Interdittiva antimafia e società familiare

Nel caso di cui all’art. 10, c. 2 e c.7, lett. c) del DPR 3 giugno 1998 n. 252 (tentativo d’infiltrazione mafiosa), il pericolo d’infiltrazione non implica indefettibilmente la presenza all’interno degli organi sociali di soggetti appartenenti alla struttura mafiosa, anzi si realizza di solito mercé pressioni ed ingerenze esterne, di talché pure il contesto territoriale di riferimento è elemento significativo in tal senso.

Consiglio di Stato sentenza n. 6133 12 dicembre 2014

 

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Consiglio di Stato sentenza n. 6133 12 dicembre 2014

[…]

FATTO e DIRITTO

1. – A seguito dell’aggiudicazione, da parte della Provincia di Benevento, d’un appalto di ll.pp., l’ATI aggiudicataria, costituita dalla mandataria Omissis soc. coop. e dai mandanti S. A. e Omissis Impianti s.r.l., formò una società consortile tra tali imprese, denominata Omissis s.c.a.r.l., per la gestione dell’appalto stesso.

Con atto per notar Decimo del 23 maggio 2007, Omissis soc. coop. cedette alla Omissis s.r.l. il ramo d’azienda inerente ai predetti lavori, di talché la stazione appaltante l’autorizzò al subentro di questa all’interno del Omissis s.c.a.r.l. La Omissis s.r.l., con atto di sottomissione registrato il 10 dicembre 2008, assunse a sua volta l’impegno d’eseguire tutti i lavori dedotti in appalto a favore di detta ATI. E ciò senza osservazione alcuna della stazione appaltante e con conseguente affidamento del Omissis s.c.a.r.l. sull’assenza d’ogni vicenda d’infiltrazione mafiosa al suo interno.

2. – Intervenne, però e in data 15 febbraio 2011, l’informativa dell’UTG – Prefettura di Benevento, a seguito d’un provvedimento interdittivo antimafia da parte dell’UTG – Prefettura di Caserta nei confronti della Omissis s.r.l., onde la stazione appaltante le revocò in via definitiva l’appalto de quo il successivo 4 aprile. Omissis s.c.a.r.l. rinunciò ad ogni contenzioso sul punto, si dissociò dalla posizione della Omissis s.r.l. e poi procedette allo scioglimento anticipato del consorzio, nominandone liquidatore il sig. G. C..

In data 5 dicembre 2012, l’UTG – Prefettura di Benevento ha poi esteso l’interdittiva stessa pure alla Omissis C. – OMISSIS s.r.l., sul presupposto di vari collegamenti tra quest’ultima e Omissis s.c.a.r.l. Ma la OMISSIS s.r.l. nel frattempo partecipava alla gara, indetta dalla medesima Provincia per i lavori di manutenzione lungo le strade provinciali del comprensorio Telesino – Tammaro. Dal che la nota prot. n. 11349 del 19 dicembre 2011, con cui detta Provincia ha disposto l’esclusione della OMISSIS s.r.l. dalla gara de qua, comunicando altresì l’avvio del procedimento volto ad escludere detta Società pure dall’elenco delle imprese di fiducia.

Avverso tali statuizioni e l’eventuale aggiudicazione dell’appalto provinciale in questione, la OMISSIS s.r.l. ha proposto al TAR Napoli il ricorso n. 316/2013 RG, deducendo quattro articolati mezzi di gravame.

L’adito TAR, con sentenza n. 4867 del 30 ottobre 2013, ha respinto il citato ricorso, ferma inoltre l’impossibilità di dedurre in quel giudizio le vicende dell’interdittiva nei confronti del Omissis s.c.a.r.l.

3. – Appella quindi la OMISSIS s.r.l., con il ricorso in epigrafe, deducendo in diritto l’erroneità della sentenza impugnata per: A) – l’inutilità d’ogni descrizione della ben nota natura dell’interdittiva antimafia e dei limiti del controllo giurisdizionale di legittimità su di essa, giacché essa in concreto ne contraddice i principi non solo convenendo con un atto scarno ed in sé non convincente, ma addirittura introducendo un motivo colà non contenuto, ossia la possibilità d’inferire dalla natura di società familiare dell’appellante un sicuro condizionamento da parte della criminalità organizzata; B) – la mancata disamina dei motivi dedotti in primo grado, perché, avendo l’interdittiva affermato l’unicità di centro decisionale tra l’appellante e Omissis s.c.a.r.l. per la presenza in entrambe del sig. C., non ha considerato il pronto scioglimento di questa, né che egli ne era stato nominato liquidatore; C) – non aver mai l’appellante dedotto in primo grado censura alcuna verso l’interdittiva emanata contro Omissis s.c.a.r.l.; D) – l’omessa considerazione, da parte del TAR e senza motivare (ad onta della relativa produzione documentale) sulla prevalenza dell’iscrizione nel registro presso la CCIAA, che lo scioglimento di tal consorzio fu deliberato il 21 aprile 2011 e non dopo l’interdittiva di cui si controverte in questa sede; E) – l’estromissione della stessa OMISSIS non avvenne al momento dello scioglimento non perché l’appalto era irrealizzabile senza di questa, ma in quanto la Prefettura di Benevento non le comunicò subito che tal impresa era stata attinta dall’atto interdittivo e poi colpì in via diretta il consorzio con un atto identico, donde l’inutilità d’ogni allontanamento di quella Società; F) – la messa in liquidazione di Omissis s.c.a.r.l. recise qualunque collegamento o rapporto tra la Omissis s.r.l. e l’appellante, tranne a non volerne legittimare l’effetto “domino” non previsto dall’ordinamento e senza che l’impugnata interdittiva avesse detto alcunché sui rapporti tra il sig. C. e quest’ultima Società, donde, a tal fine, l’irrilevanza del comportamento della stessa Omissis; G) – l’indebita integrazione, da parte del TAR, della motivazione dell’interdittiva sul passaggio di personale dal consorzio all’appellante —sul quale essa ha dedotto specificamente in primo grado, pure per quanto attiene ai precedenti dei suoi dipendenti—, mercé un astratto giudizio di mero principio sul fenomeno mafioso nell’area beneventana; H) – l’omessa valutazione dei motivi dedotti in primo grado.

Resiste in giudizio solo l’UTG – Prefettura di Benevento, concludendo per il rigetto dell’appello.

Alla pubblica udienza del 6 marzo 2014, su conforme richiesta delle parti costituite, il ricorso in epigrafe è assunto in decisione dal Collegio.

4. – I motivi d’appello, come dianzi riassunti, non hanno pregio e vanno respinti.

Lamenta anzitutto l’appellante dell’affermazione di principio, da parte del TAR, circa i capisaldi giurisprudenziali sull’interdittiva antimafia —specie sulla sufficienza del tentativo d’infiltrazione mafiosa in un’impresa al fine di condizionarne e guidarne le scelte, che s’appalesa «… coerente con le caratteristiche fattuali e sociologiche del fenomeno mafioso, … potendo fermarsi alla soglia dell’intimidazione, dell’influenza e del condizionamento latente di attività economiche formalmente lecite…»—, per poi contraddirne in concreto la valenza e, addirittura, introdurre ex novo il dato dell’inferenza dalla natura di società familiare dell’appellante tal sicuro condizionamento mafioso. Ebbene, alcune precisazioni sulla posizione del sig. G. C. sono opportune, traendone argomento dal ricorso di primo grado.

In primis, al momento in cui Omissis s.c.a.r.l. fu attinta a sua volta dall’interdittiva antimafia, il cui contenuto si consolidò ab illo tempore (per acquiescenza) in capo ad essa, alle imprese consorziate ed agli amministratori, il sig. C. era già amministratore di essa, onde a tal fine restano del tutto irrilevanti le vicende della messa in liquidazione del consorzio visto che egli ne fu nominato liquidatore, in pratica senza soluzione di continuità gestionale fin da prima di quanto accadde alla consorziata Omissis s.r.l. In secondo luogo, si discetta in appello che l’interdittiva di Omissis s.c.a.r.l. conseguì a quella che colpì detta consorziata —la cui estromissione si dice inutile, essendo stata deliberata la liquidazione del consorzio—, quando in prime cure l’appellante dedusse che il consorzio ritenne «… in applicazione dell’art. 12 d.P.R. 252/98, di estromettere il socio colpevole dalla propria compagine…» (cfr. pagg. 4/5 del ricorso al TAR), donde l’evidente contraddizione argomentativa e l’assenza d’ogni dato in forza del quale in concreto si sarebbe dovuta sostanziare tal estromissione. Inoltre, a differenza di quanto l’appellante assume in questa sede, in primo grado essa affermò poche righe dopo che la messa in liquidazione del consorzio derivò dal fatto che la stessa Omissis s.c.a.r.l. «… non potendo continuare i lavori da sola per effetto della esclusione della “Omissis” ha ritenuto di sciogliere la società… per la impossibilità del raggiungimento dello scopo sociale…». In disparte la manifesta infondatezza del primo motivo del gravame di primo grado, il TAR ha dato buona contezza di tali vicende, laddove ha precisato «… che con… la deliberazione del 21.4.2011 non è stata disposta l’estromissione della Omissis…ma lo scioglimento della società consortile per sopravvenuta impossibilità di raggiungere lo scopo sociale…».

Né dura fatica il Collegio a concedere all’appellante che l’effetto liquidatorio del consorzio si determinò alla data del deposito (18 maggio 2011) della delibera assunta il precedente 21 aprile nel registro delle imprese tenuto presso la CCIAA di Benevento, al di là di quando è poi avvenuta l’iscrizione nei bollettini tenuti dalla stessa Camera di commercio.

Ma a quella data, in cui il sig. C. aveva già avuto conoscenza dell’interdittiva contro Omissis s.c.a.r.l. egli ne era, come s’è visto, amministratore ed era ed è stato amministratore pure della OMISSIS s.r.l. Rettamente quindi il TAR esclude, pur a prescindere dagli effetti dell’adempimento ex art. 29 della l. 7 agosto 1997 n. 269, ogni «… errore o difetto di istruttoria da parte dell’amministrazione procedente in quanto…la nomina all’unanimità del sig. (C. – NDE) come liquidatore, lungi dal rappresentare una presa di distanza rispetto alla precedente gestione, al contrario, ne sottolinea la continuità, con conseguente attualità del giudizio di stretta contiguità con l’odierna ricorrente…». In altre parole, non vale obiettare che cosa fece Omissis s.c.a.r.l. o da quando la sua messa in liquidazione produsse effetti, anche verso i terzi, non volendo considerare che lo scioglimento del vincolo consortile, costituito solo per la gestione d’una sola commessa pubblica, restituì alle imprese dell’originaria ATI aggiudicataria e poi consorziate le loro proprie autonomia e responsabilità, come d’altronde accadde agli amministratori. Ciò che qui rileva dunque è stato il comportamento dello stesso sig. C. nella sua duplice qualità di amministratore di quell’impresa e della Omissis C. s.r.l., il quale non ritenne, pur a fronte di un’interdittiva consolidatasi, di doversi allontanare dall’una al fine di salvaguardare gli interessi dell’altra. Non convince, perciò, l’assunto di primo grado, per cui il sig. C. ritenne di mantenere l’incarico di liquidatore al solo fine di provvedere alla gestione corrente del consorzio liquidando, giacché egli non ne era obbligato e, così, ne condivise e ne condivide tuttora la responsabilità ai fini interdittivi, donde la piena correttezza dell’impugnata interdittiva sul punto.

È appena da osservare che va condivisa al riguardo la sentenza appellata, laddove precisa (si badi, e NON inventa) «… che la Omissis C. s.r.l. è costituita su base familiare, in quanto l’intero capitale sociale è posseduto in parti uguali dai…fratelli del (sig. C. – NDE) … che ne è il direttore tecnico…circostanza (questa, che) può far plausibilmente ritenere che sia più facile un suo condizionamento da parte dei sodalizi malavitosi, a differenza di quello che può avvenire nei confronti di una società composta da una più vasta pluralità di soggetti…», il cui assunto è facilmente deducibile dalla serena lettura dell’atto impugnato.

5. – Non a diversa conclusione deve il Collegio pervenire in ordine a quell’argomento, dedotto con il terzo motivo del ricorso di primo grado, con cui s’afferma l’assenza d’ogni responsabilità del sig. C. nella costituzione d’una società consortile.

Si può discutere se egli fosse, o no, a conoscenza delle vicende della Omissis s.r.l., ma ciò è irrilevante perché non forma oggetto dell’interdittiva per cui è causa, come d’altronde lo è valutare la predetta responsabilità per siffatto consorzio, essendo un argomento spurio e non dedotto né dalla P.A. procedente, né dalla sentenza. Che la stazione appaltante avesse a suo tempo stipulato il relativo contratto, perché evidentemente edotta ai sensi dell’art. 4, c. 1 della l. 8 agosto 1994 n. 490, è dato in sé irrilevante ai fini del presente giudizio. Invero e com’è noto, le informative antimafia, abbiano o no un contenuto interdittivo, esprimono una valutazione discrezionale in ordine a vicende e comportamenti idonei, o meno, rebus sic stantibus ad evidenziare un serio rischio d’infiltrazione mafiosa in una certa impresa, per determinati fatti ad un tempo dato, ossia su dati naturaliter in continuo divenire. Sicché lo scenario esistente al momento dell’aggiudicazione tende ad evolvere, man mano che le forze di polizia e l’attività investigativa acquisiscono ulteriori elementi per un più articolato e maturo giudizio, onde non si può predicare una qualunque contraddizione per l’assenza iniziale di presupposti interdittivi, se nel frattempo la situazione è cambiata o su di essa si sono rinvenuti nuovi elementi di valutazione, o viceversa.

È appena da osservare che, al di là (cfr. pag. 9 del ricorso di primo grado) di che cosa avrebbero dovuto fare di meglio la Prefettura o la Provincia di Benevento, non può oggi il sig. C. dolersi ora di quanto accadde al Omissis s.c.a.r.l., non solo (o non tanto) per l’effetto di consolidazione in parte qua verificatasi, ma proprio per la stretta contiguità tra le due imprese che i fatti, esaminati dalle Amministrazioni resistenti, hanno evidenziato nella persona di questi.

6. – Neppure convincono gli ulteriori motivi di primo grado, qui riproposti dall’appellante, per ciò che concerne il c.d. “travaso” di maestranze tra Omissis s.c.a.r.l. e quest’ultima imprese.

Giova premettere un argomento, ad avviso del Collegio, dirimente, come evincesi dalla sentenza qui impugnata, ossia il fatto che il predetto passaggio di cantiere, «… al di là della contestazione dei dati sotto il profilo quantitativo, …non (fu) imposto da obblighi normativi ma frutto di libere scelte imprenditoriali e, in quanto tale, idoneo a confermare l’ipotizzato tentativo di infiltrazione…».

In tal caso, non giova alla tesi dell’appellante affermare che i sigg. D., D. e B., in quanto furono da essa assunti oltre sette mesi dopo la cessazione del loro rapporto con Omissis s.c.a.r.l. Infatti, tal elemento, in sé probabilmente di scarso peso, va letto in una con la posizione e le vicende inerenti ai lavoratori sigg. M., P., D., E. e B., questi sì assunti immediatamente dopo il loro licenziamento da detto consorzio. Non manifestamente erroneo, né tampoco illogico è allora definire tali fatti, come appunto fa il TAR, a guisa di passaggio di personale dal consorzio all’appellante, sia pur in un certo arco di tempo e con i diversi tipi di rapporti di lavoro ammessi dall’ordinamento. Come si vede, i fatti stessi suggeriscono ictu oculi una lettura del fenomeno non diversa da quella resa dalla P.A. e confermata dal TAR, vale a dire il travaso d’una non esigua quantità di personale quale sintomo preciso e coerente di stretto collegamento tra le due imprese coinvolte e senza che ve ne fosse o, perlomeno, che ne sia stato seriamente dimostrato un business purpose sotteso a tal passaggio a favore dell’appellante. Anzi, l’aver assunto in due scaglioni i predetti operai suggerisce pure la costanza di tal travaso, come dice la Prefettura, tale, dunque, da ribadire il predetto collegamento e da far scolorare ogn’altra o diversa deduzione sulla posizione dei tre dipendenti dell’appellante (sigg. D., S. e S.), in vario modo rinviati a giudizio sì dopo il loro allontanamento da quest’ultima, ma per fatti accaduti in costanza di rapporto.

Tanto, per vero, per quel principio, affermato in premessa dal TAR (ma, come si vede, tutt’altro che incoerente rispetto alle vicende inerenti all’appellante e come valutate dalla sentenza), per cui «… gli elementi raccolti non vanno riguardati in modo atomistico ma unitario, sì che la valutazione deve essere effettuata in relazione al complessivo quadro indiziario, nel quale ogni elemento acquista valenza nella sua connessione con gli altri…».

È solo da soggiungere, con ciò respingendo il sesto motivo del ricorso di primo grado che: A) – i dati fin qui esaminati rientrano, come ben comprende la stessa appellante, nel caso di cui all’art. 10, c. 7, lett. c) del DPR 3 giugno 1998 n. 252 (tentativo d’infiltrazione mafiosa); B) – in tal caso, tale pericolo non implica indefettibilmente la presenza all’interno degli organi sociali di soggetti appartenenti alla struttura mafiosa, anzi si realizza di solito mercé pressioni ed ingerenze esterne, di talché pure il contesto territoriale di riferimento è elemento significativo in tal senso (arg. ex Cons. St., III, 3 settembre 2013 n. 4402; id., V, 9 settembre 2013 n. 4467; id., I, 28 aprile 2014 n. 4042); C) – la valutazione del tentativo, nella specie non ipotetico o banale come s’è accennato finora, s’è basato su un complesso unitario e coerente di dati, apprezzati sì dal Prefetto con un ampio margine di accertamento e di apprezzamento nella comparazione dei contrapporti interessi, ma senza che il relativo giudizio abbia manifestato, una volto sottoposto al sindacato in sede giurisdizionale, vizi di eccesso di potere per illogicità, irragionevolezza e travisamento dei fatti.

7. – In definitiva, l’appello va rigettato nei termini fin qui visti, confermandosi la complessiva bontà dell’apparato motivatorio di primo grado, con le integrazioni sul rigetto di tutti i motivi colà dedotti e quand’anche assorbiti (in realtà, implicitamente respinti). Le spese del presente giudizio seguono, come di regola, la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (sez. III), definitivamente pronunciando sull’appello (ricorso n. 8330/2013 RG in epigrafe), lo respinge.

Condanna la Società appellante al pagamento, a favore della P.A. resistente e costituita, delle spese del presente giudizio, che sono nel complesso liquidate in € 3.000,00 (Euro tremila/00), oltre IVA, CPA ed accessori come per legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio del 6 marzo 2014 […]

 

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