Frazionamento immobile abusivo, d.l. 133/2014, no DIA

Cassazione Penale Sentenza n. 51427  11 dicembre 2014

In tema di edilizia, il regime di denuncia di inizio attività (DIA) non è applicabile a lavori da eseguirsi su manufatti originariamente abusivi che non risultino oggetto di condono edilizio o di sanatoria, neppure in relazione a tipologie di intervento sottoposte “ex novo” a tale disciplina semplificata dal d.l. n. 133 del 2014, atteso che gli interventi ulteriori su immobili abusivi ripetono le caratteristiche di illegittimità dall’opera principale alla quale ineriscono strutturalmente.

 

 

Cassazione Penale Sentenza n. 51427  11 dicembre 2014

[…]

CONSIDERATO IN DIRITTO

I ricorsi sono infondati e vanno, pertanto, rigettati.
Vanno preliminarmente esaminati i motivi nuovi, deducendosi con essi che sarebbe intervenuta, a seguito del D.L. n. 133/2014 “abolitio criminis” in relazione alla fattispecie contestata. Si assume, invero, che l’intervento eseguito (trasformazione della originaria unica unità abitativa in quattro unità immobiliari), non avendo comportato né aumento di volumi né mutamento di destinazione d’uso, rientrerebbe, per effetto della nuova normativa, nelle ipotesi di manutenzione straordinaria, eseguibile quindi con semplice denuncia di inizio attività.

Il fatto contestato al capo 1) non costituirebbe più reato, per cui il disposto sequestro sarebbe illegittimo.

L’assunto difensivo non può essere condiviso.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, formatasi in relazione alla normativa preesistente (cfr. ex multis Cass. pen. n. 1893 del 13.12.2006 questa Corte) “In materia edilizia sono realizzabili con denuncia di inizio attività gli interventi di ristrutturazione edilizia di portata minore, ovvero che comportano una semplice modifica dell’ordine in cui sono disposte le diverse parti dell’immobile, e con conservazione della consistenza urbanistica iniziale, classificabili diversamente dagli interventi di ristrutturazione edilizia descritti dall’art.10, comma primo lett. c) DPR n.380 del 2001, che portano ad un organismo in tutto o in parte diverso dal precedente con aumento delle unità immobiliari o modifiche del volume, sagoma, prospetti o superfici e per i quali è necessario il preventivo permesso di costruire.” (conf. Cass. pen. sez. 3 n. 12369 del 25.2. 2003-). In motivazione si evidenzia che “la stessa attività di ristrutturazione, del resto, può attuarsi attraverso una serie di interventi che, singolarmente considerati, ben potrebbero ricondursi agli altri tipi dianzi enunciati. L’elemento caratterizzante, però è la connessione finalistica delle opere eseguite, che non devono essere riguardate separatamente ma valutate nel loro complesso al fine di individuare se esse siano o meno rivolte al recupero edilizio dello spazio attraverso la realizzazione di un edificio in tutto o in parte nuovo” e dopo aver esaminato gli artt.10 comma 1 lett. c) e 22 comma 3 lett. a) DPR 380/01 conclude che “Dalle disposizioni legislative dianzi ricordate si deduce che sono sempre realizzabili previa mera denunzia di inizio dell’attività le ristrutturazioni edilizie di portata minore: quelle cioè che determinano una semplice modifica dell’ordine in cui sono disposte le diverse parti che compongono la costruzione, in modo che, pur risultando complessivamente innovata, questa conserva la sua iniziale consistenza urbanistica (diverse da quelle descritte nel citato DPR , art. 10 comma 1 lett.c) che possono incidere sul carico urbanistico)”.

2.2. Il D.L. n.133/2014 ha indubbiamente innovato, avendo ricompreso nell’ambito degli interventi di manutenzione straordinaria “anche quelli consistenti nel frazionamento o accorpamento delle unità immobiliari con esecuzione di opere anche se comportanti la variazione delle superfici delle singole unità immobiliari nonché del carico urbanistico purché non sia modificata la volumetria complessiva degli edifici e si mantenga l’originaria destinazione d’uso”.
ricorrenti non tengono conto, però, che l’intervento di “frazionamento” dell’originaria unica unità abitativa in quattro ^distinte unità abitative, risulta eseguito su un immobile abusivo. Risulta pacificamente che in relazione all’immobile in questione era intervenuta sentenza di condanna nei confronti di R. G. (emessa dal GIP della Pretura Circondariale di Savona il 3.8.1992), passata in giudicato, tanto che esso era stato oggetto di provvedimento esecutivo di demolizione emesso dalla Procura della Repubblica di Savona.

E questa Corte ha più volte affermato che “non è applicabile il regime della D.I.A. a lavori edilizi che interessino manufatti abusivi che non siano stati sanati né condonati, in quanto gli interventi ulteriori (sia pure riconducibili, nella loro oggettività, alle categorie della manutenzione straordinaria, del restauro e/o risanamento conservativo, della ristrutturazione, della realizzazione di opere costituenti pertinenze urbanistiche) ripetono le caratteristiche di illegittimità dell’opera principale alla quale ineriscono strutturalmente” (cfr.Cass.pen.sez.3 n.21490 del 19.4.2006; conf. Cass. sez. 3 n. 1810 del 2.12.2008; v. anche di recente Cass. sez. 3 n.26367 del 25.3.2014).
Venendo ai motivi dei singoli ricorsi, possono essere trattati congiuntamente (perché comuni) quelli riguardanti la motivazione del provvedimento del GIP e la ritenuta sussistenza da parte del Tribunale del fumus e del periculum in mora.

A norma dell’art.309 comma 9 c.p.p. (richiamato dall’art. 324 comma 7 c.p.p.) ” il Tribunale può annullare il provvedimento impugnato o riformarlo in senso favorevole all’imputato anche per motivi diversi da quelli enunciati ovvero può confermarlo per ragioni diverse da quelle indicate nella motivazione del provvedimento stesso”.

E, secondo la giurisprudenza di questa Corte, il potere-dovere attribuito al giudice del riesame dall’art.309 , comma nono, ultima parte, cod. proc. pen., di confermare le ordinanze impugnate “per ragioni diverse da quelle indicate nella motivazione del provvedimento stesso” non è esercitabile solo quando la motivazione di quest’ultimo sia radicalmente assente o meramente apparente, dovendo in tali ipotesi, essere rilevata la nullità del provvedimento impugnato per violazione di legge (Cass. pen. sez. 2 n.12537 del 4.12.2013).

E’ illegittima, pertanto, l’ordinanza con cui il Tribunale, in sede di riesame del sequestro preventivo disposto su conforme richiesta del pubblico ministero ai sensi del primo comma dell’art.321 cod. proc. pen., confermi la misura cautelare reale per finalità del tutto diverse, atteso che in tal modo lo stesso non si limita -come è nel suo potere- ad integrare la motivazione del decreto impugnato, ma sostanzialmente adotta un diverso provvedimento di sequestro in pregiudizio del diritto ai contraddittorio dell’interessato” (cass. sez. 6 n.30109 del 12.7.2012).
Il Tribunale, davanti al quale era stata dedotta l’insussistenza del fumus e del periculum non solo del reato di cui all’art.388 c.p. ma anche del reato di cui all’art.44 lett.b) DPR 380/2001 (pag.2 ordinanza), ha rilevato che, a prescindere dal delitto (allo stato improcedibile), risultava assorbente il rilievo che il provvedimento cautelare era stato “disposto, e motivato (anche) sulla base dell’esistenza di gravi indizi del reato di cui all’art.44 lett.b) d.p.r 380/2001, e del “periculum in mora” riscontrato in relazione a tale fattispecie”.

 

Quanto al “fumus”, il GIP aveva già evidenziato che l’indagata, oltre a non ottemperare all’ordine di demolizione, aveva, senza essere in possesso del necessario permesso a costruire, frazionato l’unità immobiliare, creando quattro unità abitative (pag.3 ordinanza GIP).

Il Tribunale ha ulteriormente ribadito la sussistenza di un “robusto fumus commissi delieti”, risultando, dalle indagini preliminari ed in particolare dall’annotazione della p.g. del 4.4.2014 che nell’immobile sottoposto a sequestro erano state realizzate, senza permesso di costruire, opere edilizie finalizzate al frazionamento dell’immobile.

E che tale condotta integri il reato di cui all’art.44 lett. b) DPR 380/2001 non può essere revocato in dubbio, come si è visto in precedenza, e come del resto non è sostanzialmente contestato dagli stessi ricorrenti, i quali invocano piuttosto, con i motivi nuovi, l’intervenuta “abolitio criminis” per effetto del D.L.n.133/2014.
In ordine al “periculum”, non c’è dubbio che esso debba presentare i caratteri delia concretezza e dell’attualità. In tal senso si sono pronunciate espressamente le Sezioni Unite (Cass. Sez. U. 14.12.1994 – Adelio), sottolineando che, “ancorché manchi per le misure cautelari reali una previsione esplicita di concretezza come quella codificata per le misure sulla libertà personale alla lettera c) dell’art. 274 c.p.p., è nella fisiologia del sequestro preventivo di cui all’art. 321 c.p.p., quale misura anch’essa limitativa di libertà costituzionalmente garantite, che il pericolo debba essere contrassegnato dalla effettività e dalla concretezza. Pertanto, spetta al giudice di merito con adeguata motivazione compiere una attenta valutazione del pericolo derivante dal libero uso della cosa pertinente all’illecito penale. In particolare, vanno approfonditi la reale compromissione degli interessi attinenti al territorio ed ogni altro dato utile a stabilire in che misura il godimento e la disponibilità attuale della cosa da parte dell’indagato o di terzi possa implicare una effettiva ulteriore lesione del bene giuridico protetto, ovvero se l’attuale disponibilità del manufatto costituisca un elemento neutro sotto il profilo della offensività. In altri termini, il giudice deve determinare, in concreto, il livello di pericolosità che la utilizzazione della cosa appare in grado di raggiungere in ordine all’oggetto della tutela penale, in correlazione al potere processuale di intervenire con la misura preventiva cautelare. Per esempio, nel caso di ipotizzato aggravamento del c.d. carico urbanistico va delibata in fatto tale evenienza sotto il profilo della consistenza reale ed intensità del pregiudizio paventato, tenendo conto della situazione esistente al momento dell’adozione del provvedimento coercitivo” (Cass.Sez.Un.n.12878 del 2003).

Anche la giurisprudenza successiva ha costantemente ribadito che il sequestro preventivo di cose pertinenti al reato può essere adottato anche su un’opera ultimata, se la libera disponibilità di essa possa concretamente pregiudicare gli interessi attinenti alla gestione del territorio ed incidere sul carico urbanistico”, il pregiudizio del quale va valutato avendo riguardo agli indici di consistenza dell’insediamento edilizio, del numero dei nuclei familiari, della dotazione minima degli spazi pubblici per abitare, nonché della domanda di strutture e di opere collettive (cfr. Cass.pen.sez.3 n.6599 del 24.11.2011 ed in precedenza Cass.sez.3 n.19761 del 25.2.2003; sez.4 n.15821 del 31.1.2007; Sez.3 n.4745 del 12.12.2007; sez.2 n.17170 del 23.4.2010).

Il Tribunale, nel sottolineare che la sussistenza del periculum era chiaramente evincibile nel provvedimento del GIP (pag.3 ordinanza Trib.), ha integrato la motivazione precisando che dal frazionamento illegittimo dell’immobile emergeva con evidenza l’aumento del carico urbanistico dal momento che l’insediamento di tre nuovi nuclei familiari “con l’uso dell’immobile sulla domanda di strutture ed opere collettive quali servizi idrici, fognature, strade, parcheggi, opere pubbliche” gravava sulle strutture preesistenti e, comunque, comportava “ulteriori conseguenze sul bene giuridico tutelato, rappresentato dal regolare assetto del territorio” (pag.4 ord.).

Tale motivazione non può dirsi certo apodittica o apparente, per cui non può essere denunciata in sede di legittimità.

A norma dell’art. 325 c.p.p., il ricorso per cassazione può essere proposto, invero, soltanto per violazione di legge.

Secondo le sezioni unite di questa Corte ( sentenza n.5876 del 28.1.2004, P.C. Ferazzi in proc. Bevilacqua, Rv.226710), nella nozione concetto di “violazione di legge” rientrano la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, quali ad esempio l’art.125 c.p.p., che impone la motivazione anche per le ordinanze, ma non la manifesta illogicità della motivazione, la quale può denunciarsi nel giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico ed autonomo motivo di ricorso dall’art.606 lett. e) c.p.p..

Tali principi sono stati ulteriormente ribaditi dalle stesse Sezioni Unite con la sentenza n.25932 del 29.5.2008-Ivanov,Rv. 25932, secondo cui nella violazione di legge debbono intendersi compresi sia gli “errores in iudicando” o “in procedendo”, sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l’apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidonee a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice.
Quanto ai soggetti non indagati, va ricordato che oggetto del sequestro preventivo può essere qualsiasi bene- a chiunque appartenente e, quindi, anche a persona estranea al reato- purchè esso sia, anche indirettamente, collegato al reato e, ove, lasciato in libera disponibilità, idoneo a costituire pericolo di aggravamento o di protrazione delle conseguenze del reato ovvero di agevolazione della

commissione di ulteriori fatti penalmente rilevanti”

(cfr. Cass. pen. sez. 5 n. 11287 del     22.1.2010; conf. Cass. pen. sez. 4 n.32964 dell’ 1.7.2009; sez.3

n.17865 del 17.3.2009). Il sequestro preventivo non finalizzato alla confisca implica, invero, l’esistenza di un collegamento tra il reato e la cosa e non tra il reato e il suo autore, sicché possono essere oggetto del sequestro anche le cose in proprietà del terzo estraneo se la loro libera disponibilità possa favorire la prosecuzione del reato stesso “(Cass. Sez. 3 n.1806 del 4.1.2008).

Conseguentemente, in relazione al sequestro disposto ai sensi dell’art.321 comma 1 c.p.p., da un lato, non è neppure necessario l’individuazione del responsabile del reato (cfr.Cass.pen.sez.2 n.19105 del 28.4.2011) e, dall’altro, è irrilevante la buona fede del terzo (cfr.Cass.pen.sez.3 n.40480/2010). E’ necessario, però, che si accerti, come emerge dalle pronunce             sopra richiamate, il

collegamento specifico del bene, oggetto del sequestro, medesimo con il reato ed il periculum in mora (e si è visto in precedenza come tali elementi debbano ritenersi sussistenti).

Peraltro, non può parlarsi neppure di buona fede dei soggetti non indagati.

A parte il fatto che neppure in questa sede hanno fornito prova del titolo in base al quale si trovano nell’immobile sottoposto a sequestro (se non attraverso un generico richiamo ad un contratto di comodato ex art.1803 c.c.), essi, con il ricorso alla normale diligenza, avrebbero potuto accertare che si trattava di un immobile abusivo, in ordine al quale era stato emesso ordine di demolizione non ottemperato e che erano state anzi realizzate nuove opere (sempre abusive) per il frazionamento dell’originaria unica unità abitativa in quattro unità.

P. Q. M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali. Così deciso in Roma il 16.10.2014 […]

 

 

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