Interdittiva antimafia, condizioni

Consiglio di Stato sentenza n. 5858 26 novembre 2014

Costituendo l’interdittiva antimafia una misura preventiva volta a colpire l’azione della criminalità organizzata impedendole di avere rapporti patrimoniali con la P.A., essa prescinde dall’accertamento di singole responsabilità penali nei confronti dei soggetti che, nello svolgere un’attività d’impresa, hanno rapporti con la criminalità stessa, all’uopo bastando che i fatti e le vicende, nonché i rilievi strettamente criminali delle persone, che in varia guisa attorniano la vita del soggetto interessato dal provvedimento, abbiano un valore sintomatico ed indiziario, non dovendosi escludere neanche l’ausilio di indagini che possono risalire pure ad eventi verificatisi a distanza di tempo.

 

Vedi anche:

Consiglio di Stato sentenza n. 6133 12 dicembre 2014

Consiglio di Stato sentenza n. 5962 2 dicembre 2014

Consiglio di Stato sentenza n. 5955 2 dicembre 2014

 

 

Consiglio di Stato sentenza n. 5858 26 novembre 2014

[…]

Ritenuto in fatto che la sig. M. L. dichiara di essere titolare dell’azienda agricola sita in Omissis, ove svolge l’attività d’allevamento di bufali e la produzione di latte crudo d’alta qualità e mozzarella;

Rilevato che la sig. L. rende noto d’aver dovuto procedere, a seguito di accertamenti veterinari svolti dall’ASL di Caserta, all’abbattimento di complessivi 229 capi bufalini risultati sieropositivi alla brucellosi bufalina, rivolgendo di conseguenza a detta P.A. di cinque, ma identiche istanze per ottenere l’indennizzo integrativo di cui all’art. 1, c. 3 della l. reg. Camp. 1° febbraio 2005 n. 3;

Rilevato altresì che le istanze stesse son state respinte dall’ASL di Caserta con la nota prot. n. 2841 del 16 aprile 2012, in conformità all’interdittiva antimafia resa, ai sensi dell’art. 4 del Dlg 8 agosto 1994 n. 490, dall’UTG – Prefettura di Caserta con la nota prot. n. 1289 del 3 febbraio 2012;

Rilevato di conseguenza che la sig. L. s’è gravata innanzi al TAR Napoli, con il ricorso n. 3156/ 2012 RG, colà impugnando i due atti dianzi citati in una con gli atti di polizia presupposti e con il carteggio tra l’ASL e la Regione Campania e deducendo vari profili di censura, in particolare quelli sull’estraneità del marito e del cognato alla conduzione dell’azienda agricola, sulla continuazione, da parte sua, dell’attività imprenditoriale di famiglia e sull’assenza d’ogni menda sul suo conto;

Rilevato pure che l’adito TAR, con sentenza n. 1206 del 25 febbraio 2014, ha respinto in modo articolato la pretesa attorea;

Rilevato quindi che la sig. L. appella la citata sentenza, con il ricorso in epigrafe, deducendone l’erroneità sotto molteplici profili, appello cui resistono, con memorie e documenti, gli appellati Ministero dell’interno, UTG – Prefettura di Caserta, Regione Campania ed ASL di Caserta;

Considerato in diritto che, avvertite le parti all’udienza camerale del 6 novembre 2014 e sussistendo nella specie i presupposti ex art. 60 c.p.a. affinché il ricorso in epigrafe sia deciso nelle forme di cui al successivo art. 74, l’appello non ha pregio alcuno e va respinto, per le ragioni di cui appresso;

Considerato anzitutto che, sebbene corretta sia la deduzione dell’appellante circa la parentela con la sig. R. C. —la quale non è la figlia di lei e del marito A. C., ma del fratello di questi G. C.—, non per ciò solo siffatto error in persona s’appalesa essenziale e dirimente della legittimità dell’interdittiva, in quanto l’informativa antimafia, nella misura in cui è una valutazione espressiva di ampia discrezionalità accompagnata ad un giudizio tecnico parimenti articolato su fatti ed indizi reputati rilevanti, può sì esser aggredita anche su singoli suoi aspetti, ma se ne deve poi e comunque dimostrare, anche attraverso la confutazione di tutti e di ciascuno di essi, la complessiva inattendibilità, ossia che l’interdittiva si fondi su questi dati tanto labili, inconsistenti o erronei da rendere evidentemente improbabile l’esistenza pure d’un mero sospetto di collusione con le o di inquinamento da parte delle organizzazioni criminali;

Considerato di conseguenza che, anche ad espungere la posizione della sig. R. C. e le relazioni di quest’ultima con un terzo pregiudicato e figlio d’un elemento di spicco d’un clan di camorra, non per ciò solo elide la sostanziale fondatezza dell’interdittiva antimafia de qua —quale espressione di una logica d’anticipazione della soglia di difesa sociale finalizzata ad assicurare una tutela avanzata nel campo del contrasto alle attività della criminalità organizzata (su tal aspetto, cfr. Cons. St., III, 1° settembre 2014 n. 4441)—, all’uopo bastando che essa sia sorretta da vari elementi sintomatici e indiziari, dai quali emerga il pericolo del verificarsi d’un attendibile tentativo d’ingerenza nella attività imprenditoriale da parte della criminalità organizzata;

Considerato infatti che, in ordine alla posizione del marito convivente dell’appellante (sig. A. C., all’epoca ristretto agli arresti domiciliari), questi ha alcuni gravi e non minimi precedenti penali, tra cui quelli sulla produzione e lo spaccio di sostanze stupefacenti, ossia attività illecite che costituiscono di regola il terminale di, se non la cointeressenza con, una filiera criminale propria delle organizzazioni mafiose, onde attendibile ed assai probabile s’appalesa la di lui contiguità con queste ultime e, come tale, rettamente è stata tenuta in considerazione dall’interdittiva;

Considerato altresì che il rapporto di coniugio tra l’appellante ed il sig. C., per le sue peculiari connotazioni, non solo non esclude, ma anzi corrobora la ragionevole probabilità, che va oltre il mero stato di famiglia, dell’esser l’appellante stessa entrata in contatto con contesti di criminalità organizzata;

Considerato al riguardo che tal probabilità si mostra nella specie ancor più rilevante, secondo una valutazione in sé non irrazionale, arbitraria o sproporzionata rispetto alla vicenda persona della sig. L., in quanto ella vive con il marito in un unico compendio immobiliare nel quale, pur se i due nuclei familiari abitano in plessi separati (sì, ma da un cortile), questi ultimi son contigui ed indicati con un unico numero civico ed in uno di essi abita il di lei cognato sig. G. C., questi sì appartenente ad un clan camorristico, donde la compresenza di gravi e concordanti indizi sulla frequentazione di tutti tali congiunti, al di là del mero rapporto familiare tra loro;

Considerato ancora sul punto che, in base a regole di comune esperienza, il vincolo di sangue può esporre il soggetto all’influsso dell’organizzazione, se non addirittura imporre (in certi contesti) un coinvolgimento nella stessa, senza che ciò si determini per forza o in modo automatico, per quanto, nella specie, il complesso dei predetti indizi non esclude, ma fonda l’attendibilità di tal interferenza, che trascende il rapporto familiare e si connota in atteggiamenti e comportamenti di vita non solo non immuni da mende, ma addirittura reiterati in un lungo arco di tempo e con soggetti anch’essi in varia guisa con alquanti precedenti di polizia;

Considerato inoltre, per quanto attiene a tali frequentazioni ed anche ad accedere alla risalenza nel tempo di alcune di esse, che queste, oltre ad essersi ripetute per un periodo ben lungo, hanno riguardato soggetti più volte condannati e ristretti in detenzione (donde comunque la rilevanza di detti eventi relativi a persone che avevano minori possibilità di frequentarsi continuamente e, pur tuttavia, hanno profittato d’ogni momento libero per farlo), sicché, tra l’altro, l’incontro del marito dell’appellante con il sig. R. M., quantunque accaduto nel 2009, in realtà s’è verificato solo poco prima (2011) degli arresti domiciliari del primo;

Considerato allora che, costituendo l’interdittiva antimafia una misura preventiva volta a colpire l’azione della criminalità organizzata impedendole di avere rapporti patrimoniali con la P.A., essa prescinde dall’accertamento di singole responsabilità penali nei confronti dei soggetti che, nello svolgere un’attività d’impresa, hanno rapporti con la criminalità stessa, all’uopo bastando che i fatti e le vicende, nonché i rilievi strettamente criminali delle persone, che in varia guisa attorniano la vita dell’appellante, abbiano un valore sintomatico ed indiziario, non dovendosi escludere neanche, così com’è accaduto, l’ausilio di indagini che possono risalire pure ad eventi verificatisi a distanza di tempo (arg. ex Cons. St., III, 4 settembre 2013 n. 4414);

Considerato quindi che, a fronte d’un siffatto quadro indiziario che s’appalesa non meramente futile o ipotetico, scolora la circostanza, in sé materialmente vera, che l’appellante sia incensurata o quella per cui il marito ed il cognato siano formalmente estranei alla conduzione dell’azienda agricola, in quanto l’evidente viciniorità fisica, oltre che parentale, di costoro alla sig. L. è buon indizio della contiguità nelle di lei scelte di vita e d’impresa;

Considerato poi che immune da errori è l’affermazione del TAR, ove precisa che l’attività agricola dell’appellante, avendo la natura d’impresa, non sfugge certo ad ogni possibile condizionamento mafioso, il quale prescinde dalla forma giuridica, individuale (come nella specie) o collettiva, che riveste l’impresa stessa, tant’è che il dato normativo in materia non fa distinzioni di sorta, né arresta la sua tutela dinanzi all’impresa individuale;

Considerato per vero che la cointeressenza mafiosa ad ogni fenomeno economico organizzato, che possa tornarle utile nell’ acquisire ricchezza pubblica o privata e/o nel ridistribuire guadagni illeciti mercé investimenti nell’attività imprenditoriale, è idonea ad irretire l’impresa individuale non meno di quella societaria perché, in linea di principio, l’una forse più dell’altra e pur se con sfumature diverse, può subire l’eterodirezione di fatto dell’organizzazione criminale a causa della maggior concentrazione in un solo soggetto di tutto il governo dell’impresa;

Considerato dunque che, a fronte d’una siffatta strutturazione della parentela e quando, come nella specie, il destinatario dell’informativa sia un imprenditore individuale operante nel luogo in cui il clan camorristico opera, è legittimo il richiamo del Prefetto anche ai rapporti di parentela o di affinità con l’imprenditore, perché ciò plausibilmente può rendere più facili il condizionamento o la compiacenza di questi con esponenti della famiglia malavitosa locale (arg. ex Cons. St., VI, 18 agosto 2010 n. 5879; id., III, 3 settembre 2013 n. 4402);

Considerato che è infondata la tesi dell’appellante che legge la natura indennitaria dell’invocata erogazione ex art. 1, c. 3 della l.r. 3/2005 come se fosse risarcitoria, quando in realtà essa integra l’aiuto statale ex l. 9 giugno 1964 n. 615 (art. 1, c. 2 della l. 27 dicembre 2002 n. 292) ed è sì un indennizzo, ma non un risarcimento —perché si limita a ristorare, nei limiti delle somme stanziate in bilancio, gli allevatori del pregiudizio subito a cagione dell’insorgenza di tubercolosi e brucellosi bovina—, onde risulta compresa tra quelle indicate all’art. 4, del Dlg 490/1994, in particolare alla lett. f) dell’All. 3) e, come tale, soggiace all’assenza di informazioni sfavorevoli in sede informativa prefettizia antimafia (cfr. Cons. St., ad. plen., 5 giugno 2012 n. 19);

Considerato, infine e quanto alle spese del presente giudizio, che queste seguono, come di regola, la soccombenza e sono liquidate in dispositivo;

 

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (sez. III), definitivamente pronunciando sull’appello (ricorso n. 8452/2014 RG in epigrafe), lo respinge.

Condanna l’appellante al pagamento, a favore delle Amministrazioni resistenti e costituite ed in misura uguale tra loro, delle spese del presente giudizio, che sono nel complesso liquidate in € 3.200,00 (Euro tremiladuecento/00), di cui € 1.200,00 per la fase di studio, € 1.000,00 per la fase introduttiva ed € 1.000,00 per la fese decisoria, oltre IVA, CPA ed accessori come per legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio del 6 novembre 2014 […]

 

Precedente Stranieri. Traduzione atti processuali Successivo Trasporto salme, valido il subappalto