imputato L. di cui ai punti 2A – 2B – 2C – 2D – 2E (f. 370 del ricorso) – 2 F.

In accoglimento del ricorso di M. M., annulla la sentenza  impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Catania per nuovo giudizio, e, per l’effetto, dichiara assorbito il ricorso del Procuratore Generale della Repubblica di Catania sul trattamento sanzionatorio.

Dichiara inammissibile il ricorso di L.G. limitatamente ai motivi di cui ai punti 1A) – 1B) – 1C) – 2E (f. 338).

Dichiara inammissibile il ricorso di S. L., che condanna al pagamento delle spese processuali ed al versamento della somma di euro mille alla Cassa delle ammende.

Riserva la statuizione sulle spese delle parti civili C., P. e Ministeri della Difesa, della Giustizia e dell’Interno al definitivo.

 

Cosi deciso il 21 ottobre 2014 […]

 

 

 

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