Legge beni confiscati

Legge beni confiscati: l. 575/65 e (poi) d.lgs. 159/2011 incostituzionali?

E’ manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale delle norme di legge che regolano la confisca antimafia nel nostro ordinamento* (e nella specie quelle che prevedono lo sgombero di un immobile confiscato), in relazione all’art. 27 della Costituzione, vista la loro finalità pubblicistica, dissuasiva della commissione di illeciti e comunque volta alla tutela dell’ordinamento democratico mediante la prevenzione ed il contrasto dell’utilizzo economico degli ingenti proventi finanziari delle attività illecite della criminalità organizzata da parte di soggetti risultati non estranei a tali ambiti (che è quindi diversa dalle finalità retributiva e rieducativa della persona affidate alla pena dall’art. 27 della Costituzione).

 

*nella fattispecie esaminata, la legge pro tempore vigente e presa in esame dai giudici era la n. 575/65  (Disposizioni contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso, anche straniere) poi ABROGATA DAL D.LGS. 6 SETTEMBRE 2011, N. 159 (Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonchè nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136.)

Vedi anche:

Restituzione beni sottoposti a sequestro e confisca di prevenzione

Art. 12-sexies DL 8 giugno 1992, n. 306 conv. in legge 356/1992 (aggiornato alla legge 68/2015)  – ipotesi particolari di confisca (normativa)

Confisca antimafia, locazione, rilascio immobile

Confisca “estesa”, opposizione tardiva, istanza per illegittimità ab origine

Confisca definitiva, interesse istanza ammissione del credito

Sequestro penale, tutela del terzo titolare diritto di credito

Altre sentenze:

Interdittiva antimafia, condizioni

Interdittiva antimafia, requisiti motivazione idonea

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Consiglio di Stato sentenza n. 5039 30 novembre 2016

[…]

per la riforma della sentenza del T.A.R. per il Lazio, sede di Roma, Sez. I, n. 10416/2015, resa tra le parti, concernente l’ordinanza di sgombero di un immobile confiscato.

[…]

FATTO e DIRITTO

1 – Con il ricorso in epigrafe i Signori -OMISSIS- propongono appello contro la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, sede di Roma, I Sezione, n. 10416/15, con la quale è stato respinto il loro ricorso avverso il provvedimento dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata del 13 aprile 2012, n. 6998, avente ad oggetto lo sgombero dell’appartamento sito in -OMISSIS- devoluto dal 12 marzo 2009 al patrimonio dello Stato in virtù di provvedimento di confisca ex lege 575/65, in quanto il sig. -OMISSIS-, marito della proprietaria, è risultato essere soggetto legato a clan della criminalità organizzata ed è stato condannato per reati di carattere associativo.

2 – In particolare, gli odierni appellanti ricorrevano al TAR del Lazio, per vizi procedurali — mancata comunicazione di avvio del procedimento, mancata indicazione del responsabile del procedimento — nonché per contrasto con gli artt. 27, comma 3, e 29 della Costituzione, per cui veniva anche avanzata questione di legittimità costituzionale.

Il TAR negava la richiesta sospensione cautelare, che invece veniva concessa, previa valutazione del periculum, dal Consiglio di Stato con ordinanza n. 696/14 del 13 febbraio 2014.

Il TAR respingeva poi il ricorso con la sentenza ora appellata.

In secondo grado, si costituiva in giudizio l’Amministrazione intimata e questa Sezione respingeva la domanda cautelare di sospensione degli effetti della esecutività della sentenza appellata.

3 – Gli appellanti si riportano a tutti i motivi di ricorso procedurali e sostanziali proposti in primo grado, reiterandone la proposizione, ed in particolare deducono che il Tribunale di Sorveglianza di Bari ha concesso all’appellante il beneficio del differimento della pena per motivi di salute derivanti da ferite d’arma da fuoco, applicando la detenzione domiciliare, che lo stesso si sarebbe ormai riabilitato e che l’alloggio sarebbe l’unico a disposizione della famiglia, oggi in lista per l’ottenimento di una casa popolare, di modo che lo sgombero determinerebbe la violazione degli artt. 27 e 29 della Costituzione e delle corrispondenti norme della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che impediscono pene eccessivamente afflittive e che tutelano la famiglia, conseguendone, ove il provvedimento dovesse ritenersi vincolato, la necessità di sottoporre la questione al vaglio della Corte Costituzionale.

4 – A giudizio del Collegio l’appello, in disparte la considerazione che vengono unicamente riproposte le censure di primo grado ma non vendono dedotte specifiche censure contro la sentenza appellata, non è peraltro fondato e non può pertanto essere accolto, posto che la sentenza appellata ha adeguatamente e motivatamente dato conto della natura dovuta e vincolata del provvedimento impugnato, e che ciò priva di rilievo le dedotte irregolarità procedurali e le dedotte condizioni di salute ed alle dedotte condizioni familiari, del resto non dissimili da quelle di qualunque nucleo familiare in caso di termine del contratto di locazione o di perdita del titolo che consente di occupare una specifica abitazione.

La normativa applicata col provvedimento impugnato, infatti, impone comunque all’Amministrazione di disporre il recupero della disponibilità dell’immobile confiscato.

Quanto, infine, alla dedotta illegittimità costituzionale delle norme di legge di riferimento, la loro finalità pubblicistica, dissuasiva della commissione di illeciti e comunque volta alla tutela dell’ordinamento democratico mediante la prevenzione ed il contrasto dell’utilizzo economico degli ingenti proventi finanziari delle attività illecite della criminalità organizzata da parte di soggetti risultati non estranei a tali ambiti – che è quindi diversa dalle finalità retributiva e rieducativa della persona affidate alla pena dall’art. 27 della Costituzione- impone al Collegio di dichiarare la manifesta infondatezza della dedotta questione di costituzionalità.

5 – Conclusivamente, l’appello deve essere respinto. Le spese del secondo grado seguono la soccombenza, nella misura liquidata in dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull’appello n. 1336 del 2016, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna gli appellanti, in solido, al pagamento delle spese del secondo grado di giudizio, liquidate in Euro duemila, oltre ad IVA ed accessori di legge se dovuti.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1 D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità, nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare i ricorrenti ed i loro familiari conviventi.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 13 ottobre 2016 […]

 

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