Mafia capitale (quarta parte)

 

prima parte

seconda parte

terza parte

Cassazione penale Sentenza n. 24535 9 giugno 2015

[…]

4.  Nel provvedimento impugnato, poi, non mancano l’illustrazione dei gravi indizi circa la consapevolezza, in capo ai sodali, di far parte di un’associazione criminale e della relativa affectio societatis, e, ancora, la disamina degli elementi sintomatici della consapevolezza della riconoscibilità ab externo dell’esistenza e del rilievo del sodalizio in esame.

Nell’ordinanza, infatti, si osserva come gli associati avessero adottato ogni possibile mezzo per tutelare la segretezza delle comunicazioni, in un contesto basato sulla regola dell’omertà verso i soggetti esterni all’organizzazione.

Nel richiamare, sul punto, i passaggi argomentativi già ampiamente delineati nell’ordinanza genetica, il Tribunale ha evidenziato la particolare segretezza che ha connotato le forme e le tecniche di comunicazione impiegate dai sodali, i quali hanno fatto generalmente ricorso all’utilizzo di utenze telefoniche “dedicate” (con il contestuale e periodico cambio degli apparati cellulari e delle schede “sim” intestate a persone del tutto estranee al loro circuito di relazioni), nonché ad appuntamenti in luoghi concordati attraverso riferimenti allusivi, ovvero al frequente impiego di posti telefonici pubblici e di esercizi pubblici ritenuti sicuri.

Si è altresì evidenziato che ai sodali era stata imposta una limitazione nel contattare direttamente il C., e di non farne mai il nome per telefono.

Al riguardo, poi, si è dato conto sia delle “istruzioni” date dal B. al G. sul rispetto della regola del silenzio imposta dal C., sia dell’esigenza di assoluta riservatezza cui il B., richiamando i consigli del C., ha fatto riferimento in una conversazione oggetto di intercettazione con il C., in modo da tutelare l’integrità e gli interessi del sodalizio in esame. Lo stesso B., inoltre, disponeva di uno strumento elettronico (cd. “jammer”) fornitogli dal C. per disturbare le frequenze e rendere così inutilizzabili i dispositivi impiegati per le intercettazioni delle conversazioni ambientali, la cui captazione, infatti, è stata resa possibile solo grazie all’impiego, da parte delle Forze dell’Ordine, di congegni elettronici particolarmente sofisticati.

Un elemento rafforzativo della natura omertosa delle relazioni esterne, oltre che delle modalità di organizzazione interna del sodalizio, è stato individuato dai Giudici di merito nella disamina della sua configurazione gerarchica, ravvisabile non solo nell’indiscusso ruolo sovraordinato assunto dal C. rispetto ai sodali operanti sia nel settore criminale che in quello imprenditoriale, ma anche nella posizione gerarchicamente sovraordinata del B. rispetto alle attività svolte dai suoi diretti collaboratori.

Nel valorizzare gli elementi indiziari desunti dall’analisi di una serie di vicende storico-fattuali dettagliatamente descritte nell’ordinanza genetica, i Giudici di merito hanno poi rilevato come sia stata una prassi comune dell’organizzazione, in conseguenza di una linea di condotta dettata dallo stesso C., quella di avvisare tutti i sodali della presenza di “infami” tra le loro conoscenze – ossia di persone che non rispettavano l’omertà intesa come mancanza di collaborazione con gli organi istituzionali – e di isolarli completamente dal contatto con gli altri membri.

Sotto altro, ma connesso profilo, si è già dato conto, nel paragrafo che precede, del fatto che le varie persone offese non risultano aver presentato atti di denuncia alle competenti Autorità per tutelarsi dalle prevaricazioni e dalle violenze subite dai membri dell’organizzazione operanti nel settore propriamente criminale. Nella stessa prospettiva si è rilevato che una situazione analoga di assoggettamento e di omertà è stata riscontrata nel settore economico e in quello della pubblica amministrazione, dove la percezione esterna della forza intimidatrice espressa dal sodalizio, come si è visto, è stata talmente radicata e pervasiva, che nessuno, in sede politica ovvero giudiziaria, ha mai osato innalzare una voce di dissenso, o sporgere formali atti di denuncia.

L’associazione, del resto, ha mostrato la capacità di tutelarsi dalle possibili conseguenze negative di esternazioni provenienti da pubblici funzionari che ne avevano favorito l’attività con l’assegnazione di lavori a soggetti economici ad essa riconducibili: l’ordinanza impugnata ha evidenziato, infatti, come a seguito dell’arresto di R. M. il C. ed il suo gruppo abbiano cercato di garantire la solidità del muro omertoso eretto per tutelare gli interessi dell’organizzazione, preoccupandosi della sua difesa e di fargli trovare una certa solidarietà in carcere, al fine di arrestare sul nascere “la possibile deriva di un personaggio ritenuto “debole” e poco affidabile, ma a conoscenza di buona parte dei meccanismi operativi dell’associazione, almeno nel settore della P.A.”. Analogo modus operandi, alla luce della ricostruzione dei fatti offerta nell’ordinanza genetica, è emerso alcuni giorni prima dell’arresto, quando il M. veniva minacciato dall’organizzazione circa l’obbligo di tenere la consegna del silenzio, secondo quanto affiorato dal contenuto di una conversazione intercorsa fra il B. ed il C. il 20 aprile 2013, dove il primo descriveva al secondo gli accadimenti successivi all’arresto del M. e la condotta tenuta in quell’occasione dal C. (il quale, a sua volta, spiegava in un’altra conversazione che se il M. avesse mantenuto il silenzio, avrebbe usufruito dei vantaggi offerti dal sodalizio, ed in particolare avrebbe avuto “una partita di ritorno”).

All’interno del quadro ricostruttivo delineato dai Giudici di merito, lo stesso contenuto informativo della pubblicazione di un’inchiesta giornalistica dal titolo “I quattro Re di Roma”, cui si è fatto prima riferimento, è stato coerentemente valorizzato per avere assunto un rilievo sintomatico della natura omertosa delle relazioni su cui l’organizzazione ha fondato il suo modus operandi, poiché il C., nella su citata conversazione con il B. (v., supra, il par. 3.7.), pur ritenendo in parte infondate alcune delle accuse rivoltegli dalla stampa, ne sottolineava il riflesso positivo sotto un duplice versante, quello della rafforzata garanzia di un alveo protettivo in favore degli imprenditori avvicinati e chiamati a rispettare la “regola” del silenzio, che in tal modo si sentivano “tranquilli”, e, al contempo, quello del timore suscitato all’esterno in tutti coloro che non operavano nell’orbita d’influenza del sodalizio.

La stessa reiterazione “sistemica” dei comportamenti corruttivi, da un lato, ha contribuito ad incrementare la “fama” criminale di cui godeva l’organizzazione, che ha potuto far leva, specie con riferimento agli imprenditori che non hanno inteso adeguarsi alle “regole” del mercato illegale, sull’aura di invincibilità che gli proveniva dalla fitta rete di sostegno offertale da una cerchia di pubblici funzionari stabilmente asserviti, dall’altro lato si è rivelata funzionale all’incremento di relazioni omertose, consolidandone lo spessore attraverso il ricatto di un possibile reciproco coinvolgimento in una denuncia penale, ove si consideri che il disvalore dell’azione corruttiva è sempre riposto nella garanzia di reciproca segretezza dello scambio di consensi che lega i protagonisti del patto illecito.

5.   Vanno dunque tirate, a questo punto, le fila del discorso ai fini del controllo della corretta qualificazione giuridica ex art. 416-bis c.p. delle condotte ascritte ai ricorrenti.

5.1.   Per contrastare tale qualificazione, i ricorsi traggono in vario modo argomento dalla diversità del contesto territoriale e culturale in cui si è radicata l’associazione in esame rispetto a quelli fino ad ora oggetto dell’applicazione dell’art. 416-bis c.p.. E sostengono in questa linea il carattere “inedito”, se non addirittura analogico, dell’interpretazione adottata in sede di merito per conferire al sodalizio la connotazione mafiosa.

Al riguardo conviene prendere le mosse dal quadro di principii da tempo elaborati da questa Suprema Corte (Sez. 6, n. 11204 del 10/06/1989, dep. 22/08/1989, Rv. 181948), in relazione ad una vicenda in cui era coinvolta un’associazione per lo più composta da pubblici ufficiali, originari o comunque residenti nella Regione Liguria, che sfruttavano la loro posizione ed il potere derivante dalle cariche occupate per commettere concussioni e per acquisire la gestione e il controllo, diretto o indiretto, di appalti pubblici e di varie attività economiche.

La tipica condotta tenuta dall’esponente di maggior spicco del gruppo – attraverso le qualità rivestite, in successione, di assessore, di omissis e omissis – nonché dagli altri componenti il sodalizio, era quella di indurre gli imprenditori partecipanti a gare d’appalto a pagare una percentuale del prezzo globale per ottenerne l’aggiudicazione, ingenerando in essi il timore che, in caso di mancato pagamento, non sarebbero stati più invitati alle relative procedure di gara, ovvero che non vi sarebbero stati più appalti e finanziamenti, o, ancora, che non sarebbero stati più banditi appalti nelle zone ove le imprese avevano i loro impianti, e che le stesse avrebbero avuto difficoltà nello svolgimento dei lavori inerenti agli appalti già aggiudicati. Frequente era, altresì, la condotta di presa di interesse privato in atti d’ufficio da parte di quegli associati che rivestivano la qualità di pubblico ufficiale, condotta consistente nel rilascio di autorizzazioni e concessioni, soprattutto edilizie, in violazione dei divieti stabiliti dal P.R.G., ovvero in difformità dalle condizioni ivi previste.

Nel caso ora menzionato, questa Corte ha affermato che nello schema normativo previsto dall’art. 416-bis c.p. non rientrano solo grandi associazioni di mafia ad alto numero di appartenenti, dotate di mezzi finanziari imponenti, e in grado di assicurare l’assoggettamento e l’omertà attraverso il terrore e la continua messa in pericolo della vita delle persone; rientrano anche piccole “mafie” con un basso numero di appartenenti (bastano tre persone), non necessariamente armate (l’essere armati e usare materiale esplodente non è infatti un elemento costitutivo dell’associazione ex art. 416-bis, ma realizza solo un’ulteriore modalità di azione che aggrava la responsabilità degli appartenenti), che assoggettano un limitato territorio o un determinato settore di attività avvalendosi, però, del metodo dell’intimidazione da cui derivano assoggettamento ed omertà.

Entro questa prospettiva, inoltre, si è aggiunto che il modello normativo dell’art. 416-bis c.p. “non può essere enfatizzato” sino ad arrivare “al punto di postulare condizioni di sostanziale “plagio” sociale generalizzato o addirittura, come qualcuno ha detto, un’adesione generalizzata contro lo Stato all’organizzazione criminale che allo Stato si è sostituita. Certo, vi sono mafie potentissime radicate sul territorio, con una rete estesissima che realizza un fortissimo controllo sociale, anche legittimate da un ambiente che non solo non reagisce ma in molti casi è portato a interagire con il contro-potere criminale. Ma esistono anche tante “mafie” che non hanno tali caratteristiche e che pure possono essere riportate al modello di stampo mafioso solo per la metodologia che adottano”.

Secondo la su richiamata pronuncia, infatti, rientrano “nell’ampia previsione di cui all’art. 416-bis c.p. tutte quelle organizzazioni nuove, pur disancorate dalla mafia (tradizionale), che tentino di introdurre metodi di intimidazione, di omertà, di sudditanza psicologica”.

Una linea interpretativa, questa, che era stata già decisamente tracciata dalla Suprema Corte (Sez. 6, n. 713 del 12/06/1984, dep. 10/07/1984, Rv. 165262), quando ebbe ad osservare, trent’anni or sono, che la definizione del delitto di associazione di tipo mafioso è data con riferimento alla mafia per la precisa identità sociologica e giuridica che questo sodalizio ha assunto. Ciò non implica, però, che l’associazione debba avere necessariamente origine mafiosa o debba essere ispirata o collegata alla mafia, perché l’espressione di “tipo mafioso” significa soltanto di modello o di stampo mafioso.

Ne discende che la connotazione mafiosa di un’associazione inerisce al modo di esplicarsi dell’attività criminosa, e non già al luogo di origine del fenomeno criminale (Sez. 1, n. 2466 del 08/11/1984, dep. 22/11/1984, Rv. 166817), sicché non assume un rilievo decisivo, ad es., la circostanza di fatto che, sia pure a fini strategici, la stessa possa avere dei collegamenti con quelle che potrebbero definirsi “case madri”, quali la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta.

Ciascuna entità associativa di stampo mafioso, infatti, al di là del “nomen” più o meno tradizionale, vive di regole proprie ed assume altresì connotati strutturali, dimensioni operative ed articolazioni territoriali che vanno analizzati caso per caso, senza che i relativi modelli debbano essere necessariamente riconducibili ad una sorta di unità ideale, con la conseguenza che, a ciascun fenomeno associativo, potranno annettersi caratteristiche peculiari e ritenersi applicabili “massime di esperienza”, non necessariamente trasferibili rispetto a sodalizi mafiosi di diversa matrice (Sez. 2, n. 19483 del 16/04/2013, dep. 07/05/2013, Rv. 256042).

La connotazione tipica dell’associazione ex art. 416-bis c.p. va dunque ricercata nella metodologia di tipo mafioso e cioè nell’intenzionalità di usare la forza intimidatrice e ciò che da essa, direttamente o indirettamente, ne consegue. Perché la stessa si delinei “è sufficiente il mostrare di volersi avvalere, il tentare di avvalersi di tale metodologia. Assoggettamento ed omertà sono le conseguenze prevedibili e possibili dell’uso di tale forza intimidatrice, indicano l’obiettivo che l’associazione tende a realizzare, costituiscono un possibile posterius non un prius logico o cronologico”. Non per nulla il legislatore ha parlato di assoggettamento o di omertà che dall’uso della forza intimidatrice “deriva” e non che “ne è derivata” (Sez. 6, n. 11204 del 10/06/1989, dep. 22/08/1989, cit.).

Ne discende, ancora, che la forza di intimidazione del sodalizio è una componente strutturale del suo “patrimonio” e può sussistere anche a prescindere dalla sua concreta utilizzazione, giacché ciò che conta è che il timore suscitato dall’associazione risulti di per sè idoneo a creare un clima di assoggettamento e di omertà, come conseguenza di una “fama criminale” consolidatasi nel tempo in forza di precedenti atti di violenza e sopraffazione.

5.2.   Alla luce della progressiva elaborazione giurisprudenziale di questa Suprema Corte è possibile desumere, inoltre, la estrema varietà degli “indici” di riconoscimento della fattispecie incriminatrice in esame, avuto riguardo alla peculiarità dei suoi elementi descrittivi, talora involgenti profili la cui globale disamina, prima facie, parrebbe evocare connotazioni di genere lato sensu sociologico.

Entro tale prospettiva questa Corte ha precisato, ad es., che anche una sola condotta, considerata in rapporto alle sue specifiche modalità ed al tessuto sociale in cui si esplica, può esprimere di per sè la forza intimidatrice del vincolo associativo (Sez. 6, n. 1793 del 03/06/1993, dep. 11/02/1994, Rv. 198577). Secondo tale decisione, infatti, “non sembra contestabile che la partecipazione ad una gara di appalto, ovvero la richiesta di un provvedimento amministrativo favorevole, poste in essere da un associato, confidando che la sua nota appartenenza ad una temibile associazione sia sufficiente a provocare l’allontanamento di altri concorrenti od a piegare la P.A., implichi un’oculata scelta di tempi, di luoghi e di soggetti la quale, lungi dall’esaurirsi nella fruizione statica di una rendita di posizione, attiene a specifiche modalità della condotta, che concorre quindi a determinare. Inoltre una condotta, in tal senso connotata, risponde ai requisiti dell’avvalersi della forza intimidatrice del vincolo associativo, poiché il consapevole sfruttamento di un’aura di intimidazione in precedenza acquisita costituisce un ulteriore atto di esecuzione del programma criminoso e racchiude pur sempre in sé una larvata minaccia….”.

Dalla considerazione dell’intero quadro degli elementi oggettivi della fattispecie, inoltre, la giurisprudenza ha desunto la individuazione dei tratti essenziali dell’apparato strumentale minimo dell’associazione maflosa, costituito da una carica intimidatoria autonoma il cui riflesso esterno in termini di assoggettamento si mantiene ancora entro i limiti di una soglia prodromica rispetto a possibili future situazioni di omertà e di assoggettamento specifico. Il raggiungimento di tale livello minimo è già di per sé sufficiente a fini della diagnosi di “mafiosità” di un sodalizio di recente formazione, mentre le specifiche condizioni di assoggettamento e di omertà che di volta in volta potranno insorgere costituiranno il risultato di uno sfruttamento “attivo” di quella forza intimidatrice: uno sfruttamento che è già oggetto del programma associativo e, dunque, del dolo specifico degli associati.

In tal senso si colloca il portato di una riflessione da tempo avviata da questa Suprema Corte (Sez. 6, n. 7627 del 31/01/1996, dep. 30/07/1996, Rv. 206597), allorquando ha posto l’accento sulla possibilità di una tendenziale continua espansione dell’organizzazione mafiosa, stabilendo il principio secondo cui il fatto di avvalersi della forza intimidatrice può esplicarsi nei modi più disparati: sia limitandosi a sfruttare la carica di pressione già conseguita dal sodalizio, sia ponendo in essere nuovi atti di violenza e di minaccia. Nel primo caso è evidente che il sodalizio già è pervenuto al superamento della soglia minima che consente di utilizzare la forza intimidatrice soltanto sulla base del vincolo e del suo manifestarsi, in quanto tale all’esterno; nel secondo caso gli atti di violenza o minaccia (o più compiutamente di intimidazione) non devono realizzare l’effetto di per sè soli, ma in quanto espressione rafforzativa della precedente capacità intimidatrice già conseguita dal sodalizio.

Nello stesso solco si pone, sotto altro ma connesso profilo, una linea interpretativa tracciata da una risalente elaborazione giurisprudenziale di questa Suprema Corte, secondo cui, perché sussista la condizione dell’omertà, non è affatto necessaria una generalizzata e sostanziale adesione alla subcultura mafiosa, né una situazione di così generale terrore da impedire qualsiasi atto di ribellione e qualsiasi reazione morale alla condizione di succubanza, ma basta che il rifiuto a collaborare con gli organi dello Stato sia sufficientemente diffuso, anche se non generale; che tale atteggiamento sia dovuto alla paura non tanto di danni all’integrità della propria persona, ma anche solo alla attuazione di minacce che comunque possono realizzare danni rilevanti; che sussista la diffusa convinzione che la collaborazione con l’autorità giudiziaria – denunciando il singolo che compie l’attività intimidatoria – non impedirà che si abbiano ritorsioni dannose per la ramificazione dell’associazione, la sua efficienza, la sussistenza di altri soggetti non identificabili e forniti di un potere sufficiente per danneggiare chi ha osato contrapporsi (Sez. 6, n. 11204 del 10/06/1989, dep. 22/08/1989, cit.; nello stesso senso v. Sez. 6, n. 1612 del 11/01/2000, dep. 10/02/2000, Rv. 216634; Sez. F, n. 44315 del 12/09/2013, dep. 31/10/2013, Rv. 258637).

Muovendosi all’interno della medesima prospettiva ermeneutica si è inoltre aggiunto che, fra le possibili ritorsioni che portano ad una condizione di assoggettamento ed alla necessità dell’omertà, vi è anche quella che possa mettere a rischio la pratica possibilità di continuare a lavorare ed apra la prospettiva allarmante di dovere chiudere la propria impresa, perché altri, partecipanti all’associazione o da essa influenzati, hanno la concreta possibilità di escludere dagli appalti colui che si è ribellato alle pretese. A tale ultimo fine non è necessario che le conseguenze minacciate si verifichino, ma è sufficiente che esse ingenerino il ragionevole timore che induca al silenzio ed all’omertà (Sez. 6, n. 11204 del 10/06/1989, dep. 22/08/1989, cit.).

Ai fini della configurabilità del reato, dunque, non è necessaria la presenza di un’omertà immanente e permanente, ma è sufficiente che la forza intimidatrice autonoma del sodalizio sia in grado di ingenerare specifiche condizioni di omertà.

5.3 In relazione ai diversi profili ora evidenziati, ben possono richiamarsi, quali sicuri “indici” del metodo mafioso praticato dall’organizzazione oggi in esame, i numerosi elementi di fatto su richiamati e specificamente posti in luce dai Giudici di merito, tanto sul versante delle caratteristiche “interne” del sodalizio, che del modo di agire e di “rappresentarsi” all’esterno, in perfetta sintonia, del resto, con gli obiettivi ed i metodi operativi enunciati dal C. nel “manifesto programmatico” dell’associazione.

Si è già visto, infatti, che quest’ultima si è avvalsa di una capacità di intimidazione già collaudata nei settori criminali più “tradizionali”, per esportarne poi gli stessi metodi, in forme più raffinate, nei nuovi campi di elezione amministrativi ed economico-imprenditoriali, dove, più che ricorrere all’uso diretto della violenza o della minaccia, ha sfruttato tutte le possibilità offertegli dal richiamo ad una consolidata “fama criminale”, senza tuttavia rinunciare al disvelamento, se necessario, delle tipiche forme di manifestazione della sua natura. In tal modo, l’associazione ha potuto imporre il suo controllo su gran parte delle attività dell’amministrazione capitolina, utilizzando uno strumento imprenditoriale già collaudato, che grazie all’asservimento di pubblici funzionari infedeli, ovvero per il diretto ricorso a forme di intimidazione, ha assunto un ruolo sostanzialmente monopolistico, aggiudicandosi le gare pubbliche nei settori di interesse e beneficiando altri imprenditori ad esso collegati, senza lasciare spazio ai concorrenti, costretti a soggiacere alle prevaricazioni del sodalizio senza nemmeno osare di denunziare il sistema illecito venutosi in tal modo a creare.

Non si è trattato, dunque, secondo il quadro indiziario delineato dai Giudici di merito, di uno sfruttamento organizzato del potere amministrativo a fini personali o clientelari attraverso l’abuso sistematico degli organi istituzionali, né, tanto meno, di forme di manifestazione di una “arroganza del potere” che tende ad imporre erga omnes le sue condizioni o “regole del gioco”, bensì di una occupazione dello spazio amministrativo ed istituzionale attraverso un uso criminale delle forme di esercizio della publica potestas, basato sul possibile ricorso ad una forza intimidatrice autonoma del vincolo associativo, da questo direttamente originata e in quanto tale percepita, anche all’esterno, come un elemento strutturale permanente del sodalizio.

In esso si sono manifestate, secondo la ricostruzione operata dai Giudici di merito, sia la capacità potenziale di sprigionare, per il solo fatto della sua esistenza, una pressione idonea a suscitare soggezione verso i soggetti non affiliati all’organizzazione, sia l’esteriorizzazione di tale forza intimidatrice in concreti comportamenti violenti e minacciosi.

Nel caso in esame, infatti, l’ordinanza impugnata ha incentrato il suo argomentare sulla progressiva evoluzione di un gruppo di potere criminale che si è insediato nei gangli dell’amministrazione della Capitale d’Italia, cementando le sue diverse componenti di origine (criminali di “strada”, pubblici funzionari con ruoli direttivi e di vertice, imprenditori e soggetti esterni all’amministrazione), sostituendosi agli organi istituzionali nella preparazione e nell’assunzione delle scelte proprie dell’azione amministrativa e, soprattutto, mostrando di potersi avvalere di una carica intimidatoria decisamente orientata al condizionamento della libertà di iniziativa dei soggetti imprenditoriali concorrenti nelle pubbliche gare, al fine di controllare gli esiti delle relative procedure e, ancor prima, di gestire gli stessi meccanismi di funzionamento di interi settori dell’attività pubblica.

Tutto ciò è avvenuto con l’imposizione di “regole”, la cui apparente imperatività è stata resa possibile solo grazie all’accumulo di una forza criminale ben conosciuta e temuta nella realtà sociale, fatta valere da un sodalizio in grado di interagire con altre organizzazioni criminali, anche di natura mafiosa, trattando, da una posizione di “pari dignità”, la spartizione di settori di attività di rilievo pubblicistico e di aree di influenza nel territorio di Roma.

Entro tale prospettiva, il sistematico ricorso alle intese corruttive ha rappresentato, non a caso, una forma privilegiata di manifestazione delle capacità operative del sodalizio, poiché il disvalore del fatto corruttivo è intimamente legato ad un atto di scambio tra il pubblico agente e l’extraneus, la cui natura è destinata a generare la progressiva stabilizzazione di un rapporto continuativo tendenzialmente volto alla sistematica pretermissione delle legittime aspettative del terzo escluso.

Infatti, è sulla precondizione della piena conformità dell’azione amministrativa alle norme che oggettivamente ne disciplinano la trasparenza delle forme di esercizio che riposa la fiducia del terzo, la cui garanzia di eguale trattamento viene così annullata dal comportamento illecito dell’intraneus.

La violazione dell’obbligo di fedeltà del pubblico funzionario, specie se sistematica ed attuata attraverso l’organica adesione di quest’ultimo al gruppo, da un lato determina la generale sfiducia della collettività nella imparzialità delle scelte compiute dagli organi amministrativi, dall’altro lato sospinge nell’ombra il carattere tendenzialmente continuativo del patto illecito, poiché lo rende invisibile, anche se obiettivamente percepibile, nullificando la “cosa” pubblica attraverso la elusione della legittima aspettativa del terzo di essere garantito, sia sul piano informativo che direttamente operativo, circa un uso del potere pubblico conforme alle regole ed esclusivamente orientato alla tutela di interessi generali.

Al riguardo si è efficacemente osservato, in dottrina, che la reiterazione dell’attività corruttiva determina la sostanziale emarginazione del soggetto non corrotto dalla stessa possibilità di accesso e partecipazione alle attività di rilievo pubblico, poiché “quanto più la corruzione è diffusa e praticata, tanto minori sono i rischi di essere denunciati o scoperti, e di conseguenza più elevato il costo della scelta di rimanere onesti”. In tal senso, dunque, si è affermato che “il prezzo vero della tangente è la paura”: della concorrenza, del confronto, dell’innovazione, della perdita del potere o dell’esserne esclusi; paura che si traduce, in definitiva, nella “illusione dell’immunità dalle regole”.

La dimensione corruttivo-collusiva ha giuocato, dunque, un ruolo determinante nelle strategie di infiltrazione delle organizzazioni mafìose, ed è anzi in tale momento, come si è icasticamente rilevato in dottrina, “che la lesione dell’ordine economico e la lesione dell’ordine amministrativo raggiungono il loro massimo livello e vengono a congiungersi in una più ampia aggressione allo stesso ordine politico-istituzionale del Paese”.
5.4 Nel caso in esame, come si è visto, la strategia di progressiva attrazione di energie imprenditoriali nell’orbita del sodalizio {“…devono essere nostri esecutori….. devono lavorare per noi….. “) è avvenuta di pari passo con la tendenziale estromissione dalle gare di coloro che non ne facevano parte, o che non intendevano sottostare, nei settori di precipuo interesse, alle “regole” imposte attraverso il predominio di una struttura imprenditoriale la cui posizione monopolistica è stata sistematicamente utilizzata dall’organizzazione per conseguire il pieno controllo delle attività della pubblica amministrazione, condizionandone le procedure e i correlativi meccanismi decisionali.

All’interno di tale quadro ricostruttivo, pertanto, i Giudici di merito hanno coerentemente valorizzato il peso indiziario del dato oggettivo rappresentato dallo smisurato aumento del fatturato prodotto dalla rete imprenditoriale utilizzata dal sodalizio nel breve volgere di un triennio.

Essi hanno altresì osservato come la garanzia di un alveo “protettivo” in favore degli imprenditori avvicinati sia avvenuta nel contesto di un rapporto paritario, caratterizzato dalla gestione di affari in comune, così da creare la certezza di vantaggi reciproci attraverso l’imposizione sul mercato delle imprese che rientravano nella sfera operativa dell’associazione: in forza del contributo prestato da imprenditori intranei al sodalizio, sarebbe stato possibile inquinare lo stesso libero funzionamento del mercato, attraverso l’offerta, in un momento di grave crisi economica del Paese, di una serie di servizi a prezzi vantaggiosi anche per l’eventuale committente, che in tal modo avrebbe ottenuto un sicuro vantaggio ad affidarsi all’organizzazione.

Al fine di realizzare tali obiettivi, la forza intimidatrice del vincolo associativo, come si è detto, non ha agito direttamente sui pubblici amministratori per condizionarne le scelte, ma se ne è servita aggregandoli al proprio apparato organizzativo per la diretta realizzazione dei suoi illeciti interessi, ovvero inducendoli a favorire il gruppo attraverso accordi di tipo corruttivo-collusivo che hanno deformato l’intero funzionamento dell’amministrazione capitolina: in tal modo si è esaltata la capacità di pressione intimidatoria del sodalizio, la cui direzione è stata orientata nei confronti di tutti coloro che avrebbero potuto avvantaggiarsi dei provvedimenti amministrativi e dei contratti della pubblica amministrazione, scoraggiandone la concorrenza e inducendoli a lasciare il campo quando erano in giuoco gli interessi delle imprese utilizzate dall’associazione.

5.5 Ritiene dunque la Corte che la realtà criminale prefigurata dall’art. 416-bis, comma 3, c.p., non sia certo costituita da un modello oleografico di associazione mafiosa, ma presupponga una entità organizzativa formata soprattutto “….per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri….”‘, siffatta enumerazione, per la sua ampiezza, finisce con il ricomprendere ogni forma di penetrazione dell’associazione nel mondo economico (pubblico e privato) caratterizzata dall’uso di metodi mafiosi, sia che essa abbia ad oggetto coloro che già esercitano l’attività della quale viene acquisita la gestione o il controllo, sia che riguardi i possibili concorrenti ovvero i soggetti pubblici investiti di poteri decisionali in merito alle concessioni, autorizzazioni ecc. .
I tratti della figura delittuosa descritta dal legislatore nel terzo comma dell’art. 416-bis c.p. delineano, pertanto, una chiara strumentalità del fine di controllo amministrativo rispetto a quello di controllo economico, presupponendo l’utilizzo di strumenti societari e di forze imprenditoriali da impiegare per conseguire quella forma di controllo attraverso la captazione delle risorse pubbliche e la distorsione dei liberi meccanismi concorrenziali.

In tal senso, la formulazione del testo normativo è imperniata sulla previsione di una carica intimidatoria che rappresenta una sorta di “avviamento” grazie al quale la connotazione imprenditoriale dell’organizzazione mafiosa proietta nel futuro le sue attività di illecito arricchimento.

Tale elemento normativo della fattispecie, al contempo, delinea una categoria generale ed astratta che, nella stessa intentio legis, trascende l’angusto spazio di un mero approccio regionalistico-territoriale, attribuendo rilievo alla compressione della libertà morale e all’effetto di progressiva sfiducia dei cittadini nella idoneità dello Stato a garantire una valida protezione contro l’organizzazione criminale.

L’esigenza del controllo di determinate aree territoriali, a sua volta, non è un elemento costitutivo della fattispecie, ma ne rappresenta un dato implicito, storicamente registrato ed ancor oggi empiricamente verificabile in alcune organizzazioni, laddove altre tendono a privilegiare l’incursione su altri “territori” – istituzionali, economici o amministrativi – senza che quella forma di controllo assuma il rilievo di un presupposto indispensabile ai fini dell’integrazione della fattispecie incriminatrice.

5.6 Nella vicenda qui considerata, pur all’interno di un quadro cognitivo inevitabilmente delimitato dalla natura cautelare del giudizio, l’ordinanza impugnata ha posto in risalto una serie di dati indiziari che ha motivatamente ritenuto di specifico rilievo sintomatico ai fini della configurabilità dell’ipotizzata fattispecie incriminatrice: a) le origini e il progressivo consolidamento della “fama criminale” dell’associazione; b) il successivo ampliamento della sua base operativa, con lo sfruttamento, anche attraverso atti concreti posti in essere da più membri del sodalizio, della forza di intimidazione scaturente dal vincolo associativo al fine di condizionare l’avvio, lo svolgimento e la definizione di pubbliche gare; c) l’incidenza determinante esercitata nella individuazione e nella conseguente nomina di funzionari compiacenti in posizioni apicali o di vertice dell’amministrazione, le cui competenze tecniche di ordine generale sono state distorte per soddisfare gli obiettivi del sodalizio nei settori di suo specifico interesse; d) un quadro di sistematica strumentalizzazione, a vantaggio dell’associazione, di atti amministrativi i cui evidenti vizi, di merito o di legittimità, non risultano esser stati in alcun modo sanzionati proprio grazie alla diffusa condizione di assoggettamento e di omertà che la stessa ha prodotto nella realtà esterna; e) le strette relazioni intessute con altri gruppi criminali e, soprattutto, con esponenti di altre associazioni mafiose, nell’elaborazione di una comune strategia di intervento in settori di reciproco interesse; f) le tecniche di “avvicinamento” verso le energie imprenditoriali della società civile, da volgere a proprio favore attraverso l’instaurazione di rapporti di reciproco scambio consistenti, per gli imprenditori affiliati all’organizzazione – e dai Giudici di merito, dunque, ritenuti “collusi” – nel ricevere vantaggi al fine di imporsi sul territorio in posizione tendenzialmente dominante, e per il sodalizio criminoso nell’ottenere una serie di risorse, servizi o utilità per allargare ulteriormente il suo ambito operativo (Sez. 1, n. 30534 del 30/06/2010, dep. 30/07/2010, Rv. 248321; Sez. 5, n. 39042 del 01/10/2008, dep. 16/10/2008, Rv. 242318; Sez. 1 n. 46552 del 11/10/2005, dep. 20/12/2005, Rv. 232963): quegli imprenditori, infatti, non hanno ceduto ad alcuna forma di imposizione esterna, subendo il relativo danno ingiusto, ovvero limitandosi a perseguire un’intesa volta a restringerne l’ambito, ma hanno, a differenza dell’imprenditore “vittima”, consapevolmente rivolto a loro profitto il fatto di essere venuti in relazione col sodalizio mafioso.

5.7 E’ emerso in tal modo un fenomeno criminale basato sulla pretesa teorizzazione di forme di illecita interrelazione fra strati diversi della società, e connotato dal ricorso a modalità di intervento solo apparentemente più moderne, perché concepite quale cerniera di mediazione con aree “rispettabili” e tendenzialmente non “inquinate” del corpo sociale, ma per sua natura identico a quello su cui hanno tradizionalmente fatto leva le cd. mafie “storiche”.

Il reato in esame, infatti, può essere commesso da partecipi ad associazioni criminali, anche a matrice non locale, diverse da quella storicamente inveratasi in una regione d’Italia (che ne costituisce solo il prototipo). Sarebbe dunque errato ritenere che la fattispecie di reato di cui all’art. 416-bis c.p. possa essere applicata solo alle associazioni mafiose quali conosciute in un determinato, e limitato, ambito storico-geografico. In tal senso basterà riflettere come il reato, fin dalla sua introduzione nell’ordinamento penalìstico, con la l. 13 settembre 1982, n. 646, sia stato concepito – e soprattutto normativamente caratterizzato – in funzione di “un’associazione di tipo mafioso”, a sottolineare che la mafia storica siciliana era solo il tipo (o l’archetipo) di un reato chiaramente e decisamente applicabile ad ogni associazione delinquenziale che ne riproducesse le caratteristiche strutturali essenziali (v., in motivazione, Sez. 1, n. 24803 del 05/05/2010, dep. 01/07/2010).

Il dato, del resto, viene ribadito in modo quanto mai chiaro dal fondamentale comma 3 della disposizione, che proprio nel delineare le indefettibili caratteristiche strutturali che l’associazione deve possedere qualifica ancora l’associazione punibile ex art. 416-bis c.p. come di tipo mafioso. Infine, sin dall’introduzione della norma, l’art. 416-bis c.p., u.c., prevede che il reato valga anche nei confronti della camorra e delle altre associazioni comunque localmente denominate.

Si tratta, invero, di acquisizioni consolidate nella elaborazione giurisprudenziale di questa Suprema Corte, che ha da tempo legittimato l’applicazione del reato in esame ad associazioni di tipo mafioso diverse da quelle storiche italiane, anche a matrice straniera (v., ad es., Sez. 6, n. 35914 del 30/05/2001, dep. 04/10/2001, Rv. 221245), enunciando il principio secondo cui il modello di reato in esame è configurabile anche con riguardo ad organizzazioni che, senza controllare tutti coloro che vivono o lavorano in un certo territorio, rivolgono le proprie mire a danno dei componenti di una certa collettività, a condizione che si avvalgano di metodi tipicamente mafiosi e delle conseguenti condizioni di assoggettamento e di omertà (v., inoltre, Sez. 6, 13 dicembre 1995, Abo El Nga Mohamed).

Assume dunque valenza secondaria, in questa prospettiva, il numero effettivo dei soggetti coinvolti come vittime, a fronte della diffusività del fenomeno a danno di un numero indeterminato di persone, che potrebbero in tempi brevi trovarsi alla mercè del sodalizio.

Del resto, la forza prevaricante di un’organizzazione mafiosa ha capacità di penetrazione e di diffusione inversamente proporzionali ai livelli di collegamento che la collettività sulla quale si esercita è in grado di mantenere, per cultura o per qualsiasi altra ragione, con le istituzioni statuali di possibile contrasto, potendo evidentemente la intimidazione passare da mezzi molto forti (minaccia alla vita o al patrimonio quando ci si trovi in presenza di soggetti ben radicati in un territorio, come per esempio gli operatori economici non occulti) a mezzi semplici come minacce di percosse rispetto a soggetti che non siano in grado di contrapporre valide difese (v., in motivazione, Sez. 6, n. 35914 del 30/05/2001, dep. 04/10/2001, cit.).

Entro tale prospettiva, è agevole rilevare, sulla base delle su esposte considerazioni, come la diffusività del fenomeno corruttivo annulli ogni capacità di resistenza degli organi di prevenzione e controllo, creando i presupposti di una sub-cultura fondata sull’accettazione di devianti prassi criminali, apparentemente imposte come “regole” alla cui efficacia imperativa non ci si può sottrarre se non al prezzo di subire lo scatenamento della forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo di un’organizzazione che, proprio per garantire il rispetto di quelle “regole”, mira a sostituirsi a quegli organi amministrativi ed istituzionali di cui pretende di assumere il volto.

5.8 Né può farsi questione, sotto il profilo soggettivo, di ripercussioni sulla configurabilità del dolo di appartenenza, ove si consideri che nessun radicale mutamento si è verificato nella evoluzione della interpretazione della fattispecie incriminatrice ipotizzata, avendo i Giudici di merito proceduto al corretto inquadramento nel paradigma normativo dell’art. 416-bis c.p. di una serie di fatti coerentemente ritenuti sintomatici della presenza del requisito della gravità indiziaria di cui agli artt. 273 ss. c.p.p. .

Nel caso in esame, dunque, non può parlarsi di overruling, come pur prospettato in alcuni rilievi difensivi, ma della riconduzione di una fattispecie concreta ai canoni del modello normativo generale ed astratto delineato dal legislatore con la introduzione della figura criminosa prevista dalla l. 13 settembre 1982, n. 646.

Al riguardo è noto, secondo una costante linea interpretativa di questa Suprema Corte, che la condotta di partecipazione è riferibile a colui che si trovi in rapporto di stabile e organica compenetrazione con il tessuto organizzativo del sodalizio, tale da implicare, più che uno “status” di appartenenza, un ruolo attivo in base al quale l’interessato “prende parte” al fenomeno associativo (Sez. 1, n. 39543 del 24/06/2013, dep. 24/09/2013, Rv. 257447).

E’ altresì necessario che il partecipe si rappresenti l’attualità dello sfruttamento della forza intimidatrice del sodalizio, condividendo (o almeno conoscendo) gli scopi in vista dei quali esso è costituito. L’elemento soggettivo del delitto di associazione di tipo mafioso consiste, infatti, nel dolo specifico, avente ad oggetto la prestazione di un contributo utile alla vita del sodalizio ed alla realizzazione dei suoi scopi, sia nel caso della partecipazione all’ente associativo che nel caso del cosiddetto “concorso esterno”: il dolo del partecipe, tuttavia, si distingue da quello del concorrente sotto il diverso profilo che il primo vuol fornire il descritto contributo dall’interno dell’associazione, mentre il secondo, in corrispondenza del carattere atipico di una condotta rilevante per effetto del citato art. 110, intende prestarlo senza far parte della compagine sociale (Sez. 1, n. 4043 del 25/11/2003, dep. 03/02/2004, Rv. 229992).

Muovendosi entro tale prospettiva ermeneutica, l’inserimento stabile di taluni dei predetti ricorrenti (S. B., A. G., P. D., C. G. e C. C.) all’interno dell’associazione è stato coerentemente desunto non solo dalla disamina del contributo che essi hanno offerto attraverso la commissione dei diversi reati-fine evidenziati nell’ordinanza impugnata, ma anche dalla valorizzazione del dato indiziario inerente al consapevole scambio dei reciproci flussi informativi nel corso delle riunioni tenutesi presso la sede di una cooperativa del B.: a tali riunioni – il cui svolgimento era “protetto” dall’attivazione di un dispositivo elettronico specificamente finalizzato ad eludere il corso delle attività investigative – prendevano parte non solo i predetti indagati, ma anche il C., con l’intento di pianificare strategie operative di infiltrazione mirate sia all’aggiudicazione degli appalti, sia ad influenzare il corso delle procedure amministrative, allo scopo di aumentare il volume d’affari della rete di cooperative riconducibili al B. e percepire le relative fonti di arricchimento a vantaggio dell’intero sodalizio.

Nel corso di tali riunioni, infatti, si parlava, fra l’altro, delle modalità di azione verso i pubblici funzionari, di rapporti con uomini politici, delle attività compiute per l’aggiudicazione degli appalti in favore delle cooperative del B., della scelta di persone da collocare in posti strategici e della programmazione delle future attività dell’associazione.

Analoghe considerazioni devono svolgersi in ordine alla posizione del G., come si vedrà meglio più avanti, quando si avrà modo di esaminare gli ulteriori profili di doglianza prospettati nel suo ricorso.
5.9 Conclusivamente, dunque, deve affermarsi il principio di diritto secondo cui: “Ai fini della configurabilità del reato di associazione per delinquere di stampo mafioso, la forza intimidatrice espressa dal vincolo associativo dalla quale derivano assoggettamento ed omertà può essere diretta tanto a minacciare la vita o l’incolumità personale, quanto, anche o soltanto, le essenziali condizioni esistenziali, economiche o lavorative di specifiche categorie di soggetti.

Ferma restando una riserva di violenza nel patrimonio associativo, tale forza intimidatrice può venire acquisita con la creazione di una struttura organizzativa che, in virtù di contiguità politiche ed elettorali, con l’uso di prevaricazioni e con una sistematica attività corruttiva, esercita condizionamenti diffusi nell’assegnazione di appalti, nel rilascio di concessioni, nel controllo di settori di attività di enti pubblici o di aziende parimenti pubbliche, tanto da determinare un sostanziale annullamento della concorrenza o di nuove iniziative da parte di chi non aderisca o non sia contiguo al sodalizio”.

 

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