Giudici onorari e giustizia lenta | sanzioni disciplinari magistrati

Giudici onorari, giustizia lenta, sanzioni disciplinari magistrati

Il ritardo nel deposito dei provvedimenti giudiziari integra una chiara violazione dei doveri di diligenza e operosità che incombono sul magistrato, anche onorario, mentre altre considerazioni, quale la gravosità dei carichi di lavoro, non incidono su tale responsabilità, in presenza di ritardi ripetuti e consistenti, la cui rilevanza oggettiva, pertanto, ai fini di cui si discute, prescinde dalla considerazione complessiva del carico di lavoro affidato al magistrato.

 

La tempestività nel deposito dei provvedimenti giurisdizionali, presidiato da specifici termini processuali (nel caso dei giudici di pace pari a quindici giorni, ai sensi dell’art. 321 c.p.c. ), ha assunto rilievo peculiare e rango costituzionale a seguito dell’introduzione del principio del “giusto processo” (art. 111, comma 1, Cost., come aggiunto dall’art. 1, comma 1, della legge costituzionale 23 novembre 1999 n. 2), rispetto al quale la “ragionevole durata”, la cui determinazione è affidata alla legge ordinaria, costituisce predicato ineludibile, assieme al “contraddittorio”, alla “parità delle parti”, alla “terzietà” e alla “imparzialità” del giudice (come pure aggiunti al secondo comma dell’art. 111 dall’ art. 1, comma 2, della legge costituzionale n. 2/1999).

Invero, nell’alveo della ragionevole durata risultano rientrare tutti gli istituti processuali indirizzati a garantire che l’ambito temporale di ogni controversia giudiziale sia calibrato in modo da assicurare una tutela tempestiva, efficace ed effettiva delle posizioni giuridiche azionate; e, quindi, anche i termini concernenti il deposito dei provvedimenti giurisdizionali e, tra di essi, in specie dei provvedimenti che definiscono il giudizio, e precipuamente le sentenze, il cui rilievo è intuitivamente ancora maggiore in ambiti cognitori di accertamento e condanna, non presidiati da efficaci tutele interinali, quali sono eminentemente quelli tipici del giudizio civile.

Nello stesso ambito, l’ampiezza quantitativa e qualitativa della competenza del giudice di pace, come delineata dall’art. 7 c.p.c. , la concentrazione del relativo giudizio, l’esigenza di rapida definizione sottesa alle regole processuali proprie del medesimo, la peculiare brevità del termine di deposito delle sentenze, denotano l’assoluta rilevanza del profilo della tempestività: e quindi, in correlazione, il rilievo negativo ricongiungibile alla reiterata e sistematica violazione del termine di deposito, quale elemento dimostrativo della scarsa considerazione prestata al valore costituzionale della ragionevole durata dei procedimenti.

La mancata considerazione delle esigenze delle parti e dei loro difensori, manifestato con il ritardo non occasionale nel deposito dei provvedimenti giurisdizionali, integra idonea circostanza al fine di legittimare anche il diniego, da parte del CSM, di conferma nell’incarico di giudice di pace.

Il ritardo nel deposito dei provvedimenti, laddove reiterato, sistematico e prolungato e riguardante sia la quantità dei casi che l’entità dei tempi del deposito, è tale da violare la soglia della ragionevolezza e giustificabilità, e comporta, di per sè, la lesione del prestigio dell’ordine giudiziario, implicando la violazione di specifiche norme che impongono l’osservanza di tempi precisi, e conseguentemente integrando gli estremi oggettivi dell’illecito disciplinare.

…La giurisprudenza richiamata dall’Organo di autogoverno nella delibera in esame appare di particolare rilievo nella fattispecie, tenuto conto che la stessa chiarisce come “la difficile situazione dell’ufficio giudiziario di appartenenza, la gravosità dei carichi di lavoro, così come in genere le altre prospettazioni difensive, possono costituire causa di giustificazione o attenuante solo se i ritardi non superino i predetti limiti e non divengano – invece – sintomo di inefficienza intollerabile, specie alla luce dell’obbligo di rispetto dei tempi processuali”

Per l’effetto, come chiarito dalla giurisprudenza di cui sopra, è incontroverso che il ritardo nel deposito dei provvedimenti giudiziari integri una chiara violazione dei doveri di diligenza e operosità che incombono sul magistrato, anche onorario, mentre altre considerazioni, quale la gravosità dei carichi di lavoro, qui invocata dalla ricorrente, quale conseguenza della sua manifestata disponibilità a continue applicazioni, anche in sedi disagiate, non incidono su tale responsabilità, in presenza di ritardi ripetuti e consistenti, quali quelli sopradescritti, la cui rilevanza oggettiva, pertanto, ai fini di cui si discute, prescinde dalla considerazione complessiva del carico di lavoro affidato alla ricorrente.

Nella fattispecie, infatti, i rilevati ritardi nel deposito delle sentenze (tra cui uno massimo di 737 giorni) superano la soglia della ragionevolezza, mutuando in sintomi di inefficienza e facendo escludere l’operatività di qualsiasi causa giustificativa, ivi compresa la gravosità dei carichi di lavoro.

Lo stesso è dirsi per l’avvenuta archiviazione di altro procedimento disciplinare avviato a carico della ricorrente sempre per il ritardo nel deposito di provvedimenti nei mesi immediatamente precedenti alla contestazione esitata con gli atti gravati.

Invero, alla valorizzazione di specifiche ragioni attenuative della responsabilità del magistrato nell’ambito della precedente contestazione, nella quale il numero di ritardi in considerazione era peraltro inferiore a quello di cui oggi si discute, non può infatti riconnettersi la valenza di una perdurante causa esimente dal dovere di diligenza, anche tenuto conto che, nel procedimento in esame, sono presenti contestazioni aventi diverso oggetto….

 

Nel caso trattato dai magistrati amministrativi al giudice di pace era stata irrogata la sanzione disciplinare della censura

Il ritardo nel deposito degli atti giudiziari:

…Se è vero infatti che la ricorrente non è posta oggettivamente nelle condizioni di dare prova dei tempi di consegna delle minute dei provvedimenti nell’Ufficio di Modena, è altresì vero che non risulta che la medesima, al di fuori del procedimento disciplinare per cui è causa, abbia mai fatto constare nei confronti della cancelleria o del Capo dell’Ufficio giudiziario le disorganizzazioni qui invocate a carico della cancelleria stessa.

E ciò nonostante che, come risultante dalla delibera impugnata e dal ricorso, la ricorrente sia stata destinataria di altra sanzione disciplinare (ammonimento) per ritardi nel deposito di provvedimenti, irrogata con delibera CSM 20 dicembre 2005, e che, con delibera 18 dicembre 2013, di poco anteriore a quella per cui è causa, il CSM abbia archiviato altro procedimento disciplinare avviato a carico della medesima, sempre per ritardo nel deposito di provvedimenti, circostanze che avrebbero reso ragionevole (se non addirittura necessitata), l’adozione da parte della ricorrente di ogni misura preventiva idonea a delimitare l’ambito della propria responsabilità in materia, differenziandolo da quello di altri apparati dell’Ufficio.

Inoltre, la ricorrente, come detto, riconnette la prova delle disfunzioni in parola al deposito di un’attestazione firmata da due addetti alla Cancelleria il 30 settembre 2013, che affermano il rinvenimento nella stanza della segreteria, avvenuto il 12 settembre 2013, di 17 fascicoli assegnati alla ricorrente, di cui alcuni (5) contenenti la sentenza sottoscritta, senza il timbro del depositato.

Ma tale attestazione, al più, a fronte dell’intero arco temporale interessato dai ritardi, riguarda il solo giorno preso in considerazione dall’attestazione (12 settembre 2013), e, in tale ristretto ambito, esclusivamente la situazione rinvenuta nella predetta stanza, ma nulla dice né in ordine alla data in cui i cinque fascicoli contenenti la sentenza sottoscritta senza il depositato sono stati posti nella stanza stessa e al soggetto che ha effettuato l’operazione, né in relazione ai tempi usualmente intercorrenti tra il deposito delle minute e l’apposizione sulle stesse del timbro “depositato”.

Deve pertanto concludersi sul punto che la ricorrente non può essere seguita laddove tenta di attenuare l’entità dei rilevati ritardi sulla base dell’attestazione di cui sopra….

L’assenza ingiustificata alle udienze:

…Ancora, la ricorrente non può essere seguita laddove sostiene, sempre in relazione alle contestate cinque assenze alle udienze, di aver seguito la prassi in uso all’Ufficio, comunicando direttamente al personale di cancelleria il sottostante impedimento, e presentando successivamente il relativo certificato medico, condotta che espone essere stata tenuta anche da altri colleghi e mai fatta oggetto di contestazione disciplinare, e che le assenze in parola non avrebbero causato alcun disagio.

Le assenze della ricorrente alle predette cinque udienze (25, 28, 29 e 31 ottobre 2013, 4 novembre 2014) hanno determinato, come ammette la stessa ricorrente, la necessità di disporre il rinvio della trattazione delle controversie programmate per le stesse date.

Il che ridonda, ex se, nell’interruzione della ordinaria funzionalità dell’Ufficio giudiziario, nella inutilità della presenza delle parti intervenute, nella necessità di fissare nuovamente la trattazione delle stesse controversie, nell’aggravio di lavoro della cancelleria, nell’allungamento dei tempi di decisione delle cause, conseguenze tutte negative, determinatesi vieppiù senza che la ricorrente abbia preventivamente avvertito il giudice coordinatore – come evidenzia la delibera gravata, laddove riporta la relativa contestazione dell’8 dicembre 2013 – ovvero sempre preventivamente presentato il certificato medico attestante l’impedimento alla partecipazione alle udienze, come emerge dalle stesse difese dell’interessata.

Una siffatta condotta non può corrispondere ad alcuna prassi amministrativa qui utilmente invocabile, atteso che esse, per definizione, non possono legittimare comportamenti che determinino effetti così pregiudizievoli per l’Ufficio pubblico.

E tali conclusioni non mutano considerando sia l’attestazione del dipendente ausiliario allegata al ricorso, che non potrebbe comunque costituire, sia per le cennate ragioni, sia tenuto conto del ruolo meramente esecutivo svolto da quest’ultimo, fonte di prova dell’esistenza di una tale prassi, sia l’eventuale similare condotta tenuta da altri giudici di pace assegnati all’Ufficio, che, pure laddove esistente, come sostenuto in ricorso, non escluderebbe la rilevanza disciplinare della condotta addebitata alla ricorrente….

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Istanza accesso agli atti

 

Tar Lazio sentenza n. 6570 5 giugno 2017

[…]

per l’annullamento

del decreto del Ministro della giustizia notificato il 25 luglio 2014, che ha irrogato alla ricorrente, giudice di pace nella sede di Modena, la sanzione disciplinare della censura, nonché: della sottostante delibera del Consiglio Superiore della Magistratura 3 luglio 2014, n. P12060/2014; del verbale del Consiglio Giudiziario presso la Corte di Appello di Bologna del 17 febbraio 2014; del provvedimento del Presidente vicario della Corte di Appello di Bologna 8 dicembre 2013, n. 11343 ris.; del provvedimento del Presidente della Corte di Appello di Bologna 28 agosto 2013, n. 7303 ris..

[…]

FATTO

Con il ricorso all’odierno esame la ricorrente, giudice di pace in Modena, ha interposto azione impugnatoria avverso gli atti, meglio specificati in epigrafe, del procedimento sfociato nel decreto del Ministro della giustizia notificato il 25 luglio 2014, che, su conforme deliberato del Consiglio Superiore della Magistratura, le ha irrogato la sanzione della censura per ritardi nel deposito di provvedimenti e ingiustificata assenza a cinque udienze.

Il competente Consiglio giudiziario aveva ritenuto giustificate le predette assenze e proposto per i ritardi la più lieve sanzione dell’ammonimento.

La ricorrente, illustrate analiticamente, in fatto, le vicende che hanno preceduto l’irrogazione della sanzione, deduce avverso gli atti gravati le seguenti censure.

1) Violazione dell’art. 17 del D.P.R. 10 giugno 2000, n. 198 – Eccesso di potere per illogicità – Eccesso di potere per difetto di istruttoria.

Il CSM, quanto ai contestati ritardi, non avrebbe tenuto conto delle disorganizzazioni imputabili alla Cancelleria dell’Ufficio, emergenti da un’attestazione firmata da due addetti il 30 settembre 2013, che afferma il rinvenimento nella stanza della segreteria, avvenuto il 12 settembre 2013, di 17 fascicoli assegnati alla ricorrente, di cui alcuni (5) contenenti la sentenza sottoscritta, senza il timbro del depositato: la circostanza attesterebbe che il timbro di deposito dei provvedimenti non è contestuale al momento della consegna degli stessi.

I ritardi contestati alla ricorrente, come dall’interessata rappresentato nel corso del procedimento, sarebbero pertanto privi di riscontro probatorio, non potendo essere incontrovertibilmente a lei imputati.

L’affermazione del CSM che definisce tali ritardi “numerosi” sarebbe erronea, atteso che il loro numero (42) rappresenterebbe una minima percentuale (2,99%) dei provvedimenti tempestivamente definiti dalla ricorrente nell’anno in parola (2012).

La valutazione relativa all’impegno della ricorrente avrebbe dovuto tenere conto di quello complessivamente dimostrato nel corso degli anni, ivi compreso il primo semestre 2013, nel quale la ricorrente ha ricevuto la contestazione, nel quale non sarebbe registrabile alcun ritardo. Anche il periodo successivo farebbe emergere, come per gli anni precedenti 2009/2011, il lavoro diligente e laborioso svolto dalla ricorrente, ancorchè gravata dal rilevante carico di lavoro illustrato nella censura.

2) Eccesso di potere per contrarietà e illogicità manifesta – Violazione dell’art. 17 del D.P.R. 198/2000.

La valutazione del CSM della non episodicità dei ritardi addebitati alla ricorrente contrasterebbe con una precedente e ravvicinata determinazione del CSM, n. P22535 del 19 dicembre 2013, che, pronunziandosi su ritardi maturati dalla ricorrente in relazione a cause trattenute in decisione dal marzo 2010 al giugno 2012 (n. 34, successivamente rettificati in 10), ha archiviato il procedimento disciplinare, evidenziandone la ridotta portata e riconducendo gli stessi non alla negligenza del magistrato, bensì a una condotta episodica, maturata nell’ambito della particolare intensità degli impegni assolti dalla ricorrente, disponibile a continue applicazioni, e alla sua elevata produttività nel tempo.

L’illogicità sarebbe ancor più manifesta considerando che le lodevoli affermazioni contenute nell’archiviazione si siano tramutate poco tempo, ferme le descritte circostanze, in contestazioni di addebiti e irrogazione della censura.

3) Violazione dell’art. 17, terzo comma, del D.P.R. 198/2000 – Violazione dell’obbligo del rispetto del diritto di difesa.

La gravata determinazione si sarebbe basata anche su quanto affermato dal cancelliere dell’Ufficio in data 8 gennaio 2013 in ordine alla diligenza nell’apposizione del timbro del deposito delle sentenze, atto non osteso alla ricorrente nel corso dell’accesso propedeutico alla formulazione delle sue difese procedimentali.

Di contro, non sarebbe stata valutata la già sopra citata attestazione a firma di personale amministrativo del 30 settembre 2013, relativa al ritrovamento di fascicoli contenenti sentenze prive del timbro del depositato, firmata anche dal medesimo dipendente.

Ne deriverebbe la lesione del diritto di difesa della ricorrente, avendo il CSM utilizzato un documento non in possesso della medesima ancorchè indispensabile ai fini della formalizzazione delle sue difese, documento che inoltre non afferirebbe al periodo oggetto di contestazione e contrasterebbe con altro documento proveniente dallo stesso firmatario.

Il CSM non avrebbe potuto affermare la carenza di riscontro e la smentita in via istruttoria dell’affermazione della ricorrente che i ritardi di cui trattasi costituiscono in parte frutto della tardiva apposizione del timbro di deposito da parte della cancelleria, vieppiù senza indicare la fonte da cui tale convincimento è stato tratto, in quanto non sarebbe stata svolta sul punto alcuna istruttoria e anzi sarebbero state utilizzate dichiarazioni rese in altri contesti.

4) Eccesso di potere per erroneità ivi compresa la erronea valutazione dei fatti – Eccesso di potere per contraddittorietà e illogicità.

Il CSM avrebbe fatto un erroneo riferimento, per difetto, alla produttività della ricorrente, che avrebbe sempre adempiuto all’organizzazione del proprio lavoro con massima diligenza e capacità.

La sanzione della censura sarebbe pertanto sproporzionata, manifestamente anomala e particolarmente severa.

5) Violazione degli artt. 3 e 97 Cost. – Eccesso di potere per disparità di trattamento.

La sanzione della censura irrogata alla ricorrente sarebbe incongruente, sproporzionata e irragionevole, alla luce della grande laboriosità della medesima e dai buoni risultati ottenuti, nonché caratterizzata da disparità di trattamento, tenuto conto del minor carico di lavoro dei colleghi.

6) Eccesso di potere per difetto assoluto di motivazione – Eccesso di potere per disparità di trattamento.

Il CSM non avrebbe potuto discostarsi, quanto alle assenze dalle udienze, senza una ulteriore istruttoria o una rinforzata motivazione, dall’orientamento manifestato dal Consiglio giudiziario, che le aveva ritenute giustificate.

La ricorrente avrebbe seguito al riguardo la prassi in uso all’Ufficio, comunicando direttamente al personale di cancelleria il sottostante impedimento, e presentando successivamente il relativo certificato medico, come fatto anche da altri colleghi in analoghe circostanze, senza ricevere alcuna contestazione disciplinare. Le assenze, peraltro, non avrebbero causato alcun disagio.

Carente di motivazione sarebbe anche, alla luce della ridetta attestazione del 30 settembre 2013, la mancata considerazione delle deduzioni difensive svolte dalla ricorrente in ordine alla parziale imputabilità dei ritardi maturati alla tardiva apposizione del timbro di deposito a opera della cancelleria.

Non sarebbe stato considerato l’elevatissimo carico di lavoro assegnato alla ricorrente e la sua applicazione presso una sede disagiata, mentre, di contro, il CSM avrebbe menzionato un precedente disciplinare risalente al dicembre 2005, non più significativo in quanto ormai prescritto.

7) Eccesso di potere per violazione del principio della difesa – Violazione del Capo VIII della circolare CSM P-15880/2002 e successive integrazioni.

Il provvedimento sarebbe illegittimo perché adottato in carenza dell’audizione dell’interessata innanzi al CSM, come dalla medesima richiesto, che ritiene non disposta al solo fine di evitare la scadenza del termine di un anno per l’emissione del decreto di irrogazione della sanzione.

Non sarebbe stato altresì rispettato il termine per l’adozione della delibera del Consiglio Giudiziario di tre mesi, decorrente dall’iscrizione della notizia sul registro.

Esaurita l’illustrazione delle illegittimità rilevate a carico degli atti gravati, parte ricorrente ne ha domandato l’annullamento.

Costituitosi in giudizio, l’intimato plesso amministrativo ha eccepito la tardività del gravame e ha concluso in ogni caso per la reiezione del ricorso, di cui ha illustrato l’infondatezza.

La ricorrente ha affidato a memorie lo sviluppo delle proprie argomentazioni difensive e la confutazione delle deduzioni della parte resistente.

Con ordinanza 16 gennaio 2017, n. 732, la Sezione ha disposto a carico di entrambe le parti un incombente istruttorio (deposito di copia integrale della gravata delibera CSM), dalle stesse successivamente adempiuto.

La controversia è stata indi trattenuta in decisione alla pubblica udienza del 19 aprile 2017.

DIRITTO

1. Si controverte in ordine alla legittimità degli atti di cui in epigrafe, a mezzo dei quali è stata inflitta alla ricorrente, giudice di pace nella sede di Modena, la sanzione della censura per ritardi nel deposito di provvedimenti e ingiustificata assenza a cinque udienze nei mesi di ottobre/novembre 2013.

2. La rilevata infondatezza del ricorso permette di assorbire l’esame dell’eccezione di tardività del ricorso spiegata dalla difesa erariale.

3. Il procedimento che ha condotto alla predetta sanzione, alla luce degli atti di causa, può essere così riassunto nei passaggi salienti.

Con atto n. 7303 del 28 agosto 2013, il Presidente della Corte di Appello di Bologna, sulla base degli elementi trasmessi con nota n. 1576 del 12 luglio 2013 del Presidente del Tribunale di Modena, contestava alla ricorrente, nella qualità di giudice di pace di Modena, il deposito nel secondo semestre del 2012 di n. 41 minute di sentenze, in relazione ad altrettante cause civili di cognizione ordinaria trattenute in decisione dal 28 settembre 2009 al 30 gennaio 2012, con un ritardo di oltre 120 giorni (ritardo massimo di 737 giorni).

Con atto n. 11343 dell’8 dicembre 2013, il Presidente vicario della Corte di Appello di Bologna, sulla base della segnalazione del Presidente del Tribunale di Modena del 18 settembre 2013, contestava ulteriormente alla ricorrente, in qualità di giudice di pace reggente della sede di Pavullo sul Frignano, il deposito tardivo di n. 16 sentenze (uno pari a 265 giorni, otto pari a 251 giorni, i residui di circa sei mesi) relative a cause civili di cognizione ordinaria trattenute in decisione tra il 5 luglio 2012 e il 4 ottobre 2012, e, in qualità di giudice di pace di Modena, la mancata tenuta di cinque udienze programmate nei mesi di ottobre e novembre 2013, in difetto di legittime giustificazioni e senza avvertire il giudice coordinatore.

Per tutte tali fattispecie, riunite le due contestazioni in un unico procedimento, il Presidente vicario della Corte di Appello di Bologna proponeva con atto del 22 gennaio 2014 l’applicazione della sanzione disciplinare della censura.

Il Consiglio giudiziario, con delibera del 17 febbraio 2014, archiviava l’incolpazione relativa all’assenza alle udienze, ritenendole giustificate, e, per il restante, proponeva la sanzione dell’ammonimento.

Il Consiglio Superiore della Magistratura, nella seduta del 2 luglio 2014, disattendendo la proposta del Consiglio giudiziario, confermava tutti gli addebiti, irrogando alla ricorrente la sanzione della censura.

Seguiva il conforme decreto del Ministro della giustizia.

Nel corso del procedimento, la ricorrente presentava difese scritte per tutte le contestazioni e veniva audita innanzi al Consiglio giudiziario.

Nelle predette difese la ricorrente: metteva in dubbio la possibilità di rilevare i tempi effettivi di deposito dei provvedimenti nella sede di Modena, a causa di gravi disfunzioni della cancelleria, che non avrebbe apposto tempestivamente il timbro del deposito sulle minute; rappresentava il rilevante carico di lavoro a lei affidato nel periodo in considerazione, rinveniente anche dalle applicazioni volontariamente svolte in sedi diverse da quella di Modena, nonché la produttività sempre dimostrata, testimoniati anche dalle considerazioni poste dallo stesso CSM a motivo di una recente archiviazione di altro procedimento disciplinare avviato a carico della ricorrente per ritardi; rappresentava, in relazione all’assenza alle udienze, di aver comunicato l’impedimento telefonicamente, come di prassi d’ufficio, e di aver prodotto, non appena rientrata in sede, apposita certificazione medica.

Tali difese costituiscono anche il fulcro delle doglianze formulate in questa sede, unitamente ad altri rilievi, concernenti l’andamento del procedimento.

4. A questo punto, non appare superfluo illustrare il quadro normativo di riferimento della controversia.

La l. 21 novembre 1991, n. 374, recante l’istituzione del giudice di pace, per quanto qui di interesse, stabilisce all’art. 9, comma 3, che “Nei confronti del giudice di pace possono essere disposti l’ammonimento, la censura, o, nei casi più gravi, la revoca se non è in grado di svolgere diligentemente e proficuamente il proprio incarico ovvero in caso di comportamento negligente o scorretto”.

Il relativo procedimento è tipizzato dal comma 4, e prevede che il presidente della Corte d’Appello propone una delle predette sanzioni disciplinari al Consiglio giudiziario, integrato ai sensi del comma 2 dell’articolo 4, nonché da un rappresentante dei giudici di pace del distretto, il quale, sentito l’interessato e verificata la fondatezza della proposta, trasmette gli atti al Consiglio Superiore della Magistratura affinché provveda al riguardo.

La norma stabilisce infine al comma 5 che la sanzione disciplinare è adottata con decreto del Ministro della giustizia.

I profili procedurali inerenti la sequenza degli atti suscettibili di condurre all’adozione di una delle determinazioni sanzionatorie come sopra introdotte dalla legge 374/1991 sono ulteriormente dettagliati dall’ art. 17 del D.P.R. 10 giugno 2000, n. 198 (Regolamento recante norme di coordinamento e di attuazione del capo I della legge 24 novembre 1999, n. 468, concernente il giudice di pace), che stabilisce che:

– “il Presidente della Corte d’Appello che abbia notizia non manifestamente infondata di fatti costituenti causa di decadenza, di dispensa o di sanzioni disciplinari indicate ai commi 1, 2 e 3 dell’art. 9 della legge, con esclusione delle ipotesi di dimissioni volontarie, entro quindici giorni, contesta, per iscritto, il fatto al giudice di pace interessato” (comma 1);

– “ogni notizia concernente fatti di cui al comma 1 è iscritta immediatamente, a cura del Presidente della Corte d’Appello, in apposito registro con indicazione degli estremi di essa e del giudice alla quale si riferisce” (comma 2);

– “la contestazione deve indicare, succintamente, i fatti suscettibili di determinare l’adozione dei provvedimenti indicati al comma 1, le fonti da cui le notizie dei fatti sono tratte e l’avvertimento che, entro il termine di quindici giorni dal ricevimento dell’atto, l’interessato può presentare memorie e documenti o indicare circostanze sulle quali richiede indagini o testimonianze” (comma 3);

– “il Presidente della Corte d’Appello, anche all’esito degli accertamenti” previsti dal comma 4 “se la notizia non si è rivelata infondata, entro quarantacinque giorni decorrenti dall’iscrizione della notizia di cui al comma 1 nell’apposito registro, trasmette, con le sue proposte, gli atti al Consiglio Giudiziario per le determinazioni di cui al comma 4 dell’art. 9 della legge” (comma 5);

– “il segretario del Consiglio Giudiziario notifica tempestivamente all’interessato il giorno, l’ora ed il luogo fissati per la deliberazione, avvertendolo che ha facoltà di prendere visione degli atti relativi alla notizia che ha occasionato il procedimento e degli eventuali accertamenti svolti. L’interessato è avvertito, altresì, che potrà comparire personalmente, che potrà essere assistito da un difensore appartenente all’ordine giudiziario e che se non si presenterà senza addurre un legittimo impedimento si procederà in sua assenza. La data fissata per la deliberazione deve essere notificata almeno dieci giorni prima del giorno fissato” (comma 6);

– “il Consiglio Giudiziario delibera la proposta entro tre mesi decorrenti dall’iscrizione della notizia di cui al comma 1 nell’apposito registro” (comma 8);

– “decorso un anno dall’iscrizione di cui al comma 2 senza che sia stato emesso il decreto di cui all’art. 9, comma 5, della legge il procedimento, con il consenso dell’interessato, si estingue” (comma 9).

5. Passando ora alla disamina del gravame, si osserva che il primo e il secondo motivo possono essere congiuntamente esaminati, e si rivelano infondati.

5.1. Con il primo motivo la ricorrente sostiene che il CSM non avrebbe tenuto conto delle disorganizzazioni imputabili alla cancelleria dell’Ufficio di Modena, che farebbero dubitare che il timbro di deposito dei provvedimenti sia stato apposto al momento della consegna degli stessi, disorganizzazioni emergenti da un’attestazione a firma di personale amministrativo del 30 settembre 2013, afferente a 17 fascicoli rinvenuti in segreteria il 12 settembre 2013, di cui alcuni (5) contenenti provvedimenti firmati dalla ricorrente senza il timbro del depositato.

L’addebito relativo ai ritardi, per la ricorrente, sarebbe pertanto da un lato privo di riscontri probatori, come dall’interessata rappresentato nel corso del procedimento, dall’altro illogico, atteso che i ritardi rappresenterebbero una minima percentuale dei provvedimenti tempestivamente definiti dalla medesima nell’anno cui si riferisce la contestazione.

La ricorrente segnala, inoltre, il lavoro diligente e laborioso sempre svolto, anche a fronte del gravoso carico di lavoro assegnatole.

Del resto, prosegue la ricorrente con il secondo motivo, l’episodicità dei ritardi di cui trattasi, sconfessata dal CSM, emergerebbe proprio dalle valutazioni dello stesso Organo, che con una precedente, ravvicinata determinazione (19 dicembre 2013), ha archiviato un procedimento disciplinare pure avviato nei confronti della ricorrente, riconducendo i ritardi a una condotta episodica, a fronte della particolare intensità degli impegni assolti dalla medesima, disponibile a continue applicazioni, e alla sua elevata produttività nel tempo.

5.2. Tutte tali argomentazioni non possono trovare favorevole considerazione.

5.3. Se è vero infatti che la ricorrente non è posta oggettivamente nelle condizioni di dare prova dei tempi di consegna delle minute dei provvedimenti nell’Ufficio di Modena, è altresì vero che non risulta che la medesima, al di fuori del procedimento disciplinare per cui è causa, abbia mai fatto constare nei confronti della cancelleria o del Capo dell’Ufficio giudiziario le disorganizzazioni qui invocate a carico della cancelleria stessa.

E ciò nonostante che, come risultante dalla delibera impugnata e dal ricorso, la ricorrente sia stata destinataria di altra sanzione disciplinare (ammonimento) per ritardi nel deposito di provvedimenti, irrogata con delibera CSM 20 dicembre 2005, e che, con delibera 18 dicembre 2013, di poco anteriore a quella per cui è causa, il CSM abbia archiviato altro procedimento disciplinare avviato a carico della medesima, sempre per ritardo nel deposito di provvedimenti, circostanze che avrebbero reso ragionevole (se non addirittura necessitata), l’adozione da parte della ricorrente di ogni misura preventiva idonea a delimitare l’ambito della propria responsabilità in materia, differenziandolo da quello di altri apparati dell’Ufficio.

Inoltre, la ricorrente, come detto, riconnette la prova delle disfunzioni in parola al deposito di un’attestazione firmata da due addetti alla Cancelleria il 30 settembre 2013, che affermano il rinvenimento nella stanza della segreteria, avvenuto il 12 settembre 2013, di 17 fascicoli assegnati alla ricorrente, di cui alcuni (5) contenenti la sentenza sottoscritta, senza il timbro del depositato.

Ma tale attestazione, al più, a fronte dell’intero arco temporale interessato dai ritardi, riguarda il solo giorno preso in considerazione dall’attestazione (12 settembre 2013), e, in tale ristretto ambito, esclusivamente la situazione rinvenuta nella predetta stanza, ma nulla dice né in ordine alla data in cui i cinque fascicoli contenenti la sentenza sottoscritta senza il depositato sono stati posti nella stanza stessa e al soggetto che ha effettuato l’operazione, né in relazione ai tempi usualmente intercorrenti tra il deposito delle minute e l’apposizione sulle stesse del timbro “depositato”.

Deve pertanto concludersi sul punto che la ricorrente non può essere seguita laddove tenta di attenuare l’entità dei rilevati ritardi sulla base dell’attestazione di cui sopra.

5.4. Tanto chiarito, deve rammentarsi il valore della tempestività nel deposito dei provvedimenti giurisdizionali, presidiato da specifici termini processuali (nel caso dei giudici di pace pari a quindici giorni, ai sensi dell’art. 321 c.p.c. ), come rimarcato nella sentenza di questo Tribunale, Sezione I, 21 luglio 2011, n. 6565 (vedasi anche, analogamente, più di recente, Tar Lazio, Roma, I-quater, 10 febbraio 2016, n. 1901), nella quale si osserva come essa abbia assunto rilievo peculiare e rango costituzionale a seguito dell’introduzione del principio del “giusto processo” (art. 111, comma 1, Cost., come aggiunto dall’art. 1, comma 1, della legge costituzionale 23 novembre 1999 n. 2), rispetto al quale la “ragionevole durata”, la cui determinazione è affidata alla legge ordinaria, costituisce predicato ineludibile, assieme al “contraddittorio”, alla “parità delle parti”, alla “terzietà” e alla “imparzialità” del giudice (come pure aggiunti al secondo comma dell’art. 111 dall’ art. 1, comma 2, della legge costituzionale n. 2/1999).

Invero, nell’alveo della ragionevole durata risultano rientrare tutti gli istituti processuali indirizzati a garantire che l’ambito temporale di ogni controversia giudiziale sia calibrato in modo da assicurare una tutela tempestiva, efficace ed effettiva delle posizioni giuridiche azionate; e, quindi, anche i termini concernenti il deposito dei provvedimenti giurisdizionali e, tra di essi, in specie dei provvedimenti che definiscono il giudizio, e precipuamente le sentenze, il cui rilievo è intuitivamente ancora maggiore in ambiti cognitori di accertamento e condanna, non presidiati da efficaci tutele interinali, quali sono eminentemente quelli tipici del giudizio civile.

Nello stesso ambito, si è anche osservato come l’ampiezza quantitativa e qualitativa della competenza del giudice di pace, come delineata dall’art. 7 c.p.c. , la concentrazione del relativo giudizio, l’esigenza di rapida definizione sottesa alle regole processuali proprie del medesimo, la peculiare brevità del termine di deposito delle sentenze, denotano l’assoluta rilevanza del profilo della tempestività: e quindi, in correlazione, il rilievo negativo ricongiungibile alla reiterata e sistematica violazione del termine di deposito, quale elemento dimostrativo della scarsa considerazione prestata al valore costituzionale della ragionevole durata dei procedimenti.

La giurisprudenza ha, del resto, avuto modo di osservare da lungo tempo come la mancata considerazione delle esigenze delle parti e dei loro difensori, manifestato con il ritardo non occasionale nel deposito dei provvedimenti giurisdizionali, integri idonea circostanza al fine di legittimare anche il diniego, da parte del CSM, di conferma nell’incarico di giudice di pace (C. Stato, IV, 11 maggio 2007, n. 2326; Tar Lazio, Roma, I, 9 dicembre 2009, n. 12607, 29 marzo 2006, n. 2190 e 3 aprile 2006 n. 2289).

Anche la delibera del Consiglio Superiore della Magistratura qui impugnata richiama la consolidata giurisprudenza in materia, laddove ha più volte statuito che il ritardo nel deposito dei provvedimenti, laddove reiterato, sistematico e prolungato e riguardante sia la quantità dei casi che l’entità dei tempi del deposito, è tale da violare la soglia della ragionevolezza e giustificabilità, e comporta, di per se, la lesione del prestigio dell’ordine giudiziario, implicando la violazione di specifiche norme che impongono l’osservanza di tempi precisi, e conseguentemente integrando gli estremi oggettivi dell’illecito disciplinare (Cass. civ., SS.UU., 18 giugno 2010, n. 14697; 23 dicembre 2009, n. 27290; 5 marzo 2009 n. 5283).

La giurisprudenza richiamata dall’Organo di autogoverno nella delibera in esame appare di particolare rilievo nella fattispecie, tenuto conto che la stessa chiarisce come “la difficile situazione dell’ufficio giudiziario di appartenenza, la gravosità dei carichi di lavoro, così come in genere le altre prospettazioni difensive, possono costituire causa di giustificazione o attenuante solo se i ritardi non superino i predetti limiti e non divengano – invece – sintomo di inefficienza intollerabile, specie alla luce dell’obbligo di rispetto dei tempi processuali”.

Per l’effetto, come chiarito dalla giurisprudenza di cui sopra, è incontroverso che il ritardo nel deposito dei provvedimenti giudiziari integri una chiara violazione dei doveri di diligenza e operosità che incombono sul magistrato, anche onorario, mentre altre considerazioni, quale la gravosità dei carichi di lavoro, qui invocata dalla ricorrente, quale conseguenza della sua manifestata disponibilità a continue applicazioni, anche in sedi disagiate, non incidono su tale responsabilità, in presenza di ritardi ripetuti e consistenti, quali quelli sopradescritti, la cui rilevanza oggettiva, pertanto, ai fini di cui si discute, prescinde dalla considerazione complessiva del carico di lavoro affidato alla ricorrente.

Nella fattispecie, infatti, i rilevati ritardi nel deposito delle sentenze (tra cui uno massimo di 737 giorni) superano la soglia della ragionevolezza, mutuando in sintomi di inefficienza e facendo escludere l’operatività di qualsiasi causa giustificativa, ivi compresa la gravosità dei carichi di lavoro.

Lo stesso è dirsi per l’avvenuta archiviazione di altro procedimento disciplinare avviato a carico della ricorrente sempre per il ritardo nel deposito di provvedimenti nei mesi immediatamente precedenti alla contestazione esitata con gli atti gravati.

Invero, alla valorizzazione di specifiche ragioni attenuative della responsabilità del magistrato nell’ambito della precedente contestazione, nella quale il numero di ritardi in considerazione era peraltro inferiore a quello di cui oggi si discute, non può infatti riconnettersi la valenza di una perdurante causa esimente dal dovere di diligenza, anche tenuto conto che, nel procedimento in esame, sono presenti contestazioni aventi diverso oggetto.

6. Con il terzo motivo di ricorso la ricorrente lamenta sotto vari profili la violazione del suo diritto di difesa, correlata per un verso alla mancata tempestiva ostensione dell’attestazione del cancelliere dell’Ufficio 8 gennaio 2013, relativa alla diligenza dell’Ufficio nell’apposizione del timbro del deposito delle sentenze, per altro verso alla mancata valutazione di quella che ritiene una contraria attestazione, ovvero il già sopra citato documento a firma di personale amministrativo del 30 settembre 2013, relativo al ritrovamento, avvenuto il 12 settembre 2013, di fascicoli della ricorrente contenenti sentenze prive del timbro del depositato, firmata anche dallo stesso dipendente firmatario della prima.

La tesi che informa la censura non persuade.

In primo luogo, la delibera del CSM 2 luglio 2014 dà ampiamente conto di tutte le difese procedimentali svolte dalla ricorrente in occasione delle due contestazioni poi riunite in un unico procedimento, ivi ricomprese quelle fondate sull’attestazione del 30 settembre 2013, riassunte nei rilievi della “situazione di criticità e di disordine” della cancelleria (pag. 2) e della “situazione di difficoltà della cancelleria” (pag. 3) formulati dall’interessata, rispettivamente, a seguito della prima e della seconda contestazione.

L’elemento, pertanto, risulta specificamente preso in considerazione dal CSM, che lo menziona anche, affermando, a pag. 4, che “priva di qualsivoglia riscontro e anzi smentita dall’istruttoria svolta [risulta, n.d.r.] la circostanza secondo cui i ritardi sarebbero in parte il frutto della tardiva apposizione del timbro di deposito sulle sentenze a opera della cancelleria”.

Né la ricorrente coglie nel segno quando sostiene, con lo stesso motivo che il CSM non ha specificamente indicato la fonte di un siffatto convincimento, censura che si profila di nessun rilievo sostanziale, laddove la stessa ricorrente indica tale fonte nell’attestazione del cancelliere dell’Ufficio datata 8 gennaio 2013, documento costituito dalle affermazioni rese dal dipendente in esito a convocazione presso il Presidente dell’Ufficio giudiziario, su domanda di questi, alla presenza di un verbalizzante e previo ammonimento a riferire la verità.

Ne deriva che nel procedimento in esame le difese della ricorrente fondate sulle disfunzioni di cancelleria risultano specificamente considerate e istruite, nonché motivatamente respinte.

Quanto al resto, la predetta attestazione 8 gennaio 2013, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, essendo specificamente relativa alla diligenza dell’Ufficio nell’apposizione del timbro del deposito delle sentenze “negli anni 2010-2011 ed anche attualmente”, non si profila in contrasto con quella, successiva, invocata dalla ricorrente, datata 30 settembre 2013, avente, come sopra visto, un diverso e molto più limitato oggetto, e deve ritenersi senz’altro afferente temporalmente alla contestazione dei ritardi in esame, rilevati, come detto, in occasione dei depositi effettuati nel secondo semestre del 2012.

Infine, la fonte della contestazione dei ritardi non può essere rinvenuta, come sembra ritenere la ricorrente, nell’attestazione 8 gennaio 2013 di cui trattasi, con conseguente obbligo dell’ostensione della stessa all’interessata.

Le fonti delle due contestazioni riunite nell’unico procedimento in esame risultano infatti essere, come specificato al precedente punto 3, l’atto 28 agosto 2013, n. 7303, del Presidente della Corte di Appello di Bologna, che riferiva gli elementi trasmessi con nota 12 luglio 2013, n. 1576, dal Presidente del Tribunale di Modena, e l’atto 8 dicembre 2013, n. 11343, del Presidente vicario della Corte di Appello di Bologna, che riferiva la segnalazione del Presidente del Tribunale di Modena 18 settembre 2013, provvedimenti tutti risultanti comunicati tempestivamente alla ricorrente.

L’acquisizione agli atti del procedimento dell’attestazione 8 gennaio 2013 si configura invece, alla luce di quanto sopra, quale mero esito istruttorio necessitato proprio dalla disamina delle difese svolte dall’interessata.

In ogni caso, poi, la ricorrente ha avuto accesso anche a tale attestazione, che ha infatti versato nel fascicolo di causa, in sede dell’accesso agli atti esperito il 23 settembre 2014, nel cui elenco (all. 41 al ricorso), tale attestazione figura al n. 12.

Ne deriva che la ricorrente è stata posta in grado, al riguardo, di svolgere le proprie contrarie osservazioni, ciò che ha fatto, ancorchè infruttuosamente, con la censura in esame.

7. Anche le residue doglianze ricorsuali non meritano favorevole considerazione.

7.1. In particolare, con riferimento al quarto e al quinto motivo, con il quale la ricorrente lamenta l’erroneo riferimento, per difetto, alla sua produttività, nonché la sproporzionatezza della sanzione a lei irrogata, in rapporto alla comparazione della sua produttività con quella dei colleghi dell’Ufficio, si richiama quanto già rilevato in occasione dell’esame dei due primi motivi di ricorso.

Altrettanto è a dirsi in ordine alle censure di carenza di motivazione formulate nel sesto motivo, che tornano sulla questioni, già esaminate, della mancata considerazione delle deduzioni difensive svolte dalla ricorrente in ordine alla parziale imputabilità dei ritardi maturati alla tardiva apposizione del timbro di deposito a opera della cancelleria, dell’elevato carico di lavoro assegnato alla ricorrente, della sua applicazione presso una sede disagiata.

7.2. Quanto, invece, alle residue censure del sesto motivo, si osserva quanto segue.

E’ innanzitutto infondata la tesi della ricorrente secondo cui il CSM non avrebbe potuto discostarsi senza una ulteriore istruttoria o una rinforzata motivazione da quanto ritenuto dal Consiglio giudiziario in ordine alla giustificatezza dell’incolpazione riguardante le ingiustificate assenze alle udienze.

Al riguardo, si rileva che il CSM non ha obliato il parere più favorevole reso nel procedimento in parola dal Consiglio giudiziario, che è stato infatti richiamato nella delibera 2 luglio 2014, così come la proposta del Presidente della Corte di appello di applicazione della sanzione della censura, che il CSM ha ritenuto condivisibile.

E tanto il CSM era senz’altro legittimato a fare, tenuto conto che, come noto, l’avviso espresso nel procedimento de quo dal Consiglio giudiziario non ha natura vincolante per l’Organo di autogoverno della magistratura.

Invero, sulla base delle sopra riportate disposizioni normative (art. 9, comma 4, della legge n. 374 del 1991; art. 17 del D.P.R. n. 198 del 2000), al Consiglio giudiziario non è rimessa la formulazione di una sorta di proposta vincolante, attenendo le competenze dei consigli giudiziari tipicamente ed esclusivamente a mere funzioni istruttorie e consultive, insuscettibili di incidere sulla autonomia di determinazione del Consiglio Superiore della Magistratura (di recente, Tar Lazio, Roma, I-quater, 12 gennaio 2016, n. 1901; 5 agosto 2015, n. 10700; I, 2 dicembre 2013, n. 10352).

Non v’è dubbio, quindi, che legittimamente il Consiglio Superiore della Magistratura abbia potuto deliberare nella fattispecie l’irrogazione della sanzione della censura (e non dell’ammonimento proposto dal Consiglio giudiziario), tenendo conto anche della contestazione afferente alle assenze ingiustificate della ricorrente, pur in presenza di una diversa determinazione del Consiglio giudiziario, che è stata del resto puntualmente richiamata quale indefettibile passaggio endoprocedimentale, ancorchè non seguita, spettando solo al primo il potere valutativo dei fatti e determinativo della sanzione, nella specie esercitato, come detto, rinvenendo nella vicenda gli elementi posti a fondamento delle contestazioni formulate dal Presidente della Corte di Appello di Bologna.

Ancora, la ricorrente non può essere seguita laddove sostiene, sempre in relazione alle contestate cinque assenze alle udienze, di aver seguito la prassi in uso all’Ufficio, comunicando direttamente al personale di cancelleria il sottostante impedimento, e presentando successivamente il relativo certificato medico, condotta che espone essere stata tenuta anche da altri colleghi e mai fatta oggetto di contestazione disciplinare, e che le assenze in parola non avrebbero causato alcun disagio.

Le assenze della ricorrente alle predette cinque udienze (25, 28, 29 e 31 ottobre 2013, 4 novembre 2014) hanno determinato, come ammette la stessa ricorrente, la necessità di disporre il rinvio della trattazione delle controversie programmate per le stesse date.

Il che ridonda, ex se, nell’interruzione della ordinaria funzionalità dell’Ufficio giudiziario, nella inutilità della presenza delle parti intervenute, nella necessità di fissare nuovamente la trattazione delle stesse controversie, nell’aggravio di lavoro della cancelleria, nell’allungamento dei tempi di decisione delle cause, conseguenze tutte negative, determinatesi vieppiù senza che la ricorrente abbia preventivamente avvertito il giudice coordinatore – come evidenzia la delibera gravata, laddove riporta la relativa contestazione dell’8 dicembre 2013 – ovvero sempre preventivamente presentato il certificato medico attestante l’impedimento alla partecipazione alle udienze, come emerge dalle stesse difese dell’interessata.

Una siffatta condotta non può corrispondere ad alcuna prassi amministrativa qui utilmente invocabile, atteso che esse, per definizione, non possono legittimare comportamenti che determinino effetti così pregiudizievoli per l’Ufficio pubblico.

E tali conclusioni non mutano considerando sia l’attestazione del dipendente ausiliario allegata al ricorso, che non potrebbe comunque costituire, sia per le cennate ragioni, sia tenuto conto del ruolo meramente esecutivo svolto da quest’ultimo, fonte di prova dell’esistenza di una tale prassi, sia l’eventuale similare condotta tenuta da altri giudici di pace assegnati all’Ufficio, che, pure laddove esistente, come sostenuto in ricorso, non escluderebbe la rilevanza disciplinare della condotta addebitata alla ricorrente.

Infine, la ricorrente si duole con il motivo in esame che il CSM abbia menzionato un precedente disciplinare risalente al dicembre 2005, che ritiene non più significativo in quanto ormai prescritto.

Ma il Collegio non può concordare con tale assunto.

Nella valutazione inerente la violazione del dovere di diligenza manifestato dal ritardato deposito dei provvedimenti giudiziali non è irrilevante la non episodicità della condotta: non risulta, pertanto, incongruo né il richiamo al precedente disciplinare del 2005 né il richiamo a quello archiviato con la già citata delibera 18 dicembre 2013, entrambi attinenti a tale fattispecie.

7.3. Va poi respinto anche l’ultimo motivo.

In relazione alla censura con la quale la ricorrente lamenta di non essere stata audita innanzi al CSM, come dal lei richiesto, si osserva che l’audizione dell’interessato non costituisce una fase procedimentale necessaria del procedimento sanzionatorio di cui trattasi, onde la valutazione di procedervi è rimessa alla più ampia discrezionalità dell’Organo di autogoverno.

Nel caso in esame, evidentemente, il CSM non la ha ritenuta necessaria, stante la già avvenuta acquisizione di tutti gli elementi necessari alla formazione della determinazione di sua competenza. Si rileva, del resto, che la completezza del procedimento istruttorio emerge sia dal tenore della delibera, sia dalla circostanze riferite dalla ricorrente in ordine alla formulazione di varie difese scritte e alla sua personale audizione innanzi al Consiglio giudiziario.

Quanto, infine, al rilievo inerente il mancato rispetto del termine di tre mesi, decorrente dall’iscrizione della notizia disciplinare sul registro, per l’adozione della delibera del Consiglio Giudiziario, basti osservare che l’art. 17 del D.P.R. 10 giugno 2000, n. 198, disposizione contenente i profili procedurali inerenti il procedimento sanzionatorio a carico dei giudici di pace, di cui si è fatta ricognizione al precedente punto 9, diversamente dal comma successivo, afferente al termine complessivo annuale posto al procedimento, non qualifica il predetto termine di tre mesi come decadenziale.

8. Alle rassegnate conclusioni consegue il rigetto del ricorso.

Le spese di lite, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima Quater),

definitivamente pronunciando sul ricorso di cui in epigrafe, lo respinge.

Condanna la parte ricorrente alla refusione in favore della parte resistente delle spese di lite, che liquida nella somma complessiva pari a € 2.000,00 (euro duemila700).

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 19 aprile 2017 […]

 

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