Extracomunitario irregolare, falsa dichiarazione emersione rapporto di lavoro subordinato concorre con falso ideologico in atto pubblico

Il reato di presentazione di falsa dichiarazione di emersione di rapporto di lavoro subordinato con cittadino extracomunitario irregolare, di cui all’art. 1, comma nono, legge n. 222 del 2002, non è in rapporto di specialità, ma concorre, con il reato di falso ideologico (indotto, ex art. 48 cod. pen.) in atto pubblico concernente i permessi di soggiorno rilasciati in difetto dei presupposti di legge, in quanto tale secondo reato riguarda un documento (il permesso di soggiorno) del tutto diverso, emesso all’esito di un articolato iter amministrativo di cui la falsa dichiarazione di emersione costituisce soltanto il primo momento procedimentale.

Sentenza Cassazione penale n. 45504 del 04 novembre 2014

[…]

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. II ricorso di B. S. non è inammissibile ai sensi dell’art. 606/3 c.p.p., sicché non è preclusa a questa Corte la possibilità di rilevare e dichiarare cause di non punibilità a norma dell’art. 129 c.p.p. (Sez. Un., n.23428 del 22/03/2005; Sez. IV, n. 31344 dell’ 11/06/2013).

Per il residuo reato di cui all’art. 416 c.p. ascritto al B., in qualità di promotore e coordinatore dell’associazione avente come base operativa il suo studio professionale, invero, è maturato successivamente alla sentenza di secondo grado, nell’aprile 2013, il termine massimo di prescrizione di anni otto e mesi nove (anni sette aumentati di un quarto), a decorrere dal luglio 2004 -e non dal dicembre 2002, come indicato dal ricorrente, per quanto si dirà innanzi- di cui al combinato disposto degli artt. 157 e 161, comma secondo, c.p. nell’attuale formulazione introdotta dall’art. 6 L. 251/2005. Il nuovo regime di prescrizione, infatti, è più breve rispetto a quello previgente, non risultando contestati al B. casi di cui all’art. 99 c.p. e può trovare applicazione nei confronti dello stesso, non essendo stata pronunciata la sentenza di primo grado alla data di entrata in vigore della legge n. 251/2005. L’obbligo della immediata declaratoria di tale causa di estinzione, sancito dal primo comma dell’art. 129 c.p.p., tuttavia implica nel contempo la valutazione della sussistenza in modo evidente di una ragione di proscioglimento dell’imputato, alla luce della regola di giudizio posta dal secondo comma dell’art. 129 c.p.p.. In presenza di una causa di estinzione del reato, tuttavia, non sono, rilevabili in sede di legittimità, né vizi di motivazione, né nullità di ordine generale ed il giudice è legittimato a pronunciare sentenza di assoluzione, a norma dell’art. 129 comma 2 c.p.p., soltanto nel caso in cui le circostanze idonee ad escludere l’esistenza del fatto, la commissione del medesimo da parte dell’imputato e la sua rilevanza penale emergano dagli atti in modo assolutamente non contestabile, così che la valutazione che il giudice deve compiere al riguardo appartenga più al concetto di “constatazione”, ossia di percezione “ictu oculi”, che a quello di “apprezzamento” e sia quindi incompatibile con qualsiasi necessità di accertamento o di approfondimento (Sez. Ili, n. 10221 del 24/01/2013). Nel caso di specie, per quanto si evidenzierà innanzi in merito alla infondatezza delle doglianze oggetto di ricorso, non ricorrono dagli atti in modo evidente ed assolutamente non contestabile ragioni per una pronuncia ai sensi dell’art. 129/2 c.p.p..

2.  I ricorsi di D. M., D. V., F. S., R. G., V. A. vanno tutti rigettati.

2.1 Si procederà innanzitutto all’esame dei motivi dei ricorsi degli imputati relativi alle questioni processuali.

Il primo motI. di ricorso degli imputati B., V. e D. V., circa l’inutilizzabilità delle intercettazioni autorizzate dal Gip del Tribunale di Prato, essendo la condotta astrattamente ipotizzabile nei confronti del B., sin dall’origine dell’indagine, quella prevista dall’art. 1/9 L. 222/2002, che non consentiva i disposti decreti autorizzativi è infondato. Ed invero, come si evince testualmente dal decreto autorizzatI. del 7 maggio 2003, allegato ai ricorsi del B. e del V., il GIP del Tribunale di Prato ha ritenuto sussistenti “gravi indizi circa la commissione dei reati di concorso in truffa, in estorsione e nel procurare l’ingresso illegale nel territorio nazionale di cittadini extracomunitari (artt. 110,640,629 c.p. e 12 comma 3 e 3 bis D.Lgs. n. 286/98), come si apprende dalla c.n.r. n. 4827 della Guardia di Finanza di Prato del 17.4.2003” ed ha specificamente evidenziato che “i reati di cui all’ art. 12 comma 3 e 3 bis D.Lgs. n. 286/98 consentono te operazioni di intercettazione telefonica ed ambientale” Orbene, contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti, le ipotesi di reato denunciate dalla G.di F., ipotizzate dal P.M. e, quindi, ritenute dal Gip erano appunto quelle riconducibili alla individuazione della composizione di una “rete di personaggi” dedita all’ingresso illegale di cittadini extracomunitari in Prato, in violazione del disposto dell’art. 12 comma 3 e 3 bis D.Lgs. n. 286/98 e, dunque, alla loro regolarizzazione ed il fatto che nel corpo del decreto si faccia riferimento eminentemente alla regolarizzazione di cittadini extracomunitari, tale riferimento non può essere estrapolato e letto disgiuntamente dalla premessa, secondo cui “nel territorio pratese, dove giungono ormai migliaia di cittadini extracomunitari con la speranza di pervenire a condizioni di vita più agiate che nel loro paese”, vi è appunto “una rete di personaggi che sfruttano le necessità di queste persone…

Correttamente il giudice d’appello ha richiamato i principi più volte affermati da questa Corte, secondo i quali non ricorre alcuna illegittimità processuale, nè alcuna ipotesi di inutilizzabilità, nel caso in cui gli esiti delle intercettazioni telefoniche utilizzate per provare la colpevolezza dell’imputato per un determinato reato, siano state eseguite ed autorizzate dal GIP, come nel caso in esame, per l’acquisizione probatoria relativa ad altra ipotesi investigativa (Sez. I, n. 24163 del 19/05/2010; Sez. VI, n. 50072 del 20/10/2009; Sez. Ili, n. 348 del 13.11.2007). In particolare, autorizzata dal giudice l’effettuazione di intercettazioni di comunicazioni, in relazione ad una ipotesi di reato che, ai sensi dell’art. 266 c.p.p., consentiva il ricorso a tale mezzo di ricerca della prova, se detta ipotesi sia stata poi sostituita da altra che non lo avrebbe consentito, ciò non comporta l’inutilizzabilità dei risultati acquisiti, salvo che I’ originaria configurabilità della prima di dette ipotesi risulti, “ora per allora”, dovuta ad errore del giudice (Sez. VI, n. 50072 del 20/10/2009). L’accertamento di tale errore va apprezzato sulla base dei dati di conoscenza acquisiti al momento del provvedimento autorizzativo, sicché ove gli elementi addotti dal pubblico ministero a sostegno della richiesta siano chiaramente riferibili ad un’ipotesi di reato, non annoverabile nell’elenco dell’art. 266 c.p.p. e ciononostante il giudice abbia “per errore” autorizzato l’attività intercettativa, è certo possibile all’imputato di farne questione in ogni successiva fase o grado del procedimento e se la doglianza è fondata, le intercettazioni dovranno essere dichiarate inutilizzabili; per effetto però non di una mutata “qualificazione giuridica del fatto”, ma dell’errore commesso dal giudice al momento del decreto autorizzativo. che deve tuttavia risultare evidente e incontrovertibile, sulla base degli elementi investigativi, portati illo tempore a conoscenza del giudice e tenuto conto della inevitabile fluidità delle ipotesi criminose in un momento normalmente posto alle prime battute dell’attività investigativa.

Nel caso di specie, non è ravvisabile alcun errore, avendo, come detto, il Gip richiamato l’informativa della G.diF. facendo riferimento all’ingresso illegale in Prato di cittadini extracomunitari e, quindi, alla loro “regolarizzazione”; tale ultima attività illecita, all’evidenza, è quella che all’esito delle intercettazioni in concreto è emersa, in linea con l’indicata inevitabile fluidità delle ipotesi criminose e che ha condotto naturalmente alle contestazioni oggetto di giudizio, sicché alcun errore inteso come ricorrenza di elementi che non consentivano ab origine le intercettazioni ai sensi dell’art. 266 c.p.p. è ravvisabile nella fattispecie in esame.

Destituita di fondamento è, poi, la censura specificamente svolta da D. V. circa l’inutilizzabilità “sopravvenuta” degli esiti intercettativi, non essendo il vizio riferibile al decreto autorizzativo nel suo momento genetico, bensì riferibile alla fase della decisione, una volta acquisita contezza della configurabilità della diversa ipotesi di cui all’art. 1 comma 9 L. 222/2002. Invero, i principi affermati da questa Corte, come innanzi riportati, circa l’assenza di profili di illegittimità o di inutilizzabilità nel caso in cui gli esiti delle intercettazioni telefoniche utilizzate per provare la colpevolezza dell’imputato per un determinato reato, siano state eseguite ed autorizzate dal GIP, per altra ipotesi di reato, come nel caso in esame, si riferiscono ad ogni segmento processuale, anche e soprattutto alla fase decisionale e non solo a quello genetico. Una inutilizzabilità “progressiva” non si presenta confacente alla categoria dell’inutilizzabilità, che, ai sensi dell’art. 191 c.p.p., risulta elaborata con riferimento al momento dell’acquisizione della prova, non a quello della sua valutazione, poiché in quel momento si produce l’effetto di introdurre nel processo un elemento di prova utilizzabile ai fini della decisione.

2.2.     Infondato- limitatamente alla conclusione circa l’inutilizzabilità delle trascrizioni delle intercettazioni ordinate dal G.u.p., a ciò funzionalmente incompetente, successivamente all’emanazione del decreto che dispone il giudizio- si presenta il secondo motivo di ricorso del B. e del V..

All’uopo va premesso che, come si evince dal verbale del 11.1.2005 allegato al ricorso del V., effettivamente il G.u.p., all’udienza preliminare del 11.1.2005, dopo aver emesso il decreto che dispone il giudizio davanti al Tribunale di Prato, accoglieva la richiesta del P.M. di trascrizione delle intercettazioni ex art. 268 c.p.p., fissando per l’incombente e per la nomina del perito l’udienza 20.1.2005.

La Corte di merito ha rigettato la doglianza, già svolta con l’atto di appello, evidenziando in sostanza come l’udienza preliminare in questione non si fosse affatto conclusa alle ore 16,50, con la contestuale pronuncia dei provvedimenti ex art. 424 c.p.p., ma era proseguita sino alle 17,30, orario in cui, alla presenza dei difensori degli imputati, veniva fissata l’udienza per la trascrizione delle intercettazioni; in ogni caso nessuna norma preclude al giudice per le indagini preliminari l’utilizzo dell’udienza preliminare per l’incombente relativo alla trascrizione delle intercettazioni con modalità rispecchiante un’ apprezzabile sollecitudine per l’economia processuale. Tale valutazione, tuttavia, non si presenta in linea con i principi più volte affermati da questa Corte, secondo cui il giudice per le indagini preliminari, una volta pronunciato il decreto che dispone il giudizio, perde la propria competenza funzionale in ordine ad atti che non siano quelli urgenti attinenti alla libertà personale dell’imputato (così Cass. Pen., n. 6629 del 24/1/2012; Sez. 4, n. 3347 del 01.12.2009, Rv. 246391; Cantarelli; Cass. Pen. Sez. 4, n. 7439 del 12.01.1999, Rv. 213738, Tegascono al caso specifico di perizia trascrittiva di intercettazioni disposta dal Gup che aveva già disposto il rinvio a giudizio). Ne consegue che non è corretta la decisione del giudice dell’udienza preliminare di fissare l’udienza per la perizia trascrittiva ed il conferimento dell’incarico

al perito, anche se intervenuta prima della traslatio iudicii, con conferimento dell’incarico al trascrittore dopo la traslatio suddetta. Il conferimento dell’incarico rappresenta, invero, un momento cruciale dell’attività processuale volta a tradurre in forma grafica il contenuto delle intercettazioni, perché in detto momento viene precisato l’incarico e vengono individuate (se non è stato fatto prima), con la collaborazione delle parti, le conversazioni da trascrivere. Non si tratta, pertanto, di attività meramente esecutiva di un deliberato assunto in precedenza, ma di momento qualificante dell’attività di trasposizione della prova, che deve essere effettuata sotto la direzione e la sorveglianza del giudice investito, al momento, del procedimento (in questo caso, del      giudice del        dibattimento).

Non possono tuttavia condividersi le conclusioni tratte da alcune pronunce di questa Corte circa l’inutilizzabilità tout court delle trascrizioni ai sensi degli artt. 178, comma

1,   lett. a) e 179 c.p.p., comma 1 cod. proc. pen., a fronte della deroga all’iter procedimentale sopra delineato, sulla base delle seguenti considerazioni. In primo luogo dal combinato disposto dell’art. 268 c.p.p., comma 1 e art. 89 disp. att. c.p.p., comma 2, emerge che la legge ha inteso                                    attribuire        rilevanza probatoria esclusivamente ai documenti fonici e ai verbali delle                                   operazioni        di intercettazione, con

esclusione di ogni altro mezzo (ivi compresa la testimonianza di chi ha effettuato l’intercettazione); la trascrizione delle registrazioni telefoniche si esaurisce in operazioni di carattere meramente materiale, non implicando l’acquisizione di alcun contributo tecnico- scientifico, e poiché l’attività trascrittiva attiene a un mezzo di ricerca della prova e non all’assunzione anticipata di un mezzo di prova, il rinvio dell’art.  268 c.p.p., comma 7,        all’osservanza delle     forme, dei          modi e delle garanzie

previsti   per        le perizie, non ha altro significato che quello di assicurare che la trascrizione delle registrazioni avvenga nel modo più corretto possibile. Donde l’ontologica insussistenza, in relazione alle trascrizioni, di un problema di utilizzazione, potendo semmai denunciarsi la mancata corrispondenza tra il contenuto delle registrazioni e quello risultante dalle trascrizioni effettuate (Sez. I, 6.2.2007, Mangone, in Mass. Uff., 236361; Sez. 6, 5 ottobre 1994, n. 3784, Celone, Rv. 201857; Sez. 6A, n. 11914 del 30/10/1992, Tramuta, Rv. 193148). In applicazione di tale principio, è stato perciò deciso che le intercettazioni telefoniche sono utilizzabili in dibattimento indipendentemente dalle relative trascrizioni, poiché queste ultime non rientrano negli atti delle indagini preliminari ed integrano una mera attività materiale e riproduttiva del contenuto delle intercettazioni, soggette alla disciplina prevista dall’art. 268, 7 e 8 comma, c.p.p. (Cass., 4 maggio 1993, Bozzi; Id., Sez. 2^, 19 giugno 1992, Serra). L’utilizzabilità in sede dibattimentale delle intercettazioni è poi possibile anche quando le trascrizioni non sono state inserite nel fascicolo per il dibattimento, perché non effettuate in sede di indagini preliminari ovvero eseguite fuori termine, essendo consentito al giudice di procedere all’ascolto diretto delle registrazioni o di far trascrivere il contenuto delle intercettazioni acquisite agli atti per il tramite di un ausiliario designato “ad hoc” (N. 3784 del 1994); così come è consentito alle parti procedere autonomamente, attraverso un proprio ausiliario, all’ascolto e alla trascrizione delle intercettazioni, da utilizzare, all’occorrenza, in sede di giudizio. Alla

 

stregua di tali rilievi, non è corretto far discendere, dall’error in procedendo in cui è caduto il Giudice delle indagini preliminari, l’inutilizzabilità – sic et simpliciter – delle trascrizioni, se la doglianza non viene accompagnata dalla denuncia di difformità tra il contenuto delle intercettazioni (le sole rilevanti come prova) e la trasposizione grafica delle stesse, effettuata dall’ausiliario, posto che ben avrebbe potuto il giudice procedere autonomamente all’ascolto delle conversazioni in camera di consiglio (come, in alcuni casi, viene espressamente dato atto dal Tribunale) o procedere alla verifica della corrispondenza tra le intercettazioni e le trascrizioni.

Nel caso di specie, non avendo i predetti imputati B. e V. dedotto la mancata corrispondenza al contenuto delle intercettazioni delle trascrizioni effettuate dal perito, non può dunque farsi questione di inutilizzabilità delle trascrizioni delle intercettazioni.

Infondata si presenta altresì la deduzione del V. circa la violazione del diritto di difesa non risultando notificata al difensore di fiducia assente la data di udienza della perizia di trascrizione. Ed invero, a prescindere dal profilo di inammissibilità di tale censura, in quanto non pare che con l’atto di appello sia stata svolta analoga doglianza in violazione dell’art. 606 u.c. c.p.p., in ogni caso, dal verbale di udienza dell’ 11.1.2005 emerge che “l’avv. P. è presente anche in sostituzione degli avv.ti S. e A.”, e della presenza dell’avv. P. nella qualità indicata non si ravvisano ragioni per dubitare. Peraltro, la mancata presenza dell’avv. A. o dell’avv. S., già nominato sostituto processuale, imponeva al giudice di nominare, comunque, un sostituto del difensore di fiducia, occasionalmente presente in aula, con indicazione della data di rinvio e tale indicazione, alla presenza del difensore designato ex art. 97 comma 4 c.p.p., non determina alcuna nullità, in quanto il difensore di ufficio, nominato in luogo di quello impedito agisce in nome e per conto di quello di fiducia sostituito e rappresenta la parte processuale interessata al corretto andamento del processo (Sez. V, n. 26168 del 11/05/2010).

2.3. Infondato è anche il terzo motI. di ricorso del V., circa l’inutilizzabilità dei risultati delle intercettazioni ambientali nello studio B. per totale omessa motivazione del P.M. sul tassatI. requisito delle “eccezionali ragioni di urgenza”, legittimanti ai sensi dell’art. 268/3 c.p.p. la possibilità di compiere le operazioni di intercettazione mediante impianti in dotazione alla P.G., quando gli impianti installati presso la Procura della Repubblica risultino insufficienti od inidonei. Va premesso che, come si rileva dal decreto dell’8.5.2003 allegato al ricorso del V., il P.M. disponeva che le operazioni di intercettazione avvenissero mediante impianti in disponibilità della P.G. e con altri mezzi che la stessa P.G. “è autorizzata a locare presso ditta esterna”, “non avendo questa Procura la disponibilità di mezzi per effettuare operazioni di intercettazione ambientale come risulta dall’attestato allegato”.

In proposito correttamente la Corte di merito ha rilevato come, a fronte dell’assenza di mezzi per effettuare le intercettazioni, attestata peraltro con certificazione del responsabile del servizio intercettazioni nominativamente indicato, con la quale si è reiteratamente dato atto che l’ufficio non era dotato di apparecchiature per effettuare intercettazioni ambientali, il P.M. si è pienamente conformato al disposto di cui all’art.

268 /3 c.p.p., atteso che a fronte di tale situazione appare irrilevante che il P.M. non abbia fatto riferimento nei decreti di intercettazioni ambientali nello studio B. alle eccezionali ragioni di urgenza attesa la natura necessitata e non discrezionale della scelta operativa, conseguente all’assenza, piuttosto che all’insufficienza, o inidoneità degli strumenti tecnico occorrenti.

Tale valutazione si presenta del tutto corretta, siccome pienamente in linea con i principi più volte affermati da questa Corte, secondo i quali, quando si attesti, nel provvedimento previsto dall’art. 268 comma 3, seconda parte, c.p.p., la tecnica impossibilità di effettuare le intercettazioni ambientali mediante uso degli impianti in dotazione alla Procura della Repubblica, per la loro accertata inidoneità allo scopo e non per mera, temporanea inutilizzabilità, diventa per ciò stesso superflua l’esigenza di una motivazione anche in ordine alle eccezionali ragioni di urgenza giustificative del ricorso ad impianti esterni (Sez. II,n. 8025 del 04/02/2004).

3.  I motivi di merito di tutti i ricorrenti vanno rigettati.

All’uopo appare opportuno premettere che, nel caso di specie, ci si trova di fronte a due sentenze, di primo e secondo grado, che concordano nell’analisi e nella valutazione degli elementi di responsabilità a carico degli imputati, con una struttura motivazionale della sentenza di appello, che si salda perfettamente con quella di primo grado, così integrando un unitario corpo argomentatI., che, per quanto si dirà, appare prI. di vizi motivazionali, avendo dato congrua e ragionevole giustificazione delle critiche prospettate nei motivi di gravame.

Va, poi, evidenziato le doglianze di merito degli imputati presentano profili di inammissibilità, laddove sollecitano il giudice di legittimità a formulare valutazioni di merito sostitutive di quelle effettuate dal giudice di appello e sostenute dal medesimo con motivazione non manifestamente illogica e coerente al compendio probatorio disponibile.

3.1.    a II terzo motI. del ricorso del B., così come il quarto motI. del ricorso di V. A., nella parte in cui si contesta la sussistenza dei presupposti per la configurabilità del delitto di cui all’art. 416 c.p., difettando il requisito della potenziale durevolezza dell’associazione, essendo i reati fine ancorati al termine di presentazione delle (false) dichiarazioni di emersione di cui all’art. 1 L. 222/2002, sono infondati.

Va innanzitutto evidenziato che il procedimento per la legalizzazione del lavoro irregolare, per come disegnato dalla L. 222/2002, si presentava piuttosto articolato e senz’altro non si limitava ed esauriva nella presentazione della dichiarazione di emersione di cui all’art. 1/1 I. cit. che, anzi, ne costituiva il punto di partenza. Invero, alla denuncia di occupazione alle proprie dipendenze di lavoratori extracomunitari in posizione irregolare, entro la data dell’ 11 novembre 2002, termine prorogato al 10.12.2002, seguivano le verifiche della Prefettura e della Questura contemplate al comma 4, a cui faceva seguito, ancora, l’invito in Prefettura del lavoratore extracomunitario e del datore di lavoro per la stipula del contratto di soggiorno per lavoro subordinato e per il contestuale rilascio del permesso di soggiorno, permanendo le condizioni soggettive di cui al comma 4. La complessità di tale iter si ricava senz’altro dal contenuto delle conversazioni intercettate presso lo studio del B. nel 2003, successivamente al termine di presentazione delle dichiarazioni di emersione, che ha consentito di acclarare- come si ricava dalla sentenza di primo grado, da leggersi congiuntamente a quella di appello, integrando un unitario corpo argomentatI., per quanto detto- non solo l’esistenza del sodalizio criminoso ma anche quanto fosse intensa l’attività di esecuzione del programma criminoso dell’associazione.

Il giudice di prime cure ha, infatti, precisato che le conversazioni intercettate danno un ampio spaccato dell’evoluzione dei rapporti dal maggio 2003 sino al dicembre dello stesso anno fra i partecipanti all’associazione, in un momento di pieno fermento dell’attività, in cui le denunce per la regolarizzazione erano state già presentate e per alcune pratiche era già stato stipulato presso gli uffici delle Prefetture competenti il contratto di soggiorno con il lavoratore regolarizzando per il rilascio del permesso di soggiorno, in altri casi era stata già inviata dalla Prefettura la lettera di convocazione per la stipula del contratto di soggiorno, in altri ancora era partita dal datore di lavoro una lettera di licenziamento del lavoratore da regolarizzare, strumentale all’ottenimento di un permesso temporaneo di validità semestrale. In tale contesto è agevole rilevare, in primo luogo, l’esistenza di un sodalizio ed il fatto che i partecipi hanno posto in essere, ciascuno con un proprio ruolo, false pratiche di emersione per l’ottenimento dei permessi di soggiorno, come specificamente si ricava: dal tenore e contenuto delle conversazioni intercettate, che lascia chiaramente intendere che i cittadini extracomunitari non avevano mai avuto alcun rapporto, neppure di mera conoscenza, con il datore dì lavoro autore delle dichiarazione di emersione, tanto è vero che il B. si rendeva promotore delle presentazioni ufficiali dei regolarizzandi; dalla remunerazione dei datori di lavoro che non trovava altra plausibile spiegazione se non quella del carattere fittizio della dichiarazione di emersione, con assolvimento dei conseguenti oneri formali sino al rilascio del permesso di soggiorno; dalla predisposizione di false buste paga da parte dello studio B., dal pagamento dei contributi INPS da parte degli stessi lavoratori regolarizzandi, dall’offerta di disponibilità da parte di locatori compiacenti di apparente ospitalità ai lavoratori extracomunitari.

3.1.      b. Dunque, contrariamente a quanto dedotto dei ricorrenti, sulla base di quanto rilevato dai giudici di merito, l’attività degli associati non si è tradotta nella mera presentazione delle (false) denunce di emersione e, quindi, ancorata ad un preciso arco temporale finale, non successI. al dicembre 2002, ma anche nell’intero arco del 2003 ed oltre, era pienamente operativa, volta all’esecuzione del programma delittuoso, consistente nella stabilizzazione dei lavoratori extracomunitari in Italia, attraverso i meccanismi della L. 222/2002, ove la dichiarazione di emersione costituiva, come detto, punto di partenza dell’iter di regolarizzazione. Il contesto operatI. dell’associazione, in uno al significato tempo di attuazione del programma criminoso, dà conto della tendenziale stabilità e permanenza

dell’associazione, costituente punto di riferimento dei molteplici lavoratori extracomunitari, al fine di consentire la permanenza degli stessi nel nostro Stato, attraverso l’ottenimento dei         permessi         di         soggiorno.

D’altra parte, ai fini della sussistenza del delitto di associazione per delinquere, di cui all’art. 416 cod. pen., non è necessario che il vincolo associatI. assuma carattere di assoluta stabilità, essendo sufficiente che esso non sia a priori circoscritto alla consumazione di uno o più reati predeterminati, sicché l’elemento temporale non deve essere considerato come notevole protrarsi del rapporto nel tempo, essendo anche sufficiente uno svolgersi dell’attività associativa per breve periodo (Sez. 1 n. 134 del 03/10/1989).

3.1.    c In merito alla sussistenza del sodalizio criminale, la sentenza di primo grado ha tratto dalle risultanze della copiosa attività intercettativa e dalle testimonianze acquisite, gli elementi integranti la fattispecie di cui all’art. 416 c.p. e segnatamente l’accordo fra almeno tre persone, ossia un coagulo di volontà diretto all’attuazione di una serie di delitti non singolarmente individuati, accompagnato da una struttura organizzativa, avente come base operativa lo studio del medesimo B., e caratterizzandosi per I’ esatta composizione soggettiva, avendo ciascuno degli imputati un proprio predefinito ruolo, quale ad esempio il V. ed il F., organizzatori e coordinatori dell’attività criminosa, il D. di finto ospitante. Il carattere tendenzialmente stabile dell’associazione, poi, emerge, peraltro, proprio dall’esistenza di una struttura idonea alla realizzazione di un programma criminoso avente ad oggetto una serie indeterminata di delitti in materia di immigrazione e di correlati delitti di falso documentale, non circoscritti al periodo di presentazione delle denunce di emersione, ma anche e soprattutto successivamente, per quanto detto, al dicembre 2002.

Questa Corte recentemente non ha mancato di segnalare come la prova dell’esistenza di un’associazione a delinquere può essere desunta in via indiretta da facta concludentia fra i quali assume una particolare pregnanza la consumazione di numerosi reati fine svolti con modalità seriale e che richiedono, per la loro consumazione, una distribuzione di ruoli fra vari soggetti (Sez. II, n. 28872 del 14/06/2011).

Il quadro delle pronunce relative alla determinazione del grado di organizzazione, necessario per dar vita all’associazione per delinquere, è piuttosto ampio ed articolato (Sez. V, n. 39378 del 22/06/2012) ed è stato individuato, di volta in volta, nel mero accordo esteso ad un generico programma criminoso (affectio societatis sceleris: Cass., sez. 1, 23.6.1988, Olivieri); nella semplice e rudimentale predisposizione comune di attività e mezzi tra gli associati (cfr. Cass., sez. 1, 16.11.1984, Andolina; Cass., sez. fer, 3.9.2004, Bosone); in un minimo di organizzazione che autonomizzi l’associazione dai delitti scopo (cfr. Cass., sez. 1, 24.3.1986, Graziano; Cass., sez. 1,

11.10.2006, D’Attis, secondo cui, in caso di associazione con modesto organigramma, occorre che il vincolo tra i sodali sia continuatI.), affermandosi, inoltre, la necessità che l’organizzazione del sodalizio criminoso sia adeguata rispetto al programma criminoso previsto (cfr. Cass., sez. 1, 27.2.1993, Salvo; sulla sufficienza di dimensioni minime della struttura organizzativa, ai fini della prova dell’accordo associatI. ( Sez. 6, 25.9.1998, Villani). In sede di prassi applicativa, si è assistito ad una dilatazione della fattispecie, essendo giunta la giurisprudenza ad una estrema rarefazione dei connotati strutturali dell’associazione, ritenendo sufficiente un accordo di carattere generale, volto all’attuazione di un programma del tutto indeterminato di reati-scopo, che assume rilevanza a prescindere dalla effettiva consumazione di questi ultimi (cfr. Cass., sez. 6, 14.6.1995, Montani; Cass., sez. 6, 22.4.1989, Morelli; Cass., sez. 1, 28.11.1988, Donato, Cass., sez. 1, 23.6.1988, Olivieri).

Nella fattispecie in esame gli imputati hanno senz’altro agito all’intemo di un accordo criminoso, anche per quanto si dirà con riferimento ai singoli ricorrenti che rispondono del delitto associatI., destinato a durare nel tempo, volto alla commissione di una serie indeterminata di reati in materia di immigrazione e correlati delitti di falso per la regolarizzazione di cittadini extracomunitari nel nostro paese. La sentenza impugnata non ha mancato di evidenziare come l’attività criminosa del sodalizio fosse seriale, organizzata in forma complessa, plurisoggettiva e professionale, in forza del punto di riferimento costituito dallo “studio” del B., ed avente una ramificata articolazione intersoggettiva, rI.lta alla commissione di un numero indeterminato di illeciti, come testimoniato dalle centosettantadue false dichiarazioni di emersione e dal rilascio di centosessantaquattro permessi di soggiorno ideologicamente falsi, a fronte della carenza dei relativi presupposti, con la conseguente integrazione di condotte criminose plurime.

3.1.d Il B. (e per quanto si evidenzierà innanzi anche il V.), si duole del fatto che la sentenza impugnata difetta di motivazione in merito al dolo specifico della <affectio societatis scelerorum>, che connota il reato di cui all’art. 416 c.p., distinguendolo dal semplice concorso ex art. 110 c.p.

Va premesso che criterio distintI. del delitto di associazione per delinquere, rispetto al concorso di persone nel reato continuato consiste essenzialmente nel modo di svolgersi dell’accordo criminoso, che, nel concorso di persone nel reato continuato, avviene in via occasionale ed accidentale, essendo diretto alla commissione di uno o più reati determinati – ispirati da un medesimo disegno criminoso che tutti li comprenda e preveda – con la realizzazione dei quali tale accordo si esaurisce, facendo, così, venir meno ogni motI. di pericolo e di allarme sodale; nell’associazione per delinquere, invece, l’accordo criminoso è diretto all’attuazione di un più vasto programma criminoso, per la commissione di una serie indeterminata di delitti, con la permanenza di un vincolo associatI. tra i partecipanti, ciascuno dei quali ha la costante consapevolezza di essere associato all’attuazione del programma criminoso, anche indipendentemente ed al di fuori della effettiva commissione dei singoli reati programmati, cosicché è proprio la permanenza del vincolo associatI. tra più persone legate dal comune fine criminoso, che determina pericolo per l’ordine pubblico ed è la ragione stessa per la configurazione – quale autonomo titolo di reato – del delitto di associazione per delinquere, per la cui sussistenza, peraltro, è irrilevante l’eventuale mancata partecipazione di tutti, o di alcuni degli associati, alla consumazione dei delitti programmati (Sez. V, n. 39378 del 22/06/2012; Sez. 1, n. 3402 del 11/10/1991, Rv. 191122; Cass., sez. 6, 22.4.1989, Morelli; Cass., sez. 1, 11.10.1991, Niccolai; Cass., sez. 1, 15.1.1993, Ambrosino; Cass., sez. 1, 15,12.1994, Semeraro; Cass., sez. 6, 12.5.1995, Mauriello, Cass., sez. 6, 16.1.1998, Pastori; Cass., sez. 4, 21.4.2006, n. 22824, Q. e altro, rv. 234576; Cass., sez. 6, 24.5.2011, n. 29581). La condotta di partecipazione, dunque, si distingue da quella del concorrente ex art. 110 c.p. perché, a differenza di questa, implica l’esistenza del “pactum sceleris”, con riferimento alla consorteria criminale, e della “affectio societatis”, in relazione alla consapevolezza del soggetto di inserirsi in un’associazione vietata (Sez. II, 29/11/2012, n. 47602).

Così delineati gli elementi differenziali tra reato continuato e associazione di cui all’art. 416 c.p., emerge chiaramente l’infondatezza delle doglianza del B., essendo egli il promotore del sodalizio che vedeva come base operativa appunto il suo studio professionale, finalizzato alla commissione di una seria indeterminata di delitti in materia di immigrazione e correlati delitti di falso, con stabilità del vincolo associatI., sicché il contributo cosciente alla vita dell’organizzazione emerge indubitabilmente dall’attività da lui stesso posta in essere, come desumibile dal compendio probatorio acquisito e descritto nelle sentenze di merito. La consapevolezza di aver assunto siffatto vincolo è ricavabile, d’altra parte, come detto, anche da fatti concludenti, che non necessariamente deve essere indeterminato nel tempo, purché permanga al di là degli accordi particolari relativi alla realizzazione dei singoli episodi criminosi, in modo da costituire, nella sua funzione propulsiva della criminalità così organizzata, un attentato all’ordine pubblico.

3.1.e Il quarto motI. di ricorso, per quanto evidenziato in premessa, è fondato, ma in termini diversi rispetto a quanto prospettato dal ricorrente, atteso che la prescrizione per il reato associatI. residuo a lui ascritto è maturata non tenendo conto del termine del dicembre 2002 (relatI. alla presentazione delle dichiarazioni di emersione), bensì del luglio del 2004, dovendo ritenersi pienamente operativa l’associazione anche successivamente al dicembre 2002, per tutte le ragioni sopra esposte.

3.1.    Il ricorso di F. S. va respinto.

3.1.              a     II primo motI. di ricorso, con il quale il ricorrente si duole del riconoscimento del suo ruolo “apicale” all’interno dell’organizzazione è infondato ed in parte inammissibile, atteso che al di là del dedotto vizio di violazione di legge, il F. in sostanza , come accennato in premessa, sollecita il giudice di legittimità, in verità in maniera alquanto generica, a formulare valutazioni di merito. Ed invero, il giudice d’appello, nel richiamare le risultanze a carico dell’imputato, come illustrate nella sentenza di primo grado, ha evidenziato che le conversazioni intercettate, compiutamente richiamate, confortate da ulteriori elementi di riscontro dimostrano il ruolo “essenziale” svolto dal F. di presentatore di numerosi imprenditori, disposti alla confezione di fittizie dichiarazioni di emersione, e quindi di collettore e referente dei datori di lavoro, oltre che di diretto interlocutore del B.. In particolare, si legge nella sentenza impugnata, il B. in una conversazione oggetto di intercettazione- emblematica sul punto- evidenziava come il F. tenesse una “contabilità” relativa alle numerose pratiche di emersione dallo stesso trattate, ben novantasei, e si doleva del fatto che lo stesso reclamasse ulteriori spettanze rispetto a quanto sino ad allora percepito. La sentenza di primo grado, richiamata da quella d’appello, in proposito, ha messo in risalto come le contestazioni tra il F. ed il B., in merito alla spartizione degli illeciti guadagni, ricavati dalla presentazione delle false pratiche di emersione, testimoniano il ruolo di attI. organizzatore svolto dal F., attraverso il reclutamento dei datori di lavoro e l’esistenza del preventI. accordo illecito (emblematico, all’uopo, segnala specificamente il giudice d’appello, è la presenza del “tariffario”), in relazione al quale proprio la posizione di vertice autorizzava il ricorrente a rivendicare nei confronti del B. il suo diritto di partecipazione agli utili in misura più consistente.

Tale ragionamento, che non risulta specificamente contestato dal ricorrente, si presenta immune dal vizio denunciato, atteso che dagli elementi indicati dai giudici di merito emerge chiaramente il ruolo di “organizzatore” del F., spettando tale qualifica a colui che, come nella fattispecie in esame, in autonomia, cura il coordinamento e l’impiego delle strutture e delle risorse associative, nonché reperisce i mezzi necessari alla realizzazione del programma criminoso, ponendo in essere un’attività che assume i caratteri dell’essenzialità e dell’infungibilità, non essendo, invece, necessario che lo stesso soggetto, sia anche investito di compiti di coordinamento e di direzione dell’attività di altri soggetti (Sez. V, 39378 del 22/06/2012). In particolare, il ruolo di organizzatore non compete solo all’iniziatore dell’organizzazione, ma anche a colui che, rispetto al gruppo costituito, provochi ulteriori adesioni, sovrintenda alla complessiva gestione di esso, assuma funzioni decisionali (Sez. VI, 10/05/1994).

3.2.b Infondato è altresì il secondo motI. di ricorso del F., con il quale l’imputato ha dedotto la ricorrenza del rapporto di specialità tra il reato di cui agli artt. 110, 81 cpv., 48, 479 c.p. ed il reato di cui all’art. 1 comma 9 della L. n. 222/2002, con assorbimento in tale ultimo reato del primo.

In merito a tale doglianza, la Corte d’appello ha, con ragionamento corretto, escluso la sussistenza del dedotto assorbimento, atteso che il reato di falso di cui all’art. 1, comma nono, della legge n. 222/2002 concerne (esclusivamente) la presentazione di una falsa dichiarazione di emersione, al fine di eludere le disposizioni in materia di immigrazione, ovvero la falsa attestazione nei confronti della competente autorità amministrativa (ovvero la Prefettura, Ufficio Territoriale del Governo, competente per territorio), circa la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato con un lavoratore extracomunitario in posizione irregolare; per contro, il reato di falso ideologico (indotto, ai sensi dell’art. 48 c.p.) in atto pubblico concernente – per quanto attiene al presente procedimento- i permessi di soggiorno per cittadini extracomunitari, rilasciati in difetto dei presupposti di legge che lo consentivano (in quanto falsamente attestati), riguarda un documento del tutto diverso (il permesso di soggiorno), la cui emissione, nell’ambito della sanatoria disciplinata dalla citata L. 222/2002, comportava un articolato procedimento amministratI. implicante, fra l’altro, non solo la presentazione dell’indicata dichiarazione di emersione, ma anche di una dichiarazione di impegno a stipulare nei termini (prescritti) il contratto di soggiorno ed infine, previo assenso ed invito da parte della Prefettura, la stipula del suddetto contratto di soggiorno, con appunto il contestuale rilascio del permesso stesso.

In tale contesto, pertanto, può condividersi la valutazione finale del giudice d’appello, secondo cui le condotte illecite “falsificatorie” ravvisabili nella fattispecie in esame non possono essere riduttivamente ricondotte alla fattispecie di cui all’art. 1/9 L. n. 222/2002, essendo plurime e ben più ampie, inducendo ciascuna di esse i p.u., che hanno rilasciato i permessi di soggiorno, in inganno sulla ricorrenza dei presupposti per tale rilascio; la dichiarazione di emersione, nel complesso iter della L. 222/2002, costituiva, come detto, solo un segmento del percorso, il punto di avvio del procedimento, a cui seguivano ulteriori importanti tappe formali, tra cui le dichiarazioni di disponibilità per la stipula del contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, ovvero del contratto di lavoro di durata non inferiore ad un anno, nelle forme di cui all’articolo 5-bis del decreto legislatI. 25 luglio 1998, n. 286, introdotto dall’articolo 6 della legge 30 luglio 2002, n. 189, e, quindi, la stipula del contratto di soggiorno, sino a concludersi con il rilascio del permesso di soggiorno.

3.2.c Infondato ed ai limiti dell’inammissibilità, si presenta il terzo motI. di ricorso del F., relatI. alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche ed alla quantificazione della pena inflitta. Ed invero, il giudice d’appello nel confermare la valutazione del primo giudice, ha messo in risalto come l’entità della pena inflitta è stata commisurata alla gravità della condotta ascritta all’imputato ed allo spessore criminale dello stesso, gravato da precedenti cospicui e numerosi (per rissa, detenzione illegale di armi, furti tentato omicidio in concorso), elementi questi che hanno condotto i giudici di merito ad escludere l’applicazione delle generiche ed a fissare la pena base per il delitto di associazione in misura significativamente maggiore rispetto al minimo edittale.

Tale valutazione si presenta senz’altro coerente ed in linea con i principi più volte pressi da questa Corte, secondo i quali in tema di attenuanti generiche, posto che la ragion d’essere della relativa previsione normativa è quella di consentire al giudice un adeguamento, in senso più favorevole all’imputato, della sanzione prevista dalla legge, in considerazione di peculiari e non codificabili connotazioni, tanto del fatto, quanto del soggetto che di esso si è reso responsabile, ne deriva che la meritevolezza di detto adeguamento non può mai essere data per scontata o per presunta, sì da dar luogo all’obbligo, per il giudice, ove questi ritenga invece di escluderla, di giustificarne sotto ogni possibile profilo, l’affermata insussistenza. Al contrario, è la suindicata meritevolezza che necessita essa stessa, quando se ne affermi l’esistenza, di apposita motivazione dalla quale emergano, in positivo, gli elementi che sono stati ritenuti atti a giustificare la mitigazione del trattamento sanzionatorio; trattamento la cui esclusione risulta, per converso, adeguatamente motivata alla sola condizione che il giudice, a fronte di specifica richiesta dell’imputato volta all’ottenimento delle attenuanti in questione, indichi delle plausibili ragioni a sostegno del rigetto di detta richiesta, senza che ciò comporti tuttavia la stretta necessità della contestazione o della invalidazione degli elementi sui quali la richiesta stessa si fonda”. (Sez. I, n. 11361 del 19.10.1992 dep. 25.11.1992 rv 192381; Sez. II 17/02/2009 n. 11077).

Con riguardo all’entità della pena inflitta i giudici di merito hanno dato ampiamente conto del percorso logico seguito per irrogare una pena significativamente superiore alla pena base e tale ragionamento non si presenta in alcun modo censurabile.

3.2.      a Il quarto motivo di ricorso di V. A. con il quale è stata dedotta la mancata dimostrazione nella sentenza impugnata del “pactum sceleris” tra i tre presunti “promotori” B., V. e F. è infondato. Ed invero, la sentenza impugnata senza incorrere nei vizi denunciati, richiama il corposo materiale intercettatI. dal quale è emerso il ruolo di primo piano del V., come del F., delle attività del sodalizio criminale, in stretta cooperazione con il B., con il rilevante compito di intermediazione, quale presentatore degli imprenditori disposti a fungere da falsi datori di lavoro del cittadini extracomunitari ed, in relazione a ciò, di organizzatore delle complesse attività richieste in vista del rilascio dei permessi di soggiorno.

Nella sentenza di primo grado è stato messo in risalto come significativa proiezione dell’accordo associativo sia costituita dalla rappresentazione che il B. fa al V. dell’incresciosa situazione che sta creando il D., che può frapporre seri intralci al buon andamento delle attività e la decisione del B. di coinvolgere il V. nella mediazione presso il D., non è casuale, ma dettata dal rispetto del ruolo del V. di presentatore del D.. Gli assensi del V. e le risposte del tutto adeguate dello stesso al tenore delle conversazioni incentrate sul contenuto degli accordi presi, concorrono a definire un quadro di piena consonanza di intenti, della cui attuazione il V. diviene garante, con una condotta rispettosa dell’obiettI. comune, che non manca di connotarsi di aspetti ricognitivi decisionali e propositivi, quali si addicono alla posizione di vertice da lui ricoperta all’interno del sodalizio criminoso (ad es. come quando ricorda al B. che, secondo gli accordi, dovevano essere i cinesi a pagare i contributi, o quando interviene suggerendo al B. di non consegnare a nessuno le lettere di convocazione sino a quando non avranno pagato i contributi); nondimeno gli accordi prevedevano che anche il V. fosse adeguatamente remunerato per l’attività al servizio dell’associazione.

In tale contesto, correttamente è stato ritenuta dai giudici di merito la ricorrenza del pactum sceleris ed il ruolo di organizzatore rivestito dal V. nell’ambito del sodalizio criminoso.

Per quanto concerne poi l’assoluta mancanza di reciproca conoscenza tra V. e F., correttamente, in proposito sono stati invocati dai giudici di merito i principi più volte affermati da questa Corte, secondo cui in tema di associazione per delinquere ex art. 416 c.p., non è necessaria la conoscenza reciproca di tutti gli associati, poiché quel che conta è la consapevolezza e volontà di partecipare, assieme ad almeno altre due persone aventi la stessa consapevolezza e volontà, ad una società criminosa strutturata e finalizzata secondo lo schema legale (Sez. VI, 20/07/2011, n. 34406).

Per quanto riguarda le questioni relative alla configurabilità dell’associazione, ed al “termine” dei reati fine si rimanda a quanto già evidenziato sub 3.1.a, b, c, d.

2.3.      b    Infondato si presenta il quinto motivo di ricorso circa l’insussistenza dell’aggravante di cui all’art. 416/ 5 comma c.p., stante l’assoluzione degli imputati R. G. e D. G., atteso che nel dato numerico considerato dal ricorrente all’evidenza non sono stati computati gli imputati giudicati separatamente, sicché il numero degli associati pure escludendo i predetti rende comunque configurabile l’aggravante.

Per quanto concerne, invece, il dedotto vizio motivazionale della sentenza impugnata in merito al diniego della concessione delle generiche all’imputato, si osserva che il giudice d’appello, nel confermare la valutazione del primo giudice, ha messo in risalto come non ricorra nella fattispecie motivo giustificante la concessione delle generiche, tenuto conto del fatto che il ricorrente risulta gravato da precedenti assai numerosi, quanto gravi (porto abusivo di armi, ricettazione, falso, violazione della disciplina sugli stupefacenti, associazione a delinquere). Tale valutazione si presenta senz’altro coerente ed in linea con i principi più volte espressi da questa Corte richiamati sub. 3.2.c.

2.4.               a     Il secondo motivo di ricorso di D.V. circa la mancata consapevolezza della condotta illecita posta in essere dal padre coimputato, D. G., è infondato. Ed invero, le sentenze di merito hanno compiutamente indicato gli elementi di responsabilità a carico del ricorrente per i delitti falso a lui contestati in concorso con il proprio genitore, consistenti nella presentazione a sua firma delle false pratiche di sanatoria e conseguentemente di induzione dei pubblici ufficiali al rilascio dei falsi permessi di soggiorno. In particolare, la sentenza di primo grado ha evidenziato come a nome di D.V., titolare della ditta Omissis, risultavano presentate presso le Prefetture di Prato, Firenze e Pistoia 31 pratiche di emersione dal lavoro nero di cittadini extracomunitari, come ricavabile dalle conversazioni intercettate, e di questi 25 risultavano aver ottenuto il permesso di soggiorno. Le numerose conversazioni intercettate testimoniano il pieno coinvolgimento di D.G., padre di V. nella presentazione delle pratiche di sanatoria sottoscritte dal figlio, la consapevolezza da parte dello stesso della falsità delle pratiche ed al tempo stesso la preoccupazione che l’affare illecito si trasformi in un boomerang ai danni del figlio. La sentenza di primo grado, in particolare indica alcune conversazioni tra il B. ed il padre del ricorrente, D.G., all’uopo emblematiche e, precisamente, quella dell’1.7.2003 nella quale il B. -a fronte dell’ostruzionismo di D.G. che si rifiutava di accompagnare i regolarizzandi negli uffici interessati alla procedura di rilascio del permesso di soggiorno- rappresentava al suo interlocutore i rischi connessi al tirarsi indietro dall’affare e che in caso di denuncia penale anche D.V. sarebbe stato coinvolto “perché lui ha accettato”. Da tale spaccato correttamente il giudice d’appello ha rilevato che le intercettazioni rivelano l’accordo illecito tra i congiunti mediante l’induzione al reato del giovane D.V. da parte del padre G., e non certamente l’estraneità del ricorrente ai fatti contestati, risultando egli il sottoscrittore delle false dichiarazioni di emersione in qualità di legale rappresentante della ditta Omissis.

3.3.     b     Infondato è altresì il terzo motivo di ricorso con il quale il D. si duole dell’omessa valutazione delle attenuanti generiche in punto di pena. Ed invero contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente la sentenza di primo grado ha specificamente valutato le attenuanti, ritenendo di dover formulare un giudizio di equivalenza di esse rispetto all’aggravante della recidiva (e non come dedotto dal ricorrente del numero degli associati). Tale giudizio di equivalenza è stato confermato anche dal giudice d’appello che ha evidenziato quanto fosse modesto il peso delle circostanze poste a fondamento delle attenuanti generiche, in relazione alla contesta recidiva infraquinquennale e alla successiva condanna per plurime rapine consumate e tentate e che pertanto non ricorrevano i presupposti per una più favorevole valutazione ex art. 69 c.p.. Tale argomentazione non pare censurabile in questa sede, atteso che in tema di concorso di circostanze, questa Corte ha più volte affermato il principio secondo cui le statuizioni relative al giudizio di comparazione tra circostanze aggravanti ed attenuanti sono denunciagli in sede di legittimità soltanto nell’ipotesi in cui siano frutto di mero arbitrio o di un ragionamento illogico, e non anche qualora risulti sufficientemente motivata la soluzione dell’equivalenza allorché il giudice, nell’esercizio del potere discrezionale previsto dall’art. 69 cod. pen., l’abbia ritenuta la più idonea a realizzare l’adeguatezza della pena in concreto irrogata (Sez. 6, n. 6866 del 25/11/2009).

3.4.     a     Infondato si presenta il ricorso di R. G.. Il primo motivo con il quale il ricorrente lamenta l’intervenuta declaratoria di prescrizione del reato di cui all’art. 416 c.p., pur in assenza di elementi denotanti la sua compartecipazione al sodalizio criminoso, limitandosi egli ad eseguire, in qualità di dipendente del B., le disposizioni di quest’ultimo. Ed invero, la sentenza impugnata senza incorrere nel vizio denunciato, richiamandosi alla sentenza di primo grado, ha compiutamente indicato gli elementi dai quali, contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, emerge, invece, il ruolo non meramente esecutivo dello stesso. In particolare le modalità attraverso le quali il R. interloquiva con i fittizi datori di lavoro, in ordine allo svolgimento delle pratiche illecite, sia per le indicazioni ricevute, che per quelle offerte , come emergenti dal tenore delle conversazioni oggetto di intercettazione, la pervasiva presenza nello studio del B., oltre che dei falsi datori di lavoro (quali R., D. e M.), dei falsi ospitanti dei cittadini extracomunitari e dei presentatori dei primi, nonché la natura seriale della connessa attività, sono tutti elementi questi che sono stati ritenuti coerentemente dal giudice d’appello espressione della condivisione del programma delittuoso dell’associazione e di adesione alla stessa, senz’altro non connessi ad una mera mansione impiegatizia.

Il richiamo effettuato dal ricorrente al contenuto della conversazione telefonica n. 14074 del 17/09/2003, intercorsa fra il R. e il coimputato D. I., che sconfesserebbe l’assunto, secondo il quale il ricorrente era perfettamente in grado di interloquire con i datori di lavoro, a prescindere dal rilievo che si presenta inammissibile, in quanto effettuato in violazione della regola dell’autosufficienza che impone l’allegazione al ricorso degli elementi non valutati o travisati dalla sentenza oggetto di impugnazione, tuttavia non si presenta concludente a fronte del contenuto delle molteplici conversazioni indicate nella sentenza di primo grado che indicano quanto innanzi illustrato.

3.5.     b     II secondo motivo di ricorso, con il quale il ricorrente ha addotto l’assorbimento del reato di cui all’art. 479 c.p. in quello di cui all’art. 1/9 L. 222/02, è infondato per le ragioni già esposte sub 3.2.b.

3.5.     c     Il terzo motivo di ricorso del R. circa l’erronea applicazione dell’art. 56 c.p., in relazione al reato p.e p. dagli artt. 48 e 479 c.p. è del pari infondato, ai margini dell’inammissibilità, limitandosi ad una generica reiterazione della medesima doglianza già svolta in appello, senza confrontarsi con le compiute argomentazioni sviluppate dalla Corte territoriale, con le quali tale deduzione è stata rigettata.

Ed invero, il giudice d’appello ha correttamente evidenziato come sia irrilevante ai fini della ipotizzata configurabilità del tentativo di falso, e non di falso consumato, il riferimento al fatto che la Polizia Giudiziaria stesse effettuando le indagini, atteso che i permessi di soggiorno risultano rilasciati da altra Autorità, già a partire dal giugno 2003 e per la massima parte nei successivi mesi di luglio e agosto, laddove le indagini relative al procedimento si sono protratte nel 2003 e per larga parte del 2004.

3.6.     a     Il ricorso del D. è infondato. Con il primo motivo di ricorso vengono riproposte in questa sede varie questioni in ordine alle quali la Corte di merito, senza incorrere nei vizi denunciati ha fornito adeguate e compiute risposte. Ed invero, per quanto concerne la deduzione, circa l’avvenuta firma in bianco di alcuni fogli, la Corte di merito ha in sostanza evidenziato come tale circostanza, lungi dal costituire elemento idoneo al superamento della responsabilità dell’imputato in ordine ai delitti di falso, dia, invece, conto, in uno al contenuto dei colloqui registrati tra lui ed il B. della piena consapevolezza dell’imputato in ordine al proprio ruolo di finto ospitante. In particolare, la sentenza di primo grado ha evidenziato come il D. risulta aver offerto ospitalità, all’interno dell’abitazione in Prato alla Via Omissis, a 14 cittadini stranieri in pratiche di legalizzazione curate dallo studio B. e già il fatto che nell’appartamento in questione, di circa 70 mq., potessero trovare ospitalità 14 persone, contrasta con i canoni di verosimiglianza; a tale dato si è aggiunto il copioso materiale costituito dagli esiti delle intercettazioni che, secondo il giudice di merito ha dato ulteriormente conto della partecipazione del D. al programma associativo nel ruolo di finto ospitante, che prevedeva anche il recapito delle lettere di convocazione allo studio B..

Questione centrale, poi, del motivo di ricorso in esame è quella relativa all’assunto secondo cui non essendo necessario, ai fini della L. 222/2002, dimostrare la situazione alloggiativa, non occorrendo alcuna dichiarazione di ospitalità per ottenere il permesso di soggiorno, non risulterebbe conseguentemente applicabile il combinato disposto di cui agli artt. 48 e 479 c.p.

Anche sul punto, la Corte di merito, senza incorrere in vizi, ha condivisibilmente evidenziato che, contrariamente a quanto sostenuto dal D. nell’atto di appello, la disponibilità di un alloggio per il lavoratore extracomunitario regolarizzando, costituiva aspetto essenziale nel complesso iter amministrativo per il rilascio attraverso la dichiarazione di emersione del permesso di soggiorno, giacché ai sensi dell’art. 1/3 della L. 222/2002 occorreva allegare, ai fini della ricevibilità della dichiarazione di emersione, copia sottoscritta della dichiarazione di impegno a stipulare, nei termini di cui al comma 5, il contratto di soggiorno per lavoro subordinato a tempo indeterminato, ovvero per un contratto di lavoro di durata non inferiore ad un anno, nelle forme di cui all’articolo 5-bis del Decreto legislativo 25/07/1998 n. 286.

Orbene l’art. 5 bis prevede appunto che il contratto di soggiorno per lavoro subordinato stipulato fra un datore di lavoro italiano o straniero regolarmente soggiornante in Italia e un prestatore di lavoro, cittadino di uno Stato non appartenente all’Unione europea o apolide, debba contenere la garanzia da parte del datore di lavoro della disponibilità di un alloggio per il lavoratore che rientri nei parametri minimi previsti dalla legge per gli alloggi di edilizia residenziale pubblica, sicché priva di fondamento si presenta la deduzione, secondo la quale tale dichiarazione non concorreva al rilascio del permesso dì soggiorno e quindi al falso per induzione contestato all’imputato.

b Il secondo motivo di ricorso, relativo alla decorrenza termine di prescrizione dall’avvenuto rilascio al B. dei fogli firmati in bianco, nell’anno 2002 si presenta del tutto generico ed indimostrato e, pertanto, va rigettato.
Il ricorso, dunque, di B. S. va accolto quanto all’intervenuta prescrizione del reato residuo di cui all’art. 416 c.p., per cui la sentenza impugnata va annullata senza rinvio con riguardo alla posizione di tale ricorrente. I ricorsi degli altri imputati vanno rigettati e ciascuno di essi va condannato al pagamento delle spese processuali.
p.q.m.

annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla posizione di S. B. perché il reato residuo ex art. 416 c.p. è estinto per intervenuta prescrizione. Rigetta il ricorso di tutti gli altri imputati che condanna singolarmente al pagamento delle spese processuali.

 

 

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