False dichiarazioni o attestazioni in atti destinati all’autorità giudiziaria su condizioni/qualità personali dell’indagato

Ai fini dell’integrazione del reato di false dichiarazioni o attestazioni in atti destinati all’autorità giudiziaria di cui all’art. 374-bis cod. pen., l’attività di documentazione di circostanze non rispondenti al vero può riguardare anche “condizioni” o “qualità personali” dell’indagato, equiparato dall’art. 61 n. 2 cod. proc. pen. all’imputato.

Sentenza Cassazione Penale n. 42767 del 13 ottobre 2014

[…]

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Il ricorso è inammissibile, in quanto sostanzialmente orientato a riprodurre un quadro di argomentazioni già esposte in sede di appello – e finanche dinanzi al Giudice di primo grado – che risultano, tuttavia, ampiamente vagliate e correttamente disattese dalla Corte distrettuale, ovvero a sollecitare una rivisitazione meramente fattuale delle risultanze processuali, poiché imperniata sul presupposto di una valutazione alternativa delle fonti di prova, in tal guisa richiedendo l’esercizio di uno scrutinio improponibile in questa Sede, a fronte della linearità e della logica conseguenzialità che caratterizzano la scansione delle sequenze motivazionali dell’impugnata decisione.

Il ricorso, dunque, non è volto a rilevare mancanze argomentative ed illogicità ictu oculi percepibili, bensì ad ottenere un non consentito sindacato su scelte valutative compiutamente giustificate dal Giudice di appello, che ha adeguatamente ricostruito il compendio storico­fattuale posto a fondamento del tema d’accusa.

In tal senso la Corte territoriale ha proceduto, sulla base di quanto sopra esposto in narrativa, ad un vaglio critico di tutte le deduzioni ed obiezioni mosse dalla difesa, pervenendo alla decisione impugnata attraverso una disamina completa ed approfondita delle risultanze processuali.

Nel condividere il significato complessivo del quadro probatorio posto in risalto nella sentenza del Giudice di primo grado, la cui struttura motivazionale viene a saldarsi perfettamente con quella di secondo grado, sì da costituire un corpo argomentativo uniforme e privo di lacune, la Corte di merito ha esaminato e puntualmente disatteso la diversa ricostruzione prospettata nelle deduzioni e nei rilievi sollevati dalla difesa, ponendo in evidenza, attraverso il richiamo ai passaggi motivazionali già esaustivamente delineati nella prima decisione: a) che nella dichiarazione a firma autografa del B., questi, dopo aver dichiarato di essere residente nel luogo sopra indicato, si qualificava marito della cugina di J. A., rendendosi altresì disponibile a riceverlo nella propria abitazione e a provvedere al suo mantenimento; b) che proprio in forza di tale dichiarazione lo J. otteneva, a seguito di un’ordinanza del G.i.p. presso il Tribunale di Bergamo in data 14 aprile 2007, la diversa misura degli arresti domiciliari nella su indicata abitazione; c) che la D., in occasione di una conversazione telefonica intercettata il 23 gennaio 2007, parlando con i suoi genitori in Omissis, raccontava di essersi appena sposata con C. B., mentre dai successivi controlli e accertamenti investigativi la stessa risultava abitare in Omissis assieme al proprio convivente J., che ne controllava l’attività di meretricio, e non con il B.; d) che il matrimonio era stato contratto al solo scopo di farle ottenere il permesso di soggiorno; e) che, sulla base del contenuto delle intercettazioni vagliate dai Giudici di merito, ancora in data 27 gennaio 2007, e dunque successivamente alla data del matrimonio, il B. non abitava nella casa di Omissis, né andò ad abitarvi in seguito, tenuto conto anche delle circostanze di fatto che il contratto di affitto recava una data successiva a quella del matrimonio e che la stessa richiesta di iscrizione all’anagrafe del Comune di Omissis venne avanzata solo il successivo 8 febbraio 2007.

4. Coerenti rispetto alle su esposte emergenze probatorie devono ritenersi, pertanto, le conclusioni raggiunte dai Giudici di merito, che hanno linearmente esposto, in punto di fatto, sulla base di argomenti logicamente stringenti e non specificamente contestati dal ricorrente, le ragioni giustificative sia dell’apprezzamento formulato in ordine alla mera apparenza del dato formale della residenza presso un’abitazione che lo J. già divideva da tempo con la D., e nella quale l’imputato non risultava avere mai abitato, sia del connesso rilievo in ordine alla piena conoscenza dei rapporti esistenti fra la D. e lo J. e all’assoluta inverosimiglianza della tesi difensiva circa la effettiva consapevolezza dell’esistenza o meno del rapporto di parentela fra gli stessi, tenuto conto altresì del fatto – parimenti evidenziato dai Giudici merito – che lo stesso imputato – peraltro dichiaratosi disoccupato e dunque non in grado di provvedere al mantenimento del detenuto – ha ammesso che l’istanza era diretta a far uscire dal carcere lo J. e che non si era preoccupato neppure di leggerla, limitandosi a fare quello che gli veniva chiesto.

Al riguardo, invero, l’impugnata sentenza ha fatto buon governo dei principii più volte stabiliti da questa Suprema Corte (ex muttis, v. Sez. 6, n. 32962 del 13/07/2001, dep. 04/09/2001, Rv. 220429), secondo cui il reato di false dichiarazioni o attestazioni in atti destinati all’autorità giudiziaria previsto dall’art. 374-bis cod. pen. si configura quando l’attività di documentazione di circostanze non rispondenti al vero è destinata all’autorità giudiziaria, senza che sia necessaria la effettiva presentazione e il conseguimento dello scopo e sempre che si tratti di scritti i quali, ancorché non provenienti da pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, abbiano efficacia dichiarativa di fatti che, come avvenuto nel caso in esame, siano rilevanti nell’ambito del procedimento penale e si riferiscano a “condizioni” o “qualità personali” delle figure soggettive ivi indicate, tra le quali, in assenza di una diversa e specifica disposizione normativa di segno contrario, deve ricomprendersi anche quella dell’indagato, avuto riguardo alla chiara formulazione letterale dell’art. 61, n. 2, c.p.p. .

5. La Corte d’appello, in definitiva, ha compiutamente indicato le ragioni per le quali ha ritenuto sussistenti gli elementi richiesti per la configurazione della fattispecie incriminatrice oggetto del tema d’accusa, ed ha evidenziato al riguardo gli aspetti maggiormente significativi, dai quali ha tratto la conclusione che la ricostruzione proposta dalla difesa si poneva solo quale mera ipotesi alternativa, peraltro smentita dal complesso degli elementi di prova processualmente acquisiti.

L’epilogo decisorio cui è pervenuta la sentenza impugnata riposa dunque su un quadro probatorio linearmente rappresentato come completo ed univoco, e come tale in nessun modo censurabile sotto il profilo della congruità e della correttezza logico-argomentativa.

In questa Sede, invero, a fronte di una corretta ed esaustiva ricostruzione del compendio storico-fattuale oggetto della regiudicanda, non può ritenersi ammessa alcuna incursione nelle risultanze processuali per giungere a diverse ipotesi ricostruttive dei fatti accertati nelle pronunzie dei Giudici di merito, dovendosi la Corte di legittimità limitare a ripercorrere l’iter argomentativo ivi tracciato, ed a verificarne la completezza e la insussistenza di vizi logici ictu oculi percepibili, senza alcuna possibilità di verifica della rispondenza della motivazione alle correlative acquisizioni processuali.

6. Per le considerazioni or ora esposte, dunque, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento alla Cassa delle ammende di una somma che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo quantificare nella misura di euro mille.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, lì, 9 ottobre 2014 […]

 

 

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