Interventi su immobili già oggetto di domanda di condono, Consiglio di Stato sentenza n. 665 1 febbraio 2018 specifica quale intervento edilizio è possibile effettuare e le conseguenze sull’istanza di sanatoria in caso di effettuazione di nuove opere ritenute non sanabili

In materia di interventi realizzati sul manufatto dopo la presentazione di istanza di condono edilizio si è pronunciato il Consiglio di Stato, con sentenza n. 665 1 febbraio 2018:

In sostanza, si tratta di stabilire se tali interventi possano o meno giustificare di per sé il rigetto della domanda.

La pendenza dell’istanza di condono non preclude in assoluto la possibilità di intervenire sugli immobili rispetto ai quali pende l’istanza stessa, ma impone, a pena di assoggettamento della medesima sanzione prevista per l’immobile abusivo cui ineriscono, che ciò debba avvenire nei limiti e nel rispetto delle procedure di legge.

Il ragionamento dei giudici

“La normativa sul condono postula la permanenza dell’immobile da regolarizzare, ammettendo, in pendenza del relativo procedimento, i soli interventi edilizi diretti a garantirne l’integrità e la conservazione.

L’art. 35 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 (Norme in materia di controllo dell’attività urbanistico-edilizia, sanzioni, recupero e sanatoria delle opere edilizie), prevede infatti che: «decorsi centoventi giorni dalla presentazione della domanda e, comunque, dopo il versamento della seconda rata dell’oblazione, il presentatore dell’istanza di concessione o autorizzazione in sanatoria può completare sotto la propria responsabilità» le opere oggetto della domanda.

A tal fine: «l’interessato notifica al Comune il proprio intendimento, allegando perizia giurata ovvero documentazione avente data certa in ordine allo stato dei lavori abusivi, ed inizia i lavori non prima di trenta giorni dalla data della notificazione»

Sulle conseguenze per interventi non ammessi realizzati sugli immobili successivamente alla presentazione delle domande di condono edilizio.

“Con riguardo alla…fattispecie in cui il soggetto che ha presentato la domanda di condono abbia realizzato interventi non di mera rifinitura ma nuovi e diversi rispetto a quelli oggetto della richiesta di sanatoria, occorre distinguere.

Quando l’immobile abusivo non è meramente integrato, ma è radicalmente sostituito da un altro edificio, l’istanza di condono già proposta va dichiarata improcedibile stante la radicale trasformazione dell’oggetto originario.

Conseguentemente, l’Amministrazione deve emanare il provvedimento di demolizione del nuovo immobile, costruito abusivamente in luogo di quello già realizzato sine titulo.

Ove invece non sia precluso di valutare l’autonoma abusività delle modificazioni sopravvenute, l’autorità pubblica dovrà limitarsi a ingiungere il ripristino delle opere ritenute non sanabili, senza che ciò comporti l’improcedibilità della pendente domanda di condono (Consiglio di Stato, sentenza n. 3943 del 2015).”

Vedi anche:

Condono edilizio 1985, Consiglio di Stato in materia di sanatoria edilizia: il provvedimento finale relativo alla richiesta di condono ex art. 32 della legge n. 47/1985 (Opere costruite su aree sottoposte a vincolo) anche se emanato a distanza di anni, non deve essere preceduto da alcuna comunicazione da parte del Comune

Condoni edilizi, condono 2003: quando è possibile sanare?

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CdS sentenza n. 665 01/02/2018

Il fatto e le contestazioni

“ Va premessa una sintetica disamina dei seguenti fatti rilevanti ai fini del decidere:

– con istanza prot. n. 2104 del 29 marzo 1986, l’odierno appellante chiedeva il condono, ai sensi della legge n. 47 del 1985, di un manufatto (sito nel Comune di Pimonte) in cemento armato della superficie complessiva di circa 54.00 mq;

– successivamente, con istanza prot. n. 1294 del 17.2.1995, la signora Omissis, madre dell’appellante, chiedeva il condono, ai sensi della legge n. 724 del 1994, per un rustico precario, senza infissi e ricoperto da lamiere in ferro, contiguo al primo fabbricato e avente una superficie di 85.00 mq;

– con istanza prot. n. 8322 del 19 novembre 2004, il ricorrente presentava una D.I.A. per eseguire dei lavori di manutenzione straordinaria (segnatamente: sostituzione dei vecchi solai di copertura, collegamento delle fondazioni dei vecchi locali con quelle dei locali più recenti, intonaco sulla muratura di tufo dei vecchi locali);

– la Polizia municipale, in data 1 luglio 2007 accertava la realizzazione di lavori abusivi consistenti nella trasformazione del manufatto «in un’unità abitativa con cambi di prospetto (realizzazione di porte e finestre), nella realizzazione di due terrazzi posti al lato e alle spalle dello stesso che hanno comportato aumenti planovolumetrici e nella sostituzione delle lamiere esistenti in ferro con altre di tipo coibentato», contestando altresì la realizzazione di «due locali, uno sottostante il terrazzo laterale avente una superficie di 21 mq circa e un’altezza di m 2.15 e l’altro sottostante l’abitazione di circa 33 mq ed un’altezza di m. 1.90, entrambi allo stato grezzo»;

– la competente Soprintendenza, con nota n. 8890 del 2007, reputava di non potere esprimere il preventivo parere vincolante, essendo il manufatto stato modificato nel suo aspetto esteriore rispetto all’originaria domanda di condono, e dunque vertendosi al di fuori dei casi di cui all’art. 167, lettere a), b) e c), del decreto-legislativo n. 42 del 2004;

– l’Amministrazione comunale, con nota prot. n.2897 del 26 marzo 2008, rigettava le istanze di condono poiché «il manufatto oggetto delle richieste di sanatoria, oltre ai lavori di trasformazione e di ampliamento, inammissibili ai sensi dell’art. 36 del d.P.R. n. 380 del 2001 e dell’art. 167 del d.lgs. n. 42/2004, è stato completamente rimaneggiato tanto da risultare completamente diverso rispetto alla consistenza dell’1.10.1983 e del 31.12.1993 (termini fissati dalla legge n. 47/1985 e dalla legge n. 724/1994), rispetto ai quali la configurazione del manufatto da condonare […] non può essere modificata , poiché l’accertamento di compatibilità, da parte della Soprintendenza BAPPSAE, deve essere eseguito in base all’aspetto che il manufatto presentava alle date fissate dalla legge».

1.1.‒ Con il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado, il signor Omissis ha impugnato la predetta nota con la quale l’Amministrazione comunale ha respinto le domande di condono edilizio, unitamente alla nota prot. n. 8090 del 2007 della Soprintendenza di Napoli e Provincia. Con successivi motivi aggiunti, l’istante ha impugnato il provvedimento con il quale il Comune gli ha ingiunto la demolizione delle opere abusive deducendone l’illegittimità per vizi derivati dai dinieghi di condono gravati con il ricorso principale e chiedendone l’annullamento.

Ad avviso del ricorrente, il diniego gravato sarebbe stato illegittimo poiché le opere eseguite in difformità rispetto alla D.I.A. prot. n. 8322 del 19.11.2004 non avrebbero trasformato integralmente il manufatto oggetto delle istanze di condono, né ne avrebbero mutato la destinazione d’uso, sin dall’origine residenziale.

Le superfici aggiuntive, vale a dire i balconi, e i volumi interrati realizzati ex novo sarebbero urbanisticamente irrilevanti, nonché sanabili ex post, a differenza di quanto erroneamente ritenuto dalla competente Soprintendenza con la nota prot. n. 8090 del 2007.

Sotto altro profilo, alla luce del protocollo d’intesa del 25 luglio 2001 tra la Regione Campania e la Soprintendenza, l’amministrazione procedente avrebbe dovuto dettare le prescrizioni e gli adeguamenti per rendere il manufatto compatibile con il contesto ambientale di riferimento, ingiungendo eventualmente l’eliminazione delle opere realizzate successivamente alle istanze di condono.

2.– Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania, con sentenza n. 1163 del 2014, ha respinto il ricorso.

3.– Il signor  Omissis ha quindi proposto appello, chiedendo, in riforma della sentenza impugnata, l’accoglimento del ricorso proposto in primo grado.

Secondo l’appellante, in primo luogo, non sarebbe plausibile l’affermazione dell’avvenuto stravolgimento dei manufatti oggetto di condono: il piano fondale, alto appena 190 centimetri, assolverebbe la funzione di «mega cavedio/vespaio» di isolamento dell’abitazione, mentre la tamponatura laterale di una delle due terrazze realizzate, con altezza del sottostante locale pari a metri 2.15, sarebbe comunque impraticabile.

I contestati ampliamenti planovolumetrici avrebbero dovuto essere sanzionati autonomamente, in quanto l’effettuazione di ulteriori lavori edili senza titolo su di un immobile ab origine abusivo non potrebbe costituire ex se causa di reiezione di detta domanda, dovendo comunque la P.A. valutare la sanabilità o meno dell’opera nella sua originaria consistenza, prescindendo dalle successive modifiche, da assoggettare a distinte ed ulteriori sanzioni, fatta salva l’ipotesi, non ricorrente nella fattispecie, di reale trasfigurazione dell’originario oggetto dell’istanza di sanatoria.”

La decisione dei giudici

“Nel caso di specie, come emerge chiaramente dalla documentazione fotografica, i due corpi di fabbrica, oggetto delle originarie domande di condono, sono stati successivamente trasformati (in difformità rispetto alla DIA n. 8322 del 2004) con ulteriori interventi edilizi abusivi.

Correttamente dunque l’amministrazione comunale ha rigettato le istanze di condono, poiché il manufatto oggetto delle richieste di sanatoria è stato completamente rimaneggiato tanto da risultare un aliquid novi rispetto alla sua consistenza alla data dell’1 ottobre 1983 e del 31 dicembre 1993.

Come osservato dal giudice di prime cure: «[gli] interventi eseguiti dal ricorrente, consistenti in variazioni prospettiche, nella costruzione di due terrazzi, nella realizzazione di due locali seminterrati e nella trasformazione dei due originari manufatti in un’unica unità abitativa, hanno comportato una trasformazione dell’aspetto esteriore dell’immobile, hanno inciso sullo stesso in termine di volumi (mc. 107,85 dei due locali interrati) e di superfici (33 mq. per i due terrazzi), né sono compatibili con le categorie urbanistiche consentite nella zona territoriale di riferimento, ricadente in zona RA – rispetto ambientale del P.R.G. vigente e in zona 4 – riqualificazione insediativa e ambientale del PUT».

Diversamente, verrebbe riconosciuta all’originaria istanza di condono una sorta di efficacia ultrattiva, a copertura di opere differenti rispetto a quelle esistenti alla scadenza dei termini prescritti dalle leggi n. 47 del 1985 e n. 724 del 1994, il cui impianto verrebbe in tal modo del tutto sovvertito.

Va dunque respinta la tesi dell’appellante, secondo cui l’amministrazione avrebbe dovuto valutare la sanabilità dell’opera nella sua originaria consistenza, prescindendo dalle successive modifiche, assoggettabili a distinte ed ulteriori valutazioni.

Gli interventi successivi, singolarmente considerati, hanno inciso in maniera così radicale sugli immobili oggetto delle domande di condono ‒ modificandone superficie, volume e prospetto ‒ da rendere oggettivamente impossibile il loro esame”

Sulle spese

“Le spese di lite del secondo grado di giudizio sono interamente compensate tra le parti, in ragione del fatto che l’Amministrazione comunale non si è costituita in giudizio, mentre il Ministero appellato ha depositato una memoria di mero stile.”

 

Precedente Concorso pubblico e figura del controinteressato nelle relative controversie, Consiglio di Stato sentenza n. 652 31 gennaio 2018 Successivo Durc impresa, procedure di affidamento, Consiglio di Stato sentenza n. 690 2 febbraio 2018 su accertamento violazioni in materia di contributi previdenziali ed assistenziali ex art 38 co. 1 lett i) dopo d.l. n. 69/2013: non consentite regolarizzazioni postume della posizione previdenziale