Giudizio immediato custodiale e sindacato Gip

La richiesta di giudizio immediato cd. “custodiale”, effettuata dal PM in violazione dell’art. 453 bis cod. proc. pen. prima della conclusione del procedimento di riesame o della scadenza dei termini di proposizione, non è sindacabile dal Gip ed è comunque sanata da una eventuale richiesta di ammissione al rito abbreviato.

Cassazione Penale sentenza n. 22549 28 maggio 2015

Considerato in diritto

I ricorsi sono parzialmente fondati e vanno accolti nei termini che verranno in seguito specificati.

1.               Per ragioni di ordine logico, prima ancora che giuridico, vanno esaminati in via prioritaria i motivi con i quali entrambi i ricorrenti hanno contestato la decisione di rigetto dell’eccezione di nullità del decreto di giudizio immediato per violazione del disposto dell’art. 453 cod. proc. pen., commi 1 e 1-bis.

1.1   Premesso che le vicende processuali sono pacifiche, ossia che effettivamente il rito alternativo di tipo “custodíale”, introdotto nei confronti di imputati sottoposti a misura coercitiva della custodia in carcere, è stato ammesso dal G.I.P. in un momento nel quale non erano ancora decorsi per il G. i termini per la proposizione dell’istanza di riesame avverso il provvedimento applicativo della misura stessa, la soluzione reiettiva della questione, offerta dalla sentenza impugnata, deve condividersi per la sua correttezza giuridica.

1.1.1  Come già rilevato da questa Corte in plurime pronunce, la L. n. 92 del 2008 ha

introdotto, con i commi 1-bis e 1-ter dell’art. 453 cod. proc. pen., un’autonoma ipotesi di giudizio immediato rispetto a quello già delineato dal legislatore, applicabile nei casi in cui la persona sottoposta alle indagini si trovi in stato di custodia cautelare; l’istituto risponde all’esigenza di garantire la celebre definizione del processo, in                                       modo da assicurare all’imputato la contrazione dei tempi di sottoposizione a cautela per effetto della protrazione delle indagini ed al sistema generale di impedirne la scarcerazione per decorrenza dei termini di durata della misura. Così permeata dal carattere di speditezza, in funzione della ragionevole durata del processo e della tutela della libertà individuale, l’introduzione del rito alternativo, che omette la celebrazione dell’udienza preliminare, è condizionata dal presupposto, previsto testualmente dall’art. 453 cod. proc. pen., comma 1-ter, che l’istanza sia formulata dal P.M. “dopo la definizione del procedimento di cui all’art. 309 c.p.p., ovvero dopo il decorso dei termini per la proposizione della richiesta di riesame”, sicché, un’intempestiva iniziativa dell’ufficio requirente, anticipata rispetto alla conclusione del subprocedimento d’impugnazione cautelare o comunque in pendenza dei termini per la presentazione dell’istanza di riesame, dovrebbe comportare il rigetto della richiesta per difetto della imprescindibile condizione di legge.

Si è correttamente affermato dalle prime pronunce occupatesi dell’istituto (Cass. sez. 3, nr. 41078 del 7/7/2011, Zappalà non massimata; sez. 1, n. 2321 del 09/12/2009, Stilo, rv.

246036; sez. 1, n. 15239 del 7/12/2011, Gallo, rv. 252255) che il termine per proporre istanza di giudizio immediato “custodíale” non è ancorato al completamento delle indagini preliminari, quanto alla durata dello stato di privazione della libertà dell’indagato, sicché il sistema processuale impone al p.m. di completare le indagini prima dell’emissione della misura custodíale stessa al fine di esercitare rapidamente l’azione penale sulla base del “fumus commissi delicti”, come risultante dal superamento con esiti positivi della verifica condotta in sede di riesame, ovvero dalla prestata acquiescenza da parte dell’indagato, che non ha esperito tale rimedio, eventi che in entrambi i casi offrono un riscontro di fondatezza allo schema accusatorio.

1.1.2  Un ulteriore e decisivo apporto per la corretta esegesi dell’istituto in esame è stata offerta dal recente intervento decisorio delle Sezioni Unite di questa Corte, che con la sentenza 42979 del 26/6/2014, Squicciarino, rv. 260017, hanno rilevato come ogni decisione sulla ricorrenza del presupposti di ammissibilità del giudizio immediato, ordinario o cautelare che sia, competa in via esclusiva al g.i.p., il quale deve esercitare un controllo, non meramente formale, ma penetrante ed effettivo e respingere la domanda con la restituzione degli atti al P.M. -soggetto all’obbligo del rispetto delle disposizioni processuali sull’esercizio dell’azione penale anche quanto alle forme introduttive del rito immediato-, quando sia tardiva o ingiustificata per carenza dell’altra condizione dell’evidenza della prova.

E poiché il decreto di giudizio immediato costituisce atto d’impulso all’ulteriore corso del procedimento, disponendone l’approdo al dibattimento, esaurisce in tal modo la sua efficacia ed esplica una funzione strumentale, concludendo una fase processuale senza condizionare l’eventuale pronuncia di condanna e senza compromettere i diritti di difesa dell’imputato, che al dibattimento con la piena estrinsecazione del contraddittorio ricevono il M. possibile di tutela, ne va esclusa la sindacabilità da parte del giudice del dibattimento. La soluzione opposta, che consentisse, attraverso la verifica da parte di tale giudice e l’eventuale declaratoria di nullità del decreto di giudizio immediato per mancato rispetto dei termini o per carenza dell’evidenza della prova, la regressione del procedimento all’udienza preliminare al di fuori dei casi di nullità assoluta degli atti, non potrebbe apportare alcun giovamento all’imputato, posto che le facoltà esercitabili in tale sede sono minori rispetto alle opportunità garantite nel dibattimento, cui nel sistema processuale di tipo accusatorio è assegnato un ruolo centrale, e che comunque tale opzione comporterebbe una dilatazione dei tempi di definizione del giudizio a scapito prima di tutto dell’imputato.

1.1.3   La pronuncia così sunteggiata non si è espressamente occupata della diversa ipotesi, che interessa il presente procedimento, in cui l’iniziativa assunta dal P.M. sia stata intempestiva, non perché ritardata rispetto ai termini di legge, ma anticipata al verificarsi della condizione alternativa stabilita dall’art. 453, comma 1-ter..

Qualche utile spunto interpretativo può comunque ricavarsi egualmente; come evidenziato anche dai primi commentatori, le Sezioni Unite, nel tratteggiare i caratteri essenziali dell’istituto del giudizio immediato custodíale, hanno condiviso il rilievo, espresso da alcune sezioni (Cass. sez. 6, n. 35228 del 12/04/2013, P.M. in proc. Veseli, rv. 257079; sez. 2, n. 19666 del 27/03/2014, Ambrosio, rv. 259815), secondo il quale anche in questo caso è imposto al g.i.p. il riscontro dell’evidenza probatoria: poiché la misura coercitiva è finalizzata a soddisfare esigenze interinali nella pendenza del procedimento principale, esula dalla sua struttura e dalla sua funzione la valutazione circa l’utilità del giudizio dibattimentale. In altri termini, anche se la misura abbia raggiunto stabilità di effetti perché confermata in sede di riesame o non impugnata dall’interessato, essa esprime soltanto una qualificata probabilità di colpevolezza, non già una valutazione preventiva sull’evidenza della prova e soprattutto sulla superfluità del passaggio procedimentale dell’udienza preliminare. Tale affermazione riceve riscontro da un dato testuale, dal momento che la disposizione di cui all’art. 453 cod. proc. pen., comma 1-bis, esenta il P.M. che voglia procedere col rito immediato nei riguardi di indagato in stato di custodia cautelare dall’obbligo del rispetto del termine di cui al  successivo art. 454, comma 1, non          già dall’osservanza del requisito sull’evidenza probatoria.

Deve dunque ritenersi che conservino validità le stesse conclusioni espresse dalle Sezioni Unite in ordine alla non contestabilità davanti al giudice del dibattimento del decreto di giudizio immediato, seppur disposto nell’assenza delle condizioni prescritte dal comma 1-ter dell’art. 453; anche se l’ordinanza custodiate non abbia conseguito il riscontro da parte del Tribunale del riesame o l’acquiescenza dell’indagato, va rilevato che la decisione del g.i.p. è stata comunque preceduta dall’esercizio della facoltà d’intervento dell’imputato, come configurata dal legislatore nella fase prodromica all’introduzione del rito immediato, atteso che lo stesso è stato posto nelle condizioni di esercitare le sue facoltà di controdeduzione sui fatti dai quali emerge la prova evidente mediante interrogatorio preventivo alla formulazione della richiesta o                         la rituale   notificazione dell’invito a comparire, se non accolto. Il contraddittorio tra le parti in riferimento all’ammissibilità   del giudizio immediato si esplica secondo tale schema, -come del resto affermato anche dalla Corte Costituzionale nella ordinanza nr. 371 del 18/7/2002, che ha respinto per manifesta infondatezza la questione di incostituzionalità deM’art. 455 cod. proc. pen., sollevata per il giudizio immediato ordinario sotto il profilo della mancata possibilità per l’imputato di intervenire prima della decisione del g.i.p. (vedi altresì ordinanza C.C. nr. 203 del 2002)-, e non necessariamente attraverso il solo subprocedimento di riesame, presupposto non indefettibile, ma che può anche mancare quando l’interessato non lo attivi.

Oltre a ciò, si rileva che la disposizione di cui al comma 1-ter dell’art. 453 cod. proc. pen., non impone quale condizione di ammissibilità del giudizio immediato custodíale che la misura limitativa della libertà personale sia divenuta irrevocabile a seguito di pronuncia definitiva del giudice dell’impugnazione cautelare, la quale in ogni caso non potrebbe, per la sua natura intrinseca, esprimere alcuna valutazione sul profilo della superfluità dell’udienza preliminare, tant’è che l’introduzione del rito può avvenire anche in pendenza dei termini per proporre ricorso per cassazione avverso la decisione del tribunale del riesame o nelle more della decisione del giudice di legittimità e deve essere negata solo se il titolo custodíale sia revocato o annullato per carenza di gravità indiziaria, secondo la previsione dell’art. 455 cod. proc. pen, comma 1-bis.

1.2    II rigetto dell’eccezione preliminare sollevata dalle difese s’impone anche sotto diverso profilo.

1.2.1   Anche qualora si volesse assegnare credito all’impostazione difensiva che ravvisa la nullità del decreto di giudizio immediato perché emesso nel difetto delle condizioni di ammissibilità del rito alternativo, tale patologia procedimentale non può essere sanzionata con la nullità assoluta ed insanabile del decreto e di tutti gli atti processuali conseguenti ai sensi dell’art. 179 cod. proc. pen., comma 1.

1.2.2               Come efficacemente affermato da questa Corte (sez. 1, n. 15239 del 7/12/2011, Gallo, rv. 252255) con orientamento che si condivide e riafferma, la violazione della norma processuale che subordina la richiesta di giudizio immediato nei confronti di chi si trovi sottoposto a custodia cautelare alla definizione del procedimento di riesame o al suo mancato esperimento non incide sull’assunzione dell’iniziativa del pubblico ministero nell’esercizio dell’azione penale, che, al contrario, è avvenuto, ma in modo intempestivo ed anticipato rispetto allo schema procedurale previsto, nè esclude la partecipazione del pubblico ministero al procedimento e nemmeno quella dell’imputato, che in seguito a decreto di giudizio immediato è citato a giudizio, così come il suo difensore. Residua soltanto il profilo della possibile violazione del diritto di intervento dell’imputato, causa di nullità ai sensi dell’art. 178 cod. proc. pen., comma 1 lett. c), ma in tal caso si tratterebbe di una nullità a regime intermedio, soggetta alle modalità di deduzione previste dall’art. 182 cod. proc. pen..

In senso conforme si sono espresse plurime pronunce di legittimità (Cass. sez. 5, n. 1245 del 21/01/1998, Cusani, rv. 210027; sez. 2, n. 17362 del 06/04/2011, Caputo, rv. 250078; sez. 6, nr. 44844 dell’1/10/2007, Arosio e altro, rv. 238030; sez. 2, n. 40231 del 28/09/2005, Amoroso, rv. 232768; sez. 6, n. 25968 del 15/04/2010, Fibbi, Rv. 247817) in merito alla simmetrica questione, postasi per il giudizio immediato ordinario, dell’omesso preventivo interrogatorio dell’indagato in violazione dell’art. 453 cod. proc. pen., comma 1, con argomenti di immutata validità per il presente caso perché in entrambi i casi l’omissione avrebbe impedito alla parte privata di interloquire sulla richiesta di accesso al rito immediato.

1.2.3   Inoltre, merita piena condivisione anche il rilievo, operato dalla Corte territoriale nella sentenza impugnata, secondo il quale la proposizione, dopo la pronuncia del decreto di giudizio immediato, in tesi difensiva viziato di nullità, della richiesta degli imputati di ammissione al rito abbreviato condizionato ed il suo accoglimento sanano l’eventuale nullità a regime intermedio, verificatasi nella fase precedente di introduzione del rito speciale (sez. 6, n. 25968 del 15/04/2010, Fibbi, rv. 247817; sez. 1, n. 19948 del 5/5/2010, Merafina, rv. 247566; sez. 2, n. 30445 del 05/07/2012, Amri ed altri, non massimata).

Al riguardo, assume valore decisivo la proposizione di istanza da parte dell’imputato volta ad ottenere la definizione del procedimento allo stato delle acquisizioni probatorie, offerte dalle indagini preliminari, non quindi ad ostacolare l’approdo del processo al giudice del dibattimento, ma ad ottenere la sua decisione da parte del giudice per l’udienza preliminare. Siffatto comportamento processuale ha il significato univoco di accettazione degli effetti del decreto di citazione affetto da nullità, la cui validità si prova in concreto di non avere interesse a contestare; pertanto, in conformità alla disposizione dell’art. 182 cod. proc. pen., che inibisce alla parte di sollevare questioni di nullità se non ha interesse all’osservanza della disposizione violata, chi ha chiesto ed ottenuto l’ammissione al giudizio abbreviato non può poi dedurre l’eccezione di nullità del decreto di citazione (Cass. Sez. U, n. 39298 del 26/09/2006, Cieslinsky e altri, rv. 234835).

Né tale conclusione può essere efficacemente contraddetta dall’obiezione difensiva secondo la quale non può esigersi dall’imputato la rinuncia al rito abbreviato solo per poter sollevare l’eccezione di nullità al dibattimento ed ottenere la relativa declaratoria con regressione del processo: in realtà si tratta di scelte processuali dal significato difensivo antitetico, posto che la parte non è affatto gravata dall’onere di sollevare una questione di nullità non assoluta, ma vi procede in tanto in quanto ciò risponda al suo interesse in relazione alle strategie difensive prescelte. Se accetta il giudizio speciale, ancorché introdotto da atto nullo, dimostra nei fatti di ritenere rispondente alle proprie esigenze una definizione più rapida del giudizio ed il conseguimento dello sconto di pena previsto dall’art. 442 cod. proc. pen.; se, al contrario, intende avvalersi del puntuale rispetto delle norme processuali che presiedono al rito immediato per poter ritualmente interloquire sui suoi presupposti e contestarne l’ammissibilità, deve farlo al dibattimento con il prolungamento dei tempi processuali anche sotto il profilo della durata dei termini di fase della misura cautelare.

Inoltre, la soluzione della questione non è condizionata dalla menomazione delle facoltà della parte privata, dal momento che il passaggio alla fase giudiziale del processo mantiene in capo all’imputato tutte le possibilità difensive quanto alla richiesta di riti alternativi ed alla formulazione di istanze istruttorie; in concreto poi emerge che il G. ha ottenuto l’ammissione al giudizio abbreviato condizionato alle integrazioni probatorie richieste e nessuno dei due ricorrenti ha indicato quale attività processuale avrebbe potuto compiere al dibattimento e quale beneficio avrebbe potuto conseguire e non ha ottenuto per aver dovuto accedere al rito abbreviato al fine di fruire della diminuzione della pena.

Quanto all’inutilità di esperire la procedura di riesame una volta intervenute due conformi pronunce di condanna nel procedimento principale, è sufficiente replicare che con la piena “discovery” attuata con il decreto di citazione a giudizio immediato l’imputato è stato posto nelle condizioni di prendere conoscenza di tutti gli atti d’indagine, compresi quelli utilizzati per l’applicazione della misura custodíale, che, se interessato, avrebbe potuto impugnare prima che il giudizio si fosse concluso anche in primo grado al fine di ottenerne la revoca.

Per tutte le considerazioni svolte la decisione impugnata sul punto merita piena condivisane, perché rispettosa dei parametri di riferimento e degli orientamenti richiamati, senza sia dato rinvenire nella sequenza procedurale specifica alcun profilo di compromissione dei diritti di difesa degli imputati, che dimostri il contrasto tra l’interpretazione propugnata e le garanzie costituzionali di cui agli artt. 3 e 24 Cost., nonché il principio di effettività della tutela di cui all’art. 47 CEDU.

2.               Anche in merito al rigetto dell’eccezione d’inutilizzabilità dei risultati delle operazioni di intercettazione telefonica, disposti con decreto nr. 871/99, la decisione della Corte territoriale supera le critiche mosse dalla difesa del C.. In particolare, si è ritenuto il decreto autorizzativo corredato da congrua giustificazione in ordine all’indisponibilità delle linee telefoniche esistenti presso gli uffici della Procura della Repubblica di Lecce, attestata dallo stesso P.M. disponente, nonché dal personale di polizia giudiziaria nella richiesta, che dava atto di come sino a quel momento e dall’inizio dell’attività investigativa, a causa di concomitanti investigazioni condotte con lo stesso mezzo di ricerca della prova, le captazioni fossero state condotte presso gli uffici del Comando provinciale dei Carabinieri di Taranto, secondo quanto risultato dagli altri decreti e dalle richieste in atti. Ha quindi aggiunto che, trattandosi provvedimento urgente emesso dal P.M., l’intervento della successiva convalida da parte del g.i.p. aveva precluso la possibilità di discutere ulteriormente dei profili di nullità dedotti, richiamando sul punto l’orientamento interpretativo, espresso da questa Corte, che si condivide appieno (Cass. sez. 1, nr. 11561 del 5/2/2013, Tavelli ed altri, rv. 255336; sez. 4, n. 45700 del 22/10/2008, Sinopoli, rv. 242001; sez. 5, n. 37699 del 17/07/2008, Vottari, rv. 241949; sez. 6, n. 775 del 21/11/2006, Attolino ed altri, rv. 235803 ) e che il ricorso del C. non contraddice, preferendo ignorarlo, con la conseguenza di risultare aspecifico sul punto.

3.                   Quanto al merito della decisione, entrambi i ricorrenti sottopongono a serrate critiche di carenza, contraddittorietà ed illogicità il ragionamento probatorio esposto nella sentenza impugnata e la valutazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.

I   giudici di merito con conforme statuizione ed analitica disamina hanno riscontrato l’avvenuta acquisizione di un compendio probatorio univoco e significativo, costituito dalle dichiarazioni, ritenute attendibili e convergenti, rese dai collaboratori di giustizia F. P. ed E. P., entrambi già intranei al medesimo sodalizio Omissis ed alla sua componente di Omissis, i quali avevano appreso l’identità degli autori dell’omicidio del D. G. e le relative motivazioni in momenti diversi direttamente dagli imputati, il primo da C. G.i nel 2002 durante un periodo di comune detenzione, il secondo da F. C. in detenzione e da S. C. nel 2006 in un periodo di libertà, nonché direttamente da C. G. tra settembre ed ottobre 2002 quando entrambi erano ristretti presso la casa circondariale di Lecce. A fronte di tale ricostruzione del fatto, le obiezioni difensive non colgono nel segno.

3.1    In primo luogo osserva questa Corte che l’addebito di approssimazione e superficialità nella motivazione per avere l’estensore confuso i nomi dei fratelli degli imputati è ingeneroso e comunque irrilevante, dal momento che ciò si è verificato soltanto a pag. 5 della sentenza, ove nel riassunto delle ragioni della decisione impugnata era stato indicato G. G. in luogo di F. C., senza che però l’errore si sia ripetuto ed abbia inciso sulla ricostruzione dei fatti.

3.2    La sentenza in verifica ha già respinto le obiezioni incentrate sulla possibile

derivazione non originale delle informazioni riversate nel processo dai collaboratori per averle costoro apprese da organi di stampa, i quali avevano diffusamente riportato notizie sull’omicidio del D. G. e sulle relative indagini: ha rilevato al riguardo l’inverosimiglianza di tale assunto in relazione alla pubblicazione degli articoli di cronaca locale soltanto il 19 e 20 luglio 2002, quindi cinque anni prima che E. P. nel corso delle indagini fornisse le sue propalazioni, rese sei anni dopo il delitto, con tutte le ovvie difficoltà di memorizzazione di quanto ivi riportato, se non realmente vissuto, nonché l’impossibilità di acquisire conoscenza dei fatti descritti dagli atti di altri procedimenti, posto che per l’uccisione del D. G. il procedimento era stato inizialmente archiviato. Parimenti, per l’apporto conoscitivo del P., la relativa genuinità ed originalità rispetto al resoconto giornalistico si è dedotta dall’avere egli riferito particolari fattuali del tutto inediti, quali l’identità dei funzionari di polizia, coi quali il D. G. era in rapporti, rivelati formalmente nel processo dal fratello della vittima soltanto tre anni dopo nell’interrogatorio di garanzia del 9/10/2006, ed i dissapori intercorsi tra costui ed il G..

Si assume da parte della difesa che il P. potrebbe avere appreso le notizie riferite dalla vittima, abile corruttore di poliziotti, oppure da altri associati del medesimo contesto criminale, quando si era diffusa tra costoro la notizia dell’imminente cattura nel novembre 2001 in forza dell’ordinanza custodíale, emessa nel procedimento c.d. “Omissis”, non già dal G.; si tratta però di una mera congettura, priva di riscontri circa l’effettivo rapporto corruttivo, in luogo di un reciproco scambio di informazioni, che aveva legato il D. G. agli ispettori del Commissariato di Omissis, e di una ragionevole giustificazione per il mendacio sul punto da parte del collaboratore. Inoltre, la sentenza si è data carico di illustrare le ragioni per le quali ha ritenuto credibile che il ricorrente G. avesse fatto le confidenze, poi rivelate dai collaboratori, nei brevi periodi di comune detenzione.

2002                Al riguardo ha evidenziato che, per quanto attiene alle notizie apprese dal P., la carcerazione nel medesimo istituto in cui era stato ristretto il G. era stata dimostrata per il periodo riferito, mentre le ragioni di tali rivelazioni erano da rinvenire nella vicinanza criminale tra il collaboratore ed i fratelli G., appartenenti allo stesso raggruppamento delittuoso, già facente capo ai fratelli L.: il P. dal canto suo aveva, infatti, riferito che nel 2002 F. C., fratello del ricorrente A., era solito comunicare con G. G. per il tramite del P., soggetto di loro fiducia, al quale era stato conferito il grado di “sgarro” verso la fine del 1999 da G. L. alla presenza di C. G., quindi nell’ottobre del 2002 l’ulteriore grado di “santa” dallo stesso P. all’interno del carcere di Lecce e che quando il P. aveva perpetrato l’omicidio di V. C. vi aveva presenziato proprio C. G., al quale evidentemente era legato da vincoli di comunanza d’interessi delittuosi e di solidarietà, che, unitamente alla comune militanza nella Omissis, danno conto in modo ragionevole di confidenze su temi così compromettenti.

3.2.1   Le rivelazioni effettuate dal G. al P. sono state considerate come plausibili in un contesto storico di transizione allorché, approdati i fratelli C. e G. L. alla scelta della collaborazione con la giustizia, si era posta la necessità per quanti, come i G. ed i C., avevano con costoro condiviso esperienze di criminalità organizzata, di evitare uno scontro diretto e sanguinoso con la fazione capeggiata dal P. e dallo stesso P. e di rinvenire nuovi referenti, visti i contrasti già in atto e tradottisi in episodi aggressione avvenuti in carcere; l’avvicinamento al P., operato dal G., aveva dunque comportato anche la necessità di fornirgli delle spiegazioni sulle ragioni dell’omicidio del D. G., sia in ragione della posizione di vertice del P. nella frangia della Omissis che capeggiava all’epoca col P., sia perché la vittima aveva fatto capo allo stesso gruppo, a favore del quale aveva elargito contribuzioni economiche.

Alla luce di tali spiegazioni, fornite dal P., la Corte distrettuale ha ritenuto credibile che il G. avesse dovuto giustificare con questi l’azione omicidiaria e gli avesse rappresentato, sia il risentimento personale per avere il D. G. abbandonato il di lui fratello G. ed essere transitato con altri affiliati nel gruppo del P. sia l’avversione nutrita per essere stata la vittima un informatore delle forze dell’ordine, convincimento maturato anche da F. C., tratto in arresto nel Nord Italia il giorno seguente ad un colloquio telefonico col D. G., ritenuto autore di una “soffiata” in suo danno.

3.2.2   Non risponde al vero che i giudici di appello abbiano riscontrato il profilo di insanabile contraddittorietà, denunciato dalla difesa, tra le due ragioni che avrebbero ispirato i sentimenti di rancore nutriti dal ricorrente verso la vittima; al contrario, a pag. 13 della motivazione hanno segnalato come il P. fosse autore di una narrazione che aveva ben spiegato le motivazioni dell’avvicinamento alla propria fazione del G. e dell’ostilità da questi nutrita verso la vittima. Tale particolare del resto è stato riferito concordemente e con modalità autonome anche dal P. in merito alla medesima vicenda dell’avvenuta affiliazione da parte del D. G “dei ragazzi di G. G.” ed ai timori che l’ucciso fosse un informatore della polizia, come riportato testualmente nella sentenza di primo grado a pag. 8 della motivazione, senza che la relativa conoscenza fosse stata ricavata da fonti giornalistiche o dai rapporti col gruppo del P., posto che il suo grado poco elevato nel 2002 non gli avrebbe consentito l’accesso a quel tipo di informazioni, peraltro acquisite in un momento storico antecedente di anni alla collaborazione con la giustizia del P..

3.2.3   Quanto al dedotto travisamento della prova in riferimento alla rievocazione degli antecedenti storici del delitto e dei nuovi assetti organizzativi della S.C.U., successivi allo spodestamento del capo storico G. R. da parte di M. P., la difesa del G. assume che per effetto di non corretta percezione si era ritenuto provato dai giudici di appello che costui avesse nutrito rancore contro il D. G per avere egli riunito attorno a sé coloro che erano stati affiliati al fratello G., cosa smentita dal fatto che quest’ultimo, secondo il P., nell’assumere la decisione di mantenersi equidistante tra il vecchio capo R. ed il nuovo P., aveva esortato i propri sodali ad avvicinarsi al P.. Tanto escluderebbe ogni possibile accusa di tradimento a carico del D. G, il quale, nell’avvicinarsi al gruppo del P., si era attenuto alle indicazioni del suo capo precedente, così come aveva fatto C. G..

L’obiezione trae spunto da quanto riferito dal P., ma deve escludersi che effettivamente la Corte di secondo grado sia incorsa in una lettura travisante delle dichiarazioni del predetto collaboratore, che, per quanto riportato testualmente nella sentenza di primo grado, aveva fatto riferimento ad una lettera inviata dal carcere da G. G. e R. G., senza però collocare l’evento in un momento storico preciso e senza consentire di comprendere come, quando e perché l’ex capo avesse impartito tali istruzioni; non può dunque logicamente escludersi che tanto si fosse verificato quando il G. si era trovato ormai isolato ed incapace di mantenere legati a sé i suoi affiliati. Rileva piuttosto che il P. abbia collocato in tale fase l’affiliazione al D. G, passato sotto la direzione del P., di quasi tutti i “ragazzi” del G. e quindi l’assunzione di una posizione di potere e prestigio, il che rende credibile che C. G. possa avere nutrito risentimento nei suoi confronti a titolo personale per avere egli offuscato l’immagine del fratello ed averne preso il posto, nonostante tali accadimenti fossero avvenuti senza destare altre reazioni oppositive nella consorteria ed anzi col consenso della fazione dominante. Del resto, per quanto deducibile dalla citazione testuale dell’interrogatorio del P., anche quest’ultimo ha riferito lo stesso motivo di rancore del G. verso il D. G che “aveva preso con sé i ragazzi di G. G., fratello di C.”, il che realizza la convergenza del molteplice sotto il profilo del movente specifico del delitto.

3.2.5 L’individuazione della concorrente causale dell’omicidio, legata ai sospetti che la vittima fosse un informatore delle forze dell’ordine, non è frutto di elaborazione fantasiosa ed opinabile dei giudici di merito; al contrario entrambe le sentenze evidenziano come tutte le fonti dichiarative, compreso il collaboratore C., avessero riferito tali sospetti. La difesa del G. ripropone l’obiezione sull’inverosimiglianza di tali timori, dal momento che l’operazione c.d. “Omissis” era stata condotta dai Carabinieri e non dalla Polizia di Stato, ma in tal modo non riesce a dimostrare l’illogicità della ritenuta irrilevanza di tale circostanza; la sentenza in esame ha piuttosto evidenziato come la plausibilità dei sospetti nutriti a carico del D. G nascesse dalla concomitanza tra l’arresto di F. C. e quello cui era fortunosamente sfuggito C. G., la conoscenza da parte della vittima dei rispettivi luoghi di latitanza dei sodali ed i contatti telefonici intercorsi fra di essi poco prima delle operazioni delle forze dell’ordine, il che poteva avere ingenerato il convincimento che dietro siffatte iniziative vi fosse colui che poi sarebbe stato ucciso, sicuramente in rapporti con esponenti della Polizia dì Stato, secondo quanto riferito anche dal fratello.

Inoltre, i ricorsi non oppongono fondate censure alla considerazione della possibile coesistenza in capo agli stessi autori del delitto di più moventi diversi, convergenti nell’indurre alla soppressione del D. G, loro inviso per contrasti risalenti ed altri più recenti, nonché sospetto traditore dei suoi stessi sodali.

3.3   Si contestano poi da parte della difesa del G. i rilievi sulla presenza del ricorrente latitante nella zona del basso Salento, prossima al luogo di sepoltura della vittima, dal momento che alcuna notizia consentirebbe di ritenere il D. G ucciso nel punto di ritrovamento del suo corpo e non lì trasportatovi in seguito e tale circostanza, utilizzata quale riscontro esterno alle propalazioni dei collaboratori, si porrebbe in contrasto col fatto che il ricorrente era stato presente nella zona di Presicce soltanto a partire dal 26 novembre, quattro giorni dopo la morte del D. G.

3.3.1                 La censura non può essere accolta, in quanto non contrasta in modo logico, completo ed efficace le più articolate argomentazioni della sentenza impugnata, che a pag. 16 ha riscontrato come dal 26 novembre 2001 fosse avvenuto il tracciamento di uno soltanto dei telefoni cellulari a disposizione del G. latitante, non l’altro col quale aveva intrattenuto conversazioni con la moglie nei giorni precedenti, dalla quale era evidentemente distante. Inoltre, si è rimarcato come dalle investigazioni condotte fosse emersa la certa presenza del G., favorito nella latitanza da A. O., nella zona di Acquariva del Capo nei giorni precedenti l’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare nell’operazione “Omissis” ed in quelli successivi nell’area di Presicce, ove era stato rinvenuto semisepolto il cadavere D. G: tali circostanze sono state considerate altamente significative, perché in grado di collegare la sua persona al delitto, la vicinanza alla zona del seppellimento della vittima, nonostante la distanza con Mesagne e la sua zona d’influenza criminosa, nonché la disponibilità di un ausilio logistico da parte di soggetto conoscitore dei luoghi, necessario per agire in sicurezza. In tal senso la sentenza ha rilevato che l’interpretazione di alcune telefonate intercettate convince della presenza del G. in Acquariva del Capo già il 10 novembre 2011, cosa che gli aveva consentito di prendere conoscenza dei luoghi, risultati rilevanti per la ricostruzione dell’omicidio, mentre l’analisi dei dati del traffico telefonico e delle celle agganciate dimostra i suoi movimenti nell’area del basso Salento tra Salice Salentino ed Acquariva,- luoghi ove erano stati rinvenuti l’autovettura della vittima, distrutta dalle fiamme ed il suo cadavere-, nei primi giorni di dicembre ed il 15 dicembre 2001, giorno antecedente il ritrovamento del corpo.

3.3.2   Tali emergenze fattuali sono state poste in relazione con altri dati oggettivi rilevanti, ossia la dimostrata conoscenza anche da parte di A. C. dell’abitazione dell’O. ove si era nascosto il G., nonché la frequentazione di un ristorante, situato sulla strada litoranea Gallipoli-S. Maria di Leuca, da parte della vittima e dei due imputati, riconosciuti come clienti dai gestori del locale, il che avvalora quale riscontro oggettivo le indicazioni del P. sul fatto che il D. G sarebbe stato attirato dai due assassini in luogo ove trascorrere insieme la latitanza per sfuggire all’esecuzione dell’ordinanza custodíale del procedimento “Omissis”.

3.3.3   La difesa sostiene poi che non vi era prova del fatto che il G. si fosse trovato nel basso Salento il 23 novembre 2001, giorno di esecuzione di tale provvedimento cautelare, avendo egli trascorso la latitanza lontano dalla Puglia; contesta la lettura offerta dalla Corte di Assise di Appello dei dialoghi intercettati in quella data, secondo la quale quel giorno egli, tramite il fratello D., aveva contattato e poi incontrato A. o S. C., oppure entrambi, “in zona”, ossia nel Salento o comunque nel brindisino, ove erano stati eseguiti gli arresti, mentre dall’informativa dei Carabinieri agli atti era emerso che S. C. si era recato in Parma a colloquio col fratello F., sicché anche l’incontro col G. dove essere avvenuto in quell’area, lontana dalla Puglia.

Cita a conforto di tale assunto quanto deducibile dall’informativa, sostenendo non essere stato correttamente inteso, ma trascura che i dati relativi non sono stati resi disponibili per questa Corte in modo rituale con l’allegazione al ricorso o con la trascrizione integrale dell’atto, emergendo dunque il difetto di autosufficienza dell’impugnazione.

Inoltre, se, come afferma il ricorrente, non era stato possibile stabilire se l’incontro del G. fosse avvenuto con S. o A. C., non può nemmeno affermarsi con certezza che si fosse verificato nel parmense, anziché nel brindisino. Poiché nulla afferma con certezza la sentenza sul giorno e sull’ora dell’uccisione del D. G, circostanze sulle quali non si è potuto acquisire dati di conoscenza, non può nemmeno eccepirsi come improbabile che la mattina del 23 novembre 2001 il G. non avesse saputo ove si fosse trovato il correo A. C., non potendo logicamente escludersi che dovessero proprio accordarsi per commettere l’omicidio, o, in alternativa, che l’avessero già commesso e si fossero separati per non destare sospetti.

Anche le obiezioni sul presunto contrasto tra le informazioni fornite dai congiunti della vittima sull’assenza di contatti con la stessa dopo le ore 18.00-18.30 del 22 novembre 2001 e quanto riferito dai collaboratori di giustizia circa la commissione del delitto all’inizio della latitanza concordata con gli imputati, oltre ad investire profili fattuali, che questa Corte non può valutare direttamente, non denunciano un reale contrasto, quanto piuttosto una congettura difensiva sul fatto che il D. G. si sarebbe allontanato da casa quel giorno senza aver maturato l’intenzione di non farvi più rientro per darsi alla latitanza. Per contro, per quanto riportato nella sentenza impugnata, la moglie dell’ucciso aveva riferito di aver sentito per l’ultima volta il marito alle ore 18.00 del 22 novembre e che questi le aveva promesso che si sarebbe fatto risentire, il che significava effettivamente un suo allontanamento da casa e non il rientro presso la stessa; parimenti, sotto il profilo logico, nulla esclude che, pur avendo abbandonato il luogo di abituale dimora, egli avesse intenzione di incontrare il fratello in Mesagne, ma in altro luogo da concordare.

Va comunque segnalato che nella narrazione dei collaboratori, sforniti di notizie dettagliate per non avere preso parte all’omicidio, il momento dell’omicidio non viene collocato ad un orario o in un giorno preciso, ma soltanto all’inizio della latitanza, il che non offre certezze sull’esatta collocazione temporale del delitto e priva di valore la contestazione difensiva.

Né può tenersi conto di informative di p.g., evidenziane il protratto traffico telefonico interessante l’utenza cellulare della vittima anche dopo la sua sparizione, dal momento che sul punto il ricorso del G. incorre nuovamente nel difetto di autosufficienza; poiché tali informazioni non sono riportate nelle sentenze, la rituale deduzione della carenza motivazionale avrebbe richiesto la produzione degli atti o la loro testuale ed integrale trascrizione, adempimenti la cui mancanza impedisce di prendere in esame la censura, senza contare che non si specifica che tipo di contatti, se in entrata o in uscita e con quali numeri l’utenza sarebbe stata attiva, il che anche sul piano logico non incrina la tenuta complessiva della valutazione degli elementi probatori.

Infine, alla luce degli elementi acquisiti, non hanno pregio nemmeno le censure che protestano l’estraneità del G. all’occultamento del cadavere ed al porto dell’arma impiegata nell’omicidio; per quanto rimaste ignote le relative circostanze fattuali di perpetrazione, l’essere avvenuto il delitto quando la vittima aveva già lasciato la sua abitazione per darsi alla latitanza, come del resto il G., nonché il suo seppellimento in zona di campagna consentono di inferire in modo logico e consequenziale il compimento di tali attività e del porto dell’arma da parte degli unici soggetti accusati di avere realizzato l’omicidio.

3.4                La difesa del C. ha riproposto le censure mosse anche all’utilizzo, quale elemento di riscontro agli apporti conoscitivi delle fonti dichiarative, della conversazione telefonica del 17 dicembre 2001, intercorsa alle ore 17.02 del 17/12/2001, cioè il giorno successivo al ritrovamento del cadavere del D. G, tra S. ed A. C., il cui testo è riportato nella sentenza di primo grado; ha ribadito la sua erronea interpretazione perché non riferita alla scoperta del corpo della vittima, ma ad un borsone pieno di armi, che sarebbe stato sequestrato effettivamente in seguito.

3.4.1    La tematica è stata già risolta dalla Corte di secondo grado con motivazione esauriente e del tutto logica, con la quale ha osservato che il dialogo era intervenuto dopo che l’identificazione in via informale del cadavere del D. G era stata compiuta dai Carabinieri la sera del 16 dicembre 2001 già in base alle sole indicazioni fornite dalla di lui moglie, mentre quella ufficiale era avvenuta l’indomani alle ore 11.00 mediante il riconoscimento da parte del fratello, del cognato e di un amico dell’ucciso, cosa che aveva consentito alla notizia di circolare rapidamente in un piccolo centro come Mesagne ed essere nota già alle ore 17.00 di quello stesso giorno.

Inoltre, partendo dalle espressioni testuali impiegate, ha disatteso l’interpretazione alternativa fornita dalle difese ed escluso che gli interlocutori avessero espresso timori per il possibile ritrovamento di un borsone contenente armi o comunque per la perquisizione effettuata presso il domicilio di A. C.; in tal senso ha evidenziato che a costui il fratello S. aveva comunicato che le forze dell’ordine si erano recate per lui ed in riferimento a dei “documenti che hai strappato”, non a casa, ma in un luogo ove essi tenevano le terre e che avevano zappato, scoprendo qualche cosa di compromettente, cosa che lo stava preoccupando. Ebbene, secondo la Corte distrettuale, l’oggetto sottinteso del dialogo non poteva identificarsi nelle armi, in quanto: il borsone che le aveva contenute sarebbe stato rinvenuto in epoca successiva di diversi mesi alla conversazione; la perquisizione domiciliare effettuata nei confronti di A. C. quel 17 dicembre era avvenuta presso la sua abitazione e non in campagna, come invece affermato da S. C.; tale attività non aveva comportato alcuno scavo, dal quale poter dissotterrare qualcosa.

Per contro, l’unica attività comportante il disseppellimento, compiuta in quei giorni, di cui poteva essere a conoscenza S. C. era quella relativa alla scoperta del corpo del D. G., argomento che aveva suscitato viva preoccupazione e che, per la sua delicatezza, aveva richiesto l’impiego di termini criptici, non compresi nemmeno dal fratello A.. Inoltre, il riferimento ad un’azione violenta di distruzione, avvenuta in zona di campagna, diversa dall’abitazione, è stato in modo logico e plausibile inteso come allusivo all’azione di uccisione e di sotterramento del corpo del D. G, mentre se riguardante effettivamente ortaggi e coltivazioni avrebbe dovuto essere facilmente inteso dall’imputato e se allusivo all’occultamento di armi non avrebbe imposto l’accenno ad attività violenta di strappo.

Ha dunque concluso che il dialogo offriva effettivamente un concreto ed apprezzabile riscontro alle propalazioni dei collaboratori, non potendo escludersene la valenza anche nei riguardi del G., dal momento che le espressioni erano convenzionali e di non immediato significato.

Le difese, nel riproporre il possibile diverso valore dimostrativo della conversazione, non collegato all’omicidio, sollecitano a questa Corte una differente valutazione di tali emergenze fattuali senza riuscire a dimostrare che quella assegnata dai giudici di merito pecchi di coerenza, razionalità e plausibilità rispetto al tenore letterale della comunicazione ed al contesto di riferimento.

Pertanto, nessuna censura può muoversi all’utilizzo probatorio della conversazione intercettata, dal momento che, ribadita la rilevanza di quanto emersone, l’interpretazione e la deduzione di elementi indiziari dal relativo contenuto è demandata alla valutazione giudiziale di merito, insuscettibile di diversa considerazione in sede di legittimità se, come nella fattispecie, congruamente motivata (ex multis: Cass., sez. 4, n. 22391 del 02/04/2003, Qehalliu Luan, rv. 224962; sez. 6, n. 17619 del 08/01/2008, Gionta e altri, rv. 239724; sez. 6 n. 14556 del 25/03/2011, Belluso e altri, rv. 249730; sez. 4, n. 34807 del 02/07/2010, Basile e altri, rv. 248089).
Va soltanto aggiunto che, per quanto riportato nella sentenza di primo grado, la cui motivazione si salda con quella del grado successivo, per la conformità di decisioni e di metodi di analisi del materiale probatorio, anche il P. aveva riferito del dialogo in esame, avendo affermato che, parlando dell’omicidio con S. C. dopo la sua scarcerazione, costui gli aveva esternato i propri timori per il valore indiziante di tale telefonata, nella quale in modo imprudente aveva riferito a qualcuno, che non gli aveva indicato, di avere fatto riferimento al ritrovamento del cadavere, parlando di “cozze” o qualcosa di simile.
La sentenza impugnata ha offerto corretta, logica ed esauriente replica a tutti i rilievi critici mossi dalle difese e ha dato prova di avere rispettato i criteri legali di valutazione delle chiamate in reità provenienti dai collaboratori di giustizia.

Al riguardo, va considerato che le predette fonti hanno effettuato delle chiamate in reità, apprese non per diretta partecipazione al delitto, ma per notizia appresa da altri, ossia i diretti imputati e, per quanto riguarda il P., anche i germani del ricorrente F. e S. C., il che consente di ravvisare la diversificazione dei loro informatori e della genesi indipendente delle loro conoscenze, frutto della comune militanza nella stessa organizzazione criminosa, dei vincoli di segretezza e solidarietà ad essa legati e di condivisione degli stessi obiettivi illeciti. La sentenza impugnata ha aderito al giudizio di piena utilizzabilità probatorie delle propalazioni dei collaboratori P. e P., ritenute attendibili per la credibilità soggettiva, l’attendibilità intrinseca, per la loro convergenza e per l’acquisizione di plurimi e significativi elementi di riscontro, valevoli per le posizioni di tutti e due i ricorrenti; nel suo percorso illustrativo la Corte di merito ha già replicato alle obiezioni poste con l’appello, che vengono riproposte perché nella prospettiva difensiva le risposte offerte sarebbero viziate da manifesta illogicità della motivazione e da violazione delle regole legali che presiedono alla valutazione della chiamata in correità ed in reità. Tali censure non hanno pregio perché la sentenza oppone a ciascuna contestazione un corredo di osservazioni, sopra esaminate, molto analitico, logico e del tutto plausibile, oltre che aderente ai criteri legali dettati dall’art. 192 cod. proc. pen., che rispecchia i principi di diritto, elaborati dalla giurisprudenza di legittimità, sul tema dell’utilizzo probatorio delle dichiarazioni di quanti, indagati o imputati del medesimo reato o di reati connessi, per avere riferito la commissione di fatti di reato da parte di terzi, siano autori di una chiamata in correità o in reità.
In particolare, è stato congruamente motivato da parte dei giudici di appello lo scarso valore dimostrativo assegnato alle notizie riferite dal collaboratore C., ma non per avere costui narrato la partecipazione dell’omicidio del solo C., da questi appresa, quanto per la scarsità di informazioni sulla vicenda e per l’assenza di specifici elementi di riscontro. E’ presente nell’iter valutativo dell’affidabilità dei dichiaranti anche l’espressa analisi della genesi delle loro conoscenze, non soltanto sotto il profilo della materiale possibilità di ricevere le confidenze degli imputati durante periodi di comune carcerazione, ma anche delle motivazioni per le quali il G. aveva dovuto giustificare al P., ossia al capo del gruppo in quel momento antagonista, l’omicidio di soggetto a lui vicino e ciò proprio per il contrasto in atto ed al fine di salvaguardare se stesso da iniziative ritorsive e di accreditarsi come interlocutore criminale affidabile.
Non va poi tralasciato che entrambe le pronunce hanno evidenziato come dalle

operazioni di intercettazione fosse emersa la prova dell’esistenza sino a pochi giorni antecedenti la scomparsa del D. G di contrasti tra questi ed i due imputati per dissensi nella gestione degli affari criminosi e  per l’insoddisfazione sui proventi ottenuti dal sodalizio, fatto rappresentato ad A. G.; tale emergenza è stata posta a conforto delle indicazioni del P. sul fatto che, durante i periodi di carcerazione, il D. G non aveva beneficiato del mantenimento da parte dell’organizzazione per l’ostilità di C. G. e viene ignorata dalle difese.

In definitiva, la sentenza in verifica resiste a tutte le contestazioni mosse dai ricorrenti in punto di responsabilità in ordine ai delitti loro ascritti.
Non altrettanto può dirsi in riferimento alla ritenuta sussistenza della circostanza aggravante della premeditazione, che è stata confermata con motivazione sbrigativa ed insoddisfacente, limitatasi ad affermare che, per essere stato il corpo della vittima sepolto in una buca sotto una lastra di cemento ed avere il P. riferito di modalità preparatorie, preordinate alla sua sparizione ed all’uccisione, ciò dimostrava che il delitto era stato da tempo organizzato in anticipo rispetto all’esecuzione. In realtà, il vuoto conoscitivo circa le circostanze concrete di realizzazione dell’omicidio, il momento di assunzione della decisione di compierlo ed il relativo luogo, l’equivocità in sé delle condizioni di occultamento del corpo senza vita dell’ucciso, non incompatibili con una deliberazione ed un’esecuzione anche improvvisa dell’omicidio, ma rispondenti all’esigenza di scongiurarne il ritrovamento per assicurare agli autori l’impunità, non consentono di ritenere congrua e logica tale motivazione, tale da rispondere efficacemente ai rilievi difensivi.

II riconoscimento della premeditazione, configurata come circostanza aggravante nei delitti di omicidio volontario e di lesioni personali, è condizionato dal positivo accertamento di due presupposti, uno cronologico, altro soggettivo, rispettivamente rappresentati da un apprezzabile, ma non preventivamente individuato dalla norma di legge, lasso di tempo intercorso tra l’insorgenza del proposito criminoso e la sua attuazione concreta, tale comunque da consentire la possibilità di riflessione circa la praticabilità e l’opportunità del recesso, e dalla perdurante determinazione criminosa nell’agente senza soluzioni di continuità e senza ripensamenti dal momento del concepimento dell’azione antigiuridica fino alla sua realizzazione. Il legislatore ritiene dunque meritevole di una punizione più severa colui che, rispetto alla situazione di ideazione e normale riflessione che usualmente precede l’agire umano, si distingue per la particolare fermezza e costanza nel tempo dell’intenzione criminosa e persevera senza incertezze nel proposito, perché tale atteggiamento rivela un dolo di maggiore intensità e quindi una più spiccata capacità a delinquere.
Questa Corte ha già affermato al riguardo che l’elemento cronologico non si presta in sé ad una quantificazione minima, oggettivabile e valevole in astratto per ogni caso secondo schemi astratti, ma richiede che il proposito delittuoso perduri per un’estensione temporale tale da consentire all’agente la riconsiderazione della decisione assunta e da far prevalere la spinta al crimine rispetto ai freni inibitori.
Inoltre, la ricostruzione probatoria della premeditazione non può esaurirsi nel mero accertamento del preventivo stazionamento sui luoghi, o dell’ acquisizione dei mezzi e degli strumenti materiali coi quali tradurre in pratica il proposito illecito, comportamento questo non qualificante perché antecedente anche una risoluzione criminosa assunta in via estemporanea e poi attuata: è, invece, necessario fare ricorso ad elementi estrinseci e sintomatici, individuati a livello esemplificativo nella causale dell’azione, nell’anticipata manifestazione dell’intento poi attuato, non contraddetto da condotte opposte, nella ricerca dell’occasione propizia, nella meticolosa organizzazione e nell’accurato studio preventivo delle modalità esecutive, nella violenza e reiterazione dei colpi inferti (Cass. S.U., n. 337 del 18/12/2008, Antonucci, rv. 241575; Cass. sez. 1, n. 47880 del 5/12/2011, Zhang Yng, rv. 251409; sez. 1, n. 47250 del 9/11/2011, Livadia, rv. 251502 in motivazione; sez. 1, n. 7970 del 06/02/2007, P.G. in proc. Francavilla, rv. 236243, sez. 1, n. 24733 del 21/5/2004, Defina, rv. 228510).

La sentenza non mostra di avere correttamente applicato tali criteri; pertanto, in parziale accoglimento delle impugnazioni proposte, va annullata quanto all’accertamento della circostanza aggravante della premeditazione ed in conseguenza anche alla determinazione del trattamento sanzionatorio anche in riferimento alle circostanze attenuanti generiche, invocate per la posizione del C., -avendo le sentenze di merito già efficacemente illustrato le ragioni della ritenuta sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 7 L. nr. 203/91-, con rinvio alla sezione distaccata di Taranto della Corte di Assise di Appello di Lecce per nuovo giudizio su tali punti, da svolgersi in base ai principi di diritto sopra esposti. Nel resto i ricorsi vanno respinti.
P. Q. M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla circostanza aggravante della premeditazione e rinvia per nuovo giudizio sul punto e conseguentemente sul trattamento sanzionatorio alla Corte di Assise di Appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto. Rigetta nel resto i ricorsi.

Così deciso in Roma, il 4 febbraio 2015. […]

 

 

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