Mafia capitale (ottava parte)

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settima parte

 

Cassazione penale Sentenza n. 24535 9 giugno 2015

[…]

13.  Il ricorso di M. S. è parzialmente fondato e deve essere pertanto accolto nei limiti e per gli effetti di seguito esposti e precisati.

13.1.   Le censure enucleate nel primo motivo di ricorso sono infondate, avendo l’ordinanza impugnata fatto buon governo del quadro dei principii che regolano la materia in esame, laddove sono stati puntualmente evidenziati – sulla base degli esiti d’indagine ivi rappresentati, e in particolare delle risultanze offerte dalle attività di intercettazione – gli elementi indiziari del contributo dall’indagato offerto nella realizzazione degli episodi di corruzione contestati nel capo sub 35) in concorso con altri indagati.

Il tema d’accusa è stato infatti delineato con riferimento alle vicende corruttive nelle quali è rimasto coinvolto L. O., nella sua funzione di membro del tavolo di coordinamento nazionale sull’accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale, per avere accettato, da S. B. e da S. C., il pagamento della somma di cinquemila euro al mese, per sé stesso, e di millecinquecento euro mensili per S., al fine di agevolarli nella gestione dei centri di accoglienza degli immigrati, favorendo, anche in forza dell’attività di intermediazione svolta dallo S., gli interessi della rete di società ad essi riconducibili, ed in particolare: a) per avere orientato le scelte del tavolo di coordinamento al fine di creare le condizioni per l’assegnazione di flussi di immigrati a strutture di accoglienza gestite da imprese riconducibili al B. ed al C.; b) nel comunicare i contenuti delle riunioni e le posizioni espresse dai vari rappresentanti di organi istituzionali che prendevano parte al tavolo; c) nell’effettuare pressioni finalizzate all’apertura di centri in luoghi graditi a quel gruppo.

Muovendo dalle medesime risultanze investigative, e in particolare dal contenuto di un’intercettazione effettuata il 28 marzo 2014, in cui il B. discorreva con G., B., D. e C. del continuo versamento di somme di denaro all’O. (pari all’importo di cinquemila euro al mese da tre anni), il Tribunale ha altresì evidenziato come, nell’ambito dello stesso contesto operativo, il B. abbia fatto riferimento ad ulteriori dazioni di denaro in favore dello S. – pari all’importo di almeno millecinquecento euro al mese da tre anni – per l’attività di intermediazione da lui svolta presso l’O., da un lato lamentandosi della sua eccessiva avidità, dall’altro lato spiegando come tali pagamenti rappresentassero un fruttuoso investimento per l’attività svolta dalle sue cooperative, in ragione dei continui flussi di entrata degli immigrati nel territorio italiano.

Siffatte utilità venivano concordate dal C. e dal B., che forniva al primo parte della provvista necessaria per il materiale pagamento delle somme destinate al ricorrente, effettuato attraverso la simulazione di un inesistente rapporto lavorativo.

L’ordinanza impugnata ha inoltre esaminato le risultanze dei dialoghi fra il B. ed il C. riguardo alla posizione subordinata assunta dallo S. rispetto all’O., replicando puntualmente ai rilievi difensivi al riguardo formulati e ponendo in evidenza gli aspetti di contraddittorietà emersi dal raffronto fra le dichiarazioni rese nell’interrogatorio del C. in merito all’attività di intermediario immobiliare svolta dallo S. al fine di reperire alloggi ove accogliere gli immigrati e le diverse spiegazioni da quest’ultimo fornite nel suo interrogatorio di garanzia, circa il ruolo di mero “ottimizzatore” che egli avrebbe assunto in favore delle cooperative, senza avere mai svolto la su indicata attività di intermediazione.

Sul punto, infatti, i Giudici di merito hanno linearmente illustrato quale sia stato il ruolo in concreto rivestito dallo S. come persona di fiducia dell’O., per il fatto di averne curato gli illeciti interessi durante la sua assenza dall’Italia, ovvero per avere stabilmente assunto una funzione di collegamento tra il suo diretto referente ed il gruppo dì società riconducibili al B., percependo, proprio per tale ragione, la su indicata remunerazione mensile quale corrispettivo delle condotte contrarie ai doveri d’ufficio poste in essere dall’O..

Ulteriori elementi di riscontro indiziario, rispetto ai dati emersi dalle su indicate operazioni di intercettazione, sono stati acquisiti in forza degli accertamenti svolti dagli organi inquirenti, che hanno offerto piena conferma dell’esistenza e della natura dei rapporti contabili tra lo S., il C. ed il B., smentendo qualsiasi possibilità di configurare forme di lavoro dipendente quale preteso titolo giustificativo dello “stipendio” il cui materiale pagamento veniva, nel corso dei dialoghi oggetto di intercettazione, più volte sollecitato dallo S..

13.2.     Sulla base di tali emergenze indiziarie, deve ritenersi che le conclusioni cui sono pervenuti i Giudici di merito si pongano pienamente in linea con il quadro di principii al riguardo stabiliti da questa Suprema Corte (Sez. 6, n. 33435 del 04/05/2006, dep. 05/10/2006, Rv. 234361), secondo cui nel delitto di corruzione, che è a concorso necessario ed ha una struttura bilaterale, è ben possibile il concorso eventuale di terzi, sia nel caso in cui il contributo si realizzi nella forma della determinazione o del suggerimento fornito all’uno o all’altro dei concorrenti necessari, sia nell’ipotesi in cui si risolva, come nel caso in esame, in un’attività di intermediazione finalizzata a realizzare il collegamento tra gli autori necessari.

Sul punto, inoltre, deve ribadirsi che, per la configurabilità del reato di corruzione propria, non occorre individuare esattamente l’atto contrario ai doveri d’ufficio, oggetto dell’accordo illecito, ma è sufficiente che esso sia individuabile in funzione della competenza e della concreta sfera di operatività del pubblico ufficiale, così da essere suscettibile di specificarsi in una pluralità di singoli atti non preventivamente fissati o programmati, ma pur sempre appartenenti al “genus” previsto (Sez. 6, n. 2818 del 02/10/2006, dep. 25/01/2007, Rv. 235727; v., inoltre, Sez. 6, n. 33881 del 19/06/2014, dep. 31/07/2014, Rv. 261406).

In tema di corruzione propria, infatti, l’espressione “atto di ufficio” non è sinonimo di atto amministrativo, ma designa ogni comportamento del pubblico ufficiale posto in essere nello svolgimento del suo incarico e contrario ai doveri del pubblico ufficio ricoperto (Sez. 6, n. 23804 del 17/03/2004, dep. 24/05/2004, Rv. 229642; Sez. 6, n. 21943 del 07/04/2006, dep. 22/06/2006, Rv. 234619; Sez. 6, n. 30058 del 16/05/2012, dep. 23/07/2012, Rv. 253216).

Nel caso in esame, come si è osservato, i Giudici di merito hanno evidenziato una serie di condotte poste in essere dall’O. in violazione ed in contrasto con i doveri d’ufficio, retribuite con compensi fissi a scadenza mensile, per il fatto di avere costantemente agevolato gli interessi di determinati soggetti imprenditoriali nelle attività di gestione dell’accoglienza degli immigrati, anche senza indire pubbliche gare, ma facendo leva su mere considerazioni d’urgenza legate alla emergenza del fenomeno migratorio.

Sulla base di quanto compiutamente rappresentato nell’ordinanza impugnata, infatti, l’O. ha sistematicamente agito quale intraneus, al servizio di B. e C., nell’ambito di un organismo pubblico incardinato nelle strutture del Ministero nell’Interno competenti in materia di protezione dei richiedenti asilo e, dunque, nel perimetro della concreta sfera di intervento e di influenza propria delle sue pubbliche funzioni, contribuendo ad orientare le determinazioni dei livelli, nazionale e locale, di governo in senso favorevole a quei soggetti privati – che hanno evitato, tra l’altro, i vincoli e l’alea a cui sarebbero stati sottoposti in caso di ricorso a gare pubbliche per l’aggiudicazione di quei servizi – in spregio ai doveri di correttezza, onestà e imparzialità che incombono su chi riveste funzioni pubbliche.

In ordine alla qualificazione dei fatti contestati, pertanto, il Collegio, osservato che i Giudici di merito hanno puntualmente evidenziato come nel caso di specie l’O., in violazione dei suoi doveri d’ufficio, si sia messo a disposizione di privati che miravano ad assicurarsi un trattamento di favore nell’esercizio delle sue funzioni di componente del Tavolo di coordinamento nazionale, così che l’oggetto dell’accordo illecito si è progressivamente specificato in una pluralità di singoli atti rientranti nella concreta sfera di intervento del pubblico ufficiale e non preventivamente individuati, ma pur sempre appartenenti al genus previsto (Sez. F, n. 32779 del 13/08/2012, dep. 17/08/2012, Rv. 253487), ribadisce che lo stabile asservimento del pubblico ufficiale ad interessi personali di terzi attraverso il sistematico ricorso ad atti contrari ai doveri d’ufficio, ancorché non predefiniti o non (interamente) individuabili ex post, integra, sia in relazione alla previgente che all’attuale disciplina normativa, il reato di cui all’art. 319 c.p. e non quello, meno grave, di cui all’art. 318 c.p. (Sez. 6, n. 9883 del 15/10/2013, dep. 28/02/2014, Rv. 258521; Sez. 6, n. 33881 del 19/06/2014, dep. 31/07/2014, Rv. 261406; Sez. 6, n. 47271 del 25/09/2014, dep. 17/11/2014, Rv. 260732; Sez. 6, n. 6056 del 23/09/2014, dep. 10/02/2015, Rv. 262333).

13.3.     Fondato, di contro, deve ritenersi il secondo motivo di ricorso, apparendo le ragioni giustificative del pericolo di recidiva del tutto disancorate dalla valutazione di elementi specifici e concreti, e fondate su formule solo genericamente espresse, attraverso un riferimento non meglio specificato a “diretti interessi nel mondo delle cooperative”.

Sul punto, dunque, vanno richiamate le analoghe considerazioni già espresse in ordine ai ricorsi di M. e B. (supra, nei parr. 11.2 e 12.2.), per quel che attiene ai canoni di valutazione del parametro della concretezza del pericolo di reiterazione di reati della stessa indole.

13.4.     In relazione a tale profilo, conseguentemente, s’impone l’annullamento con rinvio dell’ordinanza impugnata, per un nuovo esame che, nella piena libertà del relativo apprezzamento di merito, dovrà colmare le su indicate lacune motivazionali, uniformandosi al quadro dei principii di diritto in questa Sede statuiti.

14.   Il ricorso proposto da G. D. è parzialmente fondato e deve essere pertanto accolto nei limiti e per gli effetti di seguito esposti e precisati.

14.1.     Preliminarmente, per quel che attiene ai motivi di doglianza (v., in narrativa, i parr. 7.3. e 7.5.) incentrati sui reati di trasferimento fraudolento di valori di cui ai capi d’imputazione sub 32), 33) e 34), deve rilevarsi come, in pendenza del ricorso per cassazione avverso il provvedimento restrittivo, l’intervenuta scarcerazione parziale per la decorrenza dei termini della misura cautelare determina, in assenza di una richiesta funzionale alla proposizione di istanze di riparazione per l’ingiusta detenzione, l’inammissibilità dell’impugnazione per sopravvenuta carenza di interesse.

14.2.     Infondate, inoltre, devono ritenersi le residue censure difensive prospettate con riguardo al reato di favoreggiamento personale ipotizzato nel capo sub 31) [v., supra, i parr. 7.1., 7.2. e 7.4.].

Per quel che attiene alla preliminare censura di omessa motivazione sui gravi indizi di colpevolezza, la stessa deve ritenersi manifestamente infondata, ove si consideri, da un lato, che l’ordinanza genetica contiene specifici passaggi motivazionali in cui il G.i.p. ha esplicitato le sue autonome valutazioni riguardo alla sussistenza del requisito della gravità indiziaria e, dall’altro lato, che l’ordinanza impugnata ha offerto, a sua volta, piena dimostrazione di aver preso cognizione del contenuto sostanziale delle ragioni del provvedimento di riferimento, nonché di averle meditate e ritenute coerenti con la sua decisione, laddove ha ricostruito, sia pure sinteticamente, i passaggi dell’intera vicenda, motivando sulle ragioni giustificative   della ritenuta configurabilità della fattispecie contestata.

Al riguardo, infatti, il Tribunale del riesame ha richiamato il compendio indiziario già ampiamente delineato dal G.i.p. nell’ordinanza genetica (pagg. 930 ss.), sulla base dell’analitica disamina delle risultanze offerte dalle attività investigative; ha, inoltre, specificamente considerato i rilievi difensivi, escludendone la fondatezza con congrua ed esaustiva motivazione, laddove ha posto in rilievo, fra l’altro, i seguenti elementi indiziari: a) che il C., venuto a conoscenza della notizia relativa alla presenza di un dispositivo tecnico di ascolto all’interno di uno studio legale – ove si erano indirizzate le attività d’indagine sul presupposto che l’attività ivi espletata fosse funzionale alla realizzazione degli obiettivi del sodalizio criminoso a lui riconducibile – ne informava uno degli avvocati, il quale, a sua volta, riferiva tale informazione ad un suo collega di studio; b) che l’informazione ottenuta dal C. veniva considerata attendibile, tanto che due degli associati a tale studio legale decidevano di verificare la collocazione dell’applicazione tecnica di ascolto, ragionando sulle possibili soluzioni volte alla sua individuazione; c) che la scelta ricadeva sulla persona di G. D., il quale, accompagnato nei locali da uno degli avvocati dello studio, che gli indicava la zona dove eseguire la ricerca, effettuava la richiesta attività di bonifica munito di un oggetto che estraeva dalla tasca posteriore sinistra dei pantaloni, individuando l’ubicazione dell’applicazione tecnica ivi installata, che tuttavia non veniva rimossa; d) che di tale rinvenimento egli prontamente informava un altro associato allo studio; e) che il giorno seguente egli effettuava una nuova visita presso gli uffici dello studio legale; f) che, a seguito del rinvenimento del predetto dispositivo, la circostanza non veniva denunciata e le periferiche del relativo sistema di ascolto non venivano rimosse, ma ripristinate in loco e lasciate in funzione.

14.3.  Sulla base di tali emergenze indiziarie, la condotta posta in essere dal D. è stata coerentemente ritenuta dai Giudici di merito funzionale all’elusione delle attività d’indagine volte a verificare la eventuale sussistenza, nei confronti degli associati al predetto studio legale, degli elementi costitutivi dell’ipotizzato reato di concorso esterno nell’associazione di stampo mafioso in esame.

Al riguardo, invero, deve richiamarsi la linea interpretativa costantemente tracciata da questa Suprema Corte (Sez. 6, n. 709 del 24/10/2003, dep. 15/01/2004, Rv. 228257; Sez. 6, n. 9989 del 05/02/2015, dep. 09/03/2015, Rv. 262799), secondo cui la condotta del reato di favoreggiamento personale, che è un reato di pericolo, deve consistere in un’attività che – come avvenuto nel caso in esame – abbia frapposto un ostacolo, anche se limitato o temporaneo, allo svolgimento delle indagini, che abbia, cioè, provocato una negativa alterazione – quale che sia – del contesto fattuale all’interno del quale le investigazioni e le ricerche erano in corso o si sarebbero comunque potute svolgere.

Il reato, dunque, può essere integrato da qualunque condotta, positiva o negativa, diretta o indiretta (Sez. 6, n. 2936 del 01/12/1999, dep. 09/03/2000, Rv. 217108), mentre non è necessaria la dimostrazione dell’effettivo vantaggio conseguito dal soggetto favorito, occorrendo solo la prova della oggettiva idoneità della condotta favoreggiatrice ad intralciare il corso della giustizia (Sez. 6, n. 3523 del 07/11/2011, dep. 27/01/2012, Rv. 251649).

Nel caso in esame, il contributo efficacemente offerto dall’indagato alla neutralizzazione delle attività di intercettazione poste in essere dagli organi inquirenti – contributo estrinsecatosi attraverso una minuziosa e ripetuta ispezione effettuata all’interno degli uffici dello studio legale per “bonificarlo” da un congegno elettronico idoneo alla registrazione delle conversazioni che vi erano intrattenute e, dunque, potenzialmente in grado di fornire utili elementi di conoscenza alle indagini in corso – è consistito non solo nel fornire ai soggetti favoriti piena e sicura certezza dell’esistenza della microspia, ma anche nell’esatta individuazione del punto in cui essa era stata celata, oltre che nella susseguente decisione, concordata con gli interessati, di mantenerlo in funzione e di non rimuoverne la presenza.

Una volta superata l’emergenza segnalata dal C., la scelta in tal modo operata dal D. e dagli avvocati ha manifestato, dunque, la chiara intenzione di giovarsi degli effetti della consapevole presenza in loco dello strumento di captazione ambientale.

Nè appare decisiva, per escludere l’aiuto penalmente rilevante, la circostanza che il soggetto favorito fosse già consapevole dell’esistenza della microspia, posto che l’opera svolta dall’agente si è comunque concretizzata in un significativo comportamento di agevolazione, ed avuto riguardo, altresì, alla circostanza che, se il soggetto intercettato avesse semplicemente voluto inibire la raccolta di prove a proprio carico, ben avrebbe potuto cessare di intrattenere conversazioni all’interno del locale interessato.
In relazione ai profili or ora indicati, a fronte di un congruo ed esaustivo apprezzamento delle emergenze procedimentali, esposto attraverso un insieme di sequenze motivazionali chiare e prive di vizi logici, il ricorrente non ha individuato passaggi o punti della decisione tali da porre in crisi la complessiva tenuta del discorso argomentativo delineato dal Tribunale, ma ha sostanzialmente contrapposto una lettura alternativa delle risultanze investigative, facendo leva sul diverso apprezzamento di profili di merito già puntualmente vagliati in sede di riesame cautelare, e la cui rivisitazione, evidentemente, non è sottoponibile al giudizio di questa Suprema Corte.

14.4 Aspecificamente formulata, e come tale inammissibile in questa Sede (v. Sez. 6, n. 32227 del 16/07/2010, dep. 23/08/2010, Rv. 248037), deve ritenersi la doglianza incentrata sulla inutilizzabilità delle intercettazioni indicate nel motivo su esposto in narrativa al par. 7.4., non essendo stata chiaramente prospettata la ragione della rilevanza del contenuto delle conversazioni che ne costituiscono l’oggetto, ai fini della formazione della base indiziaria dai Giudici di merito delineata a sostegno della ipotizzata configurabilità della su indicata fattispecie incriminatrice.
14.5 Fondato è invece il ricorso (v., in narrativa, il par. 7.7.) in ordine all’ipotizzata aggravante di cui all’art. 7 della l. n. 203 del 1991, che è stata ritenuta in base alla generica considerazione di una correlazione fra l’associazione di stampo mafioso facente capo al C. ed il reato in esame, senza effettuare un’adeguata verifica in merito alla consistenza, modalità ed attualità di tale correlazione, e, soprattutto, riguardo alla sussistenza della relativa proiezione soggettiva, sotto il profilo rappresentativo e finalistico, nello specifico comportamento contestato al D..

In tal senso, la prospettata circostanza della conoscenza del C. e dell’esistenza del sodalizio a lui facente capo non è di per sé sufficiente, poiché la configurabilità della predetta aggravante non può essere desunta dal mero apprezzamento delle caratteristiche soggettive di chi agisce, anche in concorso con altri, ma rimane comunque legata alla sussistenza di un contesto fattuale specificamente evocativo della forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo (da ultimo, v. Sez. 5, n. 42818 del 19/06/2014, dep. 13/10/2014, Rv. 261761).
14.6 Parimenti fondato, inoltre, deve ritenersi il sesto motivo di ricorso, apparendo le ragioni giustificative del pericolo di recidiva del tutto disancorate dalla valutazione di elementi specifici e concreti, e fondate su formule solo genericamente espresse, attraverso un riferimento non meglio specificato ad una caratura criminale “senza dubbio elevata”, ovvero ad “un’indubbia nomea criminale nell’ambito della malavita romana”.

Sul punto, dunque, vanno richiamate le analoghe considerazioni già espresse in ordine ai ricorsi di M., B. e S. (supra, nei parr. 11.2, 12.2 e 13.3.), per quel che attiene ai canoni di valutazione del parametro della concretezza del pericolo di reiterazione di reati della stessa indole.
14.7 In relazione ai profili ora indicati, conclusivamente, s’impone l’annullamento con rinvio dell’impugnata ordinanza, per un nuovo esame che, nella piena libertà del relativo apprezzamento di merito, dovrà colmare le su indicate lacune motivazionali, uniformandosi al quadro dei principii di diritto in questa Sede statuiti.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata nei confronti di D. G. limitatamente all’aggravante di cui all’art. 7 L. 203/1991 e alle connesse esigenze cautelari; di M. G., B. E. e S. M. limitatamente alle esigenze cautelari. Per l’effetto rinvia, per nuovo esame, al Tribunale di Roma. Rigetta nel resto i ricorsi di M., B., D. e S..

Dichiara inammissibili i ricorsi di D. P., C. C., G. A. e L. R., che condanna al pagamento delle spese processuali e ciascuno alla somma di euro mille in favore della Cassa delle ammende.

Rigetta i ricorsi di G. C., B. S. e G. A., che condanna al pagamento delle spese processuali.

Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94, comma 1-ter, disp. att. c.p.p.

Così deciso in Roma, lì, 10 aprile 2015 […]

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