Giudizio amministrativo, domanda inammissibile

Giudizio amministrativo, domanda inammissibile: l’azione giurisdizionale esperita per l’accertamento di un diritto soggettivo, senza alcuna censura nei confronti di provvedimenti amministrativi o comunque dell’attività autoritativa della pubblica amministrazione non è ammissibile in sede di giurisdizione generale di legittimità del giudice amministrativo, visto che in tale ipotesi il giudizio amministrativo ha carattere impugnatorio e non di mero accertamento di diritti soggettivi.

Vedi anche:

Eccezione difetto giurisdizione e abuso del processo amministrativo

Processo amministrativo, formazione del giudicato, thema decidendum, obiter dictum

Processo amministrativo, ricorso primo grado, sopravvenuta carenza di interesse, annullamento sentenza impugnata

Processo amministrativo, produzione documenti PA fuori termine, rispetto del contraddittorio

Processo amministrativo, obbligo contributo unificato: non necessaria esatta quantificazione

Art. 114 CODICE DEL PROCESSO AMMINISTRATIVO

Processo amministrativo, appello

Apertura fallimento interrompe processo amministrativo

Azione avverso il silenzio amministrativo, presupposti

Altre sentenze:

Decreto condanna per eccessiva durata processo e giurisdizione

Pensioni, cause ante 1998 trattamento integrativo ex dipendenti pubblici: decide il giudice amministrativo

 

Tar Lombardia sentenza n. 2287 2  dicembre 2016

[…]

er l’accertamento

con istanza per l’emanazione di misure cautelari collegiali,

del diritto dei ricorrenti a veder dare esecuzione all’accordo sindacale del 7 dicembre 2005 e successivi e conseguenti atti posti in essere dalla Amministrazione convenuta;

per il riconoscimento del nuovo inquadramento dalla data fissata negli accordi sindacali

e per la condanna del Ministero a procedere all’inquadramento dei ricorrenti dall’area A (ora I fascia) all’area B (ora II fascia F 1).

[…]

FATTO

Gli esponenti, Omissis, Omissis, Omissis, Omissis, Omissis, Omissis e Omissis tutti dipendenti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali presso gli uffici periferici di Milano del medesimo, erano inquadrati nella categoria “A” in base al contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL) dei Ministeri per il periodo 1998-2001.

Per effetto della successiva contrattazione collettiva, l’area “A” era denominata area “I”, nella quale i ricorrenti continuavano ad essere collocati.

Gli stessi presentavano un ricorso al Tribunale Ordinario di Milano, in qualità di giudice del lavoro ai sensi dell’art. 413 del c.p.c., attraverso il quale chiedevano l’accertamento del diritto ad essere inquadrati nell’area contrattuale superiore, denominata II area fascia F 1, già area “B” in base alla previgente contrattazione collettiva.

Il Tribunale di Milano, con sentenza n. 848 del 1° marzo 2013, dichiarava il proprio difetto di giurisdizione a favore del giudice amministrativo, reputando che la controversia riguardasse le “procedure concorsuali” di cui all’art. 63, comma 4, del D.Lgs. 165/2001 (c.d. Testo Unico del pubblico impiego).

Gli esponenti procedevano di conseguenza alla rituale riassunzione del giudizio davanti a questo TAR, rassegnando le medesime conclusioni già assunte davanti al giudice ordinario:

“1. accertare e dichiarare il diritto dei ricorrenti a veder dare esecuzione all’accordo sindacale del 7 dicembre 2005 e successivi e conseguenti atti posti in essere dalla Amministrazione convenuta.

2. Ordinarsi al Ministero di procedere all’inquadramento dei ricorrenti dall’area A (ora I° fascia) all’area B (ora II fascia F1).

3. Con il riconoscimento del nuovo inquadramento dalla data fissata negli accordi sindacali ad ogni effetto giuridico”.

Tutto ciò, peraltro, a condizione che il T.A.R. avesse ritenuto la propria giurisdizione, della quale essi stessi affermavano di dubitare, pur senza aver appellato la decisione del giudice del lavoro.

Il ricorso in riassunzione era notificato, oltre che al Ministero originariamente adito, anche alla Presidenza del Consiglio dei Ministri-Funzione Pubblica.

Si costituiva in giudizio il solo Ministero per i Beni e le Attività Culturali (di seguito, anche soltanto “MIBAC”), concludendo per il rigetto del gravame.

In esito alla camera di consiglio del 4.7.2013, la domanda cautelare era respinta con ordinanza della Sezione IV n. 774/2013.

Alla pubblica udienza del 10.11.2016, il Presidente dava dapprima avviso alle parti dell’eventuale inammissibilità del ricorso, ai sensi dell’art. 73, comma 3, del c.p.a., in quanto con lo stesso era proposta un’azione di mero accertamento di un diritto soggettivo, senza alcuna impugnazione di atti amministrativi.

La causa era successivamente discussa e trattenuta in decisione.

DIRITTO

1. Il presente gravame deve reputarsi inammissibile, per le ragioni che seguono.

2.1. Il giudice ordinario di Milano, adito dapprima dai ricorrenti, ha dichiarato il proprio difetto di giurisdizione a favore del giudice amministrativo, in applicazione dell’art. 63, comma 4, del D.Lgs. 165/2001, in forza del quale sono devolute alla cognizione del giudice amministrativo le controversie riguardanti le procedure concorsuali per l’assunzione dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni: esse appartengono, invero, alla giurisdizione generale di legittimità del giudice amministrativo, come definita dall’art. 7, comma 4, del c.p.a., vale a dire la giurisdizione riferita ad “atti, provvedimenti o omissioni…per lesioni di interessi legittimi e altri diritti patrimoniali consequenziali…” (cfr. Consiglio di Stato, sez. III, n. 795/2016, con la giurisprudenza ivi richiamata).

2.2. Come già precedentemente esposto, nel caso di specie gli esponenti, hanno riprodotto davanti al TAR le medesime conclusioni già precisate davanti al giudice ordinario, e non hanno invece impugnato alcun atto o provvedimento amministrativo, né hanno censurato l’omesso esercizio di una potestà pubblicistica – a fronte della quale la posizione soggettiva del ricorrente ha natura di interesse legittimo – ma hanno puramente e semplicemente esercitato un’azione di mero accertamento – o dichiarativa – volta ad ottenere l’accertamento del loro presunto diritto all’attribuzione di una maggiore qualifica, mediante l’inserimento in una superiore area contrattuale.

2.3. Anche dalla lettura integrale del ricorso introduttivo si desume con chiarezza che i ricorrenti agiscono in giudizio per l’accertamento di un diritto soggettivo, senza alcuna censura nei confronti di provvedimenti amministrativi o comunque dell’attività autoritativa della pubblica amministrazione: ma una simile azione giurisdizionale non è ammissibile in sede di giurisdizione generale di legittimità del giudice amministrativo, visto che in tale ipotesi il giudizio amministrativo ha carattere impugnatorio e non di mero accertamento di diritti soggettivi.

3.1. In realtà, sebbene non esplicitato, è desumibile dalle riserve che accompagnano il ricorso per riassunzione, come la difesa dei ricorrenti confidasse che il T.A.R. avrebbe sollevato un conflitto negativo di giurisdizione, ai sensi dell’art. 11, III comma, c.p.a.: ma questo Collegio non ne ravvisa i presupposti.

3.2. Invero, si legge nel ricorso introduttivo (pag 8 segg.) che “i lavoratori ricorrenti erano – e sono – destinatari di ben precisi accordi sindacali a suo tempo stipulati che prevedevano il loro passaggio dall’area A all’area B. Il contenuto di tali accordi è stato più volte ed espressamente ribadito, sino al punto che i bandi emessi dalla amministrazione e che hanno regolato la selezione hanno ricompreso tutti gli originari 1.401 soggetti che erano interessati ai passaggi secondo i patti sindacali. Gli accordi – e la conseguenti determinazioni della Amministrazione convenuta – hanno previsto in modo chiaro ed univoco che i soggetti che rimanevano esclusi in ragione dell'(ingiustificato) rifiuto della Funzione pubblica, sarebbero passati all’area superiore non appena giunta l’autorizzazione di quest’ultimo organismo, sicché la loro promozione restava ‘sospesa’ in attesa del verificarsi della condizione pattiziamente indicata. Pare evidente che ove si verifichi la non necessità di tale autorizzazione, nulla impedisce che avvenga il loro definitivo passaggio, come stabilito dagli accordi sindacali a suo tempo raggiunti e dagli stessi bandi di concorso emanati dal Ministero il quale, in tal modo, risulta vincolato agli impegni assunti”.

E ancora: “le ragioni che l’amministrazione ha addotto per bloccare i passaggi (rectius: l’operatività della graduatoria approvata), sulla scorta dei dictat della Funzione pubblica, si riducono alla pretesa necessità di un DCPM ai sensi dell’art. 35, comma 4° del D.lgs. 165/2001 (in tal senso, almeno era la posizione della Funzione pubblica nella vicenda che ha riguardato il Ministero del Infrastrutture e dei trasporti: diversamente si formula ogni riserva di meglio argomentare a fronte di diverse motivazioni che venissero versate in causa dal Ministero convenuto)”.

3.3. Tali affermazioni risultano maggiormente comprensibili, una volta letta la sentenza T.A.R. Lazio, 15 febbraio 2011, n. 1412, richiamata dagli interessati, su ricorso proposto da dipendenti del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, in posizione analoga ai ricorrenti, e che, come essi, non avevano conseguito il passaggio dall’area A all’area B, dopo che l’Amministrazione di appartenenza si era uniformata alle determinazioni del Ministero della funzione pubblica (adottate ex art. 39, III comma, l. 449/1997), il quale aveva autorizzato il passaggio per un numero limitato di dipendenti, inferiore a quello che avrebbe consentito agli interessati di beneficiarne.

3.4. La citata sentenza del T.A.R. Lazio ha giudicato illegittime le prescrizioni del Ministero della funzione pubblica, e le conseguenti decisioni dell’Amministrazione di appartenenza, affermando che quel Ministero non disponeva del potere di imporre siffatte limitazioni per i passaggi tra le due fasce.

4. Ebbene, i ricorrenti riconoscono che analoghe determinazioni sfavorevoli, pur non meglio definite, ma di evidente contenuto autoritativo e organizzativo, sono stati emanate dalla loro Amministrazione, a seguito dei rilievi del Ministero della funzione pubblica: pertanto Omissis, Omissis, Omissis, Omissis, Omissis, Omissis e Omissis non hanno una posizione di diritto soggettivo al passaggio, ma semmai d’interesse legittimo in relazione a tali determinazioni, riconducibili alla fase conclusiva della procedura selettiva cui si è accennato, e che avrebbe dovuto condurre al loro passaggio di fascia.

Ritenuta pertanto la giurisdizione del giudice amministrativo sul ricorso, non resta che ribadirne l’inammissibilità per le ragioni esposte sub 2.3..

5. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo a favore del MIBAC, mentre non occorre provvedere nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, non costituita in giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Quarta)

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo dichiara inammissibile.

Condanna i ricorrenti, in solido fra loro, al pagamento a favore del Ministero per i Beni e le Attività Culturali delle spese di lite, che liquida in euro 1.500,00 (millecinquecento/00), oltre accessori di legge.

Nulla sulle spese per il resto.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Milano nella camera di consiglio del giorno 10 novembre 2016 […]

 

Precedente Istituto di avvalimento, qualificazione SOA Successivo Accordo transattivo lavoro dipendente, art. 2113 cc