Licenziamento per giustificato motivo oggettivo meno di 15 dipendenti, repéchage

In tema di licenziamento per giustificato motivo oggettivo il datore di lavoro ha l’onere di provare non solo la soppressione del reparto o della posizione lavorativa cui era adibito il dipendente licenziato (a tal fine non bastando un generico ridimensionamento dell’attività imprenditoriale), ma anche l’impossibilità di una sua utile riallocazione in mansioni equivalenti a quelle da ultimo espletate, vale a dire l’impossibilità del suo cd. repéchage, giustificandosi il recesso solo come extrema ratio.

Il dipendente licenziato per giustificato motivo oggettivo se non ha il diritto di essere comparato ad altri colleghi di lavoro affinché la scelta del licenziamento cada su uno di loro, nondimeno ha quello di pretendere che il datore di lavoro (su cui incombe il relativo onere) dimostri la concreta riferibilità del licenziamento individuale a iniziative collegate ad effettive ragioni di carattere produttivo o tecnico-organizzativo e che dimostri l’impossibilità di utilizzano in altre mansioni compatibili con la qualifica rivestita, in relazione al concreto contenuto professionale dell’attività cui era precedentemente adibito.

 

Cassazione civile Sez. Lavoro sentenza n. 17338  25 agosto 2016

[…]

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza n. 330/10 il Tribunale di Campobasso dichiarava illegittimo il licenziamento, avente effetto dal 31.1.08, intimato per giustificato motivo oggettivo per ultimazione lavori presso il cantiere di Omissis da Omissis geom. Omissis S.r.l. nei confronti di Omissis, del quale ordinava la reintegra nel posto di lavoro con le conseguenze economiche di cui all’art. 18 legge n. 300/70 (nel testo previgente alla novella di cui all’art. 1 legge n. 92/12).

Con sentenza depositata il 7.2.13 la Corte d’appello di Campobasso, in accoglimento del solo gravame incidentale del lavoratore, riformava parzialmente la pronuncia di primo grado condannando la società al pagamento anche degli interessi e della rivalutazione sui crediti già riconosciuti dalla pronuncia di prime cure, che confermava nel resto.

Per la cassazione della sentenza ricorre Omissis geom. Omissis S.r.l. affidandosi a tre motivi, poi ulteriormente illustrati con memoria ex art. 378 c.p.c.

Omissis resiste con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1- Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 3 legge n. 604/66 per avere la sentenza impugnata ravvisato l’illegittimità del licenziamento per mancata dimostrazione dell’impossibilità del cd. repéchage da parte del datore di lavoro nonostante che la prova dovesse essere fornita soltanto a fronte dell’allegazione, proveniente dal lavoratore, di altri possibili posti di lavoro nei quali essere utilmente ricollocato, allegazione che l’odierno controricorrente non aveva operato.

Il secondo motivo denuncia vizio di motivazione là dove la Corte territoriale non ha spiegato perché l’assunzione, presso il cantiere di Omissis, del geologo Omissis, con inquadramento nel VI livello CCNL edili, avrebbe invalidato il licenziamento intimato a  Omissis (inquadrato nel superiore VII livello), considerato altresì che tale assunzione era avvenuta quattro mesi prima del licenziamento per cui è causa.

Il terzo motivo prospetta omessa pronuncia su un motivo di gravame, con conseguente violazione dell’art. 112 c.p.c., avendo la Corte territoriale (così come il Tribunale) affermato la mancanza di prova dell’impossibilità del cd. repéchage nonostante che la società avesse invano ritualmente chiesto in primo grado e coltivato in appello la propria istanza di prova testimoniale su detta impossibilità.

2- I tre motivi di ricorso – da esaminarsi congiuntamente perché connessi – sono da disattendersi. Per costante giurisprudenza di questa Corte Suprema maturata in tema di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, il datore di lavoro ha l’onere di provare non solo la soppressione del reparto o della posizione lavorativa cui era adibito il dipendente licenziato (a tal fine non bastando un generico ridimensionamento dell’attività imprenditoriale), ma anche l’impossibilità di una sua utile riallocazione in mansioni equivalenti a quelle da ultimo espletate, vale a dire l’impossibilità del suo cd. repéchage, giustificandosi il recesso solo come extrema ratio (cfr., ad esempio, Cass. n. 13116/15; Cass. n. 13112/14; Cass. n. 7381/10; Cass. n. 11720/09 e numerose altre conformi). Sempre questa Corte ha avuto modo di statuire altresì che il dipendente licenziato per giustificato motivo oggettivo, se non ha il diritto di essere comparato ad altri colleghi di lavoro affinché la scelta del licenziamento cada su uno di loro, nondimeno ha quello di pretendere che il datore di lavoro (su cui incombe il relativo onere) dimostri la concreta riferibilità del licenziamento individuale a iniziative collegate ad effettive ragioni di carattere produttivo o tecnico-organizzativo e che dimostri l’impossibilità di utilizzano in altre mansioni compatibili con la qualifica rivestita, in relazione al concreto contenuto professionale dell’attività cui era precedentemente adibito (cfr., per tutte, Cass. n. 7620/98). In breve, secondo costante giurisprudenza, per la validità d’un licenziamento per giustificato motivo oggettivo non basta che esso sia l’effetto della soppressione del reparto o dei posto di lavoro cui era addetto il lavoratore, ma è necessario che l’azienda sia impossibilitata al suo repéchage, ossia non abbia come riutilizzarlo, consideratane la professionalità raggiunta (cfr., ancora, Cass. n. 18416/13), in altra posizione lavorativa e/o in altra dipendenza aziendale analoga a quella venuta meno. Il relativo onere probatorio grava sul datore di lavoro, cui incombe anche la prova di non avere effettuato, per un congruo periodo di tempo, nuove assunzioni in qualifiche analoghe a quella del lavoratore licenziato (cfr., e pluribus, Cass. n. 13112/14 e Cass. n. 21579/08).

Nel caso di specie l’impugnata sentenza, premesso che il licenziamento di  Omissis era stato motivato con la cessazione della posizione lavorativa cui egli era adibito presso il cantiere di Omissis, ha accertato in concreto che nel novembre 2007, vale a dire proprio durante il periodo di preavviso di licenziamento (decorrente dal 1°.11.07, come si legge in sentenza), la Omissis geom. Omissis S.r.l, ha assunto altro lavoratore (Omissis) adibendolo – seppur presso un diverso cantiere, quello di Omissis – alle stesse mansioni dell’odierno intimato.

Ciò integra – anche a prescindere dalle ulteriori argomentazioni fornite in tema di onere probatorio dalla sentenza impugnata e dall’esistenza o meno d’un onere di allegazione da parte del lavoratore, peraltro ormai negato dalla più recente giurisprudenza di questa S.C. (cfr. Cass. n. 5592/16 e Cass. n. 4460/15) – un’oggettiva dimostrazione del permanere in azienda, proprio nel medesimo contesto temporale che qui viene in rilievo, di mansioni dei tutto analoghe a quelle del dipendente licenziato, il che di per sé smentisce l’impossibilità d’un suo repéchage e rende ininfluente la prova testimoniale chiesta in prime cure e coltivata anche in appello dalla società (di cui si parla nel terzo motivo di ricorso), ma relativa a cantieri diversi da quello di Omissis.

Irrilevante, poi, è che al nuovo assunto sia stato applicato (sempre come si legge nella gravata pronuncia) l’inquadramento contrattuale (VI livello) immediatamente inferiore a quello riservato all’odierno controricorrente (VII), atteso che le declaratorie contrattuali condividono aree di confine e che il concreto inquadramento può variare anche in funzione della maggiore o minore esperienza maturata (o, comunque, essere sotto o sovradimensionato per ragioni varie).

In altre parole, a fini di verifica dell’esistenza d’un giustificato motivo oggettivo di licenziamento ciò che conta non è il formale inquadramento contrattuale praticato dal datore di lavoro, ma la sostanziale identità di mansioni fra dipendente licenziato e nuovo assunto.

Né in questa sede valga obiettare – come si legge nel secondo motivo di ricorso – che l’assunzione di  Omissis sarebbe avvenuta, in realtà, quattro mesi prima del licenziamento di  Omissis e non nel novembre 2007: si tratta di censura inammissibile sotto due profili.

Da un lato essa non è consentita alla luce del vigente testo dell’art. 360 cc. 1° n. 5 c.p.c., applicabile, ai sensi dell’art. 54, co. 3°, dl. n. 83/12, convertito in legge n. 134/12, alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, cioè alle sentenze pubblicate dal 12.9.12 in poi (e, quindi, anche alla pronuncia in questa sede impugnata).

Dall’altro, v’è da rilevare che in tal modo la ricorrente prospetta un eventuale vizio – in astratta ipotesi, sia chiaro – di travisamento del fatto, per il quale l’ordinamento appresta il rimedio della revocazione ex art. 395 n. 4 c.p.c. e non quello del ricorso per cassazione (giurisprudenza costante: cfr., ex aliis, Cass. n. 3535/15; Cass. n. 24834/14; Cass. n. 15702/10; Cass. n. 213/07).

3- In conclusione, il ricorso è da rigettarsi.

Le spese dei giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte

rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità, liquidate in euro 4.100,00 di cui euro 4.000,00 per esborsi ed euro 4,000,00 per compensi professionali, oltre al 15% di spese generali e agli accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13 co. 1 quater d.P.R. n. 115/2002, come modificato dall’art. 1 co. 17 legge 24.12.2012 n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del co. 1 bis dello stesso articolo 13.

Roma, così deciso nella camera di consiglio del 9.6.16. […]

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