Foglio di via obbligatorio: i presupposti del provvedimento di allontanamento adottato dal Questore – Consiglio di Stato sentenza n. 767 6 febbraio 2018

Il presupposto legittimante, ai sensi art. 1, comma 1, lett. c) d.lvo n. 159/2011, l’adozione da parte del Questore del provvedimento di allontanamento (cd. foglio di via obbligatorio) da determinati comuni – in relazione al quale, evidentemente, deve essere parametrato l’onere motivazionale dell’Amministrazione – è che il destinatario “per il suo comportamento debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto” (…) “dedito alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica”.

In particolare, assumono rilievo centrale, sul piano istruttorio e motivazionale, il profilo soggettivo, relativo alla “dedizione” del soggetto alla commissione di reati, e quello oggettivo, inerente alla attitudine offensiva dei medesimi reati nei confronti dei beni nominativamente individuati dal legislatore

A questo riguardo, è opportuno sottolineare che la misura preventiva in discorso si presenta, sul piano della sua tipizzazione normativa, fortemente caratterizzata in termini penalistici, nel senso che entrambi gli evidenziati profili costitutivi della fattispecie – quello soggettivo e quello oggettivo – devono essere ricostruiti, da un lato, attingendo al vissuto criminale del soggetto interessato (nei suoi risvolti pregressi ed in quelli prognostici), dall’altro lato, analizzando il potenziale offensivo insito nelle condotte criminose alle quali il medesimo risulti essere dedito (il quale, come si è detto, deve essere connotato da una precisa direzionalità lesiva, quanto ai beni esposti a pregiudizio).

Vedi anche:

Misure di prevenzione personali, ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite n. 48441 23 ottobre 2017 su art 4 d lgs 159 del 2011 (Codice Antimafia) lett. a) (“indiziati di appartenere alle associazioni di cui all’articolo 416-bis c.p”)

Comunicazioni Questura permesso di soggiorno ed irreperibilità del lavoratore extracomunitario

Informativa antimafia: le indicazioni del Consiglio di Stato

 

Consiglio di Stato sentenza n. 767 6 febbraio 2018

Il caso di specie

“L’appellata, Omissis , era destinataria di un provvedimento di allontanamento (cd. foglio di via obbligatorio) dai Comuni di Ventimiglia, Vallecrosia, Bordighera, Taggia, Imperia e Diano Marina, adottato dal Questore di Imperia ai sensi dell’art. 1, comma 1, lett. c) d.lvo n. 159/2011, annullato dal T.A.R. Liguria con la sentenza appellata dal Ministero dell’Interno.

Il provvedimento impugnato, va subito rilevato, nella sua componente “retrospettiva”, poneva in evidenza che la destinataria della misura di prevenzione era stata denunciata in data 25.9.2015 per il reato di cui all’art. 18 T.U.L.P.S. (il quale punisce i promotori di una riunione pubblica non autorizzata) ed in data 30.9.2015 per il reato di cui all’art. 633 c.p. (il quale sanziona chiunque attui una invasione arbitraria di terreni o edifici altrui, pubblici o privati , al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto), mentre, nella sua componente “prospettiva”, sottolineava che la suddetta era stata controllata, il giorno stesso della sua adozione, mentre si accingeva ad unirsi, insieme ad altre persone, ai manifestanti “no borders”, ciò che, ad avviso dell’Amministrazione procedente, rendeva necessario intervenire a tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica.

Va altresì rilevato, al fine di comprendere il contesto storico-fattuale entro cui, come dedotto dall’Amministrazione appellante, è maturata l’esigenza di adottare il provvedimento impugnato, che il movimento cd. “no borders” è sorto nel 2015 al fine di sostenere la causa dei migranti che, sbarcati sulle coste italiane e dopo aver risalito la penisola, tentavano di attraversare il confine con la Francia e venivano qui respinti dalla Polizia francese.”

La decisione dei giudici

“In ordine a nessuno dei due menzionati profili, tuttavia, il provvedimento impugnato si rivela sufficientemente corroborato, da un punto di vista istruttorio e motivazionale.

Quanto al primo, infatti, la mera menzione delle due denunce che hanno riguardato l’appellata non è sufficiente a denotare la sua consolidata propensione alla commissione di reati, quale deve ritenersi insita nel concetto di “dedizione”: né, del resto, la stessa indole dei reati oggetto di denuncia appare indicativa di una spiccata inclinazione a delinquere, la quale consenta di formulare una valutazione prognostica negativa in ordine alla loro reiterazione.

Deve peraltro osservarsi che le due denunce sono menzionate nel provvedimento impugnato in primo grado come del tutto avulse dal contesto generale (quello relativo al movimento ed alle proteste “no borders”) e dalle modalità, anche allarmanti sul piano della tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica (come evidenziato in sede difensiva dall’Amministrazione), che lo hanno caratterizzato: sì che la stessa connessione logico-argomentativa tra la parte “storica” del provvedimento (intesa a descrivere le precedenti vicende giudiziarie che hanno coinvolto l’interessata) e quella “preventiva” (incentrata sull’esigenza di impedire alla suddetta l’ulteriore partecipazione alle manifestazioni organizzate dal movimento) si presenta del tutto inespressa e, quindi, sostanzialmente evanescente.

Sarebbe stato quindi onere dell’Amministrazione enucleare ulteriori “elementi di fatto”, secondo il chiaro disposto normativo, anche attinenti alle modalità di consumazione delle condotte criminose oggetto di denuncia ovvero al contesto in cui sono maturate, atte a sostenere, sul piano motivazionale, la qualificazione della appellata come “dedita” alla commissione di (determinate tipologie di) reati.

Venendo adesso al secondo profilo, deve osservarsi che dal provvedimento impugnato non si evince pressoché alcuna valutazione prognostica di pericolosità per i beni della sicurezza e della tranquillità pubblica, eventualmente insita nel comportamento pregresso dell’interessata, la quale possa essere disinnescata (solo) impedendole di accedere ai luoghi in cui essa si sia in precedenza manifestata.

Invero, la stessa affermata adesione della appellata al movimento dei cd. “no borders”, ad una delle cui manifestazioni ella si accingeva a prendere parte anche allorché, in data 31.5.2016, è stata controllata dai Carabinieri, non può considerarsi di per sé sintomatica di alcuno specifico e concreto pericolo per la sicurezza pubblica, in mancanza di ulteriori “elementi di fatto” (dei quali, naturalmente, deve essere dato conto nel contesto motivazionale del provvedimento limitativo) atti a dimostrare le concrete implicazioni, in termini di pericolosità, insite in quella condotta partecipativa.

In tale contesto, le allegazioni difensive dell’Amministrazione, intese ad esplicitare e lumeggiare quel pericolo, si atteggiano ad (inammissibile) forma di integrazione della motivazione del provvedimento impugnato: ciò perché esse, lungi dal chiarire ed esplicitare i fatti giustificativi del provvedimento, quali almeno “in nuce” dovrebbero già evincersi da esso, si propongono di corredarlo “a posteriori” di una motivazione che, per gli aspetti più strettamente attinenti alla fattispecie tipica del potere esercitato, si presenta sotto più profili carente.

Ciò vale, in particolare, per le precisazioni contenute nell’atto di appello (ma già emergenti dalla memoria difensiva prodotta dall’Amministrazione agli atti del giudizio di primo grado) in ordine alle modalità con le quali si sono svolte le manifestazioni alle quali l’appellata avrebbe preso parte e dalle quali sono scaturite le denunce menzionate nel provvedimento impugnato (si pensi alle descritte condotte di minaccia, di lancio di oggetti e pietre anche di grosse dimensioni in direzione delle forze dell’ordine, all’attività di resistenza all’azione di controllo da queste posta in essere, ai blocchi della circolazione stradale, alla violazione sistematica dell’ordinanza sindacale di divieto di somministrazioni di alimenti ai migranti, emessa per motivi d’igiene e sanità pubblica).

Ad analoga conclusione deve pervenirsi in ordine alla posizione ed al ruolo specificamente ascritti alla appellata dall’Amministrazione appellante, la quale la definisce – solo, si ripete, in sede giudiziale, e salva ogni verifica in ordine alla avvenuta dimostrazione dei fatti allegati – come “leader carismatica” del movimento “no borders”.

A maggior ragione i rilievi svolti si attagliano alle allegazioni difensive intese a rappresentare le circostanze sopravvenute all’adozione del provvedimento impugnato, la cui rilevanza – proprio perché estranee al materiale istruttorio e valutativo utilizzato dall’Amministrazione attiva – potrebbe essere apprezzata, nel giudizio di legittimità, solo sul piano strettamente probatorio, ovvero quali indici dimostrativi ulteriori della fondatezza della valutazione di pericolosità, a condizione tuttavia (non verificatasi nel caso di specie, per quanto detto) che essa sia esaurientemente contenuta nel provvedimento restrittivo.

In ordine alle medesime circostanze, del reato, lo stesso giudice di primo grado discorre correttamente di “elementi suppletivi di valutazione”, idonei a concorrere a dimostrare la ragionevolezza delle valutazioni operate dall’Amministrazione, le quali devono pur sempre trovare nel provvedimento limitativo la loro principale sede espressiva, ma non a sopperire completamente alla loro mancata esplicitazione.

In conclusione, i vizi rilevati a carico del provvedimento impugnato, e posti correttamente dal T.A.R. a fondamento della appellata sentenza di annullamento, impongono la reiezione dell’appello, il quale deve essere invece dichiarato improcedibile relativamente al capo della sentenza impugnata che ha statuito l’annullamento, per vizi propri, del successivo provvedimento di rigetto dell’istanza presentata da Omissis  al fine di fare rientro nel Comune di Ventimiglia per svolgervi attività lavorativa: è infatti evidente che, in forza del nesso di presupposizione necessaria tra essi sussistente, l’annullamento del provvedimento di allontanamento non potrebbe che ridondare automaticamente, in senso caducante, a carico del provvedimento di diniego.

Resta salvo, per finire, il potere dell’Amministrazione di rinnovare l’esercizio del potere di cui è titolare, previa valutazione di tutte le circostanze rilevanti, esternandone gli esiti nella motivazione del provvedimento conclusivo.”

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