Inail Durc e durc stazione appaltante, CdS Sent n. 5034 31 ottobre 2017: invito alla regolarizzazione (ex art 31 co. 8 dl 69 2013 conv. in l 98 2013) SOLO con riguardo al DURC chiesto da impresa all’ente previdenziale | Esclusione gara per DURC irregolare a data partecipazione, no regolarizzazioni postume: compatibile con art 45 direttiva 18 2004

Inail Durc e durc stazione appaltante, invito alla regolarizzazione art 31 comma 8 dl 69 2013: Consiglio di Stato sentenza n. 5034 31 ottobre 2017

La prima questione:

…se l’art. 31, comma 8, del d.l. 69/2013, conv. in legge 98/2013, e l’art.7 del d.m. ottobre 2007, recanti previsioni inerenti al cosiddetto invito alla regolarizzazione, trovino applicazione anche nel caso in cui il DURC sia richiesto dalla stazione appaltante;…

La soluzione del Consiglio (che riporta i chiarimenti di Adunanza Plenaria n. 5 2016):

Ai fini della partecipazione alle gare di appalto, anche dopo l’entrata in vigore dell’art. 31, comma 8, del d.l. 69/2013, convertito con modificazioni dalla legge 98/2013, non sono consentite regolarizzazioni postume della posizione previdenziale, dovendo l’impresa essere in regola con l’assolvimento degli obblighi previdenziali ed assistenziali fin dalla presentazione dell’offerta e conservare tale stato per tutta la durata della procedura di aggiudicazione e del rapporto con la stazione appaltante, e restando dunque irrilevante, un eventuale adempimento tardivo dell’obbligazione contributiva.

L’istituto dell’invito alla regolarizzazione (il c.d. preavviso di DURC negativo), già previsto dall’art. 7, comma 3, del decreto ministeriale 24 ottobre 2007 e recepito a livello legislativo dall’art. 31, comma 8, cit., può operare solo nei rapporti tra impresa ed ente previdenziale, ossia con riferimento al DURC chiesto dall’impresa e non anche al DURC richiesto dalla stazione appaltante per la verifica della veridicità dell’autodichiarazione resa ai sensi dell’art. 38, comma 1, lettera i), del Codice dei contratti, ai fini della partecipazione alla gara d’appalto.

[Per l’impostazione contraria vedi:

Obbligo preavviso di DURC negativo sussiste anche per il caso di richiesta proveniente dalla stazione appaltante]

Il secondo quesito:

…2) se il controllo d’ufficio e storico della regolarità contributiva da parte dell’amministrazione, senza possibilità di regolarizzazione in corso di gara, contrasti con la ratio ed il tenore dell’art. 45 della Direttiva 2004/18….

La soluzione dei giudici:

…com’è noto, con ordinanza 11 marzo 2015, n. 1236, la IV sezione del Consiglio di Stato ha rimesso alla Corte di Giustizia la seguente questione interpretativa: “Se l’articolo 45 della direttiva 2004/18, letto anche alla luce del principio di ragionevolezza, nonché gli articoli 49, 56 del TFUE, ostino ad una normativa nazionale che, nell’ambito di una procedura d’appalto sopra soglia, consenta la richiesta d’ufficio della certificazione formata dagli istituti previdenziali (DURC) ed obblighi la stazione appaltante a considerare ostativa una certificazione dalla quale si evince una violazione contributiva pregressa ed in particolare sussistente al momento della partecipazione, tuttavia non conosciuta dall’operatore economico – il quale ha partecipato in forza di un DURC positivo in corso di validità – e comunque non più sussistente al momento dell’aggiudicazione o della verifica d’ufficio”.

La sezione remittente aveva in particolare evidenziato un paradosso presente nella normativa italiana, ratione temporis applicabile, laddove da un lato impone all’amministrazione di rinunciare alla migliore offerta, e correlativamente, in un’ottica concorrenziale, impedisce al migliore offerente di accedere all’aggiudicazione, anche ove oggettivamente non possa mettersi in dubbio, avuto riguardo alla storia dell’imprenditore ed ai suoi comportamenti passati, nonché alla peculiarità ed incolpevolezza della temporanea irregolarità rilevata, che egli sia un imprenditore corretto ed affidabile. Dall’altro lato, la disciplina nazionale consente l’aggiudicazione ad un imprenditore che ha sempre manifestato irregolarità ed inadempienze, purché egli, al momento dell’offerta, si sia “messo in regola” con i requisiti previsti dal d.m. 24 ottobre 2007. Tale quadro normativo inibirebbe altresì alle stazioni appaltanti l’autonoma ponderazione del caso concreto, sul presupposto che la descritta valutazione legale di “irregolarità” operante nell’ambito e per tutta la procedura di evidenza pubblica, sia garanzia di parità di trattamento tra i diversi operatori economici partecipanti alla gara.

La Corte di Giustizia, con sentenza 10 novembre 2016 (causa C -199/15), ha sgombrato il campo dai dubbi sollevati dalla Sezione remittente.

Quanto alla compatibilità del diritto nazionale con l’art. 45 direttiva 2004/18/CE – nella parte in cui prevede l’esclusione dalla gara in caso di DURC irregolare alla data della partecipazione ad una gara d’appalto, anche qualora l’importo dei contributi sia poi stato regolarizzato prima dell’aggiudicazione o prima della verifica d’ufficio da parte dell’amministrazione aggiudicatrice – la Corte ha fondato la propria risposta affermativa sui seguenti argomenti: 

a) l’art. 45, paragrafo 2, della direttiva 2004/18 lascia agli Stati membri il compito di determinare entro quale termine gli interessati devono mettersi in regola con i propri obblighi relativi al pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali e possono procedere a eventuali regolarizzazioni a posteriori, purché tale termine rispetti i principi di trasparenza e di parità di trattamento; 

b) il potere di richiedere integrazioni documentali previsto dall’art. 51 della direttiva 2004/18 non può essere interpretato nel senso di consentire all’amministrazione aggiudicatrice di ammettere qualsiasi rettifica a omissioni che, secondo le espresse disposizioni dei documenti dell’appalto, debbono portare all’esclusione dell’offerente e comunque deve riferirsi a dati la cui anteriorità rispetto alla scadenza del termine fissato per presentare candidatura sia oggettivamente verificabile;

c) tali conclusioni valgono anche qualora la normativa nazionale, come quella italiana, preveda che la questione se un operatore economico sia in regola con i propri obblighi relativi al pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali alla data della partecipazione ad una gara d’appalto, risulti determinata da un certificato rilasciato dagli istituti previdenziali e richiesto d’ufficio dall’amministrazione aggiudicatrice, atteso che una tale modalità di accertamento è espressamente contemplata dall’art. 45, paragrafo 3, della direttiva 2004/18 in forza del quale le amministrazioni aggiudicatrici accettano come prova sufficiente che attesta che l’operatore economico non si trova nella situazione di irregolarità rispetto agli obblighi previdenziali, un certificato rilasciato dall’autorità competente dello Stato membro in questione e da cui risulti che tali requisiti sono soddisfatti; 

d) è irrilevante l’omesso preventivo avvio del procedimento di regolarizzazione previsto dall’art. 7, comma 3, d.m. 24 ottobre 2007, e ora recepito a livello legislativo dall’art. 31, comma 8, d.l. 21 giugno 2013 n. 69, a condizione che l’operatore economico abbia la possibilità di verificare in ogni momento la regolarità della sua situazione rispetto agli obblighi contributivi presso l’istituto competente; in tali casi egli non può opporre la dichiarazione, in buona fede, di una condizione di regolarità contributiva, certificata dall’ente e riferita ad un periodo anteriore alla presentazione dell’offerta, se, acquisendo le necessarie informazioni presso l’istituto competente, poteva verificare di non essere più in regola, per fatti sopravvenuti, con siffatti obblighi alla data della presentazione della sua offerta.

Quanto al dubbio del giudice remittente circa la compatibilità con l’art. 45 della direttiva 2004/18 delle disposizioni nazionali che privano le stazioni appaltanti di qualsiasi margine di discrezionalità, vincolandole tassativamente a disporre l’esclusione dei partecipanti privi dei requisiti, alla data di presentazione delle offerte, la Corte di Giustizia ha osservato che l’art. 45, paragrafo 2, della direttiva 2004/18 non prevede un’uniformità di applicazione a livello dell’Unione delle cause di esclusione ivi indicate, in quanto gli Stati membri hanno la facoltà di non applicare affatto queste cause di esclusione o di inserirle nella normativa nazionale con un grado di rigore che potrebbe variare a seconda dei casi, in funzione di considerazioni di ordine giuridico, economico o sociale prevalenti a livello nazionale. Ha concluso, pertanto, che tale disposizione non obbliga gli Stati membri a lasciare un margine di discrezionalità alle amministrazioni aggiudicatrici a tale riguardo….

Vedi anche:

Regolarità contributiva nuovo codice Appalti. Finanziamento pubblico a chi poi cede l’azienda e Durc negativo.

Casse edili, per rilascio DURC serve rappresentatività e reciprocità

Ultimi inserimenti:

Rinnovo permesso di soggiorno per…

Risarcimento danni pubblica amministrazione giurisdizione dopo SS.UU. 13454/2017

Risarcimento danno giudizio di ottemperanza art 112 cpa, CdS sent. n. 5043 31 ottobre 2017: ha ad oggetto equivalente monetario bene vita riconosciuto da giudicato in …

Criterio del prezzo più basso nuovo Codice Appalti, Tar Puglia sentenza n. 1109 30 ottobre 2017: la clausola del bando di gara che prevede quale criterio…

 

Consiglio di Stato sentenza n. 5034 31 ottobre 2017

[…]

per la riforma

della sentenza del T.A.R. LAZIO – ROMA, SEZIONE I TER, n. 11112/2015, resa tra le parti, concernente esclusione dalla gara per l’affidamento dei servizi di recupero, custodia ed acquisto veicoli oggetto di provvedimenti di sequestro, fermo o confisca – irregolarità contributive e fiscali – risarcimento dei danni;

[…]

FATTO

1. Si controverte sull’esito della procedura indetta dal Ministero dell’interno e dall’Agenzia del Demanio, con bando spedito per la pubblicazione sulla G.U.U.E. in data 17 luglio 2012, per l’affidamento, per ambiti territoriali provinciali, del servizio di recupero, custodia ed acquisto dei veicoli oggetto dei provvedimenti di sequestro amministrativo, fermo o confisca ai sensi dell’art. 214-bis del d.lgs. 285/1992 (numero gara: 4367259).

2. Per il lotto 7 (Provincia di Bari), il servizio era stato provvisoriamente aggiudicato al r.t.i. di cui è mandataria l’odierna appellante, ma, dopo quasi un anno (e quasi tre anni dal termine di scadenza di presentazione delle offerte), con nota prot. n. 2015/4412/DGPS-BM in data 4 marzo 2015, è stata comunicata al r.t.i. l’esclusione dalla gara per irregolarità contributive e fiscali riscontrate in danno di una delle mandanti (Omissis S.r.l.), ed è stata disposta l’aggiudicazione definitiva al secondo classificato (unico soggetto rimasto in gara).

3. L’odierna appellante ha impugnato l’esclusione dinanzi al TAR del Lazio, lamentando in particolare:

– l’omessa applicazione della procedura di regolarizzazione di cui all’art. 31, comma 8, del d.l. 69/2013;

– la violazione e falsa applicazione degli artt. 38 e 46 del Codice dei contratti pubblici, nonché la violazione degli artt. 45 della Direttiva 2004/18/CE e 49 e 56 TFUE, posto che le irregolarità contributive (relative ad un DURC del 23 settembre 2014, per l’importo di euro 2.542,41 inerenti a premi e accessori INAIL) e fiscali (dipese dalla verifica effettuata in data 24 luglio 2014 dall’Agenzia delle Entrate, che ha riscontrato la presenza di alcune cartelle di pagamento non pagate, per circa 22.500 euro complessivi), sono successive alla scadenza del termine di presentazione delle offerte (ottobre 2012), sono state rimosse prima della comunicazione dell’esclusione e comunque sono la diretta conseguenza di un comportamento colpevole imputabile alle stesse stazioni appaltanti le quali da anni non effettuano tempestivamente i pagamenti dovuti (la Omissis, gestore uscente della precedente gara, è creditrice per svariate centinaia di migliaia di euro).

4. Il TAR Lazio, con la sentenza appellata (I-ter, n. 11112/2015), ha dichiarato il difetto di giurisdizione riguardo alle censure concernenti le risultanze del DURC, e per il resto ha respinto il ricorso, affermando che:

– l’art. 31, comma 8, del d.l. 69/2013, conv. in legge 98/2013 e l’art.7 del d.m. ottobre 2007, recanti previsioni inerenti al cosiddetto invito alla regolarizzazione, si riferiscono agli enti preposti al rilascio del DURC e non impongono alla stazione appaltante di effettuare articolate indagini in ordine alle modalità di rilascio di tale certificazione, e comunque non trovano applicazione nel caso in cui il DURC sia richiesto dalla stazione appaltante per verificare il possesso dei requisiti di partecipazione dichiarati, dovendo essa applicare comunque l’art. 38 del Codice dei contratti pubblici in assenza dei requisiti richiesti;

– nel caso di specie ostava alla partecipazione alla gara anche l’autonoma irregolarità fiscale.

5. Nell’appello, si prospetta che:

– anzitutto, la pronuncia di difetto di giurisdizione sarebbe frutto di un abbaglio dei sensi, posto che il DURC è stato impugnato (non per il suo contenuto, bensì) unicamente ai fini della violazione dell’art. 31, comma 8, del d.l. 69/2013;

– l’art. 31, comma 8, cit., ha modificato per incompatibilità sopravvenuta l’art. 38 del Codice dei contratti, stabilendo che il requisito della regolarità contributiva deve sussistere soltanto alla scadenza del termine quindicinale assegnato dall’ente previdenziale per la regolarizzazione, e che, senza l’invito a regolarizzare, non si può ritenere che la violazione sia “definitivamente accertata”, come richiede l’art. 38, comma 1, lettera i), del Codice;

– conseguentemente, in mancanza dell’invito a regolarizzare, la stazione appaltante non avrebbe potuto disporre l’esclusione; tanto più che l’irregolarità si riferiva ad un momento di due anni successivi al termine di presentazione delle offerte, al momento del quale la mandante Omissis era in posizione regolare e comunque l’irregolarità sarebbe stata rimossa prima della comunicazione dell’esclusione;

– quanto all’altra causa di esclusione, si applicherebbe il medesimo principio secondo il quale l’irregolarità, per comportare l’esclusione, deve essere accertata e sussistere al momento della presentazione dell’offerta, mentre se è sopravvenuta e viene eliminata prima della comunicazione dell’esclusione, quest’ultima non può essere comminata; in un caso analogo, sarebbe stato affermato che, ai sensi dell’art. 45 della direttiva 2004/18/CE, solo i debiti tributari che mettano seriamente in dubbio la complessiva affidabilità patrimoniale e professionale del concorrente, e quindi che compromettano seriamente la prospettiva di una puntuale esecuzione dell’appalto, sono idonee ad integrare la causa di esclusione; nel caso in esame, l’irregolarità fiscale è di lieve entità, è sopravvenuta, ed è dipesa dal mancato pagamento dei crediti da parte della stessa stazione appaltante;

– l’applicazione testuale dell’art. 38 del Codice dei contratti, affermata dal TAR, contrasterebbe con gli artt. 45 della direttiva 2004/18/CE e 49 e 56 TFUE (come affermato da Cons. Stato, IV, n. 1236/2015, nel sottoporre la questione pregiudiziale alla Corte di giustizia).

7. Le Amministrazioni statali si sono costituite in giudizio chiedendo la reiezione del gravame.

8. Si è costituito in giudizio anche l’INAIL, sottolineando che dal 1° luglio 2015 gli enti previdenziali (ex d.m. 30 gennaio 2015, attuativo del d.l. 34/2014, conv. legge 78/2014) invitano il debitore a regolarizzare la propria posizione contributiva ogni qualvolta ne viene in evidenza una posizione debitoria, ma l’ente riguardo alle situazioni pregresse ha dato applicazione a circolari interpretative del Ministero che seguivano l’orientamento accolto dal TAR.

9. In prossimità della discussione l’appellante ha chiesto che il giudizio venisse sospeso in attesa della pronuncia della Corte UE sulla rimessione di cui all’ordinanza della IV Sezione, n. 1236/2015, cit., e della Adunanza Plenaria sulla rimessione di cui alle ordinanze della IV, n. 4542/2015 e della V, n. 4799/2015; in subordine, ha chiesto che i due organi venissero nuovamente investiti delle medesime questioni

9. In esito all’udienza del 3/3/2016, la Sezione, rilevato che medio tempore si era già pronunciata l’Adunanza Plenaria con sentenza n. 5/2016, ha disposto la sospensione del giudizio in attesa della ulteriore pronuncia della Corte di Giustizia sulla questione pregiudiziale indicata.

10. La Corte di giustizia si è successivamente pronunciata con sentenza 10 novembre 2016 (causa C -199/15).

11. L’appellante ha chiesto in conseguenza che il gravame venga deciso.

12. All’udienza del 14 settembre 2017 la causa è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

1. Le questioni giuridiche sulle quali le parti dibattono sono essenzialmente due: 1) se l’art. 31, comma 8, del d.l. 69/2013, conv. in legge 98/2013, e l’art.7 del d.m. ottobre 2007, recanti previsioni inerenti al cosiddetto invito alla regolarizzazione, trovino applicazione anche nel caso in cui il DURC sia richiesto dalla stazione appaltante; 2) se il controllo d’ufficio e storico della regolarità contributiva da parte dell’amministrazione, senza possibilità di regolarizzazione in corso di gara, contrasti con la ratio ed il tenore dell’art. 45 della Direttiva 2004/18.

2. Quanto alla prima questione – come già rilevato dal Collegio in sede di sospensione del giudizio – l’Adunanza Plenaria, con la sentenza n. 5/2016, ha chiarito che ai fini della partecipazione alle gare di appalto, anche dopo l’entrata in vigore dell’art. 31, comma 8, del d.l. 69/2013, convertito con modificazioni dalla legge 98/2013, non sono consentite regolarizzazioni postume della posizione previdenziale, dovendo l’impresa essere in regola con l’assolvimento degli obblighi previdenziali ed assistenziali fin dalla presentazione dell’offerta e conservare tale stato per tutta la durata della procedura di aggiudicazione e del rapporto con la stazione appaltante, e restando dunque irrilevante, un eventuale adempimento tardivo dell’obbligazione contributiva. L’istituto dell’invito alla regolarizzazione (il c.d. preavviso di DURC negativo), già previsto dall’art. 7, comma 3, del decreto ministeriale 24 ottobre 2007 e recepito a livello legislativo dall’art. 31, comma 8, cit., può operare solo nei rapporti tra impresa ed ente previdenziale, ossia con riferimento al DURC chiesto dall’impresa e non anche al DURC richiesto dalla stazione appaltante per la verifica della veridicità dell’autodichiarazione resa ai sensi dell’art. 38, comma 1, lettera i), del Codice dei contratti, ai fini della partecipazione alla gara d’appalto.

3. Quanto alla seconda questione, com’è noto, con ordinanza 11 marzo 2015, n. 1236, la IV sezione del Consiglio di Stato ha rimesso alla Corte di Giustizia la seguente questione interpretativa: “Se l’articolo 45 della direttiva 2004/18, letto anche alla luce del principio di ragionevolezza, nonché gli articoli 49, 56 del TFUE, ostino ad una normativa nazionale che, nell’ambito di una procedura d’appalto sopra soglia, consenta la richiesta d’ufficio della certificazione formata dagli istituti previdenziali (DURC) ed obblighi la stazione appaltante a considerare ostativa una certificazione dalla quale si evince una violazione contributiva pregressa ed in particolare sussistente al momento della partecipazione, tuttavia non conosciuta dall’operatore economico – il quale ha partecipato in forza di un DURC positivo in corso di validità – e comunque non più sussistente al momento dell’aggiudicazione o della verifica d’ufficio”.

3.1. La sezione remittente aveva in particolare evidenziato un paradosso presente nella normativa italiana, ratione temporis applicabile, laddove da un lato impone all’amministrazione di rinunciare alla migliore offerta, e correlativamente, in un’ottica concorrenziale, impedisce al migliore offerente di accedere all’aggiudicazione, anche ove oggettivamente non possa mettersi in dubbio, avuto riguardo alla storia dell’imprenditore ed ai suoi comportamenti passati, nonché alla peculiarità ed incolpevolezza della temporanea irregolarità rilevata, che egli sia un imprenditore corretto ed affidabile. Dall’altro lato, la disciplina nazionale consente l’aggiudicazione ad un imprenditore che ha sempre manifestato irregolarità ed inadempienze, purché egli, al momento dell’offerta, si sia “messo in regola” con i requisiti previsti dal d.m. 24 ottobre 2007. Tale quadro normativo inibirebbe altresì alle stazioni appaltanti l’autonoma ponderazione del caso concreto, sul presupposto che la descritta valutazione legale di “irregolarità” operante nell’ambito e per tutta la procedura di evidenza pubblica, sia garanzia di parità di trattamento tra i diversi operatori economici partecipanti alla gara.

3.2. La Corte di Giustizia, con sentenza 10 novembre 2016 (causa C -199/15), ha sgombrato il campo dai dubbi sollevati dalla Sezione remittente.

3.2.1. Quanto alla compatibilità del diritto nazionale con l’art. 45 direttiva 2004/18/CE – nella parte in cui prevede l’esclusione dalla gara in caso di DURC irregolare alla data della partecipazione ad una gara d’appalto, anche qualora l’importo dei contributi sia poi stato regolarizzato prima dell’aggiudicazione o prima della verifica d’ufficio da parte dell’amministrazione aggiudicatrice – la Corte ha fondato la propria risposta affermativa sui seguenti argomenti:

a) l’art. 45, paragrafo 2, della direttiva 2004/18 lascia agli Stati membri il compito di determinare entro quale termine gli interessati devono mettersi in regola con i propri obblighi relativi al pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali e possono procedere a eventuali regolarizzazioni a posteriori, purché tale termine rispetti i principi di trasparenza e di parità di trattamento;

b) il potere di richiedere integrazioni documentali previsto dall’art. 51 della direttiva 2004/18 non può essere interpretato nel senso di consentire all’amministrazione aggiudicatrice di ammettere qualsiasi rettifica a omissioni che, secondo le espresse disposizioni dei documenti dell’appalto, debbono portare all’esclusione dell’offerente e comunque deve riferirsi a dati la cui anteriorità rispetto alla scadenza del termine fissato per presentare candidatura sia oggettivamente verificabile;

c) tali conclusioni valgono anche qualora la normativa nazionale, come quella italiana, preveda che la questione se un operatore economico sia in regola con i propri obblighi relativi al pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali alla data della partecipazione ad una gara d’appalto, risulti determinata da un certificato rilasciato dagli istituti previdenziali e richiesto d’ufficio dall’amministrazione aggiudicatrice, atteso che una tale modalità di accertamento è espressamente contemplata dall’art. 45, paragrafo 3, della direttiva 2004/18 in forza del quale le amministrazioni aggiudicatrici accettano come prova sufficiente che attesta che l’operatore economico non si trova nella situazione di irregolarità rispetto agli obblighi previdenziali, un certificato rilasciato dall’autorità competente dello Stato membro in questione e da cui risulti che tali requisiti sono soddisfatti;

d) è irrilevante l’omesso preventivo avvio del procedimento di regolarizzazione previsto dall’art. 7, comma 3, d.m. 24 ottobre 2007, e ora recepito a livello legislativo dall’art. 31, comma 8, d.l. 21 giugno 2013 n. 69, a condizione che l’operatore economico abbia la possibilità di verificare in ogni momento la regolarità della sua situazione rispetto agli obblighi contributivi presso l’istituto competente; in tali casi egli non può opporre la dichiarazione, in buona fede, di una condizione di regolarità contributiva, certificata dall’ente e riferita ad un periodo anteriore alla presentazione dell’offerta, se, acquisendo le necessarie informazioni presso l’istituto competente, poteva verificare di non essere più in regola, per fatti sopravvenuti, con siffatti obblighi alla data della presentazione della sua offerta.

3.2.2. Quanto al dubbio del giudice remittente circa la compatibilità con l’art. 45 della direttiva 2004/18 delle disposizioni nazionali che privano le stazioni appaltanti di qualsiasi margine di discrezionalità, vincolandole tassativamente a disporre l’esclusione dei partecipanti privi dei requisiti, alla data di presentazione delle offerte, la Corte di Giustizia ha osservato che l’art. 45, paragrafo 2, della direttiva 2004/18 non prevede un’uniformità di applicazione a livello dell’Unione delle cause di esclusione ivi indicate, in quanto gli Stati membri hanno la facoltà di non applicare affatto queste cause di esclusione o di inserirle nella normativa nazionale con un grado di rigore che potrebbe variare a seconda dei casi, in funzione di considerazioni di ordine giuridico, economico o sociale prevalenti a livello nazionale. Ha concluso, pertanto, che tale disposizione non obbliga gli Stati membri a lasciare un margine di discrezionalità alle amministrazioni aggiudicatrici a tale riguardo.

4. In conclusione, entrambe le questioni sono state risolte dalle Supreme Corti in senso opposto a quello perorato dall’appellante.

5. Invero, l’unico motivo d’appello che meriterebbe astratta condivisione è quello relativo alla giurisdizione in ordine al DURC, che il TAR ha erroneamente declinato in favore della giurisdizione ordinaria, pur pronunciandosi nel merito della censura.

5.1. In disparte ogni considerazione circa la possibilità per il GA di conoscere in via incidentale di questioni attinenti diritti soggettivi, è dirimente la constatazione che la censura non ha riguardato il contenuto del DURC ma unicamente la violazione dell’art. 31, comma 8, del d.l. 69/2013. Tuttavia la questione non ha rilievo, poiché essa non ha impedito al primo giudice di pronunciarsi sulla censura svolta dal ricorrente (violazione dell’art. 31, comma 8, del d.l. 69/2013) e di dichiararla infondata con argomentazioni poi confermate nella loro validità dalla citata pronuncia dell’Adunanza Plenaria, pienamente condivise dal collegio, per le ragione esposte ai paragrafi precedenti. Pertanto, l’appellante non ha alcun concreto interesse a contestare l’erronea declaratoria del difetto di giurisdizione pronunciata dal TAR.

6. L’appello è pertanto respinto.

7. Avuto riguardo allo stato della giurisprudenza al tempo del gravame, ed alla circostanza che solo dopo l’intervento dell’Adunanza Plenaria e della Corte di Giustizia le questioni interpretative sollevate possono dirsi definitivamente risolte, appare equo compensare le spese del presente grado.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 14 settembre 2017 […]

 

Precedente Rinnovo permesso di soggiorno per motivi familiari, CdS Sent n. 5032 31 ottobre 2017: necessaria la presentazione dello stato di famiglia (argomentato ex art 30 co. 1-bis d.lgs. 286 1998 e art 6 co.1 dPR 394 1999 Successivo Lavoratori socialmente utili, Consiglio di Stato sentenza n. 5039 31 ottobre 2017: rispetto limite di spesa per il personale per erogazione contributo assunzione Lsu Comuni (stabilizzazione ex art 1 comma 1156 lett. f) e f-bis) l. 296 del 2006 (legge finanziaria per il 2007) è condizione essenziale anche per anni successivi al primo